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Ocse

Paura di perdere il posto? Preparatevi un piano B

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di Donatella Marino e Lucia Scajola
Fino a ieri era solo il vecchio, inutile e dispendioso rudere ereditato dalla zia, oggi potrebbe diventare il nostro tesoro, l’inizio della svolta. Basta cambiare prospettiva, magari rispolverare una tesi di laurea lasciata nel cassetto e trasformarla in un libro. Oppure partire dal proprio hobby, dalla vela al modellismo, per accorgersi che può dare più soddisfazioni di 8 ore trascorse dietro la scrivania. L’importante è non fossilizzarsi: cambiando il contesto vengono anche le idee. E se non si vuol dare retta ai consigli degli psicologi, basta guardarsi intorno per capire che, di questi tempi, quella di reinventarsi secondo un piano B è più una necessità che un capriccio.
Lo testimoniano le storie raccolte da Panorama, lo indicano con chiarezza i numeri: per la prima volta dopo 14 anni l’occupazione, in Italia, cala (meno 204 mila posti da gennaio a marzo). E nei primi 3 mesi dell’anno sono aumentate del 12,5 per cento le persone in cerca di lavoro.

Espulsi dalle aziende, in molti cercano una nuova attività. Magari in proprio, magari in settori lontani anni luce da quello in cui si è sempre operato, ma forse più vicini alle proprie passioni. “L’importante è capire che il cambiamento deve essere vissuto come una possibilità e non una tragedia” sostiene Vito Frugis, psicologo, esperto di family business. Stando ai calcoli della Camera di commercio di Milano, a fronte di una diminuzione dell’occupazione nel lavoro dipendente, aumentano le iscrizioni di nuove imprese (6.733 nel primo trimestre 2009), in particolare di quelle individuali, che crescono dell’8 per cento rispetto allo scorso anno (rappresentando oggi il 51 per cento del totale).
A livello nazionale, nello stesso periodo (secondo Unioncamere), ne sono nate 118 mila, di cui 75 mila (+3 per cento) nelle mani di una sola persona. “Il mercato del lavoro affronta la crisi individuando nel fare impresa una grande opportunità” conferma Carlo Sangalli, presidente della Camera di commercio di Milano. “Mettersi in proprio è nel dna degli italiani e può essere una valida risposta alla crisi occupazionale “.

Sì, ma da che parte cominciare, dove sbattere la testa? Per esempio tornare alla terra, produrre vino, oppure individuare un servizio di nicchia, tipo imballaggi e spedizioni. Non è sempre facile, certo, ma è possibile. La Confartigianato rileva che, a fronte di una crisi nei settori manifatturieri, dei trasporti e delle riparazioni, si registra una crescita delle attività artigiane connesse con l’agricoltura (+4,5 per cento), i servizi alle imprese (+2,8), le costruzioni (+2) e le attività legate ai servizi alle persone (+0,7 per cento).
Secondo l’associazione, i settori che guadagnano quote di mercato, buoni dunque per sviluppare potenziali piani B, sono quelli connessi alla tutela dell’ambiente: la cosiddetta green economy che a oggi coinvolge più di 1 milione di aziende. Sì, dunque, a piccole imprese per lo smaltimento dei rifiuti, a riciclatori di scarti hi-tech e, soprattutto, a impresari (a qualunque livello della filiera) del settore energetico. “Anche se la congiuntura sfavorevole ha mietuto vittime” commenta Cesare Fumagalli, segretario generale della Confartigianato, “le imprese artigiane mostrano una buona tenuta sull’export con una variazione positiva dello 0,9 per cento”.
Ma siccome piccoli imprenditori, seppure alle prime armi, non ci si improvvisa, meglio seguire consigli di esperti. “Se uno è indeciso tra aprire una rosticceria, creare un sito web o darsi all’import- export, è meglio che lasci stare” avverte Salvatore Gaziano, che di piani B se ne intende: ex giornalista reinventatosi consulente di borsa e ora tornato alle origini, è il direttore di Millionaire, il mensile specializzato in consigli pratici per piccoli e piccolissimi imprenditori (a dimostrazione che è il loro momento, in una fase non rosea per i giornali, fanno più 5 per cento in edicola). Il direttore di Millionaire dà anche qualche dritta sui settori più promettenti per chi ha perso il lavoro: oltre al dinamicissimo ambito energetico, da considerare è quello delle imprese di pulizie: “Magari si parte da spazzini e poi si diventa capi di un gruppo di lavoro”. O anche delle società di recupero crediti, di risarcimento danni e di noleggio. “Non più solo automobili normali, ma anche limousine per festeggiamenti di compleanni e matrimoni. Oppure borse o attrezzature da giardino”.

Altro porto sicuro: “Il franchising, specialmente nel settore alimentare, meglio se artigianale”. Il suo consiglio è avvalorato dalle parole di Alessandro Galante, responsabile del franchising della Yogurtlandia. “A partire da gennaio 2009, fra le tante richieste che riceviamo, almeno metà sono di dipendenti che hanno perso il lavoro o hanno paura di perderlo e si informano su come mettersi in proprio” racconta Galante. “A metà anno siamo già a 11 nuove aperture sul totale dei 70 punti vendita”. Vanno forte anche le piadine. “È prevista a breve l’inaugurazione di quattro nuovi locali” conferma Antonio Milani, amministratore delegato del franchising La piadineria. “Registriamo un più 30 per cento di crescita e l’affacciarsi dell’interesse di persone che temono di perdere il proprio lavoro”. Cifre che si attestano anche nell’andamento più generale del settore: “Negli ultimi 2 anni, su 10 nuovi ingressi in franchising, almeno quattro sono di persone che provengono dal lavoro dipendente “ aggiunge Italo Bussoli, segretario generale dell’associazione delle reti in franchising, Assofranchising.

Non è detto che pure chi ha già un lavoro autonomo non senta la necessità di reinventarsi in ambiti più redditizi. Come è successo a Roberto Cremona, 48 anni, di Roma, ex pasticciere e poi tassista per oltre vent’anni. Con la crisi che, fra caro benzina e manutenzione, ha fatto lievitare i costi di gestione del taxi e calare i clienti, ha pensato bene di mettersi in società con un collega, vendere licenze e vetture e con quei soldi rilevare un bar-tavola calda. “Bisogna partire dal presupposto che la crisi non è solo tragedia ma anche opportunità ” insiste Cristina Spagna, managing director della società di head hunting Kilpatrick executive search. “Può servire a non dimenticare che le antenne vanno sempre tenute alzate. Spesso la cultura del posto all’interno di un’unica azienda rischia di far sottovalutare gli stimoli che il mondo, spontaneamente, offre”.
Capitale principale per essere pronti a ripartire: “Il network. Le relazioni vanno coltivate e costruite come si trattasse di un secondo lavoro”. Concorda Frugis, che sulla base delle sua esperienza sulla psicologia del family business ha anche pubblicato un libro, Familythink (Aurelia edizioni): “L’importante è non chiudersi in casa o in ufficio. Non è detto che il piano B sia già pronto, le idee vengono dall’esterno. Altra regola fondamentale è che non esiste l’idea del secolo. Nulla s’inventa. La forza è riassemblare risorse e attitudini in chiave nuova”.

APRIRE UN’IMPRESA IN SOLE 4 MOSSE
Ecco le principali tappe per iniziare un’attività in forma di società (aprire una ditta individuale è ancora più semplice). La guida è tratta dal sito della Camera di commercio di Vicenza.
PRIMO PASSO > Redigere, tramite il notaio, l’atto costitutivo mediante atto pubblico o scrittura privata autenticata. Il notaio, entro 20 giorni dalla stipula dell’atto, provvederà a effettuare l’inoltro per la registrazione degli atti presso l’Agenzia delle entrate e presso il registro delle imprese tenuto dalla camera di commercio che provvederà all’iscrizione presso il registro delle Imprese di una società ancora inattiva.
SECONDO PASSO > Richiedere all’Agenzia delle entrate della provincia in cui si risiede l’attribuzione del numero di partita Iva. Questa procedura non implica alcun tipo di costo e viene effettuata in maniera immediata.
TERZO PASSO > Nell’ambito delle attività di carattere commerciale, è possibile effettuare una distinzione fra attività che richiedono esclusivamente una denuncia di inizio attività (Dia) e attività che, invece, richiedono un’autorizzazione amministrativa-licenza. La denuncia di inizio attività è una denuncia che viene effettuata presso il comune in cui si svolge l’attività, secondo un modello che in genere è disponibile presso gli uffici commercio dello stesso comune. È possibile iniziare l’attività solo dopo che siano trascorsi 30 giorni a partire dalla data di ricevimento della denuncia da parte del comune, salvo che esso si esprima negativamente. In seguito, quando l’attività ha inizio effettivo, si dovrebbe dare comunicazione al comune. L’autorizzazione amministrativa-licenza viene concessa invece in seguito a domanda. In relazione al tipo di Aprire una società in quattro mosse attività esiste un determinato modulo con l’indicazione esatta dell’amministrazione competente a cui presentare la domanda.
QUARTO PASSO > Quando inizia l’attività, effettuare l’attivazione della società presso il registro delle imprese della camera di commercio tramite il modello S5. Denuncia di inizio attività: per l’attivazione occorre presentare anche una copia della denuncia protocollata dal comune. Autorizzazione amministrativa-licenza: per l’attivazione occorre presentare una copia dell’autorizzazione concessa dall’autorità amministrativa competente. Info: www.vi.camcom.it.

La crisi economica è finita? Sì, no, forse. Il dibattito tra banchieri ed economisti

commercio

“La crisi sta finendo, un anno se ne va”. Non fosse un tema serio e serioso si potrebbe dirla così, l’attuale congiuntura economica, parafrasando i Righeira, icone pop dell’Italia anni ‘80.
Il problema è che sulla crisi - se sia passata o no; se sia alle spalle o ci si debba aspettare un colpo di coda - le opinioni di esperti, economisti e politici si sprecano. E cozzano, le une contro le altre. E basta dare uno sguardo alla stampa (cartacea e digitale) di questi ultimi 10 giorni, per rendersene conto.

Ad Axel Weber, presidente della Bundesbank e consigliere della Bce, che sostiene in un’intervista a Sueddeutsche Zeitung, come - alla luce dei dati sul Pil tedesco in ripresa - sia troppo presto per dire che la crisi è finita (”Voglio mettere in guardia dalle affermazioni secondo le quali la crisi è finita. Sono affermazioni ora premature” ha detto Weber), fanno da contraltare proprio le ottimistiche previsioni dell’ultimo bollettino della solitamente abbottonatissima Banca centrale europea, che parla di “punto di svolta della recessione”, di una contrazione dell’economia che sta “chiaramente diminuendo”, lasciando intravvedere “tassi di crescita trimestrali di segno positivo” già a partire dal prossimo anno.

È il linguaggio della speranza ritrovata. Lo stesso usato una decina di giorni fa da Barack Obama quando parlava di “inizio della fine” della crisi e poi ripreso dal riconfermato numero uno della Federal Reserve, Ben Bernanke: “Dopo la pesante contrazione degli ultimi anni, l’attività economica sembra migliorare, sia negli Stati Uniti sia all’estero; e le prospettive di un ritorno alla crescita nel breve termine sono buone”. Parole che hanno impresso una robusta spinta ai mercati finanziari, in particolare a Wall Street, che ha toccato i record del 2009. Anche se il recupero non sarà rapido, spiegava Bernanke davanti al “gotha” dei banchieri centrali, economisti e uomini di mercato riuniti nel simposio organizzato dalla Fed di Kansas City, e coordinato dal governatore di Bankitalia Mario Draghi. Anzi, nella fase iniziale sarà “relativamente lento, con un tasso di disoccupazione che calerà solo gradualmente rispetto ai livelli attuali”.

Già Mario Draghi, governatore di Bakitalia. Lui al Meeting di Rimini mercoledì 26 ha sfoggiato il suo ottimismo sulla ripresa che verrà (già nel 2010); mentre Nouriel Roubini - l’economista che, per primo e “in solitaria” aveva previsto la crisi economica globale - invece teme la cosiddetta “W”, ovvero un nuovo avvitamento dell’economia, malgrado i timidi segnali positivi all’orizzonte. Per l’economista dell’Università di New York, come riportato da un articolo del Financila Times, il mondo è spaccato in due: in Australia, Francia, Germania, Giappone, Cina, Brasile, India e in altri paesi asiatici e dell’America latina, “la ripresa è già iniziata”. In altri, quali Stati Uniti, Gran Bretagna, Spagna e Italia e nei paesi emergenti dell’Europa è di là da venire. Per Roubini si prospetta un periodo di crescita globale “anemica”, il rimbalzo del Pil in alcuni paesi è in gran parte legato “alla ricostituzione delle scorte” che erano scese a livelli minimi a causa della caduta della produzione industriale. Ma è difficile immaginare una ripresa duratura in presenza “del calo dell’occupazione, una cattiva notizia per la domanda”.
Oggi le previsioni di questo studioso sono naturalmente analizzate al microscopio, ed è per questo che il suo ultimo intervento non è passato inosservato: “Una volta superato l’effetto benefico innescato dai piani di rilamcio”, sostiene Roubini, “i governi non avranno altra scelta che indebolire la ripresa, tagliando le spese, oppure lasciando crescere il debito pubblico”. Roubini prevede inoltre una fiammata del prezzo del petrolio che taglierà le gambe ad ogni attività e quindi “la caduta”, dice, “sarà inevitabile”.

Anche per il governatore Draghi, c’è ancora qualche rischio da superare. Ma la crisi economica e finanziaria che ha colpito l’economia mondiale negli scorsi due anni “sta gradualmente rientrando, ma sulla tenuta dei segnali congiunturali pesano tuttavia ancora forti incertezze”. Secondo il numero uno di via Nazionale quindi “i rischi di implosione del sistema finanziario mondiale sono scongiurati e la sensazione prevalente a livello internazionale è che il peggio sia passato”. Per Draghi “Secondo stime largamente condivise, nella media del 2009 la caduta del pil rispetto all’anno precedente, risulterà in Italia intorno al 5%. Nel prossimo anno, il graduale recupero della domanda mondiale potrebbe consentire all’economia italiana di tornare a crescere sia pure di poco” analizza Draghi nel suo intervento al convegno “Una strada per l’Italia” organizzato al meeting di Comunione e Liberazione. Draghi ha poi osservato come “a frenare la recessione in Italia hanno contribuito, oltre che l’intonazione fortemente espansiva della politica monetaria e le altre misure apportate dalla Bce, gli interventi del governo in favore delle imprese e dei lavoratori. Sono state sbloccate e meglio allocate risorse per circa 25 miliardi nel 2009-2011“.

Lavoratori occupati che invece, per Pier Carlo Padoan, economista e vicesegretario generale dell’Ocse di Parigi, intervistato da L’Unità, continueranno a diminuire di numero. L’ultimo rapporto Ocse sul nostro Paese risale a un paio di mesi fa: molte le ombre, ma anche qualche luce. Per esempio la possibilità di uscire dal tunnel grazie a un sistema bancario più al riparo degli altri dal grande tsunami dei subprime. Eppure “Siamo preoccupati per l’Italia, come per tutti i Paesi dell’area Ocse, del fatto che gli effetti negativi della crisi sulla disoccupazione si debbano ancora manifestare in pieno“, dice Padoan, perché “L’esperienza storica dimostra che, quando ci sono delle recessioni, anche se il reddito riprende a crescere, la disoccupazione continua ad aumentare. È un dato costante. Per questo ci aspettiamo un aumento della disoccupazione l’anno prossimo”.

Appunto, l’anno prossimo. È la data a cui si aggrappa Jean-Paul Fitoussi, il più noto economista di Francia, presidente dell’Osservatorio francese delle Congiunture economiche. Al Messaggero dice di sperare nel 2010, ma non per annunciare la ripresa, bensì per poter approcciare una prima analisi su “questa crisi, che è la peggiore che abbiamo mai conosciuto. Non mi vergogno ad affermare che probabilmente ci capiremo davvero qualcosa tra una decina d’anni. Attenzione dunque a non abbassare la guardia troppo presto”.

Maturità, record di non ammessi nell’Italia dei prof più vecchi

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La linea dura del ministro Maria Stella Gelmini (qui il suo canale su YouTube) dà i suoi (primi) frutti.
E il 2009 si prospetta un anno davvero duro per i maturandi. Il numero dei non ammessi agli esami di maturità e alle altre classi della scuola superiore sarebbero aumentati dell’1,6%. Ne dà notizia un comunicato del ministero dell’Istruzione in cui si precisa che i dati sono relativi ai primi dati pervenuti al Miur. “Nessuno si compiace dell’aumento delle bocciature, è sempre un dispiacere quando un ragazzo perde l’anno” commenta il ministro Mariastella Gelmini “ma serve una scuola del merito”. Da queste proiezioni si presume che al termine degli scrutini i non ammessi alla maturità passeranno dai 20.111 del 2007 a circa 28 mila, e  i bocciati nelle altri classi delle superiori dai 330 mila a 372 mila circa, quasi 40 mila in più.
E la frotta sopravvissuta di maturandi agli Esami di Stato si troverà di fronte una schiera di professori “nonni”. L’Italia infatti, secondo l’Ocse, si distingue per avere i docenti più vecchi. Il 52 per cento dei prof italiani è ultra 50enne e solo un 3 per cento è under 30, mentre nella media internazionale questo dato è cinque volte tanto.
Come se non bastasse, lo stesso rapporto Ocse Teaching and Learning International Survey (Talis: qui, in pdf, il focus sull’Italia), sottolinea che il nostro sistema educativo produce risultati “fra i più modesti” dell’area, “nonostante la spesa per studente sia molto elevata”.

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Le età del corpo docente nei Paesi Ocse

Cosa dice il rapporto
Il rapporto si basa su un’indagine internazionale sull’insegnamento e l’apprendimento (Talis), realizzato in 23 Paesi del mondo, tra cui Belgio, Spagna e altri, ma non, ad esempio, Francia e Germania. Trale altre, vengono prese in esame le condizioni in cui gli insegnanti si trovano ad operare. E da questo punto di vista, il 95% degli insegnanti italiani si dice soddisfatto del proprio lavoro e il 98% - la più alta percentuale dopo la Slovenia - giudica positivamente il proprio livello di efficienza nell’attività svolta.
Secondo l’Ocse, “elevare la performance del sistema educativo è una delle maggiori sfide” per l’Italia. La riuscita di una riforma complessiva del sistema educativo è anche una chiave per ridurre le differenze regionali: “Contenere il gap educativo fra Nord e Sud è una della vie per ridurre le differenze economiche e sociali complessive. Di conseguenza, andrebbero incoraggiate misure volte a recuperare le scuole e gli studenti più deboli, specialmente quelli a rischio abbandono”.
Nel documento, l’Ocse riconosce al governo Berlusconi di aver messo in cantiere una riforma della scuola volta a “razionalizzare le spese e migliorare il sistema di valutazione e di reclutamento degli insegnanti”. Viene sottolineata, tuttavia, la mancanza di un quadro complessivo e definitivo. E, in proposito, ha detto il ministro dell’istruzione, Mariastella Gelmi: “L’Ocse ci dà ragione. Molte delle osservazioni poste dai sindacati e dall’opposizione vengono smentite clamorosamente da questa indagine”.

Scuola, quei professori con la valigia

Maestra elementare in aula

Ogni anno nelle nostre scuole il 27 per cento degli insegnanti è “nuovo” rispetto all’anno precedente. Ciò significa che ogni anno un docente su quattro cambia istituto. Fenomeno imponente che, facendo due conti, come li ha fatti Ciccio Scrima, segretario nazionale della Cisl scuola, significa: “Alla fine dell’anno scolastico 2008-09 la mobilità è stata di 92.737 docenti. Su 701.305 insegnanti di ruolo significa il 12 per cento”. E sono state presentate 150 mila domande di trasferimento.
Insegnanti con la valigia, pendolari del sapere che vantano nella loro carriera una media di almeno tre scuole cambiate. Racconta Valeria Poggi, 36 anni nella scuola, da insegnante a vicepreside in un istituto alle porte di Milano: “Fra nomine tardive, precari, graduatorie incrociate, alla fine ci si capiva ben poco. La mobilità dagli anni Ottanta è aumentata in modo vertiginoso e, di conseguenza, sono aumentate le spese. Nella mia scuola avevamo una persona che lavorava solo fra telefono e telegrammi per comunicare gli spostamenti”.
Per circa il 14 per cento non si tratta di una scelta: sono obbligati dal meccanismo delle graduatorie. “La nostra scuola è come l’esercito, il sistema assegna gli insegnanti alle diverse scuole per anzianità, non c’è l’elemento scelta. In più c’è l’aggravante che nella scuola non esistono gradi. Tutti generali, o meglio tutti caporali” ironizza Andrea Gavosto, direttore della Fondazione Giovanni Agnelli che ha appena pubblicato lo studio recente più completo sulla scuola (Rapporto sulla scuola in Italia 2009, Editori Laterza).
Un capitolo è dedicato agli insegnanti, perché, come ricordava uno studio Ocse di qualche anno fa, “teachers matter”, gli insegnanti contano. O almeno dovrebbero, certo è che macinano chilometri. Ai globetrotter di ruolo vanno aggiunti precari e neoassunti, tutti costretti a una girandola, come racconta Giovanni Turra, 36 anni, insegnante di lettere in un liceo alle porte di Venezia: “Da supplente, da 24 a 26 anni, ho cambiato sette scuole. Allora mi sembrava anche divertente. Oggi ho colleghi che dopo 15 anni continuano a spostarsi, in una sorta di schizofrenia che impedisce di instaurare rapporti con gli allievi e i colleghi”. Turra oggi si sente un privilegiato: insegna sotto casa, ma ha già la valigia pronta: “Con la nuova riforma e la contrazione delle cattedre mi aspetto il trasferimento”.

Gli spostamenti, secondo lo studio della Fondazione Agnelli, sono per il 77,4 nell’ambito della stessa provincia, per il 14,4 nell’ambito dello stesso comune e solo il 4,4 per cento fra regioni diverse. Ciò significa, come spiega Scrima, che per dieci anni ha insegnato a Quarto Oggiaro (”Il cosiddetto Bronx milanese”) e poi è tornato a casa in Sicilia, “un perverso gioco dell’oca al contrario. L’insegnante che dal Nord vuole tornare a casa al Sud può impiegare anche trent’anni”.
“Un turnover vorticoso, più è forte la mobilità, più è bassa la qualità di apprendimento dei ragazzi” continua Gavosto. Dagli studi Pisa (Programma per la valutazione internazionale dell’allievo) emerge, sottolinea Stefano Molina, dirigente di ricerca della fondazione torinese, “che uno dei fattori che spiegano il risultato deludente degli alunni è il grado di mobilità che si è avuto in quella scuola”
Ma perché questa giostra? “La carriera degli insegnanti è piatta, con un solo passaggio decisivo: l’immissione a ruolo. Dopo, non potendo aspirare all’aumento di merito, o alla promozione, si sogna almeno di cambiare sede di lavoro. Magari per avvicinarsi a casa” continua Molina. Non si stupisce Alessandro Cavalli, sociologo della scuola (Gli insegnanti nella scuola che cambia, Il Mulino 2000; la sua prossima ricerca sarà pronta in autunno): “È così dal dopoguerra, è uno degli aspetti della questione meridionale, della disoccupazione dei laureati nel Sud. E la scuola resta la valvola di sicurezza contro la disoccupazione intellettuale. Non credo esista un solo insegnante in Italia che non abbia mai cambiato istituto”. I giovani insegnanti meridionali lavorano in media a una distanza di oltre 400 chilometri dal luogo di nascita, distanza che negli anni riescono ad accorciare fino a 150 chilometri. E nelle scuole del Nord oltre metà dei docenti di 25-30 anni proviene dal Sud.

I traferimenti dei professori italiani

“Vanno via ma poi fanno di tutto per tornare a casa. Avuto il posto, mettono in moto i meccanismi del sistema per potersi spostare. Con effetti tutt’altro che positivi sull’insegnamento. Il senso di appartenenza si indebolisce, si insegna a spezzoni, senza investire nel rapporto con gli studenti, che diventa sempre più simile a una prestazione. Come quando si va dal medico per una ricetta”. Racconta Turra: “Ho una collega che insegna nove ore latino e greco al classico, le altre nove invece in una scuola media in un altro comune. Ha trent’anni e una strada in salita davanti”.

Il rischio è il “burn-out”, la caduta dell’identità, la liquefazione del ruolo, ha spiegato Giuseppe Favretto, docente di organizzazione del lavoro all’Università di Verona nel suo Lo stress degli insegnanti, ricerca su oltre 2 mila docenti del Veneto (in uscita per la Franco Angeli): “Alcuni resistono e combattono, altri si fanno trascinare dalla corrente. E sembra paradossale, ma sono i migliori: quelli che hanno accettato di diventare dei perfetti funzionari asburgici”.
La Fondazione Agnelli lancia l’allarme e per la prima volta registra da parte degli insegnanti la volontà di uscire dallo stritolamento delle graduatorie e dai meccanismi da gosplan. “Non è un fenomeno solo italiano” continua Gavosto “però mentre in altri paesi si cerca di attenuare la pianificazione sovietica delle graduatorie, da noi lo stesso sistema è accentuato”.
Deve cambiare il reclutamento e i primi a chiederlo sono gli insegnanti, perché, come aggiunge Valeria Poggi, “oggi sembra di assistere a una partita a scacchi dove le pedine vengono spostate a caso e alla fine si perde sempre”.
Purtroppo di valigie il prossimo anno se ne faranno ancora molte.

Dove insegnano i maestri

Riforma della scuola: punto per punto, cosa prevede la cura Gelmini

Preparativi

E allora bisogna chiederselo: la riforma Gelmini sulla scuola, è un attentato al diritto costituzionale di un’istruzione libera e garantita a tutti i cittadini italiani, come denuncia il movimento di protesta contro la riforma, o il tentativo di risanare una scuola sotto molti profili in crisi, come sostengono il ministro, il premier e il governo?
Studenti, docenti e opinione pubblica si dividono sul decreto legge 137/2008, entrato in vigore il 1 settembre, già passato al vaglio della fiducia alla Camera e ora in discussione al Senato. Molte le novità previste: dal voto al posto del giudizio, all’adozione dei libri scolastici per un quinquennio.
Queste in estrema sintesi le novità contenute negli 8 articoli del decreto legge.

Competenze su cittadinanza e Costituzione (articolo 1)
Dall’inizio dell’anno scolastico corrente (2008/2009) viene avviata una sperimentazione nazionale ed attività di sensibilizzazione e di formazione del personale finalizzate all’acquisizione nel primo e nel secondo ciclo di istruzione (elementari e medie) delle conoscenze e delle competenze relative a “Cittadinanza e Costituzione”, nell’ambito delle aree storico-geografica e storico-sociale e del monte ore complessivo previsto. Torna, insomma, la vecchia “Educazione civica”, che gradualmente viene anticipata nell’insegnamento della la scuola dell’infanzia (asili). All’attuazione dell’articolo, dice il decreto, si provvede nei limiti delle risorse umane, strumentali e finanziarie disponibili. In concreto, formazione e implementazione delle lezioni di “Cittadinanza e Costituzione” dipenderanno, come il resto dell’attività scolastica, dalla spesa pubblica per l’istruzione stabilita di anno in anno in Finanziaria.

Valutazione del comportamento degli studenti (articolo 2).
Alle elementari e alle medie, in sede di scrutinio alla fine del primo quadrimestre e alla fine dell’anno scolastico, sarà valutato “il comportamento di ogni studente durante tutto il periodo di permanenza nella sede scolastica”, anche “in relazione alla partecipazione alle attività e agli interventi educativi realizzati dalle istituzioni scolastiche anche fuori della propria sede”. Questa valutazione già da quest’anno è espressa in numeri. La votazione sul comportamento degli studenti, attribuita collegialmente dal consiglio di classe, concorre alla valutazione complessiva dello studente e determina, se inferiore al 6, la non ammissione al successivo anno di corso o all’esame conclusivo del ciclo.
Ma come unformare in tutt’Italia i criteri di giudizio sul comportamento degli studenti? Ci penserà un decreto del ministro dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, che preciserà i criteri e modalità applicative per attribuire ad atti di “particolare e oggettiva gravità del comportamento” un voto insufficiente. Insomma, una sorta di piccolo ‘codice del comportamento’ emanato dal ministero, soccoreerà presidi e docenti.

Rendimento scolastico degli studenti (articolo 3)
Dall’anno scolastico corrente alle elementari e alle medie la valutazione periodica e annuale del rendimento degli alunni e la certificazione delle competenze da essi acquisite è espressa in decimi e illustrata con giudizio analitico sul livello globale di maturazione raggiunto dall’alunno. Sono ammessi alla classe successiva, o all’esame di Stato a conclusione del ciclo, gli studenti che hanno ottenuto un voto non inferiore a 6 decimi in ciascuna disciplina o gruppo di discipline. È abrogata ogni altra disposizione incompatibile con la valutazione del rendimento scolastico mediante l’attribuzione di voto numerico espresso in decimi.
Anche in questo caso, per uniformare il più possibile i criteri di giudizio a livello nazionale, un regolamento, su proposta del ministro dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, si occuperà del coordinamento delle norme vigenti per la valutazione degli studenti e individuerà eventuali ulteriori modalità applicative.

Insegnante unico nella scuola primaria (articolo 4)
È l’articolo più contestato, quello che prevede il cosiddetto ‘maestro unico’ alle elementari. Alle primarie le istituzioni scolastiche (cioè i presidi) costituiranno classi affidate a un unico insegnante, funzionanti con orario di 24 ore settimanali. Si terrà conto delle esigenze, correlate alla domanda delle famiglie, di una più ampia articolazione del tempo-scuola. Ovvero, secondo l’opposizione, si elimina il tempo pieno. Secondo la maggioranza, al contrario, si pongono le premesse per un utilizzo più razionale dell’organico degli insegnanti senza toccare le ore di tempo pieno e sarà definito il trattamento economico dovuto per le ore di insegnamento aggiuntive rispetto all’orario d’obbligo di insegnamento stabilito dalle disposizioni contrattuali.
Ma per chi contesta la riforma, il ritorno al maestro unico e all’orario delle 24 ore obbligatorie ’spezza’ la continuità didattica con le rimanenti 16 ore per arrivare alle famose 40. Parte di queste ore verranno sì affidate ad un altro docente o allo stesso maestro unico che accetterà di allungarsi l’orario di lavoro. Ma si tratterà di un tempo scuola aggiuntivo e non più unitario ai fini del programma. Ma senza compresenza degli insegnanti e unitarietà dell’insegnamento e della didattica la qualità sarà ben diversa, dicono i contestatori.

Libri di testo (articolo 5)
Gli organi scolastici adotteranno libri di testo in relazione ai quali l’editore si sia impegnato a mantenere invariato il contenuto nel quinquennio, salvo le appendici di aggiornamento eventualmente necessarie, da rendere separatamente disponibili. Anche l’adozione di libri di testo (salvo specifiche e motivate esigenze) avrà cadenza quinquennale. Il dirigente scolastico dovrà vigilare sulle delibere del collegio dei docenti relative all’adozione dei libri di testo. Ovvero: meno cambiamenti nei libri di testo adottati per ridurre la spesa delle famiglie.

Valore abilitante della laurea in scienze della formazione primaria (articolo 5)
L’esame di laurea sostenuto a conclusione dei corsi in Scienze della formazione primaria, comprensivo della valutazione delle attività di tirocinio previste dal relativo percorso formativo, ha valore di esame di Stato e abilita all’insegnamento, rispettivamente, nella scuola dell’infanzia e nella scuola primaria. Queste disposizioni si applicano anche a coloro che hanno sostenuto l’esame di laurea conclusivo dei corsi in Scienze della formazione primaria nel periodo compreso tra la data di entrata in vigore della legge 24 dicembre 2007 n. 244 e la data di entrata in vigore del decreto legge 137/2008.

Accesso alle scuole di specializzazione medica (articolo 7). Al concorso per l’accesso alle scuole di specializzazione mediche possono partecipare tutti i laureati in medicina e chirurgia. Questi laureati sono ammessi alle scuole di specializzazione a condizione che conseguano l’abilitazione per l’esercizio dell’attività professionale, se non ancora posseduta, entro la data di inizio delle attività didattiche delle scuole immediatamente successiva al concorso espletato.

Entrata in vigore (articolo 8).Il decreto è entrato in vigore il giorno stesso della pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale (il 1 settembre). Le norme finali del provvedimento prevedono che dall’attuazione delle disposizioni contenute nel decreto non devono derivare nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica. Ovvero, lo Stato per la riforma Gelmini non deve spendere un centesimo in più.

A motivare il ministro Gelmini alcuni dati ormai noti da tempo:
negli ultimi 10 anni gli alunni sono diminuiti e la spesa pubblica per l’Istruzione è cresciuta invece di oltre 10 miliardi; il 97% di qusta spesa è assorbito dagli stipendi; la spesa per alunno è più alta del 10% rispetto alla media OCSE.
Il ministro Gelmini assicura che il 30% degli oltre 7 miliardi di euro risparmiati in tre anni saranno investiti in premi ai docenti più bravi, accorpamento delle classi, ammodernamento degli edifici scolastici. La scelta del maestro unico, spiega, assicura margini per potenziare il tempo pieno del 50%. Ma la ratio della riforma, insistono i sindacati, è soprattutto nei tagli: di personale, di risorse, di investimenti. Spendiamo troppo? Il guaio è che, a leggere i dati Ocse, spendiamo male: la spesa per studente è la più alta d’Europa. Il rapporto studenti-docenti è tra i più bassi d’Europa; il numero di ore di insegnamento annuo per docente è nettamente inferiore alla media europea; l’età media del corpo docente è fra le più elevate in Europa, solo l’8,8% degli insegnanti della scuola secondaria, inferiore e superiore, ha meno di quarant’anni, e solo 1 su mille ha meno di 30 anni.

L’Ocse boccia la scuola italiana: troppi docenti pagati poco

Studenti di terza media
L’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse) sembra dar ragione al ministro dell’Istruzione Mariastella Gelmini: in Italia ci sono molti insegnanti ma con stipendi bassi. Questo uno degli aspetti del sistema scolastico italiano a livello di scuola secondaria che emerge dal rapporto annuale sull’istruzione elaborato dall’Ocse. Lo stipendio di un maestro di scuola elementare con 15 anni di esperienza si assesta attorno ai 29.287 dollari, in sesta posizione nella classifica Ocse ma con prospettive preoccupanti: gli stipendi infatti crescono ogni anno meno della media Ocse. Se tra il 1996 e il 2006 gli stipendi in Italia sono cresciuti dell’11%, nei paesi Ocse l’incremento medio è stato del 15%.
“La spesa”, secondo Andreas Schleicher, responsabile delle ricerche sull’istruzione dell’Ocse, “non è il difetto principale dell’Italia”. Che anzi, per quanto riguarda la scuola primaria investe più risorse della media Ocse, 6.835 dollari per alunno contro 6.252 dollari e per la scuola secondaria è in linea con la spesa Ocse, 7.648 dollari contro 7.804. Il vero problema dell’Italia è invece “come vengono spesi” i fondi elargiti dallo Stato. “Esattamente il contrario”, ha aggiunto Schleicher, “di quanto fa, ad esempio, un paese come la Corea del Sud”, dove invece il numero dei professori è minore e il loro stipendio è più alto.

Brutti voti anche sul libretto universitario: l’Ocse boccia gli atenei italiani evidenziando come siano loro a registrare il più alto tasso di abbandono. In Italia arriva alla laurea solo il 45% degli iscritti al primo anno contro una media Ocse del 69%. E inoltre è uno dei Paesi a registrare i più bassi indici di spesa per studente. Se infatti in media gli altri Paesi spendono 11.512 dollari per ogni studente, l’Italia ne investe solo 8.026.
Basso anche il numero dei laureati: solo il 19% dei 25-34enni italiani possono vantare un diploma di laurea, rispetto alla media Ocse del 33%, anche se si registra un aumento del tasso di laurea dei nuovi studenti, che è passato dal 17% del 2000 al 39% del 2006. Un risultato importante che, sottolinea il rapporto Ocse, “va largamente attribuito alla riforma del 2002, quando agli studenti iscritti a corsi di laurea (pre riforma) è stata data la possibilità di concludere gli studi in tre anni”.
La scelta delle 3+2 ha però sbarrato il traguardo laurea magistrale: in pochi arrivano a discutere la tesi, solo il 45% degli iscritti, a fronte di una media Ocse del 69%.
Se poi si guarda alla capacità di attrarre studenti stranieri l’Italia registra un misero 1,7%, dato in calo rispetto al precedente rapporto Ocse che segnava un 1,9%. Nel 2006, su un totale di 2,9 milioni di studenti stranieri che hanno scelto di trascorrere un anno di formazione all’estero, solo il 2% ha deciso di venire in Italia. Meta preferita per gli studenti continuano a essere gli Stati Uniti con il 20% delle preferenze, seguiti da Gran Bretagna, 11,3%, Germania, 8,9%, Francia, 8,5% e Australia, 6,3% - l’Italia si deve accontentare dell’1,7%. Come la Spagna.
L’Italia prende poi un’altra insufficienza in pagella se si vanno a guardare i dati degli studenti nelle materie scientifiche: il loro rendimento misurato dall’indice P.i.s.a. è inferiore alle media Ocse a 475 punti contro i 500 della media e i 563 dei primi della classe, i finlandesi.

Bassa anche l’incidenza delle spese in istruzione rispetto al Pil: mentre la media delle principali economie mondiali investe il 5,8% del Pil nel proprio sistema scolastico, in Italia questa percentuale scende al 4,7%. E ancora, se tra il 1995 e il 2005 gli investimenti nella scuola nell’Ocse sono aumentati del 41%, in Italia l’incremento è rimasto contenuto al 12%.

Eppure, nonostante tutto, i docenti e gli istituti scolastici sembrano godere della fiducia dei genitori. Secondo le indagini Ocse, infatti, l’80% dei genitori degli studenti di 15 anni sono convinti che gli standard degli istituti seguiti dai figli siano buoni o molto buoni contro una media Ocse del 77%.

Gelmini docet: studenti e professori la ricreazione è finita

gelmini

Mariastella Gelmini, ministro dell’Istruzione, si prepara al primo giorno di scuola, ma per lei gli esami sono cominciati già da una settimana.
Con le sue parole sui docenti del Sud ha fatto piangere anche la sua prof siciliana. Il divario è così grave?
Sì, lo dicono i dati internazionali, non io. Mi hanno voluto far passare per antimeridionalista. Una scemenza. Non faccio graduatorie tra docenti più o meno bravi, tra nordisti o sudisti. Però prendo atto che ci sono più problemi in alcune zone d’Italia, anche se non è affatto detto che dipendano dai professori o solo dai professori. Possono dipendere da un contesto, da situazioni oggettive. Certo ci sono e vanno affrontati.
Camicia bianca, niente penna rossa. Sottobraccio un libro del Mulino, La scuola degli italiani dello storico Adolfo Scotto Di Luzio: “Lui dice che la scuola media è nata per sottrazione, senza un progetto per formare lo studente. Anch’io penso che la media sia il nostro punto debole: è scadente, non prepara. Va rivista e penso che si debba partire da lì”.
Da dove, ministro?
Dall’esame: va cambiato. Sto pensando di introdurre i test dell’Ocse che valutano la scuola nei paesi industrializzati (su 57 paesi esaminati l’Italia è al 36esimo posto, ndr), di renderli obbligatori per misurare la qualità dell’apprendimento. In Italia serve una preparazione di base uguale per tutti, oggi i giudizi sono troppo discrezionali. L’educazione fisica può pesare quanto l’italiano?
Da dove si inizia?
A settembre insedio un gruppo di lavoro con insegnanti e presidi per ripensare le medie. Occorrono più ore di matematica e scienze; bisogna puntare molto di più sull’italiano. La conoscenza della nostra lingua è elemento d’integrazione. E la scuola media è la scuola dell’integrazione.
Con settembre inizia il tormentone sugli stranieri in classe…
C’è una proposta del Pd per un numero massimo di immigrati in ogni classe. Ci ragioneremo, però io non credo sia una questione di numeri, bensì di qualità dell’insegnamento. Abbiamo i cosiddetti obiettivi formativi. Non possiamo essere troppo buonisti: se uno raggiunge l’obiettivo va avanti, altrimenti si ferma. Italiano o straniero che sia. Per chi ha difficoltà prevediamo corsi pomeridiani.
È favorevole al maestro unico?
Senz’altro. Ai miei tempi era così. Avevo una maestra bravissima alle elementari: Maria Rosa Mantovani. Autorevole, severa, capace di tenere la classe e trasmettere i saperi. La formula funzionava, il rapporto con un solo insegnante è forte, privilegiato.
Gli insegnanti, sempre meno considerati da allievi e genitori, ora saranno potati come cespugli?
La Finanziaria ci chiede di ridurre il personale della scuola di 85 mila posti in 3 anni. Entro dicembre devo presentare un piano. I sacrifici di oggi servono a liberare risorse per domani.
Traduzione?
Meno insegnanti, meglio pagati. Il 30 per cento di questi tagli sarà reinvestito per premiare il merito.
Darà una pagella anche a loro?
Dobbiamo arrivare alla valutazione degli insegnanti, come accade in altri paesi europei. Con l’Invalsi, l’Istituto nazionale di valutazione, ho in programma di creare un sistema che si basi sul rendimento degli allievi, sulla disponibilità alla formazione. Chi ottiene i migliori risultati sarà premiato.
L’impressione è che troppi siano i poco preparati.
Bisogna rafforzare la formazione iniziale e pretendere che sia continuativa. Dire che sono tutti ignoranti non va bene. Avvocati, medici, ingegneri… ci sono i buoni e i cattivi.
Ma è la scuola italiana a godere di pessima stampa.
Non nego che alcuni problemi esistano. È anche vero che le cattive notizie sono notizie. La scuola assurge agli onori della cronaca per episodi di inefficienza, bullismo, violenza. Questa è l’immagine che suscita l’interesse dei media, mentre le buone pratiche non fanno particolarmente notizia.
La percezione più forte è quella della sfiducia.
Sfiducia da parte degli insegnanti e insoddisfazione da parte delle famiglie.
A cosa si deve?
Non è ben chiaro quello che chiediamo alla scuola, che ormai si trova a svolgere due funzioni. Quella educativa, formativa, e quella sociale, legata al welfare. Non dico che la scuola oggi sia considerata come un parcheggio per i figli, ma certo è vista come un aiuto per le famiglie. Un luogo dove mandare i ragazzi per non lasciarli per strada. Soddisfare entrambe le aspettative non è semplicissimo. Anche per questo la scuola è andata in cortocircuito.
La ricetta contro i cortocircuiti?
Non sono, come qualcuno dice, per un ritorno al passato, ma piuttosto per una semplificazione. Un ritorno alla semplicità e ai compiti fondamentali: il trasmettere il sapere e in qualche modo l’educazione. Se si incrocia una funzione sociale, nulla quaestio, ma prima dev’esserci l’insegnamento dell’italiano e della matematica, della scienza e dell’educazione civica.
Vasto programma.
Nel tempo gli insegnanti hanno perso la loro originaria funzione. Soprattutto hanno pochi stimoli, anche economici, a fare meglio. L’avanzamento è solo per anzianità. L’Italia ha sottovalutato il loro ruolo e dobbiamo recuperarlo. Avere buoni insegnanti appartiene ai paesi civili, a chi non pensa solo al presente e non rinuncia a progettare il futuro.
Priorità?
Ho messo il reclutamento degli insegnanti. Oggi l’esodo di docenti e supplenti è troppo frequente. Ognuno ha il suo metodo e se nel corso dell’anno si avvicendano persone diverse la didattica ne soffre.
Quanto viene lasciato all’autonomia degli istituti?
L’autonomia non esiste. C’è un’organizzazione centralista che fa dipendere tutto dal ministero e deresponsabilizza i livelli decisionali locali. Bisogna rafforzare i poteri dei presidi.
Presidi con superpoteri, allora?
No, ma oggi non hanno nemmeno quelli comuni. Il ministero deve mantenere una funzione di controllo e non di gestione dei singoli processi.
Le sue medie com’erano?
Avevo un’insegnante siciliana, molto brava. Fu proprio lei a spingermi a frequentare il liceo classico. Non ricordo ci fossero i problemi di oggi.
Per esempio le lingue straniere.
Abbiamo problemi sull’insegnamento dell’inglese. Non disponiamo di professori particolarmente preparati.
È vero che a volte l’inglese è lasciato a docenti di altre materie che hanno seguito solo brevi corsi?
Accade. Penso invece a lezioni in inglese alle superiori con il metodo della full immersion.
Le medie sono sinonimo di violenza e bullismo.
I problemi dell’adolescenza sono anticipati. E gli insegnanti non sempre sono preparati ad affrontarli. Quelli della scuola media sono fra i più anziani: per loro è difficile capire questi nuovi adolescenti.
In Texas hanno dato loro le pistole. Lei ha proposto il ritorno del voto in condotta.
Basta un 5 in condotta con il rischio di essere bocciati. Cinque, non più 7. Credo sia un’esigenza e non un ritorno al passato. Uno strumento in più per chi insegna, per pretendere che si rispettino le regole. Alle medie sarà un giudizio, alle superiori un voto.
Se i ragazzi non hanno disciplina è colpa delle famiglie?
Le famiglie che appoggiano sempre i loro figli sbagliano, disorientano. Non so se le tensioni tra famiglia e insegnanti siano dovute allo scadimento dei docenti o al lassismo dei genitori, ma non starei a sindacare su chi deve fare di più. Bisogna ripristinare ordine e ruolo.
Non sarà facile.
Di facile c’è veramente poco nella scuola. Ho incontrato tanti dispensatori di buoni consigli. Come per la Nazionale di calcio, chiunque ha la formazione giusta.
L’hanno chiamata “Nostra signora dei grembiulini”.
Nessuno pensa di risolvere i problemi della scuola con un grembiule. La mia proposta ha avuto un ritorno mediatico superiore alle intenzioni. È una buona pratica, ma saranno i presidi a decidere se adottarla o meno. Il grembiule è un segno di ordine, rigore, uguaglianza. E semplifica la vita alle mamme.
Anche non cambiare i libri ogni anno semplificherebbe la vita alle mamme.
Ho già parlato con gli editori e intendo fare una circolare per evitare riedizioni non necessarie. Comunque, l’82 per cento delle scuole superiori ha mantenuto entro i tetti di spesa fissati dal ministero il prezzo dei libri. E nella Finanziaria abbiamo previsto che certi testi possano essere scaricati da internet.
Pensa di riproporre l’ora di religione per tutti?
Laicità della scuola senz’altro, ma conoscenza delle nostre radici cristiane. Apprendere i principi della nostra religione fa parte della cultura occidentale. In Europa tutti hanno l’ora di religione, eccetto Francia e Slovenia. Ma obbligo no, per carità. Susciterei più polemiche che risultati.
E gli altri culti?
Rispettiamo tutti, ma le altre religioni hanno modalità diverse e diventa difficile organizzare qualcosa per pochi bambini.
Per ridurre gli organici taglierete gli insegnanti di sostegno?
La proporzione sarà di uno a due e non di uno a uno, come è oggi al Sud. Questo non siamo in grado di mantenerlo, anche la sinistra è d’accordo.
Scuola pubblica o scuola privata?
Non mi appassiona la diatriba. Per me la scuola è pubblica comunque, anche se non statale. Inoltre ricordo che le scuole paritarie fanno risparmiare allo Stato 6 miliardi di euro.
I precari già si agitano.
Abbiamo ereditato un precariato pazzesco che saldiamo in quantità ridotte. Abbiamo messo a ruolo 25 mila precari, tanti quanti si poteva. Una politica seria non illude, ma dichiara l’obiettivo.

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Discutine sul FORUM: “Il caso Gelmini: meglio gli insegnanti del Sud o quelli del Nord?”

Scuola: l’Italia bocciata in scienze. A partire dai professori

[i](Foto: Ansa)[/i]
Non solo gli studenti italiani non conoscono le scienze, anche i loro professori avrebbero delle lacune. Lo rivela un sondaggio esclusivo che uscirà nel numero di Panorama in edicola dal 4 gennaio.
Dopo i risultati non certo brillanti ottenuti dagli studenti di 15 anni, il settimanale ha rigirato le domande del questionario Ocse-Pisa 2006 (quello che coinvolge 400 mila studenti di 57 paesi e vede l’Italia al 36 posto) anche ai docenti. Con risultati niente affatto confortanti.
Un esempio? Alla domanda sul ”perché‚ la fermentazione fa lievitare la pasta” ha saputo rispondere soltanto il 36 per cento dei professori di scienze intervistati.
Il sondaggio di Panorama ha dimostrato che sono pochi i professori in grado di rispondere alle domande formulate dal questionario Ocse-Pisa. Inoltre i risultati dei docenti delle medie inferiori si sono rivelati più soddisfacenti di quelli dei docenti delle scuole superiori.

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