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Nel 1929, durante la Grande crisi che colpì l’America, la stella di Al Capone, il più famoso mafioso di tutti i tempi, non si eclissò, anzi. Dal suo quartier generale, l’hotel Lexington di Chicago, vide crescere i suoi affari e la sua fama: da una parte offriva, nei propri ristoranti, pasti caldi ai bisognosi, impoveriti dalla recessione, dall’altra incrementava gli affari illeciti. Ottant’anni dopo tocca ai suoi eredi, le mafie di tutto il mondo, arricchirsi entrando con valigie colme di denaro nei mercati sull’orlo del crac. In particolare nel mondo dell’impresa e nel settore creditizio. Un problema che non risparmia l’Italia.
Nelle scorse settimane il procuratore nazionale antimafia Piero Grasso ha inviato una relazione al Parlamento, intitolata “L’infiltrazione mafiosa nell’economia legale e l’attuale fase di recessione economica”. Per il magistrato l’espansione degli affari della criminalità organizzara prende il via dalla sua “permanente, enorme, illimitata liquidità finanziaria”. Un patrimonio accumulato in gran parte grazie al narcotraffico, un business che non conosce crisi. A questi denari vanno aggiunti quelli derivanti dalle estorsioni, molti milioni di euro che ogni giorno, ricorda la Confesercenti, passano dalle tasche di commercianti e imprenditori a quelle dei boss. Ben diversa la realtà dell’economia legale, dove, sottolinea la Direzione nazionale antimafia (Dna), le banche “non sono disponibili a concedere mutui né alle imprese né ai privati”.
Conseguenza? “Il ricorso a prestiti usurari”, al sistema creditizio abusivo gestito dalla criminalità organizzata. Nel 2008, in Italia, ci sono stati 956 procedimenti per usura con 4.809 indagati. In una recente relazione dello Scico (il Servizio centrale di investigazione sulla criminalità organizzata della Guardia di finanza) si legge che “per le associazioni mafiose l’interesse usurario (…) è quasi sempre strumentale all’acquisizione delle imprese e si configura come canale di riciclaggio di proventi di altre attività illegali”.
Saldi e concorrenza sleale
La recessione favorisce il ricorso a denaro di dubbia provenienza. Anche al Nord. “Certe aziende” denuncia Gian Gaetano Bellavia, consulente di numerose procure e responsabile del servizio antiriciclaggio dell’ordine dei commercialisti di Milano, “non si preoccupano di chi si nasconda dietro le finanziarie lussemburghesi, olandesi o inglesi, possedute da holding domiciliate nei paradisi dove è garantito l’anonimato societario, e che, attraverso banche svizzere, immettono denaro fresco nelle loro casse”. Aumenti di capitale che permettono alle cosche, come evidenzia anche la Dna, di diventare, con il tempo, soci di maggioranza di aziende “pulite”.
Che l’imprenditoria mafiosa sia in espansione lo confermano i dati dell’ufficio del commissario straordinario del governo per la gestione e la destinazione dei beni confiscati: in Italia nel 2008 sono passate definitivamente allo Stato 1.139 imprese (161 in Lombardia, superata in questa classifica solo da Sicilia e Campania). Un dato che racconta l’infiltrazione della criminalità organizzata nel libero mercato. “Purtroppo, quando vengono sequestrate e riemergono dall’illegalità gran parte di queste aziende non sono in grado di camminare sulle loro gambe” nota Antonio Maruccia, magistrato e commissario per i beni confiscati. Infatti le cosche non sottostanno alle regole dei concorrenti. Non pagano tasse e ritenute, né contributi per la manodopera, per lo più straniera, intimidita e vessata. Una gestione che prevede quasi solo utili. Anche se difficilmente i boss imprenditori presentano bilanci.
Chi lo fa, magari per partecipare a gare pubbliche, in realtà continua a evadere il fisco. “Il problema è che in Italia i controlli non funzionano e i padrini lo sanno” sottolinea Bellavia. Per questo tengono in piedi le società per 3 o 4 anni, prima di essere scoperti dall’anagrafe tributaria. A quel punto hanno già trasferito le commesse a imprese collegate e messo in liquidazione le proprie.
“Le sedi legali vengono trasferite al Sud, i liquidatori solitamente sono vecchietti o pregiudicati, persone per cui un’accusa di bancarotta è meno traumatica. La documentazione contabile viene fatta sparire e le esecuzioni fallimentari sono praticamente impossibili o inutili”. Non basta. Per far crescere i profitti le imprese delle cosche ricorrono alle false fatturazioni, mettendo in conto uscite inesistenti. Carte intestate fasulle, partite iva di soggetti ignari, consulenti e collaboratori fantasma, un labirinto di documenti falsi in cui spesso la burocrazia non si addentra. Il tutto indicando importi inferiori a quelli che farebbero scattare i controlli antimafia.
Oltre a questi sistemi i padrini utilizzano pure tradizionali metodi come l’intimidazione, anche al Nord. L’ultimo esempio arriva da Cologno Monzese (Milano): qui il calabrese Marcello Paparo, 45 anni, arrestato nei giorni scorsi, era riuscito a entrare con il suo consorzio di cooperative (trasporti, movimento terra e facchinaggio le principali attività) nei cantieri dell’alta velocità e della A4. Un obiettivo raggiunto a colpi di pistola, per ammorbidire sindacalisti e concorrenti. Motivo per cui il pm milanese Mario Venditti lo ha accusato anche di concorrenza sleale. Un reato che sta piegando gli imprenditori onesti.
Scatole vuote per grandi appalti
L’Autorità per la vigilanza sui contratti pubblici di lavori, servizi e forniture ha stilato una mappa sull’assegnazione degli appalti. Al Sud il 90 per cento delle aziende che si aggiudica le gare è meridionale. Praticamente impossibile, per usare un termine calcistico, vincere fuori casa. Il coefficiente di impermeabilità del mercato scende nel Nord-Est (85 per cento), Isole (80,5) e Nord-Ovest (78,1). Il Centro, dalla Toscana al Lazio, è più aperto: qui “solo” il 71 per cento degli appalti finisce a imprese locali. Chi vince la classifica degli affari in trasferta? Ancora una volta le aziende del Mezzogiorno, che ottengono commesse soprattutto in Centro Italia (20,5 per cento). Uno scenario che rischia di essere superato da un mercato sempre più magmatico e intossicato.
“Le ultime indagini rivelano che aumentano le aziende del Nord che vanno a lavorare al Sud” sottolinea il tenente colonnello Daniele Galimberti del servizio centrale del Raggruppamento operativo speciale (Ros) dei carabinieri. “Ma se una volta la spiegazione era la specializzazione, ora è la cooptazione da parte di gruppi meridionali”. Il fenomeno, molto diffuso, spesso riguarda società per azioni. “Un’emergenza che stiamo registrando soprattutto nel settore edile e in quello dello smaltimento dei rifiuti” continua Galimberti. In questo quadro la Direzione investigativa antimafia (Dia) sta aumentando i controlli nei grandi cantieri: nella seconda metà del 2008 sono passati da 22 a 25. Le imprese subappaltanti esaminate sono aumentate da 310 a 370, i lavoratori da 1.227 a 1.900. Numeri che possono sembrare insufficienti. “Si tratta di verifiche particolarmente impegnative e per cui servono le autorizzazioni delle prefetture” spiegano alla Dia.
Il mercato in fibrillazione non aiuta i controlli antimafia: variano assetti societari, nomi, ragioni sociali. “Senza contare che è sempre più facile trovare prestanome” continuano alla Dia. In Italia nel 2008 sono nate 410 mila nuove imprese, molte in settori delicati come le costruzioni (65 mila, 12.600 solo in Lombardia, 7 mila in Piemonte, 6.600 in Emilia-Romagna), l’immobiliare (32.600, più di metà nel Settentrione), l’intermediazione monetaria e finanziaria (7.900, quasi un terzo in Lombardia e Lazio). Un mare magnum in cui è facile mimetizzarsi. Anche perché molte di queste società possono restare in sonno per anni. Così, quando serviranno, saranno già radicate nel territorio da conquistare. In particolare al Nord.
Per esempio, nell’inchiesta milanese su Paparo gli inquirenti hanno scoperto un reticolo di cooperative, di cui molte inattive. “Quello delle scatole vuote è un sistema che dobbiamo monitorare” conferma Alberto Cisterna, sostituto procuratore della Direzione nazionale antimafia. “È facile ipotizzare che molte imprese costituite in questi mesi verranno utilizzate per partecipare alle gare delle grandi opere, dalla costruzione del ponte sullo Stretto all’Expo del 2015. Per non parlare dei progetti che le cosche conoscono in anticipo grazie a un capillare lavoro di insider trading”.
Mattone che passione
In tempo di saldi, nello shopping delle cosche non rientrano solo le aziende. In Italia nel 2008 sono stati confiscati 8.446 immobili, tra cui 1.184 appartamenti, 277 case indipendenti, 93 ville, 207 box, nove alberghi e un campo sportivo. Nella sua relazione Grasso scrive: “Diminuiscono i prezzi delle materie prime, degli immobili, i valori dei titoli e delle azioni. È possibile quindi acquistare tali beni a prezzi di svendita”. Quasi contemporaneamente il sindaco di Genova, Marta Vincenzi, ha dichiarato: “La mafia si sta mangiando interi quartieri della città”. Per esempio nei caruggi un siciliano incensurato sta facendo incetta di appartamenti, utilizzati poi come alcove per la prostituzione. “’Ndrangheta e mafia stanno comprando nei vicoli e nelle nostre riviere soprattutto attraverso società immobiliari con base a Milano” spiega Christian Abbondanza, presidente dell’associazione La casa della legalità.
Ai nuovi palazzinari i soldi non fanno difetto. “A settembre, in un comune del Ponente ligure, un personaggio molto discusso, a fronte di una richiesta di 1 milione 200 mila euro di oneri di urbanizzazione, per ottenere una concessione ne ha messi sul piatto 5″. Nel monopoli dei boss non ci sono solo le piazze storiche di Milano, Roma o Torino: in Emilia-Romagna il responsabile della direzione distrettuale antimafia (Dda) di Bologna, Silverio Piro, ha confermato l’allarme lanciato da Roberto Saviano sugli affari della camorra a Parma. E nel Triveneto, a quanto risulta a Panorama, in provincia di Gorizia i carabinieri avrebbero intercettato diverse telefonate di familiari dei fratelli Brusca pronti a riciclare denaro nell’acquisto di ristoranti e alberghi padovani. La Dda cittadina avrebbe aperto un fascicolo.
Finanza mafiosa
Tutti questi investimenti sono resi possibili da una classe di colletti bianchi sempre più qualificata. Un esercito di consulenti ed esperti: nel 2008 sono state indagate per riciclaggio 9.261 persone (nell’ambito di 1.627 procedimenti: 270 a Roma, 237 a Milano e 207 a Napoli) e 3.330 sono state iscritte per “impiego di denaro, beni e utilità di provenienza illecita” (533 procedimenti). Lo scorso anno l’Unità di informazione finanziaria Uif) presso la Banca d’Italia ha ricevuto (in particolare dagli istituti di credito) 13.367 segnalazioni di operazioni finanziarie sospette (una ogni sei riguardava versamenti in contanti); 270 sono state prese in carico dalla Dia per indagini.
I casi di malafinanza sono numerosi. A gennaio, su richiesta della Dda di Palermo, è stato arrestato con l’accusa di riciclaggio un noto avvocato bolognese; pochi mesi prima, nell’ambito della stessa inchiesta, era toccato a un banchiere italosvizzero, membro di un’associazione elvetica impegnata nella lotta al riciclaggio. A fine 2008 la Guardia di finanza milanese ha scoperchiato due finanziarie con sede a Zurigo utilizzate come lavanderie di denaro sporco: dietro a due prestanome locali si nascondeva una cosca crotonese ramificata in Lombardia tra Varese e Ponte Tresa. In estate sono finiti in manette padre e figlio siciliani: acquistavano finanziarie in difficoltà o ne costituivano di nuove per emettere fideiussioni e incassare le provvigioni.
“Queste società abusive o prive dei necessari requisiti spesso fanno da garanti per l’erogazione dei finanziamenti pubblici” avverte il tenente colonnello Gianluca Campana, capo ufficio operazioni del Nucleo speciale di polizia valutaria della Guardia di finanza. Contributi comunitari e nazionali che la criminalità organizzata cerca di intercettare in un momento in cui i governi aprono le borse per contrastare la crisi.
Purtroppo gli enti eroganti (per lo più banche) si accorgono che le fideiussioni sono carta straccia quando ormai i beneficiari sono irrintracciabili. A volte la malafinanza alligna anche dentro ai grandi istituti di credito: a Milano, nel 2008, è stata arrestata la responsabile dell’ufficio fidi di una filiale di una banca italiana accusata di emettere fideiussioni a uomini legati ai clan calabresi senza richiedere le necessarie garanzie. Quello della donna non è certo un caso unico: le indagini, come ha denunciato la Dna, hanno smascherato diversi funzionari di banca infedeli che rifiutano fidi e mutui ai clienti in difficoltà per poi segnalarne i nomi alle cosche.
“In questo momento per gli imprenditori onesti è difficilissimo accedere al credito e non c’è da stupirsi se un’azienda in crisi non guarda la fedina di chi le offre sostegno finanziario” dichiara Claudio De Albertis, presidente dell’Assimpredil Ance, l’associazione territoriale dei costruttori italiani che a settembre ha acquistato diverse pagine sui quotidiani per sollevare la questione. “Il rischio di infiltrazione nel settore edile è acuito sia da motivi contingenti, come i ribassi anomali nelle gare o la lentezza nei pagamenti della pubblica amministrazione, sia da ragioni strutturali, come la frammentazione delle imprese e la loro bassa capitalizzazione”. La possibile soluzione? La propone il pm della Dna Cisterna: “Bisognerebbe istituire una ‘white list’ per le aziende. Chi aderisce deve assicurare di utilizzare metodi legali, una specie di autocertificazione. Ma per chi sgarra punizioni esemplari e la radiazione dal mercato del lavoro legale”.
Regione per Regione, gli immobili e le aziende confiscati alle organizzazioni criminali nel 2008. La Lombardia è terza, dopo Sicilia e Campania.

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Emettono ordinanze contro la prostituzione in strada, l’accattonaggio molesto, gli episodi di vandalismo e la somministrazione di alcol di notte, per evitare le stragi del sabato sera. Sono i cosiddetti sindaci “sceriffi” che, per ripulire i quartieri e le strade delle città, vorrebbero una polizia locale più forte e con maggiori poteri. Guidano soprattutto le amministrazioni del Nord, la maggior parte di centrodestra, ma trovano adepti anche nelle giunte rosse di Emilia Romagna e Toscana. Insomma, anche sotto il Po il modello “Peppone”, tutto casa e partito, è definitivamente superato, lasciando spazio al ben più efficace metodo alla “Gentilini”, l’ex primo cittadino leghista di Treviso precursore degli attuali sindaci sceriffi del Nord. La conferma viene da una ricerca di Anci (Azzociazione nazionale comuni italiani) e Cittalia su 600 ordinanze emesse in 318 comuni in base al decreto Maroni (che dal 5 agosto scorso ha ampliato i poteri dei sindaci), presentata oggi a Novara durante un convegno. Ne emerge un paese spaccato in due: sindaci decisionisti e impegnati in prima persona sul tema della sicurezza al Nord, mentre al Centro Sud resiste ancora il modello tradizionale del sindaco di “Palazzo”, tra scartoffie da firmare e cerimonie da presenziare.
Il 66,7 per cento delle ordinanze comunali sulla sicurezza urbana, secondo la ricerca, è stato emesso da sindaci del Nord Ovest e del Nord Est, rispettivamente il 40,3 per cento e 26,4 per cento. Solo il 6,7 per cento delle ordinanze è stato firmato dai sindaci delle Isole, mentre nel Centro sono l’11,7 e nel Sud il 14,9 per cento. Dall’entrata in vigore del decreto Maroni, il tema più regolato dai primi cittadini è stato il divieto della prostituzione in strada (16 per cento), seguito dal divieto di consumo di somministrazione di bevande (13,6 per cento), dal vandalismo (10 per cento) e dall’accattonaggio molesto (8,4 per cento). Secondo l’indagine, la Lombardia è la regione in cui si registra il maggior numero di ordinanze (144 in 82 comuni, pari al 5,3 per cento del totale), mentre il Veneto ha il più alto numero di sindaci sceriffi (l’8,6% dei comuni). Si adeguano anche le regioni “rosse”, Emilia Romagna e Toscana, rispettivamente con il 7,6 per cento e il 7,7 per cento dei comuni. Ricorrono allo strumento delle ordinanze sulla sicurezza sopratutto i sindaci dei comuni medio piccoli: il 24 per cento nei comuni tra i 5 e i 15 mila abitanti, il 28 per cento tra i 15 mila e i 50 mila e l’11 per cento tra i 50 mila e i 100 mila. Solo l’8 per cento delle ordinanze sono state emesse nei comuni con oltre 250 mila abitanti.
E ora i sindaci del Nord chiedono anche più poteri alla polizia locale: secondo un questionario dell’Anci condotto su 109 comuni, tra le priorità d’intervento segnalate dai primi cittadini ci sono il rafforzamento e l’adeguamento tecnico e strumentale della polizia locale (35,9 per cento), gli interventi di riqualificazione urbana e contrasto al degrado (25,2 per cento), la prevenzione sociale e l’educazione alla legalità (24,8 per cento) e il sostegno alle vittime dei reati (14,3 per cento).
LEGGI ANCHE: Zanonato, Pd: “Gli sceriffi nei fumetti stanno con i buoni”
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La Camera vota il via libera al decreto anticrisi, che passa ora all’esame del Senato. Ma nella maggioranza i “nodi” costituiti dei malumori della Lega e dell’atteggiamento di An sulla nascita del nuovo partito del centrodestra continuano ad alimentare qualche tensione.
Il campanello d’allarme è suonato oggi in aula, quando i deputati della Lega si sono astenuti su un ordine del giorno al decreto, presentato dal Pd, costringendo il governo ad incassare una battuta d’arresto. Già ieri dai vertici del Carroccio era arrivato un input ai sindaci leghisti di sforare il patto di stabilità interno in segno di protesta dopo che una deroga speciale era stata concessa nei giorni scorsi al Comune di Roma.
E l’odg riguardava proprio il rispetto del patto di stabilità per gli enti locali, impegnando il governo “a valutare la possibilità di escludere dai saldi utili del patto di stabilità interno degli enti locali i pagamenti concernenti spese per investimenti effettuati nei limiti delle disponibilità di cassa a fronte di impegni regolarmente assunti ai sensi dell’articolo 183 del testo unico degli enti locali”.
Le richieste di fondi vengono però anche dai deputati del Mezzogiorno: l’Mpa di Raffaele Lombardo si è astenuto in aula sul voto finale al decreto anticrisi e Berlusconi ha dovuto far fronte anche ad una lettera firmata da una settantina di deputati meridionali del Pdl che hanno chiesto una maggiore attenzione alle richieste del Mezzogiorno.
In mattinata il premier ha incontrato il reggente di An, Ignazio La Russa, che ha assicurato che il “clima è positivo e non c’è nessun problema”, anche se nell’incontro non si è parlato del futuro congresso del Pdl. A tranquillizzare il governo ci ha pensato poi anche la Lega stessa. Che ha annunciato, per bocca del capogruppo Roberto Cota, il suo sì al decreto anticrisi anche se contiene dei punti su cui c’è disaccordo: “Voteremo sì perché la Lega sostiene il governo e in questo provvedimento ci sono cose importanti anche se ci sono dei punti di disaccordo come la deroga per il Comune di Roma sul patto di stabilità” ha spiegato, difendendo la protesta dei Comuni del nord ai quali non è concessa la stessa deroga. Sulla fibrillazioni nella maggioranza l’esponente del Carroccio sdrammatizza: “È una normale dialettica, è giusto che ci sia”, ma “non possiamo far cadere il governo perché sta facendo un’azione positiva come la riforma sul federalismo fiscale”.
Cerca di getare acqua sul fuoco delle polemiche anche il sindaco di Roma, commentando le proteste dei sindaci leghisti relativamente ai benefici concessi alla Capitale: “Il patto di stabilità per Roma non ha nessuna similitudine con altri comuni italiani. E questo perché una volta scorporato il debito pregresso previsto dal patto di rientro, è come se Roma fosse un nuovo comune”.
Non perdono occasione di rimarcare le tensioni della maggioranza i leader dei partiti di opposizione. Walter Veltroni, parlando in aula a Montecitorio, ha sottolineato che “la maggioranza si è divisa su questioni fondamentali, e lo dimostra il dibattito sui provvedimenti contro la crisi economica ma anche quello in materia di giustizia e Alitalia. “Mercoledì la Camera ha votato per la decima volta la fiducia al governo, un governo che ha varato 30 decreti legge contro i 18 del governo Prodi” ricorda il segretario del Pd “la fiducia è stata messa in presenza di 115 emendamenti, 63 della maggioranza, e 28 dell’opposizione, è evidente che è stata messa per affrontare le divisioni interne alla maggioranza”.
Da parte centrista, Pier Ferdinando Casini cita le divisioni del centrodestra e intervenendo in aula sottolinea che “è chiaro che la litigiosità nella maggioranza aumenta di giorno in giorno, anche se Berlusconi ha fatto finta di credere che il problema fosse risolto con l’uscita dell’Udc dalla maggioranza”.
Anche il giudizio di Confindustria sulle misure messe a punto dai governi europei per far fronte alla crisi economica in atto non è positivo. La necessità, dicono gli industriali, riguarda misure che stabilizzino i mercati, alimentino il credito, sostengano la domanda, migliorino le condizioni strutturali. Per l’assocazione degli industriali, quindi, sono “inadeguate le azioni dei governi perché lente, contenute, incerte, con tensioni e divisioni interne e tra i Paesi”. In particolare gli industriali definiscono “controproducente il tempismo delle decisioni tedesche”.

Meno novemila. In Liguria, per il Pd, i ribassi invernali sono già iniziati. E non recitano cifre confortanti: a tanto ammonterebbe infatti il deficit di tesserati del partito di Walter Veltroni. Prima che Ds e Margherita si sciogliessero, la quota era di 11.500 iscritti (7.500 di proveninenza ex Pds, 4.000 di area cattolica). Oggi, invece, i democratici liguri oscillano intorno a 2.500.
Per il tesseramento, dicono dai vertici regionali del partito, c’è ancora tempo, dato che è “iniziato solo tre mesi fa”. Ma in altre circostanze, e magari senza il polverone che ha investito certi amministratori di area democratica, era prevedibile che i vecchi tesserati dei due partiti si iscrivessero in massa al partito.
Così non è stato. Per i dirigenti democratici è quindi iniziata l’inevitabile riscossa, in pieno clima di shopping natalizio. Dal 13 dicembre, i circoli genovesi del partito resteranno aperti tutta la mattina per favorire le nuove iscrizioni. Costo della tessera? Venti euro: tre quarti va a Roma, un quarto resta in Liguria, sottolinenano i dirgenti.
Una proporzione che forse sta un pò stretta. E forse anche per questo che ieri a Bologna, i segretari regionali di Liguria, Lombardia, Piemonte, Friuli, Veneto, Trentino ed Emilia Romagna hanno varato il “coordinamento delle Regioni del Nord del Pd”, fortemente voluto dal sindaco di Torino Sergio Chiamparino. Obiettivo? Maggiore autonomia, maggiore rappresentativà, maggiore peso nella scelta delle candidature.
Un passo in avanti, che a quanto pare non soddisfa pienamente gli ammministratori che governano città, provincie e regioni settentrionali: “Nel momento in cui si parla di un maggior radicamento del partito nella realtà del territorio” ha commentato il sindaco genovese Marta Vincenzi “sarebbe stato forse più opportuno ascoltare direttamente gli amministratori espressi dal quello stesso territorio”.
Tra un’obiezione e un’altra, restano le cifre di iscritti, finora nient’affatto confortanti. Chissà se il nuovo coordinamento del partito, complice l’atmosfera natailizia, rivitalizzerà una corsa all’iscrizione ancora piuttosto timida e infreddolita.
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È tornata la neve.
Il maltempo sta interessando circa settecento chilometri di autostrade in Piemonte, Liguria e Lombardia e, secondo una nota di Autostrade per l’Italia, i disagi alla limitazione sarebbero per ora limitati. Milano, si è svegliata sotto un manto bianco di circa cinque centimetri. La neve è iniziata a cadere intorno a mezzanotte circa e alle 7 le circonvallazioni erano già intasate dai numerosi automobilisti che hanno deciso di muoversi prima del solito. Sulle strade le auto procedono a passo di marcia. Una trentina gli interventi dei vigili del fuoco, soprattutto per alberi caduti.
Le intense nevicate stanno riguardando più in generale circa 700 chilometri di autostrade in Piemonte, Liguria e Lombardia. La perturbazione sta interessando principalmente la A6 Torino - Savona, la A26 Genova Voltri - Gravellona Toce, la A7 Genova - Serravalle, la A8 Milano - Varese, la A9 Linate - Como Chiasso. Nevica debolmente anche sull’Autostrada del Sole, tra Milano e Parma, sulla A4 Milano - Brescia, sulla A24 Roma-L’Aquila tra Carsoli e Assergi e sulla A25 dall’allacciamento con l’A24 e Avezzano. Si registra inoltre nevischio sulla A10 tra Celle Ligure e Savona e sulla A12 tra l’allacciamento con l’A7 e Genova Nervi. Al momento viene attuato il fermo temporaneo dei mezzi pesanti sulla A6, sulla A7 e sulla A26 , con successivo servizio di “navetta” dei mezzi pesanti da parte dei mezzi sgombraneve. La situazione, in autostrada, appare però abbastanza tranquilla.
E il maltempo sta causando disagi anche in alcuni aeroporti.
Operativi, ma con gli inevitabili disagi causati dalla abbondante nevicata, gli scali milanesi di Linate e Malpensa. La necessità di ripulire continuamente le piste provoca ritardi, ma al momento - assicurano alla Sea - non c’è stata nessuna cancellazione, solo sospensioni e ritardi. Che a Linate - dove quattro voli in arrivo sono stati dirottati su Malpensa - sono più consistenti visto che lo scalo dispone di una sola pista. Più contenuti invece a Malpensa, provvista di due piste che possono funzionare alternativamente. Per fronteggiare l’emergenza, Sea ha messo all’opera una vera e propria task force: oltre 100 uomini e altrettanti mezzi a Linate e 750 uomini e 273 mezzi a Malpensa.
Passeggeri infuriati all’aeroporto torinese di Caselle. A causa della neve, il volo AP6347 diretto a Roma delle 6.45 è stato posticipato perché, secondo il racconto fornito dalla società ai passeggeri, il comandante è bloccato a casa, a San Carlo Canavese, dalla neve.
Ecco le previsioni fino alle 24. Al Nord: cielo molto nuvoloso o coperto con precipitazioni diffuse, a carattere nevoso a quote basse su Piemonte, Valle d’Aosta, Lombardia, Emilia e Trentino-Alto Adige, ma con tendenza ad aumento della quota neve. Dal primo pomeriggio le precipitazioni si intensificheranno sulle regioni di nord-est risultando più abbondanti su Veneto e Friuli-Venezia Giulia. Al Centro e sulla Sardegna: molto nuvoloso o coperto con precipitazioni diffuse, a carattere temporalesco sull’isola e sulle regioni tirreniche. Le piogge risulteranno di forte intensità su Toscana e Lazio. Al Sud e sulla Sicilia: molto nuvoloso ovunque con precipitazioni sparse a carattere di rovescio o temporale sul versante tirrenico, più intense su Campania e Calabria dal pomeriggio. Temperature: in diminuzione al nord, in aumento sia nei valori minimi che massimi al centro-sud.

L’allerta - oltre che un invito alla prudenza - l’ha dato la Protezione Civile, al termine di una riunione delle strutture nazionali del Dipartimento dedicata a organizzare gli interventi. E infatti: dalla mattina c’è una coperta di neve su tutto il nord Italia.
I bollettini fotografano un settentrione che si è svegliato sotto una coltre bianca. Spargisale e spazzaneve non sono riusciti a limitare i disagi. Si registrano due incidenti stradali dovuti a maltempo e precipitazioni. Un camionista è morto nel cremonese e una ragazza ha perso la vita, sempre in un incidente automobilistico, nell’entroterra ligure. Grandi disagi anche su tutta la rete autostradale, 500 chilometri di carreggiata sono coperti da diversi centimetri di neve. Sono due invece i morti e due i feriti gravi questa mattina sulla bretella che congiunge Caltanissetta con l’autostrada Palermo-Catania: probabilmente a causa di una raffica di vento, un furgone cassonato con quattro persone a bordo, tutte di Favara, nell’agrigentino, è uscito fuori strada cadendo dal viadotto Imera.
Anche per questo da Autostrade per l’Italia arriva l’invito agli automobilisti e gli autotrasportatori a mantenersi costantemente informati sulle condizioni meteo e di viabilità, prima di intraprendere il viaggio e a considerare tempi di percorrenza maggiori per la ridotta capacità della infrastruttura a causa dell’operatività dei mezzi spazzaneve. È importante, per la sicurezza propria ed altrui, controllare le condizioni di manutenzione del veicolo che deve essere dotato di pneumatici invernali o portare a bordo catene da neve.
Per informazioni in tempo reale è possibile chiamare il Centro Multimediale di Autostrade per l’Italia al numero 840.04.21.21, oppure consultare il sito di Autostrade o chiamare il numero verde CCISS 1518.
Il Centro nazionale per la viabilità è riunito al Servizio Polizia Stradale del ministero dell’Interno e tiene sotto controllo la situazione. Nevica in maniera più consistente sulla A26 Genova Voltri Gravellona Toce, sulla A7 Serravalle Genova e sulla A6 Torino Savona. Si consiglia di mettersi in viaggio su queste tratte solo se strettamente necessario con catene a bordo o pneumatici da neve. Il traffico pesante dall’autostrada A/26 è stato dirottato sull’A/7 Milano-Genova all’altezza di Genova e a Predosa-Bettole. Sull’A/15 Parma La Spezia è interdetto il transito ai mezzi pesanti superiori a 7,5 t tra Parma Ovest ed Aulla. Sono in atto le operazioni di filtraggio da parte della Polizia Stradale in autostrada e dall’Arma dei Carabinieri sulla viabilità ordinaria.
Pioggia e venti forti stanno provocando problemi in gran parte delle Sicilia. A causa di un forte vento di scirocco che imperversa sulle isole Eolie, sono saltati i collegamenti via mare a causa del moto ondoso che ha raggiunto forza 7. A causa del forte vento sono rimasti fermi la notte scorsa a Porto Empedocle e Trapani i traghetti per Lampedusa e Pantelleria. Fermi anche i collegamenti con le Egadi. Sulla terraferma, il vento di scirocco ha fatto cadere cornicioni di abitazioni pericolanti a Palermo, ma anche cartelloni pubblicitari e ha alimentato incendi.
Sono stati sospesi tutti i collegamenti veloci con le isole di Ischia e Procida per Napoli, per il forte vento di scirocco che imperversa al momento sulle isole del Golfo. L’unico aliscafo partito in mattinata è stato quello della Caremar delle 8,50. Sospesi i collegamenti traghetto delle società “Gestur” e “Procidaline 2000″ che collegano Procida con Pozzuoli e viceversa. Regolari i collegamenti della compagnia pubblica Caremar. Viaggiano, ma con ritardo, le navi traghetto che collegano Ischia con Napoli e Pozzuoli. Dalla Guardia Costiera di Ischia si apprende che le condizioni meteo nella giornata di oggi sono date in progressivo peggioramento con previsioni di burrasca.
È emergenza nel sud Sardegna, in particolare in Marmilla, e in Ogliastra per le abbondanti piogge e la bufera di vento abbattutesi nella notte sull’isola. Nelle prime ore della mattina il servizio regionale della Protezione civile ha dichiarato lo stato d’emergenza a Turri, Villamar, Furtei, Sanluri, San Gavino, Siliqua, Vallermosa, Serrenti, Las Plassas, Barumini, Orosei, Galtelli’, Onifai, Tortoli’, Lanusei e Urzulei. Ma situazioni pesanti si registrano anche a Segariu, uno dei centri piu’ colpiti dall’alluvione del 4 novembre scorso.
Inoltre, i vigili del fuoco sono alle prese con decine di chiamate di soccorso per allagamenti, caduta di alberi e cornicioni pericolanti in tutta la provincia, in particolare nel Sulcis-Iglesiente. Mareggiate hanno provocato danni anche a Flumini di Quartu e a Frutti d’oro, centro residenziale vicino a Capoterra gia’ pesantemente provato dall’alluvione del 22 ottobre scorso. Non trovano conferma per ora voci sull’esistenza di dispersi.
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Il governo ha fretta e la scuola non può attendere: ecco perché l’esecutivo abbia voluto mettere la fiducia (la sesta della legislatura) sul decreto legge di riforma del sistema scolastico. Si parte questa sera (intorno alle 19.00), poi giovedì le dichiarazioni e il voto finale. Quindi il testo passerà al Senato.
Alle proteste dell’opposizione che accusa il governo di “arroganza e sfascismo” risponde il ministro Mariastella Gelmini. “I tempi sono stretti e l’opposizione non è interessata ad un confronto nel merito ma soltanto a fare ostruzionismo” spiega il ministro. “I presupposti dell’urgenza ci sono tutti: l’emergenza sul fronte del bullismo, l’introduzione del voto in condotta e il ritorno nelle aule dell’educazione civica. Tutti provvedimenti urgenti”. E che il Paese non possa più aspettare è stato più volte ribadito anche dal premier, Silvio Berlusconi.
Il pacchetto scuola del ministro Mariastella Gelmini - dal maestro unico alla non sostituzione di circa 150 mila insegnanti in tre anni passando per i ritorni al grembiule e al voto in condotta - scade il 31 ottobre. E con l’aria che tira fuori (con le quotidiane proteste davanti a Montecitorio con gli insegnanti che alzano manifesti-santino al ministro Gelmini “Santa ignoranza”) e dentro il palazzo (con l’opposizione che ha presentato una valanga di emendamenti e ha parlato di arroganza ed esproprio delle prerogative del Parlamento) meglio accelerare i tempi.
Il provvedimento, presentato dal ministro dell’Istruzione a fine agosto, tra le principali novità, oltre all’abolizione del team di docenti nella scuola primaria, introduce la valutazione della condotta ai fini del giudizio finale sullo studente, il ritorno dei voti, la sperimentazione dell’insegnamento di educazione civica (”Cittadinanza e Costituzione”), la disposizione che i testi scolastici “durino” almeno cinque anni (salvo che per la pubblicazione di eventuali appendici di aggiornamento) evitando così continue riedizioni spesso inutili (soprattutto per alcune materie) e certamente onerose per le famiglie. Il provvedimento, fortemente contestato dall’opposizione, dai sindacati e anche da studenti e genitori, soprattutto per il timore che il ritorno del maestro unico si tradurrà, di fatto, in una riduzione del tempo pieno, ha subito alcune “correzioni” durante l’iter parlamentare, ma nella sostanza è rimasto immutato e dunque alle elementari, dal prossimo anno scolastico, gradualmente (si comincia con le prime classi), ci sarà un solo docente, seppure affiancato dagli insegnanti di religione e di inglese. E per le ore di insegnamento aggiuntive rispetto all’orario d’obbligo di insegnamento è previsto che si possa attingere, per l’anno 2009, dai bilanci dei singoli istituti scolastici. Rispetto al testo iniziale è stata eliminata la bocciatura alle elementari per una sola insufficienza: nel testo approvato, infatti, si precisa che “nella scuola primaria i docenti, con decisione assunta all’unanimità, possono non ammettere l’alunno alla classe successiva solo in casi eccezionali e comprovati da specifica motivazione”.
Canta vittoria anche la Lega Nord. Nel testo originario del ministro Gelmini si prevedevano graduatorie provinciali per l’immissione in ruolo degli insegnanti delle elementari. Era stata apportata una modifica con il maxiemendamento che disponeva graduatorie nazionali. Il che avrebbe potuto consentire un accesso più facile dei candidati del sud nelle aree del nord. Ipotesi niente affatto gradita a Umberto Bossi. Così nella stesura finale si è tornati alle graduatorie provinciali. Resta invece immutato il salvataggio dei circa 11mila dell’ultimo corso delle scuole di specializzazione.
Un’altra novità è il vincolo imposto dal ministro Tremonti sui fondi che verranno destinati all’edilizia scolastica e alla messa in sicurezza di tutti gli istituti: l’ultima parola spetterà sempre e comunque al ministero dell’Economia.
Per il resto, l’impianto del piano Gelmini è quello noto: torna il voto in decimi per l’esame di terza media (archiviando i giudizi - sufficiente, buono, distinto, ottimo - con i quali finora si concludeva il percorso di studi): “l’esito dell’esame conclusivo del primo ciclo è espresso con valutazione complessiva in decimi e illustrato con una certificazione analitica dei traguardi di competenza e del livello globale di maturazione raggiunti dall’alunno”. Si introduce l’impegno a tener conto, nella valutazione del rendimento scolastico, dei disturbi specifici di apprendimento e delle disabilità degli alunni. È stata anche introdotta una norma che salvaguarda le aspettative di alcune categorie di docenti, come, ad esempio, gli abilitati Siss (Scuole di specializzazione per l’insegnamento secondario) del nono ciclo, attualmente esclusi dalle graduatorie a esaurimento. Come anticipato dal ministro Gelmini nei giorni scorsi vengono, infine, destinate risorse (una cifra che dovrebbe aggirarsi intorno ai 20 mln di euro) all’edilizia scolastica. È stato inserito, infatti, un articolo (il 7 bis) relativo proprio ai provvedimenti per la sicurezza delle scuole.
È l’ora. È venuto il momento di attuare il federalismo fiscale. A dirlo è il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano durante un convegno, a Palazzo Ducale a Venezia, sul futuro della Costituzione. Le posizioni sono ancora distanti ma, aggiunge il capo dello Stato, non sono inconciliabili. È possibile giungere a soluzioni “largamente condivise” se si procederà con accortezza e reciproca attenzione, “senza nervosismi e forzature, con gradualità”, senza mettere in discussione l’unità nazionale e la solidarietà fra regioni. È un discorso di ampio respiro quello che il presidente ha fatto oggi in visita nel capoluogo del Veneto che scalpita per attuare il federalismo e per disporre di una quota maggiore delle risorse che produce sul territorio. È un discorso rispettoso di queste esigenze, ma anche un richiamo a vincoli non superabili. La Carta del ‘48, dice il presidente della Repubblica, “non è un’icona” del passato a cui rendere retorici omaggi “a fior di labbra”, “è qualcosa di vivo e ha un futuro”. Resta “una tavola di valori e di principi, di diritti e di doveri, di regole e di equilibri”, una bussola per orientarci nelle scelte di oggi.
È un punto fermo a cui dobbiamo ancorarci di fronte a “un pericolo di disorientamento della comunità nazionale per l’indebolirsi della sua coesione e del suo tessuto civile”. Quella Carta fu scritta con lungimiranza, conteneva in nuce già il principio di una ampia articolazione autonomistica che oggi può essere interpretata con il federalismo. Ma è chiaro che essa sancisce “l’unità e indivisibilità della Repubblica come valore storico e principio regolatore fondamentale di certo non negoziabile”. Napolitano respinge anche le critiche che sono state rivolte ai privilegi delle cinque regioni a Statuto Speciale. L’Italia, ricorda era stata tagliata in due e c’erano “insidie separatiste e delicati contenziosi internazionali”, perciò quegli statuti furono approvati per rafforzare l’unitarietà, anche se poi lo abbiamo dimenticato. Quella carta sancisce anche il dovere della solidarietà, di colmare il divario fra Nord e Sud, che finché persiste “denuncia la storica incompiutezza dell’unificazione nazionale” e richiede di “combattere chiusure ed egoismi nelle regioni più sviluppate”.
A loro volta, però, le Regioni del Mezzogiorno non possono chiedere sconti rispetto al dovere e alla responsabilità di fare un uso economico corretto delle risorse pubbliche. La Costituzione non è perfetta, aggiunge Napolitano, e naturalmente non è intoccabile, e infatti ha avuto 38 modifiche. Ma sarebbe “velleitario e dannoso” puntare a una sua riforma globale, “si correrebbe il rischio di nuove defatiganti e inconcludenti progettazioni”, dice evocando i fallimenti delle Bicamerali. Invece alcune riforme “mirate” sono possibili e anche auspicabili: per attuare il federalismo, per superare il bicameralismo perfetto, per istituire una Camera delle Regioni. Napolitano mette fuori dall’agenda anche il superamento della forma di governo parlamentare. Non ci sono state riforme che lo mettono in discussione.
Semmai, consiglia, facciamo quel che la Costituente non riuscì a fare: tuteliamo “con dispositivi costituzionali idonei le esigenze di stabilità del governo, una questione che è rimasta aperta” e che andrebbe affrontata per quel che è.