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Nord-est

Da “No Global” a “No Tasse”: la curiosa storia di Luca Casarini, neo imprenditore

Luca Casarini, leader No global

Dalla disobbedienza civile alla disobbedienza fiscale.
Un percorso curioso quello di Luca Casarini (qui ricostruito da Corriere del Veneto, La Stampa e il Giornale), già leader dei No Global e delle Tute bianche ai tempi del G8 di Genova, e ora diventato “padroncino del nord est” e paladino dei diritti delle piccole aziende. Continua

Niente ronde, siam Padani

Le "ronde rosa" organizzate da La Destra lo scorso febbraio - Roberto Montado Lapresse

Le "ronde rosa" organizzate da La Destra lo scorso febbraio - Roberto Montado Lapresse

Né baluardo a difesa dei cittadini né pericolo per la democrazia. Le “ronde”, per ora, sono un flop. Specialmente nelle terre della Lega, il partito che più di tutti le ha difese e volute. Continua

La bacchettata di Berlusconi: “Le metropoli italiane sembrano città africane”

colosseo

Nessuna accusa, solo un equivoco.
Non c’è alcun disaccordo tra il sindaco di Roma Gianni Alemanno ed il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi che stamani aveva definito Roma, ma anche Napoli e Palermo, “città africane” per la sporcizia e le scritte sui muri. Parole però che, secondo il sindaco di Roma ed una precisazione successiva del premier, sarebbero state fraintese.
Questa mattina, infatti, dai microfoni di Radio Radio, il presidente del Consiglio aveva chiesto “più cura degli spazi verdi, più attenzione alla pulizia, provvedimenti per evitare i graffiti che deturpano i muri” e aveva sostenuto che “fa male al cuore girare per città come Roma, Napoli, Palermo e vedere che come scritte e come lordura delle strade sembrano più città africane che europee”. Sebbene il presidente Berlusconi avesse subito sottolineato che “Roma già mi piace così com’e”‘ e che “Gianni Alemanno, ha molti progetti”, subito si è accesa la polemica politica.
Ma alla fine tra Alemanno e Berlusconi nessun problema: una telefonata chiarificatrice tra i due, intorno alle 12 e anche il minimo dubbio è stato fugato. “Ho già parlato con Berlusconi” ha spiegato Alemanno “le sue parole sono state ampiamente equivocate: a breve arriverà un suo chiarimento”. Chiarimento che non si è fatto attendere.
Il premier, infatti, poco dopo ha spiegato, in una nota, che si è trattato solo di un equivoco. “Non ho mai inteso attaccare, è ovvio, il sindaco Gianni Alemanno che sta svolgendo un eccellente lavoro su Roma, con grande e continuo impegno personale, per cercare di superare le pesanti eredità ricevute dalla sinistra”, ha detto.

Parole che non sono bastate a calmare gli animi. Per il capogruppo del Pd in Campidoglio, Umberto Marroni, infatti, Berlusconi dovrebbe fare “un tour anche nelle periferie romane che il sindaco ha definito solo alcuni giorni fa pezzi di terzo mondo”. Accuse “banali e ormai consuete” per il capogruppo del Pdl in aula Giulio Cesare Dario Rossin, mentre per il capolista del Pd alle europee nel centro David Sassoli, “la pezza messa da Berlusconi non cancella la sua gaffe” e le sue parole che, per il segretario del Pd Lazio Roberto Morassut “hanno costretto il sindaco ad una faticosa precisazione e lo stesso premier ad una spericolata marcia indietro”.

Immigrati senza lavoro: bonus di 2 mila euro per lasciare il Comune

Un immigrato

Sei immigrato e disoccupato? Ti pago se te ne vai.
L’idea è venuta all’assessore al sociale di Spresiano, in provincia di Treviso: un bonus di 2.000 euro agli stranieri rimasti senza lavoro, disposti a lasciare il paese anziché “pesare” sulle casse comunali. Una “proposta-provocazione”, dice Manola Spolverato, membro della giunta leghista del paese trevigiano, per far fronte al bilancio sempre più risicato del Comune e alla crisi economica.
“Siamo disposti a dare 2.000 euro a famiglia purché vadano ad abitare altrove: ci costa meno che garantire i contributi alle famiglie in difficoltà” spiega l’assessore sulla stampa locale. “Non è possibile che il Comune si trovi costretto a mantenere a proprie spese gli immigrati che, pur avendo perso il posto di lavoro, continuano ad avere il permesso di soggiorno valido”.
Secondo l’assessore leghista, infatti, ridurre i flussi in entrata può far diminuire la fetta di disoccupati, ma é necessario aumentare anche i flussi in uscita per famiglie senza reddito costrette a vivere di stenti. La proposta arriva dopo l’altra iniziativa dell’amministrazione di Spresiano, che qualche settimana fa aveva annunciato l’erogazione di contributi comunali riservati alle famiglie in cui entrambi i coniugi parlano italiano.
Plaude all’idea Gianantonio Da Re, consigliere regionale e segretario provinciale trevigiano del Carroccio. Che rilancia: “Chiederò di estendere l’iniziativa dell’amministrazione di Spresiano a tutti i comuni trevigiani amministrati dal Carroccio”. “Chi rimane senza una occupazione rappresenta solamente un costo per la nostra società” afferma l’esponente della Lega. “Il problema della disoccupazione toccherà un numero sempre maggiore di cittadini con l’avanzare della crisi nei prossimi tempi”. Per Da Re, quindi: “È doveroso che le amministrazioni comunali aiutino dapprima la propria gente, quella che da anni vive sul territorio”.
Daccordo con l’iniziativa di Spresiano si dice anche un altro leghista: il vice presidente della giunta regionale, Franco Manzato (Lega) secondo il quale “il Veneto è al collasso, non ce la fa più a sopportare il peso sociale di centinaia di migliaia di immigrati disoccupati”. D’altronde, precisa Manzato, che ciò che il Conmune di Spresiano vorrebbe fare “è pienamente nei poteri del sindaco”, alla luce della norma comunitaria - cui ha fatto riferimento per esempio il sindaco di Cittadella (PD) - che prevede “la libera circolazione nel territorio solo per chi ha un reddito di almeno 5000 euro e non grava sulla spesa sociale”.
Per parlare invece del collasso citato da Manzato, sono due anni consecutivi che il Nord Est vive in stagnazione: alla “locomoiva” d’Italia non era mai successo. Secondo l’osservatorio Veneto lavoro, nella regione una crisi economica così grave si era registrata solo nel 1975 e nel 2002, anni a cui però seguirono immediate riscosse, mentre ora si prevede, dopo un 2008 nero, un altro anno difficile. Gli occupati in Veneto nel 2007 erano 2,1 milioni, di cui 182 mila stranieri in regola, con un tasso di disoccupazione ufficiale pari al 3,3 per cento. Nei primi otto mesi del 2008 le assunzioni sono scese di più del 10 per cento (-22 mila, di cui 14 mila solo nel comparto manifatturiero, in particolare nel tessile, meccanico ed edile); le ore di cassa integrazione sono aumentate del 45 per cento (in Emilia-Romagna del 33, in Lombardia del 17 per cento; in Piemonte sono diminuite dell’8 per cento).
Allo scenario conviene aggiungere un altro dato: in Veneto da gennaio a ottobre di quest’anno sono entrate in mobilità con sussidio 3.507 persone (573 stranieri) e 8.850 senza sussidio (1.939 stranieri).
La situazione è buia pure per i lavoratori interinali che da aprile ad agosto, rispetto allo stesso periodo del 2007, sono diminuiti di 6.700 unità. Ma i meno protetti dagli ammortizzatori sociali sono i 134 mila lavoratori parasubordinati, gli ex co.co.co.: tra loro 50 mila non hanno altre fonti di reddito.

Veltroni si allarga al centro: chiama l’Udc e rimanda la questione del Nord

Walter Veltroni, segretario del Pd | Ansa
Radicarsi al Nord, ma anche guardare al centro.
Questa la ricetta veltroniana per il futuro del Pd. Rimandato l’incontro con l’Idv di Antonio Di Pietro, scartata l’esortazione di Repubblica (intitolata “Il Nord e il Pd”), a creare un Pd nordico “federato al partito nazionale, con il sindaco di una grande città come segretario”, Walter Veltroni (da Milano) ha annunciato il cambio di rotta: “Se il Pd farà una opposizione in modo intelligente, se costruirà un rapporto con le altre forze politiche, penso all’Udc, sulla base di una forza politica del 33%, c’è la possibilità di far partire una sfida riformista che il Paese non ha mai riconosciuto”, ha detto il segretario, durante la conferenza stampa al termine dell’assemblea dei segretari regionali del partito.
E alla fine della riunione, ha anche annunciato che il Pd ha deciso di organizzare un coordinamento del Nord ed uno del Sud tra i segretari regionali, i sindaci delle città principali e i presidenti delle Regioni e delle Province: “Ci sarà un coordinamento” ha spiegato Veltroni “che promuova le iniziative politiche al nord su temi programmatici”. Proprio al nord, soprattutto nelle metropoli, Veltroni ha parlato di un risultato elettorale positivo da cui partire. “C’è bisogno di strutturarsi meglio, ma non è una questione organizzativa” ha spiegato “non spezzetteremo il partito”.

Insomma, nessun “Pd in salsa leghista”, anche se gli amministratori del Nord continuano a chiedere maggiore attenzione e più autonomia nei loro territori. Da Milano, la “capitale” settentrionale, (scelta “simbolica”, secondo Ermete Realacci) la “questione” è stata uno dei temi caldi sia per l’analisi dei risultati elettorali, sia per le prospettive future del partito. Ma la proposta del sindaco di Bologna, Sergio Cofferati, di un partito federale, basato sulle macroregioni, bocciata dallo stato maggiore del Pd, non ha sfondato. Anche perché nessuno (Cofferati incluso) sarebbe stato disposto ad autocandidarsi alla guida di un’eventuale struttura del partito per il Settentrione. Una formula osteggiata anche da Pierluigi Bersani, che era stato indicato come il suo leader naturale: “Quando un partito è del territorio, è del Nord al Nord, del Centro al Centro e del Sud al Sud” spiega il ministro uscente dello Sviluppo Economico “non c’é bisogno di inventarsi tante altre cose”. E poi, avvertiva Marco Follini, a parlare di Pd del Nord si rischia la “sudditanza culturale verso il leghismo imperante”.

Decentrare può essere utile, ma a patto che non si cada nella “lottizzazione geografica del partito”. Meglio cioè, come suggerisce Massimo Calearo, eletto nel Pd proprio come rappresentante di quella parte del Paese, “ascoltare di più i problemi della gente”, perché, spiega, “dove lo abbiamo fatto il Pd è cresciuto”. Del resto, anche il giovane coordinatore lombardo Maurizio Martina l’ha detto chiaro: “Dobbiamo smetterla di viaggiare una spanna sopra la testa dei cittadini. Non abbiamo bisogno di due partiti ma di un modello federale autentico. Soprattutto, quella del partito del Nord mi pare una lettura superata”.

Quindi? Questione per ora rimandata quella del Nord, per il Pd? Pare di sì, almeno in attesa dell’esito del ballottaggio per il Campidoglio. L’ex sindaco capitolino ha preferito allargarsi al centro e invitare Casini a unire le forze per fare opposizione al Cavaliere, perché se Rutelli dovesse perdere contro Alemanno la posizione del segretario sarebbe estremamente indebolita e questo avrebbe riflessi anche sotto la Madonnina.

Per poter allora vedere un Veltroni formato Bossi per ora bisogna “accontentarsi” della mirabile imitazione che ne ha fatto Crozza su La 7.



Veltroni al di là del muro: ci prova con gli imprenditori e incolpa l’Unione

Walter Veltroni saluta la folla durante una tappa del suo tour elettorale | Ansa
11 marzo: data da ricordare per il Pd. È caduto un “muro”. Anzi due.
Il primo è quello che, secondo il candidato premier del Pd, Walter Veltroni, divideva il Nord-est e il centrosinistra riformista. Muro che ora non c’è più, butta lì speranzoso l’ex sindaco di Roma, che sta tentando di creare dal nulla un rapporto con il popolo delle partite Iva, anche grazie alla candidatura nel Pd di Massimo Calearo.
Il secondo muro si potrebbe definire “psicologico”. Un velo, ma di un certo peso. E anche questo è caduto, tolto. Sempre da Veltroni, che prima a Vicenza poi a Padova ha ufficialmente preso le distanze dal governo Prodi e dalla variegata maggioranza che lo sosteneva. E infatti lo si sente dire: “la colpa” della distanza tra Nord-est e Pd “è del vecchio centrosinistra”. Ora, dice l’ex sindaco di Roma, l’abbattimento di quelle barriere “non so se si tradurrà subito in un risultato elettorale, ma ciò che importa è che sia caduto”.

11 marzo, data simbolo per i democratici italiani: è il giorno della riconciliazione tra la sinistra riformista e gli imprenditori della locomotiva d’Italia. Certo non è come la caduta del Muro di Berlino, ma dal punto di vista della strategia elettorale veltroniana è un punto molto importante. Messo a segno (guarda caso) a soli due giorni dall’addio alla politica annunciato da Romano Prodi.
Come se, con il Professore fuorigioco, Veltroni si trovasse di colpo con le mani e le parole più libere. Come se ormai avesse trovato il coraggio di osare, di non nasconere più le colpe dell’Unione nel fin qui farraginoso dialogo tra il centrosinistra e gli elettori storicamente attratti da Berlusconi e Bossi: “Nel Nord-est c’è delusione verso la destra, perché le cose non sono cambiate anche se hanno governato per cinque anni. Inoltre c’è stato il nostro cambiamento, con una separazione consensuale della sinistra che permette a tutti di non essere più costretti a mediare”.
Una strategia che finora era stata solo abbozzata dal leader democratico. Un’operazione in crescendo, perseguita giorno dopo giorno. Dalla candidature di Matteo Colaninno in avanti, fino a quella di Massimo Calearo (il “falco” di Federmeccanica, secondo la Sinistra Arcobaleno). E se, sui tabelloni pubblicitari che tappezzano le città, le scritte e gli slogan del Pd sono piuttosto evocativi ma senza impegni concreti (invitano gli elettori a “voltare pagina”, a “uscire dal caos”, a “cambiare l’Italia”), da oggi l’operazione di rimozione, nei confronti del governo precedente e dell’Unione prodiana, appare più incisiva. Parla di “colpe” Veltroni, quasi a liberarsi di un peso, di fronte alla platea (numerosa, “nonostante l’orario e il giorno settimanale”, dice orgoglioso il candidato democratico) dell’auditorium vicentino. Che infatti non contesta, semplicemente ascolta. E resta anche fredda di fronte alla stretta di mano tra il proprio rappresentante Calearo e Paolo Nerozzi, sindacalista della Cgil (entrambi in lista per i democratici).

Unici a protestare: i circa cinquanta dissidenti del presidio “No Dal Molin” che attendono il segretario del Pd all’uscita: “Venduto, venduto”, urlano. Ma si sa: i duri che a mesi si oppongono alla costruzione della nuova base militare sono più vicini alla sinistra radicale. Che Veltroni, con il muro ormai caduto, oggi si è lasciato alle spalle.
Lo aspettano per un aperitivo, dove a brindare alla svolta veltroniana, di imprenditori non se ne sono visti tanti.

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