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Abitanti dell'isola danno un aiuto alle famiglie di immigrati arrivate dalla Libia e sbarcate a Linosa, il 28 marzo 2011 (ANSA / FILIPPO VENEZIA)
Ci sono posti di lavoro per gli immigrati in Italia? Dall’esecutivo, questa volta, arrivano due risposte di segno opposto: una positiva (i ministri del PdL Tremonti e Sacconi), l’altra negativa (il leghista Maroni). Chi ha ragione? Continua
- Tags: aziende, banche, Bce, crisi, Fed, impresa, lavoratori, lavoro, Mario-Draghi, occupazione, Ocse, opinioni, previsioni
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“La crisi sta finendo, un anno se ne va”. Non fosse un tema serio e serioso si potrebbe dirla così, l’attuale congiuntura economica, parafrasando i Righeira, icone pop dell’Italia anni ‘80.
Il problema è che sulla crisi - se sia passata o no; se sia alle spalle o ci si debba aspettare un colpo di coda - le opinioni di esperti, economisti e politici si sprecano. E cozzano, le une contro le altre. E basta dare uno sguardo alla stampa (cartacea e digitale) di questi ultimi 10 giorni, per rendersene conto.
Ad Axel Weber, presidente della Bundesbank e consigliere della Bce, che sostiene in un’intervista a Sueddeutsche Zeitung, come - alla luce dei dati sul Pil tedesco in ripresa - sia troppo presto per dire che la crisi è finita (”Voglio mettere in guardia dalle affermazioni secondo le quali la crisi è finita. Sono affermazioni ora premature” ha detto Weber), fanno da contraltare proprio le ottimistiche previsioni dell’ultimo bollettino della solitamente abbottonatissima Banca centrale europea, che parla di “punto di svolta della recessione”, di una contrazione dell’economia che sta “chiaramente diminuendo”, lasciando intravvedere “tassi di crescita trimestrali di segno positivo” già a partire dal prossimo anno.
È il linguaggio della speranza ritrovata. Lo stesso usato una decina di giorni fa da Barack Obama quando parlava di “inizio della fine” della crisi e poi ripreso dal riconfermato numero uno della Federal Reserve, Ben Bernanke: “Dopo la pesante contrazione degli ultimi anni, l’attività economica sembra migliorare, sia negli Stati Uniti sia all’estero; e le prospettive di un ritorno alla crescita nel breve termine sono buone”. Parole che hanno impresso una robusta spinta ai mercati finanziari, in particolare a Wall Street, che ha toccato i record del 2009. Anche se il recupero non sarà rapido, spiegava Bernanke davanti al “gotha” dei banchieri centrali, economisti e uomini di mercato riuniti nel simposio organizzato dalla Fed di Kansas City, e coordinato dal governatore di Bankitalia Mario Draghi. Anzi, nella fase iniziale sarà “relativamente lento, con un tasso di disoccupazione che calerà solo gradualmente rispetto ai livelli attuali”.
Già Mario Draghi, governatore di Bakitalia. Lui al Meeting di Rimini mercoledì 26 ha sfoggiato il suo ottimismo sulla ripresa che verrà (già nel 2010); mentre Nouriel Roubini - l’economista che, per primo e “in solitaria” aveva previsto la crisi economica globale - invece teme la cosiddetta “W”, ovvero un nuovo avvitamento dell’economia, malgrado i timidi segnali positivi all’orizzonte. Per l’economista dell’Università di New York, come riportato da un articolo del Financila Times, il mondo è spaccato in due: in Australia, Francia, Germania, Giappone, Cina, Brasile, India e in altri paesi asiatici e dell’America latina, “la ripresa è già iniziata”. In altri, quali Stati Uniti, Gran Bretagna, Spagna e Italia e nei paesi emergenti dell’Europa è di là da venire. Per Roubini si prospetta un periodo di crescita globale “anemica”, il rimbalzo del Pil in alcuni paesi è in gran parte legato “alla ricostituzione delle scorte” che erano scese a livelli minimi a causa della caduta della produzione industriale. Ma è difficile immaginare una ripresa duratura in presenza “del calo dell’occupazione, una cattiva notizia per la domanda”.
Oggi le previsioni di questo studioso sono naturalmente analizzate al microscopio, ed è per questo che il suo ultimo intervento non è passato inosservato: “Una volta superato l’effetto benefico innescato dai piani di rilamcio”, sostiene Roubini, “i governi non avranno altra scelta che indebolire la ripresa, tagliando le spese, oppure lasciando crescere il debito pubblico”. Roubini prevede inoltre una fiammata del prezzo del petrolio che taglierà le gambe ad ogni attività e quindi “la caduta”, dice, “sarà inevitabile”.
Anche per il governatore Draghi, c’è ancora qualche rischio da superare. Ma la crisi economica e finanziaria che ha colpito l’economia mondiale negli scorsi due anni “sta gradualmente rientrando, ma sulla tenuta dei segnali congiunturali pesano tuttavia ancora forti incertezze”. Secondo il numero uno di via Nazionale quindi “i rischi di implosione del sistema finanziario mondiale sono scongiurati e la sensazione prevalente a livello internazionale è che il peggio sia passato”. Per Draghi “Secondo stime largamente condivise, nella media del 2009 la caduta del pil rispetto all’anno precedente, risulterà in Italia intorno al 5%. Nel prossimo anno, il graduale recupero della domanda mondiale potrebbe consentire all’economia italiana di tornare a crescere sia pure di poco” analizza Draghi nel suo intervento al convegno “Una strada per l’Italia” organizzato al meeting di Comunione e Liberazione. Draghi ha poi osservato come “a frenare la recessione in Italia hanno contribuito, oltre che l’intonazione fortemente espansiva della politica monetaria e le altre misure apportate dalla Bce, gli interventi del governo in favore delle imprese e dei lavoratori. Sono state sbloccate e meglio allocate risorse per circa 25 miliardi nel 2009-2011“.
Lavoratori occupati che invece, per Pier Carlo Padoan, economista e vicesegretario generale dell’Ocse di Parigi, intervistato da L’Unità , continueranno a diminuire di numero. L’ultimo rapporto Ocse sul nostro Paese risale a un paio di mesi fa: molte le ombre, ma anche qualche luce. Per esempio la possibilità di uscire dal tunnel grazie a un sistema bancario più al riparo degli altri dal grande tsunami dei subprime. Eppure “Siamo preoccupati per l’Italia, come per tutti i Paesi dell’area Ocse, del fatto che gli effetti negativi della crisi sulla disoccupazione si debbano ancora manifestare in pieno“, dice Padoan, perché “L’esperienza storica dimostra che, quando ci sono delle recessioni, anche se il reddito riprende a crescere, la disoccupazione continua ad aumentare. È un dato costante. Per questo ci aspettiamo un aumento della disoccupazione l’anno prossimo”.
Appunto, l’anno prossimo. È la data a cui si aggrappa Jean-Paul Fitoussi, il più noto economista di Francia, presidente dell’Osservatorio francese delle Congiunture economiche. Al Messaggero dice di sperare nel 2010, ma non per annunciare la ripresa, bensì per poter approcciare una prima analisi su “questa crisi, che è la peggiore che abbiamo mai conosciuto. Non mi vergogno ad affermare che probabilmente ci capiremo davvero qualcosa tra una decina d’anni. Attenzione dunque a non abbassare la guardia troppo presto”.

Fino a mezzo milione di posti di lavoro a rischio nel 2009 per effetto della crisi. È questa la prospettiva contenuta nel Rapporto sul mercato del lavoro (qui il .pdf) del Cnel (Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro, presieduto da Antonio Marzano) riferita all’ipotesi peggiore per i prossimi mesi, quando “la disoccupazione continuerà ad aumentare e il ricorso agli ammortizzatori sociali sarà ancora significativo”.
Disoccupazione: a fine anno poco al di sotto del 9%
In particolare, il rapporto messo a punto dalla commissione dell’informazione, indica la stima che nell’anno possa esserci una perdita di posti di lavoro tra le 350mila e le 540mila unità se misurati in forze di lavoro e tra le 620mila e le 820mila in termini di Ula (Unità lavorative annue). Quanto ai disoccupati, potrebbero aumentare in una forchetta che oscilla tra le 270mila e 460mila unità .
La disoccupazione continuerà ad aumentare e il ricorso agli ammortizzatori sociali sarà ancora significativo. Il ricorso alla cassa integrazione nell’ultimo bimestre ha registrato un rallentamento ma resta su livelli assoluti molto elevati a testimoniare della profondità della crisi.
Del resto, evidenzia il rapporto, tutti i maggiori istituti di previsione internazionali concordano nel ritenere che il 2010, pure in presenza di una ripresa del Pil, sarà un anno difficile sul fronte dell’occupazione, con disoccupazione in aumento. Il mercato del lavoro italiano, ragiona il Cnel, sta attraversando una fase difficile. La caduta dell’occupazione registratasi negli Stati Uniti e in molti paesi europei è stata in Italia, fino ad oggi, meno drammatica.
Il 2008 si è concluso ancora con un bilancio positivo: sono stati creati poco meno di 200mila posti di lavoro. Il mercato del lavoro italiano ha continuato, dunque, a produrre opportunità di lavoro. Restiamo, tuttavia, avverte il Cnel, lontani dagli obiettivi di Lisbona 2010, che non saremo in grado di raggiungere soprattutto per gli insufficienti progressi in campo di occupazione femminile e popolazione over-55 nonché per il divario territoriale ancora pesante tra nord e sud.
Flessioni più consistenti nel Mezzogiorno. Più disoccupati tra le donne
Citando i dati dell’Istat, il rapporto sul mercato del lavoro dipinge un quadro a tinte fosche per quanto concerne l’occupazione in Italia: “il mercato del lavoro italiano nel primo trimestre 2009 inizia a mostrare i primi importanti effetti della crisi economica. L’Istat registra infatti una riduzione complessiva dell’occupazione (pari a 204 mila lavoratori in meno su base annua) e un aumento del tasso di disoccupazione, che in questo primo trimestre dell’anno raggiunge il 7,9 per cento.
Per la prima volta dopo 14 anni l’occupazione in Italia ha dunque cessato di crescere, con flessioni più consistenti nel Mezzogiorno (dove si sono concentrate oltre il 50 per cento delle perdite), ma senza risparmiare anche le altre aree del Paese”.
L’aumento della disoccupazione potrebbe interessare principalmente le donne, già fortemente penalizzate nel mercato del lavoro in Italia. Il rapporto del Cnel ipotizza un 10% di disoccupazione femminile per il 2009 a fronte del già alto 8,5% dello scorso anno. Meno marcato l’incremento del numero di disoccupati sul fronte maschile: il tasso dovrebbe infatti passare dai 5,5 punti percentuali del 2008 al 7,1% previsto per la fine dell’anno in corso.

Segnali di ripresa dal mondo
Oltre ai dati negativi, nel rapporto del Cnel, si apre comunque anche qualche spiraglio positivo: “Siamo in una fase di forte difficoltà e di grande incertezza” ma, tuttavia, la crisi internazionale “sembra mostrare alcuni segnali di attenuazione. Vi sono, a livello mondiale, indicatori che appaiono rivelare una ripresa, sia pure lieve, dell’attività economica. È probabile, dunque, che il punto più basso della recessione sia stato superato”.
Cruciali, secondo il Cnel, “nel determinare le caratteristiche e l’intensità della ripresa saranno gli ultimi mesi del 2009 e i primi del 2010″. Per questo motivo “è importante che vi sia piena consapevolezza del fatto che nei prossimi mesi potrebbero rendersi necessari ulteriori interventi per estendere e rendere ancora più flessibili i sostegni al reddito”.
“I risultati ottenuti dall’attuale sistema di ammortizzatori sociali (così come è stato rafforzato per il biennio) non eliminano la necessità di una riforma del sistema -di cui si parla dal 1997- ma ne possono consentire una discussione più equilibrata e più completa”. Cominciando, sostiene il Cnel, da alcuni elementi determinanti:
a) le condizioni di accesso ai sostegni al reddito e le compatibilità di un livello di carattere universale con i costi in termini di sostenibilità finanziaria;
b) il rafforzamento delle azioni di formazione e di orientamento, ancora oggi troppo slegate dai bisogni reali del mercato del lavoro, se si vuole riorientare il sentiero di sviluppo dell’economia italiana sui cosiddetti green jobs o su i white jobs (lavori legati ai servizi socio-sanitario-assistenziali alla persona o alle famiglie);
c) quale sistema di tutele e sostegni al reddito può essere possibile per il lavoro indipendente, la vittima più significativa di questa crisi. E questo è per il sistema produttivo italiano una perdita di grande rilevanza, che deve essere quantomeno attenuata.
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Per il 2008, vince Aosta: è la città dove si vive meglio in Italia.
Almeno stando alla classifica annuale sulla Qualità della vita realizzata dal Sole 24 Ore, che premia le piccole realtà cittadine come Trento, Belluno, Bolzano, declassa le metropoli (sia Roma sia Milano perdono quota) e boccia molte località del Meridione. Fanalino di coda risulta quest’anno Caltanissetta.
Ma a vincere in questa classifica sono soprattutto Nord e Centro Italia, che battono alla grande le città del Sud. Soltanto Oristano compare nella parte alta, al 19esimo posto. Per il resto a prevalere sono le località del Nord che occupano i primi posti in graduatoria. Dopo le tre “medaglie” Aosta, Belluno, Bolzano, tutte quante località montane, al quarto posto compare Trento, seguita da Sondrio, Trieste, Siena, Gorizia, Piacenza e Parma, che chiude la top ten.
L’indagine del Sole sulle province italiane prende in considerazione sei macro-aree (tenore di vita; affari e lavoro; servizi, ambiente e salute; ordine pubblico; popolazione; tempo libero). Per ogni macro-area sono individuati sei indicatori specifici (per un totale, quindi, di 36 indicatori), quali, ad esempio, il Pil pro capite, la disoccupazione; le infrastrutture; i reati denunciati; gli acquisti di libri; il numero di associazioni di volontariato rispetto alla popolazione.
Un paese spaccato in due
La prima città del Sud è intorno a metà classifica, dove troviamo, alla posizione numero 55, L’Aquila, a pari merito con Isernia e Como. Mentre la città “nordica” peggio piazzata è Alessandria, che si classifica 69esima.
Se passiamo invece alle gare “di settore”, il Sud ottiene solo due vittorie: Oristano è la provincia meno colpita dai reati, L’Aquila è la migliore sul fronte demografico. Milano è prima per tenore di vita, Cuneo per affari e lavoro, Trieste per servizi-ambiente-salute, Aosta per il tempo libero.
Quanto all’ultima classificata, Caltanissetta, perde sette posizioni rispetto a un anno fa. Aosta vince la sfida grazie agli ottimi risultati nel tempo libero, nel tenore di vita e nella popolazione. Mentre Caltanissetta è alle ultime posizioni soprattutto nel tempo libero, nella popolazione, negli affari e lavoro. Per non parlare dell’abisso che separa prima e ultima classificata per il Pil medio pro capite: 34mila euro ad Aosta, 16mila nella provincia siciliana. La disoccupazione è al 3,2% nella città del Nord e del 16% in quella meridionale, le rapine meno di 17 ogni 100mila abitanti nella provincia di montagna, oltre 48 nell’altra, le organizzazione di volontariato 1,24 ogni mille abitanti contro 0,34.
Le città che hanno più delle altre migliorato la loro qualità della vita risultano Oristano (+53 posizioni), Asti (+38), mentre le flessioni più marcate sono di Prato (50) e di Bergamo (40).
Milano scivola dal sesto al ventesimo posto, Roma dall’ottavo al 28esimo, mentre Napoli perde undici posizioni scivolando a quota 79, Torino 13 piazzandosi quest’anno al 66esimo posto della classifica.
Lo scorso anno, nella top ten figuravano Trento, Bolzano, Aosta, Belluno e Sondrio. Ad occupare le ultime dieci posizioni, tutte le città del sud: in ordine Bari (ex aequo con Caserta e Palermo), Vibo Valentia, Caltanissetta, Reggio Calabria, Taranto, Catanzaro, Catania, Foggia, Benevento ed, ultima, Agrigento.

Piace, sia di qua che di là . Ai politici e anche ai sindacati. Ultima apertura (in ordine di tempo) quella della Cgil. Che per bocca del segretario Guglielmo Epifani dice “sì” all’utilizzo dei contratti di solidarietà a patto che “siano inseriti in un quadro di tutele che evitino il distacco dei lavoratori dai posti di lavoro, non escludano i lavoratori precari e non costituiscano una furbizia per evitare al soggetto pubblico di investire tutte le risorse necessarie”.
Ecco una delle poche proposte in grado di ricevere un plauso, e un sostegno, bipartisan: “La settimana di quattro giorni lavorativi, proposta da Angela Merkel, è sul tavolo”. A fare da apripista in Italia è stato proprio il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, che nel corso della conferenza stampa di fine anno sembrava quantomeno considerare l’ipotesi al vaglio in Germania. E così Maurizio Sacconi, ministro del Lavoro, fa subito sapere che la proposta “lavorare anche meno, pur di lavorare tutti” è anche la sintesi del piano del governo per salvare i posti di lavoro messi a rischio dalla crisi. E anche dall’opposizione arriva il plauso per questa proposta.
Sacconi sintetizza così, in un’intervista a La Repubblica, il piano del governo per salvare i posti di lavoro messi a rischio dalla crisi. E sull’ipotesi che il Governo intenda quindi seguire la strada della settimana corta indicata dal Cancelliere tedesco, Angela Merkel, Sacconi afferma ancora: “A differenza della Germania noi abbiamo già un robusto sistema di ammortizzatori sociali che ci consente di spalmare un minor carico di lavoro su più persone. Questa è la funzione della cassa integrazione a rotazione e non a zero ore, e della stessa cassa integrazione ordinaria”. Sacconi inoltre conferma che il piano prevederebbe che una persona potrebbe lavorare quattro giorni e gli altri due restare in cassa integrazione, e spiega: “Sì, si può andare in cassa integrazione per una parte della settimana e lavorare per la restante. Ma penso anche ai contratti di solidarietà ”. Questo “vuole dire anche -continua Sacconi- meno salario ma non dimentichiamoci che ci sarà l’integrazione del sostegno al reddito. Alla fine la perdita sarà minima”. E se i contratti di solidarietà non hanno avuto mai successo, Sacconi sottolinea che “è andata” un po’ così “perché nel passato sono stati utilizzati solo quando per l’azienda non c’era alternativa al ridimensionamento”. “Vogliamo evitare esattamente questo. Per farlo si deve ancorare il lavoro alle imprese”.
Se il governo pensa a una settimana corta sul modello adottato da Angela Merkel in Germania è “un’ottima idea perché mantiene il posto di lavoro, riduce a tutti l’orario ed evita l’emarginazione e il licenziamento”: a sostenere l’idea c’è anche (oltre a Cisl che si dice pronta al confronto) il segretario del Prc, Paolo Ferrero. Che promuove a pieni voti la misura ripresa dal presidente del Consiglio nella conferenza stampa di fine anno per difendere i posti di lavoro messi a rischio dalla crisi economica. In una intervista al Corriere della Sera, il leader di Rifondazione spiega però che “il nostro sistema produttivo è fatto di piccolissime imprese” che saranno quelle “più colpite. Bisognerebbe estendere il provvedimento anche a loro, anche alle partite Iva, anche ai garzoni”. Per reperire i fondi, l’ex ministro della Solidarietà Sociale suggerisce di “rimettere la tassa di successione e introdurre una patrimoniale sopra i 500mila euro”. E poi “aumentare le aliquote fiscali al di sopra dei 100mila euro e le imposte sulle rendite finanziarie al 20% sopra i 200-300mila euro”.
Per affrontare la crisi, il goveno ipotizza - come in Germania - la settimana di 3-4 giorni lavorativi finanziata con le risorse della cassa integrazione. Sindacati e sinistra sono d’accordo. Voi?

Sei immigrato e disoccupato? Ti pago se te ne vai.
L’idea è venuta all’assessore al sociale di Spresiano, in provincia di Treviso: un bonus di 2.000 euro agli stranieri rimasti senza lavoro, disposti a lasciare il paese anziché “pesare” sulle casse comunali. Una “proposta-provocazione”, dice Manola Spolverato, membro della giunta leghista del paese trevigiano, per far fronte al bilancio sempre più risicato del Comune e alla crisi economica.
“Siamo disposti a dare 2.000 euro a famiglia purché vadano ad abitare altrove: ci costa meno che garantire i contributi alle famiglie in difficoltà ” spiega l’assessore sulla stampa locale. “Non è possibile che il Comune si trovi costretto a mantenere a proprie spese gli immigrati che, pur avendo perso il posto di lavoro, continuano ad avere il permesso di soggiorno valido”.
Secondo l’assessore leghista, infatti, ridurre i flussi in entrata può far diminuire la fetta di disoccupati, ma é necessario aumentare anche i flussi in uscita per famiglie senza reddito costrette a vivere di stenti. La proposta arriva dopo l’altra iniziativa dell’amministrazione di Spresiano, che qualche settimana fa aveva annunciato l’erogazione di contributi comunali riservati alle famiglie in cui entrambi i coniugi parlano italiano.
Plaude all’idea Gianantonio Da Re, consigliere regionale e segretario provinciale trevigiano del Carroccio. Che rilancia: “Chiederò di estendere l’iniziativa dell’amministrazione di Spresiano a tutti i comuni trevigiani amministrati dal Carroccio”. “Chi rimane senza una occupazione rappresenta solamente un costo per la nostra società ” afferma l’esponente della Lega. “Il problema della disoccupazione toccherà un numero sempre maggiore di cittadini con l’avanzare della crisi nei prossimi tempi”. Per Da Re, quindi: “È doveroso che le amministrazioni comunali aiutino dapprima la propria gente, quella che da anni vive sul territorio”.
Daccordo con l’iniziativa di Spresiano si dice anche un altro leghista: il vice presidente della giunta regionale, Franco Manzato (Lega) secondo il quale “il Veneto è al collasso, non ce la fa più a sopportare il peso sociale di centinaia di migliaia di immigrati disoccupati”. D’altronde, precisa Manzato, che ciò che il Conmune di Spresiano vorrebbe fare “è pienamente nei poteri del sindaco”, alla luce della norma comunitaria - cui ha fatto riferimento per esempio il sindaco di Cittadella (PD) - che prevede “la libera circolazione nel territorio solo per chi ha un reddito di almeno 5000 euro e non grava sulla spesa sociale”.
Per parlare invece del collasso citato da Manzato, sono due anni consecutivi che il Nord Est vive in stagnazione: alla “locomoiva” d’Italia non era mai successo. Secondo l’osservatorio Veneto lavoro, nella regione una crisi economica così grave si era registrata solo nel 1975 e nel 2002, anni a cui però seguirono immediate riscosse, mentre ora si prevede, dopo un 2008 nero, un altro anno difficile. Gli occupati in Veneto nel 2007 erano 2,1 milioni, di cui 182 mila stranieri in regola, con un tasso di disoccupazione ufficiale pari al 3,3 per cento. Nei primi otto mesi del 2008 le assunzioni sono scese di più del 10 per cento (-22 mila, di cui 14 mila solo nel comparto manifatturiero, in particolare nel tessile, meccanico ed edile); le ore di cassa integrazione sono aumentate del 45 per cento (in Emilia-Romagna del 33, in Lombardia del 17 per cento; in Piemonte sono diminuite dell’8 per cento).
Allo scenario conviene aggiungere un altro dato: in Veneto da gennaio a ottobre di quest’anno sono entrate in mobilità con sussidio 3.507 persone (573 stranieri) e 8.850 senza sussidio (1.939 stranieri).
La situazione è buia pure per i lavoratori interinali che da aprile ad agosto, rispetto allo stesso periodo del 2007, sono diminuiti di 6.700 unità . Ma i meno protetti dagli ammortizzatori sociali sono i 134 mila lavoratori parasubordinati, gli ex co.co.co.: tra loro 50 mila non hanno altre fonti di reddito.
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È appena uscito un bando straordinario per la selezione di 1208 volontari e a maggio sarà pronto il bando ordinario del 2007, che metterà a disposizione 40mila posti. Un vero e proprio esercito. Di pace, naturalmente, ci tengono a sottolineare le associazioni che accolgono i ragazzi. Ma che cosa è il servizio civile volontario?
“Riteniamo che sia una scuola di cittadinanza, di solidarietà , un’opportunità di crescita e di sviluppo sociale”. Così è intervenuta Cristina De Luca, sottosegretario alle politiche sociali, al convegno “Il servizio civile nella realtà locale” il 2 aprile a Pescara.
I giovani che intraprendono questa esperienza ogni anno sono ormai tantissimi, eppure quando è stato istituito, nel 2001, si è partiti con appena 200 ragazzi. Ma attenzione: “il servizio civile non è e non vogliamo che sia un’anticamera del lavoro o un sostitutivo di un impiego che non c’è. Può essere considerato come una forma di apprendistato o un’esperienza formativa, in questo senso noi lo abbiamo pensato”.
I giovani che affrontano questa esperienza, tuttavia, non possono fare a meno di riporvi alcune speranze per il futuro. Soprattutto al sud, dove il lavoro è un mondo impenetrabile, il servizio civile con i suoi 433 euro mensili diventa un vero e proprio ammortizzatore sociale, come emerge dall’inchiesta di Redattore Sociale.
Alessandro ha 22 anni, vive in provincia di Lecce ed è impegnato in un progetto sulla disabilità : “Nel Salento è difficile, se non impossibile, trovare una occupazione stabile. Trovi delle cosette, magari nel periodo estivo. Per il resto è un saltare da un lavoro a un altro. Il servizio civile, francamente, per me e anche per tanti altri è un punto di lancio per entrare nel mondo del lavoro”.
Bianca, 26 anni, analizza a freddo il periodo di servizio che ha concluso un anno fa: “Io speravo fosse un’esperienza formativa per imparare un lavoro. Altri sperano che poi quel lavoro si prolunghi nel tempo. Alla fine, però, il servizio civile non è equiparabile a nessun altro ruolo, o meglio penso che le organizzazioni che accolgono i volontari li considerino delle figure a parte, cui affidare compiti specifici ma senza coinvolgerli veramente in ciò che si fa. Io non avevo speranze di continuare a lavorare per l’ong con cui ho svolto il servizio, quindi non sono rimasta delusa, però credo che molti giovani lo vivano diversamente e questa confusione può causare problemi”.
Leggi le testimonianze di chi l’ha fatto all’estero.
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Ci sono ragazzi per cui fare il servizio civile significa preparare uno zaino in grado di affrontare un’incognita lunga un anno. Uno zaino capace di resistere all’umidità tropicale, al fango, alla pioggia e a una lunga serie di fastidiosissimi insetti che pungono. Oppure al vento gelido e a lunghe camminate. Se sono ragazze devono pensare a un vestiario che non offenda la popolazione che le ospiterà .
Sono i giovani che non svolgeranno servizio a un paio di fermate d’autobus da casa, ma qualche ora d’aereo più in là , a volte dall’altra parte del mondo (nella foto, il caso di una volontaria del servizio civile in Kosovo).
Se è vero che il servizio civile è “una scelta che cambia la vita” per questi ragazzi è ancora più vero, perché terminate le ore di lavoro giornaliere non ritrovano i genitori o gli amici di sempre, anzi non parlano nemmeno la propria lingua, ma sono immersi in un universo completamente nuovo 24 ore su 24.
Ecco perché, pur costituendo una minuscola percentuale dei volontari, come spiega con rammarico Diego Cipriani (leggi l’intervista), direttore del Servizio Civile Nazionale (i progetti esteri sono i più costosi), quelli che partono sono quelli che si raccontano di più.
Dalle capanne o dalle case dove vivono cooperanti di ogni nazionalità guardano la loro nuova vita con gli occhi sgranati dallo stupore e dall’entusiasmo e scrivono interminabili e-mail.
Veronica ha partecipato alle attività di ricostruzione a beneficio delle vittime colpite dallo tsunami in Sri Lanka con la Protezione civile. Dopo due mesi di lavoro guarda dietro di sé e scrive: “La partenza per Tangalle è stata come uno spartiacque che ha segnato l’inizio di un impegno più concreto. La sera precedente avevo festeggiato i miei 26 anni con una cena in riva al mare, il mattino dopo ero su un pick up bianco delle Nazioni Unite, improvvisamente investita di una responsabilità che fino a quel momento, forse, non avevo compreso appieno”. E poi ancora scorrendo le testimonianze capita di trovare una riflessione comune a molti: “Mi sono resa conto di quanto sto imparando anche solo attraverso l’osservazione. Tradizioni, atteggiamenti, toni di voce, tempi di attesa (snervanti se ci si accinge a questo lavoro con ritmi occidentali) non hanno bisogno di parole per essere compresi. Se l’udito passa in secondo piano perché non si comprendono le parole, gli altri sensi sono naturalmente esaltati”.