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Oliviero-Diliberto

Sì al tesoretto per i salari, blitz della sinistra in Senato

Hanno lasciato decadere (per due volte) il pacchetto-sicurezza. Hanno messo in soffitta, tra decreti legge (42), disegni di legge (102) e di ratifica (75), il Consiglio dei ministri ha deliberato (al 14 febbraio scorso) 219 testi. Hanno prodotto, dopo un lavorio intenso in Commissione e in Aula, quintali di carta straccia da riciclare. Ma qualcosa, nonostante come dice il senatore di Forza Italia Maurizio Sacconi, praticamente il “Senato sia sciolto” e il “governo sia di ordinaria amministrazione”, l’ex maggioranza dell’Unione ha prodotto.
Palazzo Madama ha infatti dato il via libera all’ordine del giorno, presentato dalla Sinistra Arcobaleno, che impegna il governo a destinare l’extragettito che risulterà dalla trimestrale di cassa per una riduzione delle tasse sui salari per i dipendenti con i redditi più bassi.
L’ordine del giorno impegna cioè il governo ad “attuare quanto disposto dalla finanziaria, dopo aver rilevato con la trimestrale di cassa, prevista per l’inizio di marzo 2008, l’entità delle maggiori entrate tributarie”. L’odg impegna cioè il governo a ridistribuire, qualora ci fosse, il tesoretto.
“Ho colto l’approvazione con grande soddisfazione. L’extragettito sarà dato alle categorie più deboli ed è arrivato nel rush finale”: ha commentato il leader del Pdci, Oliviero Diliberto.
E se si pensa che della distribuzione dell’extragettito la sinistra radicale ha fatto un punto chiave del proprio programma elettorale, bene si capisce la soddisfazione del segretario dei Comunisti Italiani.

Walterissimo e l’assalto dei nani alla legge elettorale

Walter Veltroni, sindaco di Roma e leader del Pd

di Carlo Puca

Si chiama “Obiettivo Roma”. È il titolo in pectore di un film in programma per gennaio. Parla di Walter Veltroni e la regia è dei nanetti locali del centrosinistra: Pdci, Verdi, Udeur, Ps. I fan devono portare ancora un po’ di pazienza: il lavoro dovrebbe uscire nelle sale politiche subito dopo l’Epifania. Lo hanno sancito i produttori nel “patto di Natale”, non scritto ma generatosi spontaneamente dal giro di auguri tra leader e leaderini. Uniti come un sol uomo in difesa delle minoranze. Le loro.
Piange il telefono
E già, perché dai colloqui incrociati fra Oliviero Diliberto, Clemente Mastella, Alfonso Pecoraro Scanio ed Enrico Boselli viene fuori un quadro di sconforto misto a rabbia. Sentimenti imputabili alla frequentazione tra il segretario del Partito democratico e il leader di Forza Italia Silvio Berlusconi. Già soprannominati, nel circuito dei comunisti italiani, “Il gatto e la volpe” e ora visti come il male assoluto dopo i continui attacchi a loro, i piccoli partiti.
Le forze oscure (anzi no)
In politica a ogni azione corrisponde una reazione. Il ping pong mediatico tra Walterissimo e il Cavaliere sta frastornando il resto del mondo parlamentare. Nonostante le polemiche politiche e giudiziarie, l’asse “veltrusconiano” per scrivere assieme la nuova legge elettorale resiste, la minaccia di bipartitismo pure. “Forze oscure”, come le chiama continuamente Berlusconi, remano contro. Forze in verità nemmeno tanto oscure, i “resistenti” alla diarchia. E non sempre piccoli.
Il doppio turno
Le icone dei resistenti sono Romano Prodi e Massimo D’Alema. Uniti come mai in passato, hanno interessi convergenti: tenere in vita il governo, evitando che Veltroni gli stacchi la spina (Prodi); tenere in vita il dalemismo dentro il Pd, evitando che Veltroni gli levi tutto il potere (D’Alema). Il vicepremier ha idee più chiare, punta al sistema elettorale tedesco (con preferenze) per pesare sempre e comunque nei futuri gruppi parlamentari.
Il premier non sa ancora bene su quale modello acconciarsi. Nelle telefonate natalizie ha raccolto i malumori dei piccoli e promesso loro tutela: “Walter non ha ancora capito di che pasta è fatto il Cavaliere” ha detto Prodi a più di un interlocutore della sinistra radicale. “Come D’Alema inciampò nella Bicamerale del 1997, così Veltroni inciamperà nei prossimi mesi. È una coazione a ripetere gli errori che proprio non comprendo. Il risultato sarà che Berlusconi metterà cappello sul referendum, Veltroni gli andrà a ruota ma sembrerà lo sconfitto insieme a voi piccoli”.
Il Prof ha anche raccolto alcune proposte di riforma elettorale, per esempio quella di Pecoraro Scanio sul doppio turno alla francese: “Romano” ha spiegato il leader dei Verdi “ti garantisco che su questa proposta sono pronti a convergere tutti i piccoli, gran parte del Pd e l’intera An. Magari si convince pure Berlusconi”. Ma Romano non si è sbottonato.
Riconquistare Fausto
Insomma, è il solito Prodi attendista, al punto da programmare il rinvio del vertice di maggioranza del 10 gennaio. Prima punta a far smaltire un po’ di tossine che continuano a pesare sulla salute del governo: Finanziaria, pacchetto sicurezza, casi Visco-Speciale e PadoaSchioppa-Petroni, eventuale via libera della Corte costituzionale al referendum. E poi vita nuova con l’agenda 2008: terza lenzuolata di liberalizzazioni, in particolare per banche e benzina; taglio delle aliquote per i lavoratori dipendenti; tassazione delle rendite finanziarie; firma dei contratti nazionali di lavoro per almeno 4 (su 7) milioni di italiani. In pratica, Prodi punta a tendere entrambe le mani ai sindacati e a Rifondazione, che ha chiesto (e ottenuto) la verifica per gennaio, da convocare su un tavolo diverso da quello per la riforma elettorale.
Se il Prof recuperasse Bertinotti alla causa del governo, per Veltroni sarebbero guai: perderebbe l’alleato più prezioso, il partito destinato a staccare la spina al governo Prodi.
Monello Roma
Gli altri alleati Veltroni li ha già persi da tempo. Anzi, i nanetti tenteranno di colpirlo nel suo punto debole: la carica di sindaco di Roma. Una grande città ha sempre mille problemi. Finché le accuse arrivano dagli avversari, pazienza (anche se, dopo l’apertura a Berlusconi, i dossier su “Roma degradata” sono improvvisamente calati di numero). Ma se ad attaccare fossero gli alleati in consiglio e giunta comunale, per Walterissimo la grancassa mediatica suonerebbe forte e stonata.
Pdci, Udeur, Verdi, Ps stanno pensando esattamente a questo, ad aprire i file del loro scontento su sicurezza, decoro urbano, strade mal tenute, trasporti inadeguati, cementificazione; persino rapporti con i costruttori. Da modello Roma a “monello Roma” è un attimo.
I leader nazionali dei piccoli non dovrebbero nemmeno esporsi alle polemiche, ci penserebbero i capàtaz romani e laziali. Veltroni dovrebbe scendere al loro livello, per un leader globale non proprio un’immagine edificante.
Ma il sindaco non è uno sprovveduto. Fiutata l’aria, intuiti i rischi dell’accerchiamento, ha riciclato (per ora) timidamente il doppio turno per tenere buoni i minori. Prende tempo in attesa di notizie dalla Consulta o di un’implosione definitiva del governo. È questione di sopravvivenza.

Non chiamatela più Cosa Rossa: la sinistra sposa l’Arcobaleno


Adesso hanno smesso di essere l’indefinibile Cosa Rossa. Adesso ha un nome la federazione tra i partiti della cosiddetta “Sinistra radicale”: adesso c’è Sinistra-L’Arcobaleno.

L’annuncio della nascita è avvenuto alla fine di un vertice alla Camera tra i rappresentanti di Rifondazione comunista, Sinistra democratica, Verdi e Comunisti italiani.
Il battesimo della folla è invece fissato ufficialmente sabato 8 e domenica 9 dicembre alla Nuova Fiera di Roma, dove si riuniscono gli stati generali, una sorta di Costituente della sinistra e degli ecologisti.
Debutto probabile: alle amministrative di primavera, dove il nuovo soggetto politico potrebbe presentarsi per la prima volta. E il condizionale è d’obbligo, dopo aver sentito Fabio Mussi di Sinistra democratica dire: “L’impegno è quello di andare il più possibile uniti al voto”.
Uniti sotto il “segno grafico” (nessuno si azzarda a chiamarlo simbolo) comune della nuova federazione. Anche se non è ancora stato deciso che alle elezioni amministrative i tradizionali simboli dei partiti debbano scomparire.
Nel logo, per come mostrato dal sito dell’agenzia Dire.it, è un mare (un po’ mosso, in realtà) di colori a sorreggere il doppio nome. Segno che le acque, a sinistra del Pd, restano agitate. A tenere banco sono ancora le polemiche sulla rimozione della falce e del martello che aveva inalberato, nelle scorse settimane, il Pdci di Oliviero Diliberto e Marco Rizzo.
E proprio quest’ultimo non si è lasciato sfuggire l’occasione per criticare la scelta grafica: “Se il simbolo definitivo non avrà la falce e martello ben visibili, non sarò d’accordo”, ha minacciato. Ma anche la scelta tra forza di lotta o di governo, va ancora condivisa. Alle affermazioni del presidente della Camera sul “fallimento” del governo Prodi, Oliviero Diliberto, leader del partito che ha lasciò Rifondazione quando Bertinotti fece cadere il primo governo Prodi, risponde così: “Noi abbiamo la vocazione ad essere una forza di governo, bisogna vedere se ci sono le condizioni per farlo. Non è obbligatorio”.
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Al di là dell’appartenenza politica, quale simbolo graficamente vi piace di più?

La Cosa rossa si toglie falce e martello? Al Manifesto cade la parola comunista

Franco Giordano e Oliviero Diliberto, leader di Prc e Pdci | Ansa
Due vere e proprie istituzioni della sinistra, Fausto Bertinotti e il Manifesto, sono pronti a rinunciare alla falce e al martello e alla parola comunista.
Il quotidiano, uno dei fogli storici della sinistra, va male. Le vendite calano e i redattori sono senza stipendio da mesi. E sottoscrizioni e abbonamenti non bastano più. E allora scende in campo uno degli storici fondatori, Valentino Parlato, che in un editoriale ha lanciato due segnali: uno contro lo spegnimento del giornale. Nel secondo, invece, si guarda ad una sorta di palingenesi dell’intera sinistra che potrebbe aprire il quotidiano ad un nuovo lettorato. E se la “Cosa Rossa” è pronta a rinunciare al simbolo della falce e martello, il Manifesto potrebbe cominciare col rinunciare alla dizione “quotidiano comunista” sopra la testata.
E così “Fausto il rosso”, che in questi anni ha vestito piuttosto i panni di “Bertinotti il presidente”, in queste settimane ha più volte invitato a lla sintesi e all’unità: “Fuori dalla prospettiva unitaria” ha spiegato nei giorni scorsi “non c’è vita possibile per la sinistra”. Un Bertinotti che, citando un celebre fatto storico, è pronto ad un cambiamento simbolico, non indifferente, pur di unire tutta la sinistra: “Togliatti era comunista, ma è andato alle elezioni del 1948 con il simbolo di Garibaldi. Ognuno il suo simbolo lo tiene per sé, ma per mettere insieme la sinistra serve un simbolo che vada bene a tutti”.
E così a furia di indiscrezioni, smentite, accuse, bozzetti lasciati filtrare alla stampa dall’uno e dall’altro partito della sinistra estrema, cresce l’attesa su nome e simbolo della futura federazione unitaria della sinistra.
I problemi, quelli del teatrino della politica direbbe il Cavaliere, ruotano attorno a Verdi e al Pdci, che si scambiano accuse sempre meno unitarie. E se fino alla settimana scorsa la Fed di sinistra sembrava realtà, o quantomeno vicina al varo, in queste ore le tensioni sono aumentate proprio a causa della falce e del martello. Angelo Bonelli, capogruppo alla Camera dei Verdi era stato categorico: “No”. E ha pure rilanciato la parola ecologista nel nome della futura Fed di sinistra. Tra i Comunisti Italiani c’è chi borbotta che “in realtà i Verdi, intesi come Pecoraro e Bonelli, pensano ancora al Pd, e che solo Paolo Cento vuole l’unità a sinistra”. Gli stati generali della Cosa Rossa sono previsti per la prima settimana di dicembre. E da giovedì prossimo gli “sherpa” dei vari partiti torneranno a incontrarsi. Proprio martedì 27 è prevista una riunione più politica con le delegazioni al completo.
Da sin. Armando Cossutta, Fausto Bertinotti ed Oliviero Diliberto in una foto del '98 | AnsaAl momento Prc e Sinistra Democratica scelgono di non intervenire, perché spiegano che “l’obiettivo è una sinistra che guardi anche a chi non è iscritto ai partiti, come le associazioni e i movimenti che saranno protagonisti all’assemblea generale della sinistra”.
E al com’eravamo prima del muro di Berlino e con la nostalgia della mummia di Lenin rimane solo il Pdci di Diliberto.

Afghanistan, se in ostaggio resta il Governo

Uno gruppo di militari italiani sbarca dall'elicottero per una perlustrazione nei dintorni di Herat, la zona sotto il comando italiano nell'Est dell'Afghanistan.<br />
In sole 24 ore - il tempo del rapimento dei due militari italiani in Afghanistan e del successivo blitz - la maggioranza di governo è riuscita ad esprimere non meno di cinque linee diverse. Il segretaro del Pdci Oliviero Diliberto, quasi non aspettasse altro, ha chiesto il “ritiro immediato” del nostro contingente. Il suo collega di Rifondazione, Franco Giordano, si è sentito “un po’ distante da Diliberto”. Questa la sua ricetta: “Prima trattiamo, trattiamo, trattiamo. Poi parleremo di ritiro delle truppe”. Il suo capogruppo al Senato, Giovanni Russo Spena, esprime comunque “dubbi sull’azione di forza”.

Il ministro della Difesa, Arturo Parisi, era ovviamente su tutte le furie: oltre alla liberazione dei suoi militari doveva pensare anche al fronte interno. Forse avrebbe fatto volentieri uno scambio, alleati di governo contro soldati. Nel frattempo a New York il ministro degli Esteri Massimo D’Alema diceva la sua (e fin qui nulla di male), magari però aggiungendo qualche particolare di troppo: non si trattava di semplici sottufficiali, ma di “funzionari”, cioè di agenti dei servizi segreti. Romano Prodi, anche lui a New York, ha precisato di seguire costantemente la situazione e di avere “tutti i canali aperti”.

Nessuno, né nel loquace governo né nella loquacissima maggioranza, è sembrato ricordarsi di concordare una versione comune dei fatti, magari una versione “ufficiale” ma, come si fa in questi casi, la più adatta a minimizzare gli eventuali danni. Erano giornalisti, no una pattuglia in perlustrazione, addetti agli aiuti umanitari, esperti delle “squadre speciali”, infine agenti dell’intelligence.

La malignità che circola tra gli addetti ai lavori è che il blitz è stato fatto assieme agli inglesi per poter addossare loro un’eventuale finale drammatico. Gli italiani sono feriti, uno seriamente, e c’è poco da scherzare. Certo è che se i talebani o chi per loro volevano approfittare della debolezza del governo italiano, ben istruiti dal precedente di Daniele Mastrogiacomo, anche stavolta hanno sfiorato il colpaccio. E qualcosa lascia prevedere che, anche in politica, la faccenda non finisca qui.

Guarda il VIDEO servizio sulle dichiarazioni del ministro Parisi alla Camera:

LEGGI ANCHE: Liberati con un blitz, ma feriti, i due italiani - Sas, incursori e Col Moschin per salvare i militari rapiti

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