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Immigrati a Novara: niente firme, niente moschea

Musulmani in preghiera a Milano
Se volete una moschea, firmate le nostre leggi. L’ultima conquista della comunità islamica di Novara è stata ottenuta grazie a un patto firmato dai musulmani della città: dieci promesse al Comune e allo Stato italiano. Fra queste il rispetto della Costituzione, il sì all’ingresso della polizia per eventuali controlli, il pari trattamento per uomini e donne, il rispetto del Codice della strada…
Il centro islamico di Novara adesso si trova nel cuore del quartiere di Sant’Agabio: 4 mila stranieri su 10 mila abitanti. Ma lì la moschea non può più rimanere e i musulmani hanno chiesto di spostarsi in un capannone alla periferia della città.
Il comune ha autorizzato con il solo vincolo di firmare le dieci promesse. «Il decalogo nasce dall’esigenza di creare un percorso non ambiguo d’integrazione» afferma Massimo Giordano, sindaco (leghista) di Novara. «I musulmani si sono impegnati ufficialmente ed è loro interesse mantenere la parola perché, altrimenti, perderebbero il consenso della città».
Il patto sembra accettato da tutti. Poi sulle conseguenze concrete le cose cambiano. «La polizia? No, non può entrare, la moschea è un luogo sacro, che aspettino fuori per controllarci» dicono i musulmani a Novara.
Sulla regola che impone l’uguaglianza fra i sessi i musulmani di Novara sono categorici. «Le donne le rispettiamo» dice Ibrahim, 55 anni, in compagnia di amici in un negozio di alimentari. Guarda una donna, indossa un chador e stringe a sé un bimbo. «Come stai?» le domanda. «Benissimo» risponde la signora. Poi sorride timida prima di voltarsi e andare via. Mohammed è poco lontano dal negozio, ha una moglie e un figlio di 3 anni a casa. Se sua moglie volesse lavorare? «No» risponde «se no a casa chi ci resta? Mia moglie non può lavorare».
Le donne qui sono apparizioni. Veli che camminano silenziosi: escono dalle auto per infilarsi in un portone o fare compagnia agli uomini, sedute in disparte nei negozi gestiti dai mariti. Non siedono al bar, né si fermano per strada a chiacchierare. Anche nella moschea non ci sono donne: un musulmano spiega che non possono pregare con gli uomini perché potrebbero farli distrarre. Dunque mentre i mariti sono nel salone le mogli pregano in uno stanzino ricavato con due mura in un angolo dello stesso ambiente.
Nel gruppo che esce dalla preghiera c’è un ragazzo molto più giovane degli altri. È nato in Congo e si ferma volentieri a parlare. «Il decalogo? Noi la legge la rispettiamo».
Fra quelle dieci regole c’è anche la richiesta di condanna del terrorismo. E a questo ragazzo, che si chiama Arafat, i combattenti palestinesi piacciono. «Io non sono un terrorista» afferma «ma ogni cosa che fa Hamas è giusta».

Guarda il video girato alla moschea di Novara

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