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omosessualità

Alessandro Cresci: Di Pietro e l’omofobia in salsa toscana


Alessandro Cresci: Di Pietro e l’omofobia in salsa toscana

di Cristina Manetti

Lui, giovane con il pizzetto e gli occhi nocciola, già coordinatore fiorentino dei dipietristi, è uno dei due contendenti alla leadership toscana del partito (l’altro è il deputato massese Fabio Evangelisti). E però, nell’Italia dei valori toscana, la sua omosessualità rischia di passare per un disvalore. Continua

Il senatore de Eccher: “Genitori gay, è ora che il Governo intervenga”

gaySe i dati diffusi da Arcigay sono corretti, se cioè il 17% degli omosessuali italiani avesse figli nati da un precedente matrimonio, in Italia ci sarebbero circa 100 mila bambini con genitori gay:  lesbiche che si sono fatte inseminare (all’estero), oppure  uomini e donne con figli che, a un certo punto della loro vita,  hanno scelto di vivere più liberamente la propria omosessualità. Senza per questo - ovviamente - rinunciare ad allevare i loro figli. È  davvero un problema? Continua

Avviso a Bertone: quattro nuovi sacerdoti su 10 sono gay


Un momento della Messa celebrata da Papa Benedetto XVI nella basilica di S.Pietro il  1 aprile 2010 (ANSA/GIUSEPPE GIGLIA/CRI)

Un momento della Messa celebrata da Papa Benedetto XVI nella basilica di S.Pietro il 1 aprile 2010 (ANSA/GIUSEPPE GIGLIA/CRI)

Per la Chiesa cattolica l’omosessualità resta un problema. E i vertici continuano a fare due pesi e due misure: il cardinale Bertone afferma che i pedofili sono omosessuali e si attira le critiche di tutto il mondo. Continua

Tanti scandali e la Chiesa non si dà l’assoluzione

Ordinazione sacerdotale

Irlanda: 30 mila casi di abusi sessuali e pedofilia denunciati a carico di 800 tra sacerdoti, religiosi e suore.
Stati Uniti: 4.392 sacerdoti denunciati per molestie su minorenni.
Brasile: 1.700 preti accusati di violenze, orge e uso di droga a danno di bambini piccoli. Italia: 17 condanne e 22 incriminazioni per abusi su minorenni a carico di sacerdoti e religiosi. E ancora Australia, Gran Bretagna, Francia, Croazia, Polonia, Austria… Si allunga la lista degli scandali.
Nei giorni scorsi, al termine di un’ispezione del Vaticano (in gergo visita apostolica), è stato rimosso l’abate della Basilica di Santa Croce in Gerusalemme a Roma. Ufficialmente la motivazione è “abusi liturgici”, ma si parla di rapporti omosessuali all’interno del monastero.
Un’altra ispezione è partita a carico della congregazione dei Legionari di Cristo, che contano 800 sacerdoti e 2.500 seminaristi in 30 paesi. Il fondatore padre Marcial Maciel Degollado, deceduto un anno fa, è accusato non solo di avere compiuto abusi sessuali sui seminaristi ma di avere avuto anche un’amante e una figlia.

Casi di oncubinato, omosessualità, malversazioni economiche
E ancora: decine di casi di concubinato nel clero della diocesi di Linz in Austria. Accuse di omosessualità per sacerdoti anche all’interno delle Mura vaticane, e di malversazioni economiche e finanziarie. E ancora: abbandoni e suicidi, come quello di monsignor Silvano Caccia, per dieci anni responsabile dell’ufficio famiglia della curia di Milano, che nel marzo scorso si è tolto la vita dopo essere stato rimosso dall’incarico.
È proprio Benedetto XVI a lanciare l’allarme e a indire un anno speciale dedicato ai sacerdoti, che si concluderà il 19 giugno 2010 in piazza San Pietro con un grande incontro dei preti di tutto il mondo. Quella del Papa suona insomma come una chiamata alle armi per fare fronte sia agli scandali sia alla drammatica diminuzione delle vocazioni al sacerdozio, soprattutto in Europa (meno 6,8 per cento) e in America del Nord, solo in parte compensata dalla crescita in Africa e in Asia. In totale i sacerdoti nel mondo oggi sono 408 mila (dei quali circa 272.500 diocesani e 135.500 religiosi), ma almeno 700 di essi ogni anno abbandonano ufficialmente l’abito talare e forse altrettanti lasciano di fatto il ministero senza neppure comunicarlo al vescovo.

Il sociologo Luca Diotallevi è reciso: nel 2023 in Italia i sacerdoti diocesani potrebbero essere un quarto meno di oggi (da 33 mila a 24 mila) mentre i sacerdoti stranieri nel Paese raddoppieranno (dal 5 al 10 per cento del totale). “È sbagliato tuttavia ridurre il problema del clero a un problema di quantità. Al contrario è anzitutto una questione di qualità dei sacerdoti: come vengono selezionati, quali sono le loro motivazioni, chi li accompagna nel loro percorso” avverte Diotallevi.
Massimo Camisasca, fondatore della Fraternità sacerdotale dei missionari di San Carlo Borromeo, è ancora più severo nella diagnosi: “Molti preti non pregano più, in molti seminari la formazione è frammentaria e superficiale, ci sono carrierismo, sottomissione alle logiche del mondo, difficoltà di aprirsi alla collaborazione con i laici. Questo ha svuotato la vita di molti preti e ha smesso di renderli testimoni credibili. Da qui occorre partire per ridare slancio all’esperienza sacerdotale. Mancano inoltre, almeno per ora, nella Chiesa luoghi in cui rileggere assieme le difficoltà che vive la formazione e la vita sacerdotale” osserva Camisasca.

Clero con logiche da casta
Invece di mettersi in discussione il clero ha reagito con la logica della casta: “Si è arroccato in difesa dei propri privilegi e delle proprie sicurezze” sintetizza Diotallevi.
Per il Papa è il momento di ricordare chi sono gli eredi degli apostoli. Ha varato nuove norme, semplificate, che faciliteranno la riduzione allo stato laicale per i sacerdoti che si macchiano di una “condotta di vita irregolare e scandalosa” e ne ha affidato l’applicazione alla Congregazione per il clero. Presto sarà poi pubblicato un “Direttorio per i confessori e direttori spirituali” insieme con una raccolta di testi di Joseph Ratzinger sulla missione del prete oggi.
Per realizzare questo programma Benedetto XVI si è circondato di una squadra composta da uomini di fiducia: i segretari delle congregazioni per il clero e per l’educazione cattolica, Mauro Piacenza e Jean-Louis Brugués, il prefetto del clero, cardinale Claudio Hummes, il vicario per la diocesi di Roma, cardinale Agostino Vallini. Ma secondo il vaticanista Marco Politi (autore del recente saggio La Chiesa del no, Mondadori) tutto questo non basterà per fare fronte alla crisi: “Non c’è stata, fino a questo momento, una strategia complessiva per affrontare il problema del clero”.
Celibato dei preti, sacerdozio e omosessualità, valorizzazione del ruolo dei laici e delle donne: questi sono i temi che la Chiesa, secondo Politi, è chiamata oggi a mettere sul tavolo. Un coraggio che, fino a questo momento, sembra essere mancato.

Sacerdozio, il Vaticano ribadisce: “I gay non possono diventare preti”

Papa Benedetto XVI parla ai vescovi

Non possono diventare sacerdoti persone con “tendenze omosessuali fortemente radicate”. A tre anni da un documento della Congregazione per l’educazione cattolica (2005), lo stesso dicastero della Santa Sede pubblica un testo di piú ampio raggio, “Orientamenti per l’utilizzo delle competenze psicologiche nell’ammissione e nella formazione dei candidati al sacerdozio”, che torna anche sul tema dell’omosessualitá in seminario.
“Il cammino formativo” si legge nel documento “dovrà essere interrotto nel caso in cui il candidato, nonostante il suo impegno, il sostegno dello psicologo o la psicoterapia, continuasse a manifestare incapacitá ad affrontare realisticamente, sia pure con la gradualitá di ogni crescita umana, le proprie gravi immaturità (forti dipendenze affettive, notevole mancanza di libertá nelle relazioni, eccessiva rigiditá di carattere, mancanza di lealtá, identitá sessuale incerta, tendenze omosessuali fortemente radicate, ecc).
Lo stesso, aggiunge il documento, deve valere anche nel caso in cui risultasse evidente la difficoltá a vivere nel celibato, vissuto come un obbligo cosí pesante da compromettere l’equilibrio affettivo e relazionale”. Nel 2005 la congregazione vaticana responsabile dell’educazione pubblicó una “Istruzione circa i criteri di discernimento vocazionale riguardo alle persone con tendenze omosessuali in vista della loro ammissione al seminario e agli ordini sacri”. L’iniziativa venne assunta sulla scia dello scandalo pedofilia negli Stati Uniti, anche se, all’interno della stessa Chiesa cattolica, diverse voci si levarono contro una connessione tra pedofilia e omosessualitá.

E non che stavolta le voci contro si siano taciute. Anzi: sui preti gay, afferma Franco Grillini presidente di Gaynet: siamo in “presenza di un vero e proprio razzismo e della solita ossessione omofoba propria degli apparati clericali”. “Se per fare il prete il requisito principale è la castità, ovvero la, impossibile, rinuncia a qualsiasi attività di carattere genitale, l’orientamento sessuale dovrebbe essere irrilevante. E invece no” ha aggiunto Grillini “se uno è gay niente sacerdozio. Siamo qui di di fronte ad una brutale discriminazione che contribuisce a diffondere il veleno dell’esclusione e del razzismo omofobico”.
“Con ogni probabilità l’intento è quello di fugare il sospetto di essere un’organizzazione omosessuale di massa come accade inevitabilmente alle strutture monosessuali coatte basate sulla rigida separazione tra donne e uomini”.

Palermo: storia di Paolo, accoltellato dal padre perché gay

Paolo Brunetto
“Disonore e vergogna”, parole che evocano altri tempi, pronunciate da un padre: Giovanni Brunetto, palermitano, 53 anni, che, sabato scorso, ha accoltellato il figlio gay. Dopo l’aggressione non ha cercato di fuggire. Si è lasciato ammanettare dai carabinieri e ha detto: “Non ci ho visto più. Provo vergogna, mi ha disonorato”. E di onore parla anche la moglie, mentre impreca contro i giornalisti. “Che volete da noi?” grida. “In questa casa non c’è più onore: non potete toglierci più nulla”. Lui, la vittima, Paolo, 18 anni compiuti a gennaio, risponde a bassa voce: “Mio padre non mi ha mai accettato. Non ha voluto rassegnarsi al fatto che sono omosessuale. Ho cercato di convincerlo che la mia non è una malattia, né una cosa sporca, ma è stato tutto inutile”.
Quartiere Brancaccio, periferia est di Palermo. Paolo accetta di parlare. Si affaccia al balcone. Ha le braccia fasciate e sul viso i segni delle percosse, ma non si vergogna. “è un anno che ho capito di essere gay”, racconta. “E ho deciso di dirlo a mia madre. Mi comprende, è stata lei a riferirlo a mio padre e da allora in questa casa abbiamo smesso di vivere”.
L’uomo non si rassegna. Segue Paolo, lo spia, non vuole che esca con gli amici. “Pensava che mi prostituissi” dice il ragazzo. “E invece io frequentavo solo i miei amici, quelli come me”. Ma la madre, che ha sempre difeso il figlio, tenta di salvare anche l’onore del marito, in cella da sabato con le accuse di maltrattamenti in famiglia e lesioni.
“Voleva solo che lavorasse” spiega. “Ha la testa piena di fantasie: vuole fare il fotomodello, insegue la bella vita. Noi non abbiamo soldi, non possiamo mantenerlo”. “Gli ho chiesto di aiutarmi a trovare un lavoro” replica la vittima “ma lui si rifiutava: diceva che si vergognava di presentarmi in giro perché ero gay”.
Tensioni di un anno, dunque, che sabato scorso sono esplose nella violenza. Alessandro torna dal mare e comunica ai genitori che uscirà di lì a poco. Il padre si arrabbia.
“Ero sotto la doccia” racconta il ragazzo, “quando l’ho visto davanti. Aveva in mano il coltello e mi ha aggredito”. I carabinieri, chiamati dai vicini, trovano il giovane con le braccia coperte di sangue. Seduto a terra in un angolo, terrorizzato. Il padre finisce in carcere.
Ma la storia di Paolo esce presto dai confini delle mura domestiche e da dramma familiare diventa emblematica, secondo politici e esponenti delle associazioni che difendono i diritti degli omosessuali, del “clima di omofobia” che si sta diffondendo nel Paese”. “Il governo vari al più presto una legge contro le violenze nei confronti di gay , lesbiche e trans”, è il grido unanime di Arcigay e Arcilesbica.

Gay pride, la Carfagna e quel patrocinio che divide

Manifestazione a favore delle unioni civili a Roma

Prima, in occasione della Giornata mondiale contro l’omofobia, la neo ministro per le Pari Opportunità Mara Carfagna aveva chiesto sobrietà: “In una società evoluta non c’è spazio per ogni tipo di discriminazione; pertanto anche l’omofobia va contrastata con la forza dell’educazione civica e del rispetto. A questo atteggiamento deve corrispondere la sobrietà delle manifestazioni della comunità omosessuale che non dovrebbe mai scendere nell’esibizionismo e nel folklore”.
E le polemiche non si erano fatte attendere. Ora, dopo che dalle pagine del Corriere della Sera, ha negato il patrocinio al Gay Pride nazionale del 28 giugno a Bologna (”Non sono orientata a darlo. Non servono, i Gay Pride. Io sono pronta ad occuparmi di contrasto alle forme di discriminazione e di violenza. Sono pronta a dare patrocini a seminari e convegni che si occupano di questi problemi”) per la neo ministro è piena bufera.

“Come fa il ministro Carfagna a sostenere che non esistono discriminazioni sui luoghi di lavoro per le persone omosessuali?” si chiede il presidente nazionale di Arcigay Aurelio Mancuso. “Saremmo tanto curiosi di sapere quali sono i gay che la Carfagna dice di conoscere e in quale mondo ella vive” attacca Mancuso “perché ci pare che abbia una percezione della realtà del tutto distorta”. Un ministro, secondo Mancuso, non si occupa dei singoli casi di discriminazione, ma di scrivere una legge perché tutte le discriminazioni siano evitate. Arcigay chiede quindi un incontro alla Carfagna “affinché possa distaccarsi dal mondo delle favole e ritornare tra i comuni mortali, che hanno bisogno di risposte concrete, non di consunte e provocatorie esternazioni sui giornali. Per questo sarebbe bene che un principe la baci e la svegli”.
Non è morbido nei confronti della Carfagna neanche il leader storico dell’Arcigay, il socialista Franco Grillini, secondo il quale quelle del ministro sono “battutacce da bar che confermano quanto la destra italiana sia omofoba e non ami la diversità”. “Mi sembra che per il ministro Mara Carfagna sia più facile sparare a zero sul Gay Pride”, dice Grillini, intervenuto ai microfoni di Ecotv “utilizzando i soliti pregiudizi, stereotipi e luoghi comuni anzichè svolgere una positiva attività di governo” dice Grillini.
Per gli organizzatori della manifestazione bolognese, il “no” del ministro “non è una disarmante ingenuità, quanto piuttosto la pericolosa strategia politica di questa destra, e di cui Mara Carfagna è la semplice portavoce”. E continuano: “Non potendo affermare apertamente la contrarietà alla concessione di diritti, e dire chiaramente di non voler lottare contro una discriminazione sociale che spinge milioni di persone al silenzio, perché tutto ciò sarebbe intollerabile per un Paese che vuole stare a pieno titolo nell’Unione Europea, si nega l’esistenza della questione stessa, la si aggira, la si depotenzia. Questa ostinata negazione è un argomento allarmante”. Le critiche riguardano tutti i partiti del centrodestra al governo che “con dichiarazioni xenofobe alimentano giorno dopo giorno una qualche caccia alle streghe: immigrati, donne che abortiscono, omosessuali sono i bersagli preferiti su cui soffiano i venti di odio alimentati dalle nostre destre incivili ed eversive. È forse questo il senso civico di cui ci dovremmo appropriare? - continua la nota - C’è bisogno di rispetto e di educazione civica; e soprattutto c’è necessità di una legge che difenda le persone omosessuali, bisessuali e trans dalle violenze che subiscono”.
Anche il giudizio del Pd sulla Carfagna è critico: Pina Picierno, esponente del Pd e ministro ombra delle Politiche giovanili si augura che la Carfagna “ci ripensi e partecipi al Gay Pride” senza farsi “condizionare nella sua attività da visioni manichee e fuori dal tempo”. “È di pochi giorni fa” afferma Picierno “la notizia di una madre che ha accoltellato la figlia perché ‘colpevole’ di essere omosessuale, e quasi ogni giorno i fatti di cronaca ci raccontano di quanto la vita delle persone omosessuali sia densa di difficoltà. Non è vero purtroppo, come ha sostenuto Mara Carfagna, che non esiste un problema di integrazione”.
Unici apprezzamenti dell’opposizione giungono alla Carfagna dalle fila dell’Udc. Il deputato Luca Volontè è netto: “Le stravaganti connivenze politiche con i sindacati gay di sinistra sono finite, è una buona notizia. Nell’ultimo anno” aggiunge Volontè “oltre ai patrocini per sfilate e baccanali fuori stagione, abbiamo visto sponsorizzare dalle istituzioni pubbliche mostruosità blasfeme di ogni tipo”.

Alfonso Signorini: Il mio coming out al pranzo della domenica

Il direttore di Chi, Alfonso Signorini
di Alfonso Signorini

Sarebbe stato un pranzo domenicale coi fiocchi: sorella, mamma, papà e pure la zia Ester, 80 anni, zitella nonché dama di San Vincenzo, riuniti davanti al piatto di portata con una bella gallina fumante. La notte prima non ho dormito. Temevo che l’anziana dama di San Vincenzo non avrebbe retto all’annuncio. E poi papà, che già soffriva di cuore… Ma quella che più mi spaventava era la reazione della mamma. Per anni l’avevo illusa, illudendo me stesso. Ero arrivato a un passo dalle nozze: a 27 anni stavo per sposare la zia di un mio allievo. Allora insegnavo dai gesuiti, e già quello mi era sembrato un bello scandalo: mandare tutto all’aria con le pubblicazioni fatte, i regali arrivati, la cerimonia a Sant’Ambrogio e il pranzo già prenotati. Due giorni prima che tutto accadesse mi ero presentato dai miei e avevo detto: «Non mi sposo più». Ancora adesso mi chiedo come non siano caduti per terra, svenuti. Per far passare la tempesta me ne ero fuggito in vacanza a Ceylon, un posto sufficientemente lontano, in compagnia del mio amico Aristide e dei suoi genitori.
Avevo riprovato: io e la mamma ci avevamo creduto di nuovo. Questa volta era una romana, conosciuta sulle piste di sci: 7 anni di convivenza. Poi siamo tornati dalle vacanze estive in un villaggio turistico in Turchia: io avevo letto un sacco di libri, lei aveva diviso il suo tempo tra l’ombrellone e il campo di tennis. Soltanto dopo scoprii che se l’intendeva con il maestro. E mi ritrovai single: la mamma era sicura che non sarei sopravvissuto senza un aiuto. E per tenere in ordine l’appartamento mi mandò Pina, fedele e fidata collaboratrice domestica, «che come stira lei le camicie non c’è nessuna». E così fu Pina la prima persona di casa a cui lo dissi: quando cominciai a frequentare quello che ancora oggi è il mio compagno, quando poi andammo a vivere insieme, dovetti istruirla per bene: «Non una parola a mia madre: se ti cerca, non farti trovare». E la costrinsi a una latitanza che nemmeno i terroristi.
Racconto tutto questo perché fu Pina la causa scatenante del mio outing familiare. Non riuscendo più a parlare con la tata, la mamma era in preda a un’ansia assoluta. E, visto che anch’io ero molto vago (a quel punto ero già giornalista a Chi, e mi inventavo servizi e trasferte per non parlarle), tutti gli sfoghi finivano su mia sorella. Che, non sapendo più come arginare le smanie della mamma, mi mise alle strette: «Non ne posso più: o parli tu o lo faccio io».
Ed eccoci dunque al famoso pranzo domenicale. Mi ero vestito con la camicia bianca, la cravatta e la giacca, che non mi tolsi mai anche se, nonostante fossimo in pieno inverno, sudavo come d’estate in Amazzonia. Non presi la macchina: ero così nervoso che avrei fatto un incidente. Andai dai miei in taxi. Eravamo d’accordo che mia sorella avrebbe dato il la, poi sarei andato avanti io, senza più rete. E fu così che il discorso andò sulla Pina: «Devi smetterla di chiedermi di lei» attaccò mia sorella. Fu come aprire una diga: «Che cosa è successo con Pina, me lo devi dire, non l’avrai mica licenziata?»: un fiume in piena.
A quel punto toccava a me: « Mamma, non abito più lì. Convivo con una persona. È un uomo. Sì, sono gay. È una persona straordinaria. Lo amo e lui mi ama…». Parlai tutto d’un fiato e mi fermai solo quando finì la saliva. Ricordo ancora il silenzio che seguì, e le persone intorno immobili davanti alla gallina fumante come nel fermo immagine di un film. Silenzio, silenzio. Poi mio padre se ne uscì, in dialetto: «Mi, l’avevi semper dì (Io l’avevo sempre detto)». E attaccò con gallina e mostarda.
Inutile dire che da allora la mia vita è migliorata immensamente. Papà, quel mitico papà dalla battuta fulminante, non c’è più. Nei confronti di mamma e zia mi sembra di essere più onesto. E il mio compagno è stato adottato. La sera la mamma mi fa sempre la stessa domanda: «Che gli hai preparato da mangiare?». Nel suo immaginario, probabilmente, sono una casalinga disperata.

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