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Oliviero-Diliberto
- Tags: Casse, crisi, europee, Nichi-vendola, Oliviero-Diliberto, Paolo-Ferrero, partito, Pdci, Prc, rifondazione, rimborsi-elettorali, Sd, sinistra, soldi, Verdi, voti
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di Stefano Brusadelli
Ironia della sorte (e della politica): sempre sprezzanti verso il primato del dio denaro, le forze italiane della sinistra radicale rischiano di chiudere bottega non perché mancano gli elettori (che peraltro negli ultimi tempi si sono ristretti), ma perché mancano i soldi. “La situazione” confessa a Panorama il tesoriere di Rifondazione, Sergio Boccadutri, “è drammatica. I soldi incassati alle elezioni del 2008 li abbiamo già tutti spesi per le europee. Dalle quali però, disgraziatamente, non ci arriveranno rimborsi”. E se il partito di Paolo Ferrero è alla canna del gas, sono preoccupanti anche le condizioni degli altri “nanetti” accampati alla sinistra del Pd, ossia i comunisti italiani di Oliviero Diliberto, Sinistra e libertà di Nichi Vendola, i Verdi di Grazia Francescato, i socialisti di Riccardo Nencini. L’incubo, per tutti, è rimanere senza più un soldo già nel 2010.
Per capire la situazione occorre ripassare il machiavello del finanziamento dei partiti (qui la Legge 3 giugno 1999, n. 157, qui le nuove norme per il finanziamento dei partiti europei). Che in verità sarebbe stato abolito da un referendum nel 1993, e che invece venne resuscitato 8 mesi dopo travestito da “rimborso “; con inganno anche lessicale, perché l’erogazione avviene senza bisogno di documentare le spese e dunque di finanziamento si tratta e non di rimborso. Le (ricche) torte a disposizione sono quattro: elezione della Camera, del Senato, elezioni europee e regionali. Per accedere alla spartizione delle prime due basta raggiungere l’1 per cento. Per la torta europea l’asticella è più in alto, sta al 4 per cento.
Ogni torta vale all’incirca 250 milioni di euro, e le fette, distribuite in rate annuali, sono proporzionali ai voti conseguiti. Va aggiunto che, grazie alla generosità che i partiti dimostrano sempre verso se stessi, i rimborsi per Camera e Senato vengono erogati per 5 anni anche nel caso la legislatura (come accadde a quella scorsa) duri di meno.
Il guaio per la sinistra radicale è che ormai colleziona un flop elettorale dietro l’altro. Alle politiche del 2008, tutti intruppati nella Sinistra arcobaleno, Rifondazione, Comunisti italiani, Verdi e Sinistra democratica (un gruppo di scissionisti ds guidato da Fabio Mussi) hanno raccolto un misero 3 per cento. Non sono quindi riusciti a eleggere né deputati né senatori (il che ha la sua importanza perché le trattenute sugli stipendi degli eletti sono un’importante voce di entrata), ma hanno almeno incassato i rimborsi; i quali però, divisi in quattro parti, si sono rivelati una miseria. Speravano di rifarsi alle europee succhiando voti al Pd e si erano baldanzosamente divisi in due squadre, ciascuna convinta di superare lo sbarramento del 4 per cento.
È andata male di nuovo: la Lista comunista (Prc e Pdci) si è fermata al 3,3 per cento mentre Sinistra e libertà (gli scissionisti del Prc capitanati da Nichi Vendola, Verdi, Socialisti e Sd) al 3,1. Niente eletti e, stavolta, zero finanziamento.
Con le banche che, non vedendo entrate certe per i prossimi anni, cominciano ad alzare i ponti levatoi. Conseguenza: crisi nera e rischio di finire l’ossigeno già l’anno prossimo, quando invece ci sarà da tirare fuori un mucchio di soldi per la campagna regionale. A viale del Policlinico, sede del Prc, girano cifre da brivido. La curva delle entrate è quella di un’azienda in crisi: 21 milioni di euro nel 2007, 15 nel 2008, 9,5 milioni nel 2009, 6,5 nel 2010, per finire a “zero euro” a partire dal 2011. Le uscite (mettendo da parte il buco di Liberazione, il quotidiano ufficiale) non scendono altrettanto velocemente: 13 milioni nel 2008, 10 milioni nel 2009 e altrettanti nel 2010. Quanto a Liberazione, le perdite ammontano, solo per il 2008, a 3 milioni. “Negli ultimi 5 anni ” si dispera Boccadutri “gli abbiamo dato 10 milioni: ora basta!”.
Come si fa ad andare avanti? La risposta è una drastica ristrutturazione, maneggiata con imbarazzo comprensibile da un partito che ha sempre condannato i licenziamenti fatti dagli altri. Per Liberazione è stato decretato il ridimensionamento: contratti di solidarietà per sei-otto giornalisti e cassa integrazione per tutti gli altri, una quarantina compresi i poligrafici. Ci si accontenterà di un giornale ridotto a quattro pagine. Ma saranno i dipendenti della direzione a dover subire i tagli più pesanti: dai 125 in organico, un’enormità , bisognerà scendere a non più di 40.
I lavoratori sono sul piede di guerra e minacciano azioni eclatanti. Il partito ha offerto 7 mila euro di buonuscita più una mensilità per ogni anno di anzianità . Finora nessuno ha accettato.
Dalle parti dei comunisti di Diliberto la situazione è meno allarmante solo perché i dipendenti sono solo una ventina. “Non ci saranno licenziamenti” dice il tesoriere Roberto Soffritti “ma chi va in pensione non verrà sostituito”. Il bilancio 2008 si è chiuso con un disavanzo leggero, “però i problemi arriveranno già dal consuntivo 2009″. Anche qui c’è un macigno, il settimanale La Rinascita della sinistra, con 15 tra giornalisti, grafici e amministrativi.
I vendoliani si salvano (per ora) solo perché molti dei funzionari che hanno fatto lo strappo dal Prc sono in carico ai sindacati, non esiste un giornale e nemmeno una sede. Il tesoriere, Francesco Ferrara, confida in una sottoscrizione tra militanti e simpatizzanti. Problemi seri, invece, in casa dei Verdi, dove oltre alle entrate è in calo anche il numero degli iscritti e il bilancio 2008 si è chiuso con 1 milione di disavanzo. L’amministratore, Marco Lion, annuncia il taglio di un organico già scheletrico: “Abbiamo sei dipendenti e quattro lavoratori a progetto: li dimezzeremo”. Tutti i soci di Sinistra e libertà possono almeno sperare che la vittoria di Pier Luigi Bersani e Massimo D’Alema al congresso Pd riapra le porte o del partito (è il caso di vendoliani e Sd) o almeno porti a una riedizione dell’Unione sotto il cui simbolo superare le future soglie di sbarramento. Ma Rifondazione e Pdci non possono nutrire neppure questa speranza.
(ha collaborato Vasco Pirri)

Ormai fuori dal Parlamento italiano, il segretario del Pdci Oliviero Diliberto prova a entrare in quello di Stasburgo. Correrà , insieme ai compagni del Prc di Paolo Ferrero, per le europee del 6 e 7 giugno: “Finalmente i comunisti tornano a presentarsi uniti alle elezioni dopo tanti anni. Torna la falce e martello sulle schede; o meglio, per la prima volta da tanto tempo ci sarà solo ‘una’ falce e martello”.
Così aveva detto qualche giorno fa, esprimendo tutta la sua soddisfazione per il via libera, corredato dal simbolo elettorale, all’alleanza con Rifondazione. Oggi, intervistato a Nightline, la trasmissione di Sky tg24 condotta da Maria Latella, ha svelato i suoi sentimenti e si è spinto un po’ (troppo) in là , scagliandosi direttamente contro il presidente del Consiglio: “Come Berlusconi ha in odio il comunismo, così noi abbiamo in odio Berlusconi”.
Non usa mezzi termini, il leader Pdci, non nuovo a uscite del genere (come quando disse a Daria Bignardi che “al Billionaire di Briatore ci sarebbe andato col tritolo” o quando affermò che non avrebbe disdegnato riportare a Roma la mummia di Lenin).
“Noi” ha sottolineato Diliberto “siamo gli unici che abbiamo il coraggio di dirlo in modo esplicito e di affrontare Berlusconi. Mi ricordo che due anni fa fui l’unico ad affrontare e sconfiggere Berlusconi in un dibattito televisivo”. Il segretario del Pdci ha spiegato che l’alleanza elettorale dei Comunisti con Rifondazione per le europee “è un progetto politico”. “La falce e martello” ha continuato “non indica un’ideologia astratta: sono i simboli del lavoro, scelti oltre un secolo fa. Oggi forse sarebbe scelto un computer, ma resta il fatto che quei simboli rappresentano i lavoratori: quei lavoratori che sono invisibili per la politica e che diventano visibili solo quando muoiono, proprio come gli immigrati nel canale d’Otranto”.
O come quando sequestrano i manager. Al proposito, secondo Diliberto, il “sequestro” di Francois Pinault da parte dei lavoratori licenziati delle sue aziende “non è nè da condividere nè da condannare, qui c’è da comprendere”. “Pinault” ha sottolineato il leader dei comunisti italiani “ha un patrimonio di 14 miliardi, e con questo patrimonio licenzia 1400- 1600 operai, che lui neanche conosce, che per lui sono numeri e non persone. Questi licenziati diventano visibili solo quando sono costretti a produrre azioni eclatanti. Se non fossero stati licenziati non sarebbero stati costretti a quell’azione eclatante. Del resto, la crisi è stata creata da coloro che licenziano, e le conseguenze le pagano i lavoratori”.

Svuotati, prosciugati, sciolti come neve al sole.
Le ultime dichiarazioni non erano di certo ottimiste, i risultati sono stati fallimentari. La Sinistra Arcobaleno, “il cantiere aperto alla società civile” fortemente voluto da Fausto Bertinotti chiude da subito i battenti. Per una sconfitta elettorale che avrà come conseguenza immediata due caselle sbarrate: quella dei deputati e quella dei senatori. Nessun rappresentante, neppure Fausto Bertinotti, il primo Presidente della Camera della nostra storia repubblicana a non essere rieletto in Parlamento.
E la batosta diventa ancora più bruciante in Puglia, dove Rifondazione governa da quasi tre anni con Nichi Vendola. Se il progetto arcobaleno avesse avuto un seguito, il governatore barese sarebbe stato quasi certamente il nuovo leader della formazione. Adesso, si pensa invece alla sopravvivenza, anche perché nessuno pensa ad abbandonare cariche e poltrone.
E al Nord non è andata meglio. Come hanno spiegato sociologi e sondaggisti, dalle analisi dei flussi di voto, “emerge che il vecchio compagno, iscritto magari alla Cgil” ha deciso in blocco di non votare o di scegliere Lega. Il caso più emblematico a Valdagno, nei pressi di Vicenza, dove quarant’anni fa alcuni operai tirarono giù la statua di Gaetano Marzotto. Lì Bossi ha preso il 30%, Rifondazione e alleati poco meno del 2%.
Ecco perché, in queste ore, è tutto un fuggi fuggi di dirigenti decisi ad abbandonare il progetto multicolore: Il Subcomandante Fausto ha smesso i gradi di condottiero per assumere quelli di militante semplice; Alfonso Pecoraro Scanio vuole rifare il partito dei Verdi, Oliviero Diliberto (che aveva già scelto di non candidarsi prima dello tsunami) ha già deciso di abbandonare l’idea unitaria e di lanciare anche un nuovo quotidiano, l’ex ministro Paolo Ferrero sembra molto intenzionato a chiedere la testa di Franco Giordano e Sinistra Democratica (l’ala ex diessina di Fabio Mussi) non può certo compiacersi per una scelta che non è sembrata così azzeccata.
Neppure il tempo di sorgere, e l’Arcobaleno è subito tramontato. Ora resta solo da vedere se nei prossimi mesi il Pd cercherà di fagocitarne anche dirigenti ed elettorato.

Da un po’ di mesi, è ormai considerato “l’erede designato”. E benché continui a ripetere che il “problema della leadership è l’ultima cosa”, non si fa fatica a capire che Nichi Vendola è in pole position per raccogliere il ruolo di Fausto Bertinotti a campagna elettorale conclusa.
Le ultime, recentissime, dichiarazioni del governatore pugliese non smentiscono affatto le sue ambizioni politiche sul suo futuro. Anzi, sembrano confermarle in toto: “Non mi tirerò indietro se la Sinistra arcobaleno, dopo il voto, aprirà una fase costituente”.
Decisione questa che sembra essere confermata dalle intenzioni del “compagno Fausto”. Da ormai diversi mesi, infatti, il candidato premier continua a ripetere di non essere “più disposto ad accettare ruoli istituzionali e di dirigenza di qualsiasi tipo”, preferendo continuare a “fare il semplice deputato”.
Ecco quindi che l’ipotesi Vendola potrebbe attuarsi sin dalla prima metà di maggio, anche se al momento i nodi decisivi sembrano altri. Primo tra tutti, il responso delle urne: se il nuovo rassemblement non supererà quota 8%, pare difficile che il processo di unificazione dei tre partiti subisca un’improvvisa accelerazione.
Per questo, proprio in qusti giorni, Vendola sembra legare la sua decisione a questo’ultimo cenario: “il problema non è di chi farà il leader ma piuttosto se il soggetto unitario della sinistra unita entrerà o meno in una fase costituente”. Resterà poi da capire cosa decideranno di fare Alfonso Pecoraro Scanio e Oliviero Diliberto. Anche perchè quest’ultimo, a differenza degli altri segretari, non ricoprirà alcun ruolo istituzionale nella prossima legislatura (nei giorni scorsi ha deciso di lasciare la propria poltrona di Palazzo Madama ad un operaio della Thyssen). A quel punto, la tregua armata tra Rifondazione e Comunisti Italiani potrebbe riesplodere. Ma stavolta per motivi assai diversi rispetto a quelli che portarono dieci anni fa Cossutta e compagni a separarsi dagli “amici-nemici” comunisti.

È ormai una gara, a sinistra, a candidare i “simboli”. E chi, meglio degli operai della Thyssen di Torino per far vedere che si portano avanti gli interessi dei lavoratori?
Il Pd ci ha pensato per primo e subito ha rinfacciato alla Sinistra Arcobaleno di non aver fatto altrettanto. Non poteva esserci ferita più grande per la neonata formazione che candida l’ex presidente della Camera, ma soprattutto ex sindacalista Fausto Bertinotti a Palazzo Chigi. E così oggi è arrivata la contromossa, direttamente da uno dei quattro leader della Cosa, Oliviero Diliberto. Che ha pensato di “rispondere con i fatti e non con le chiacchiere” alle “polemiche sulla casta”, dimostrando che “non tutti i politici sono uguali”. Insomma, il segretario del Pdci ha detto che non si candiderà alle elezioni politiche per “lasciare il posto a un delegato operaio della Thyssen”.
Quindi, dopo il no di Mastella, ecco un altro pezzo da novanta dell’ex Unione che rinuncia. Certo, per il segretario dei Comunisti italiani (lo stesso che con rammarico ha rinunciato alla falce e martello nel simbolo elettorale della Cosa Rossa; lo stesso che buttò lì l’idea di portare a Roma la mummia di Lenin; lo stesso che affermava di voler partecipare ai talk show televisivi “perché plasticamente bisogna far vedere che Berlusconi ci fa schifo”), la situazione è diversa, rispetto a quella dell’ex ministro della Giustizia.
“Io” ha detto Diliberto “rinuncio al mio posto in Parlamento perché la politica si può fare anche bene dalle istituzioni. Vuol dire che al posto mio ci sarà un operaio in più” e sarà il dirigente del Pdci Ciro Argentino, già consigliere provinciale e ora candidato capolista in Piemonte, un posto che Diliberto giudica “strasicuro”. “Noi” ha detto ancora Diliberto (in corsa per la sua quinta legislatura) “avevamo deciso di eleggere l’operaio e nella trattativa non c’era posto, perciò mi chiamo fuori io e la cosa non mi pesa. Continuerò a fare il segretario di questo partito con raddoppiata lena e impegno”.
Nel primo pomeriggio era stato lo stesso Argentino a intervenire sul tema, dopo le polemiche legate all’ipotesi di una sua esclusione dalle liste proprio per fare posto al leader del Pdci: “Ho scelto volontariamente di non candidarmi alle elezioni politiche” riportava l’Ansa, alle 14,33, un’ora e mezza prima della conferenza stampa di Diliberto “per evitare qualunque strumentalizzazione della vicenda della Thyssen a fini elettorali. Sono orgoglioso della candidatura a capolista a Torino del mio segretario Oliviero Diliberto che rappresenta un riconoscimento pieno del lavoro e dei successi politici della Federazione del Pdci della quale io sono un dirigente. Trovo miserabile la polemica da parte del Partito Democratico che specula su una contrapposizione che non esiste offendendo così anche la memoria dei miei compagni di lavoro morti nel rogo della Thyssen Krupp”.

Il segretario del Partito Comunista dei Lavoratori, Marco Ferrando, complice anche la sua barba, potrebbe somigliare al mitico Mario Brega il commmmunista, che i cultori del cinema anni Ottanta certamente ricordano in “Un Sacco Bello” di Carlo Verdone. Ferrando, uscito da Rifondazione Comunista dopo che il partito di Bertinotti è entrato al governo nel 2006, ora guida il Pcl. E, orgogliosamente legato a falce e martello, è uno dei nove/dieci candidati premier (”Me lo impongono per legge, ma non ho velleità presidenzialistiche”, si schernisce) per le elezioni di aprile.
Ferrando, il suo è il solo partito Comunista che gli italiani troveranno sulla scheda elettorale.
Lo dica a Bertinotti…
Rischiate anche di prendere un discreto numero di voti visto che Diliberto ha stimato che la falce e il martello valgono da soli il 2%.
Diliberto ha una concezione da marketing elettorale. Noi non abbiamo nulla da nascondere e abbiamo la falce e martello perché sono il simbolo degli interessi che difendiamo. Bertinotti e Diliberto quando avevano ancora la falce e martello nel simbolo combinavano questo riferimento simbolico feticistico con il voto alle missioni militari, con l’aumento dell’età pensionabile e con il sì alla legge 30. Quindi erano in completa opposizione con quel simbolo.
Però dovrete raccogliere le firme per potervi presentare.
Già , perché la casta parlamentare bipartisan si è arrogata di comune accordo il privilegio di potersi presentare senza firme. Invece noi, antisistema e anticapitalisti, le dobbiamo raccogliere. Una sfida che raccogliamo volentieri.
Andiamo sul concreto. Tre punti programmatici del Pcl.
Aumento consistente di salari e stipendi…
Ma è una mania, pure lei!
Non ci confonda con Veltroni. Lui parla di un simbolico aumento e di una riduzione fiscale, pagate con tagli alla spesa pubblica, alla scuola e alla sanità . Noi vogliamo 300 euro per salari e stipendi che prenderemo con un aumento della tassazione progressiva delle tasse sui grandi redditi e sui grandi patrimoni. E siamo anche per il ritorno alla scala mobile.
Poi?
L’abolizione di tutte le leggi di precarizzazione del lavoro. Sia quelle fatte (ahimè) del centrosinistra, con il voto di Rifondazione, sia la legge 30 di Berlusconi.
Quali altrie misure tostamente comuniste propone?
Ritorno della previdenza pubblica a ripartizione. E via la riforma Dini che privatizza la previdenza. Quindi massicci investimenti di risorse pubbliche nel welfare: sanità , istruzione ambiente.
Non mangerete bambini, ma queste riforme costano!
Noi, a differenza di altri, indichiamo voci precise. Basta abbattere 25 miliardi di spese militari, basta non dare i 40 miliardi di euro che sono stati trasferiti dal 2000 ad oggi a banche e grandi imprese.
Per lei c’è differenza tra Berlusconi e Veltroni?
Programmaticamente no. Tanto che si accusano di imitarsi i programmi. Dal punto di vista cromatico pure: la bandiera tricolore avvolge Veltroni.
Ce l’ha pure con la bandiera italiana?
Così come viene esposta è il simbolo degli interessi delle classi dominanti.
A cui lei oppone la bandiera rossa…
Ovviamente. La bandiera rossa è una scelta di campo per i lavoratori.
Però Veltroni vi frega gli operai: li mette capolista.
Deve cercare di mascherare la realtà . Esibisce un operaio dopo aver fatto le leggi che hanno massacrato i suoi compagni. Per noi è indecenza e ipocrisia.
Un operaio, ma anche Colaninno l’industriale.
Nessuno stupore: è il suo vero mandante sociale.
Una decisione però criticata da Bertinotti.
Dopo che ha votato per due anni di governo le politiche di Colaninno e Montezemolo.
Ferrando, sembra che lei abbia il dente avvelenato contro il comandante Fausto.
Noi non cerchiamo, come fa Bertinotti, compiacenze nei piani alti della società italiana. Non vogliamo sottosegretari, né presidenze delle Camere.
Presidenza della Camera, che si stima potrebbe costare cara, elettoralmente, a Bertinotti.
È un’ulteriore espressione triste del trasformismo della sinistra italiana. Sarà la nostra migliore campagna elettorale. Anche se, ci tengo a dirlo, non facciamo campagna contro Bertinotti, ma contro il padronato con cui però Bertinotti sta.
È critico anche dei salotti che il presidente della Camera frequenta?
Tutto si tiene: chi cerca il benestare dei salotti deve pure frequentarli.
Quanto prendete, Ferrando?
Ci sono milioni di lavoratori che sono pronti a votarci: siamo la sinistra che non tradisce.
Ammetterà però che siete rimasti un po’ agli anni Settanta…
Ma che dice. Negli anni Settanta i comunisti erano compromessi con il potere. Noi siamo quelli del partito di Livorno. Quelli di Gramsci.
E del socialismo reale e realizzato che ne pensa?
Sono trotzkista. Veniamo dall’opposizione allo stalinismo: anche quando i liberali borghesi civettavano con Stalin noi eravamo contro.
Non male pensare a Hitler come ad un liberale borghese…
Siamo l’unica forza a sinistra che rispetto alle tragedie del ‘900 ha le mani pulite. E ci batteremo con la rabbia di chi sta sotto.
Hanno lasciato decadere (per due volte) il pacchetto-sicurezza. Hanno messo in soffitta, tra decreti legge (42), disegni di legge (102) e di ratifica (75), il Consiglio dei ministri ha deliberato (al 14 febbraio scorso) 219 testi. Hanno prodotto, dopo un lavorio intenso in Commissione e in Aula, quintali di carta straccia da riciclare. Ma qualcosa, nonostante come dice il senatore di Forza Italia Maurizio Sacconi, praticamente il “Senato sia sciolto” e il “governo sia di ordinaria amministrazione”, l’ex maggioranza dell’Unione ha prodotto.
Palazzo Madama ha infatti dato il via libera all’ordine del giorno, presentato dalla Sinistra Arcobaleno, che impegna il governo a destinare l’extragettito che risulterà dalla trimestrale di cassa per una riduzione delle tasse sui salari per i dipendenti con i redditi più bassi.
L’ordine del giorno impegna cioè il governo ad “attuare quanto disposto dalla finanziaria, dopo aver rilevato con la trimestrale di cassa, prevista per l’inizio di marzo 2008, l’entità delle maggiori entrate tributarie”. L’odg impegna cioè il governo a ridistribuire, qualora ci fosse, il tesoretto.
“Ho colto l’approvazione con grande soddisfazione. L’extragettito sarà dato alle categorie più deboli ed è arrivato nel rush finale”: ha commentato il leader del Pdci, Oliviero Diliberto.
E se si pensa che della distribuzione dell’extragettito la sinistra radicale ha fatto un punto chiave del proprio programma elettorale, bene si capisce la soddisfazione del segretario dei Comunisti Italiani.
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di Carlo Puca
Si chiama “Obiettivo Roma”. È il titolo in pectore di un film in programma per gennaio. Parla di Walter Veltroni e la regia è dei nanetti locali del centrosinistra: Pdci, Verdi, Udeur, Ps. I fan devono portare ancora un po’ di pazienza: il lavoro dovrebbe uscire nelle sale politiche subito dopo l’Epifania. Lo hanno sancito i produttori nel “patto di Natale”, non scritto ma generatosi spontaneamente dal giro di auguri tra leader e leaderini. Uniti come un sol uomo in difesa delle minoranze. Le loro.
Piange il telefono
E già , perché dai colloqui incrociati fra Oliviero Diliberto, Clemente Mastella, Alfonso Pecoraro Scanio ed Enrico Boselli viene fuori un quadro di sconforto misto a rabbia. Sentimenti imputabili alla frequentazione tra il segretario del Partito democratico e il leader di Forza Italia Silvio Berlusconi. Già soprannominati, nel circuito dei comunisti italiani, “Il gatto e la volpe” e ora visti come il male assoluto dopo i continui attacchi a loro, i piccoli partiti.
Le forze oscure (anzi no)
In politica a ogni azione corrisponde una reazione. Il ping pong mediatico tra Walterissimo e il Cavaliere sta frastornando il resto del mondo parlamentare. Nonostante le polemiche politiche e giudiziarie, l’asse “veltrusconiano” per scrivere assieme la nuova legge elettorale resiste, la minaccia di bipartitismo pure. “Forze oscure”, come le chiama continuamente Berlusconi, remano contro. Forze in verità nemmeno tanto oscure, i “resistenti” alla diarchia. E non sempre piccoli.
Il doppio turno
Le icone dei resistenti sono Romano Prodi e Massimo D’Alema. Uniti come mai in passato, hanno interessi convergenti: tenere in vita il governo, evitando che Veltroni gli stacchi la spina (Prodi); tenere in vita il dalemismo dentro il Pd, evitando che Veltroni gli levi tutto il potere (D’Alema). Il vicepremier ha idee più chiare, punta al sistema elettorale tedesco (con preferenze) per pesare sempre e comunque nei futuri gruppi parlamentari.
Il premier non sa ancora bene su quale modello acconciarsi. Nelle telefonate natalizie ha raccolto i malumori dei piccoli e promesso loro tutela: “Walter non ha ancora capito di che pasta è fatto il Cavaliere” ha detto Prodi a più di un interlocutore della sinistra radicale. “Come D’Alema inciampò nella Bicamerale del 1997, così Veltroni inciamperà nei prossimi mesi. È una coazione a ripetere gli errori che proprio non comprendo. Il risultato sarà che Berlusconi metterà cappello sul referendum, Veltroni gli andrà a ruota ma sembrerà lo sconfitto insieme a voi piccoli”.
Il Prof ha anche raccolto alcune proposte di riforma elettorale, per esempio quella di Pecoraro Scanio sul doppio turno alla francese: “Romano” ha spiegato il leader dei Verdi “ti garantisco che su questa proposta sono pronti a convergere tutti i piccoli, gran parte del Pd e l’intera An. Magari si convince pure Berlusconi”. Ma Romano non si è sbottonato.
Riconquistare Fausto
Insomma, è il solito Prodi attendista, al punto da programmare il rinvio del vertice di maggioranza del 10 gennaio. Prima punta a far smaltire un po’ di tossine che continuano a pesare sulla salute del governo: Finanziaria, pacchetto sicurezza, casi Visco-Speciale e PadoaSchioppa-Petroni, eventuale via libera della Corte costituzionale al referendum. E poi vita nuova con l’agenda 2008: terza lenzuolata di liberalizzazioni, in particolare per banche e benzina; taglio delle aliquote per i lavoratori dipendenti; tassazione delle rendite finanziarie; firma dei contratti nazionali di lavoro per almeno 4 (su 7) milioni di italiani. In pratica, Prodi punta a tendere entrambe le mani ai sindacati e a Rifondazione, che ha chiesto (e ottenuto) la verifica per gennaio, da convocare su un tavolo diverso da quello per la riforma elettorale.
Se il Prof recuperasse Bertinotti alla causa del governo, per Veltroni sarebbero guai: perderebbe l’alleato più prezioso, il partito destinato a staccare la spina al governo Prodi.
Monello Roma
Gli altri alleati Veltroni li ha già persi da tempo. Anzi, i nanetti tenteranno di colpirlo nel suo punto debole: la carica di sindaco di Roma. Una grande città ha sempre mille problemi. Finché le accuse arrivano dagli avversari, pazienza (anche se, dopo l’apertura a Berlusconi, i dossier su “Roma degradata” sono improvvisamente calati di numero). Ma se ad attaccare fossero gli alleati in consiglio e giunta comunale, per Walterissimo la grancassa mediatica suonerebbe forte e stonata.
Pdci, Udeur, Verdi, Ps stanno pensando esattamente a questo, ad aprire i file del loro scontento su sicurezza, decoro urbano, strade mal tenute, trasporti inadeguati, cementificazione; persino rapporti con i costruttori. Da modello Roma a “monello Roma” è un attimo.
I leader nazionali dei piccoli non dovrebbero nemmeno esporsi alle polemiche, ci penserebbero i capà taz romani e laziali. Veltroni dovrebbe scendere al loro livello, per un leader globale non proprio un’immagine edificante.
Ma il sindaco non è uno sprovveduto. Fiutata l’aria, intuiti i rischi dell’accerchiamento, ha riciclato (per ora) timidamente il doppio turno per tenere buoni i minori. Prende tempo in attesa di notizie dalla Consulta o di un’implosione definitiva del governo. È questione di sopravvivenza.