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Oms

In viaggio con l’influenza A

Influenza suina nel mondo

Il virus H1N1 è un compagno di viaggio poco raccomandabile. Ma può succedere, ora che si avvicinano le vacanze invernali, che ci aspetti proprio là dove abbiamo deciso di passare le ferie natalizie. È vero che l’allarme sull’influenza A, in Italia, sembra calato; ma le notizie sul virus (un caso di mutazione anche nel nostro Paese, seppure avvenuto mesi fa all’ospedale di Monza) non consentono di prenderlo troppo sottogamba. Le domande, insomma, sono ancora tante: come fare per prevenire l’influenza A, come comportarsi se ci si ammala all’estero, se e quanto sono effettivamente pericolose le variazioni genetiche del virus. E poi: lo abbiamo superato il picco pandemico? E la stagionale? Quando arriverà, complicherà le cose?
Panorama
ha chiesto a Giancarlo Icardi, professore alla facoltà di medicina di Genova e medico specializzato in igiene e medicina preventiva, di dissipare questi dubbi. Leggi l’intervista

Virus A: mutato (anche in Italia), ma non pericoloso

Fase della preparazione del vaccino contro il virus dell'influenza A

Fase della preparazione del vaccino contro il virus dell'influenza A

La parola non promette niente di buono: mutazione. Non bastassero le informazioni confuse (su tutto: l’influenza, il vaccino, il rischio per i bambini…) e oscillanti tra allarmismi e rassicurazioni spesso vane, ora sembra che il virus stia cambiando. Anche in Italia, come in Norvegia e in altri Paesi nel mondo (la conferma arriva dal ministero del Welfare, dopo che l’Istituto superiore di sanità si è messo al lavoro per stanare eventuali “metamorfosi” del virus che ha innescato la pandemia influenzale). Continua

Nuova influenza, altri due casi in Italia

Turisti con le mascherine a Città del Messico

In Italia sono stati confermati oggi dall’Istituto superiore di sanità altri due casi di nuova influenza umana A/H1N1. Il primo riguarda una ragazza di 16 anni, rientrata in Italia da un viaggio in Messico, che ha accusato sintomi influenzali il 29 aprile ed è stata ricoverata presso l’ospedale Spallanzani di Roma dove è stata sottoposta a trattamento con terapia antivirale.

Il secondo caso confermato oggi è quello di un bambino di 11 anni ricoverato presso l’ospedale Bambin Gesù di Roma, anche lui tornato da un viaggio in Messico, che ha avuto febbre e sintomi influenzali. Il bambino è stato trattato con terapia antivirale. L’aumento dei casi in Italia, riferisce il ministero del Welfare, era previsto ma ciò non desta particolare preoccupazione sia perché questo nuovo virus è responsabile di una sintomatologia più leggera di quella determinata dal virus dell’influenza stagionale, sia perché l’Italia dispone di scorte sufficienti di farmaci indicati per il trattamento di questa infezione nonchè di Centri di riferimento di eccellenza per il ricovero e il trattamento delle persone affette. “Si ricorda inoltre”, aggiunge il dicastero in una nota, “che sono già state assunte tutte le misure preventive necessarie per limitare la diffusione del virus nel nostro Paese”.

Nel frattempo da Ginevra l’Organizzazione mondiale della sanità assicura che “l’epidemia di influenza A/H1N1 non avrà gli stessi effetti della ‘Spagnola’ che tra il 1918 e il 1919 uccise fino a 50 milioni di persone in tutto il mondo. Il direttore dell’Oms Margareth Chan ha gettato così acqua sul fuoco, confermando tuttavia che nel complesso i casi accertati hanno raggiunto 985 in 20 Paesi. Il Messico, presunto focolaio iniziale, ha segnalato 590 casi umani confermati in laboratorio, di cui 25 letali. Gli Usa hanno notificato 226 casi tra cui un decesso che porta a 26 il numero totale dei morti.

Margaret Chan ha tuttavia dichiarato in un’intervista pubblicata dal Financial Times che la nuova influenza potrebbe subire una battuta d’arresto e poi ripresentarsi con una forza senza precedenti nel Ventunesimo secolo. Se il tasso di mortalità del virus sembra essersi stabilizzato, una seconda ondata potrebbe colpire tutto il mondo portando “la sua vendetta”, ha detto il direttore dell’Oms. “Se ciò dovesse accadere, sarà la peggiore epidemia del Ventunesimo secolo. Noi ci auguriamo che il virus scompaia, perché se così non fosse ci troveremmo di fronte a un’epidemia di una certa importanza. Non sto dicendo che scoppierà una pandemia, ma certo è che preferisco ci sia un eccesso di preparazione piuttosto che una mancanza”, ha detto Chan.

I numeri, buoni e pereicolosi, del vino. In Italia è allarme adolescenti

Nel mondo si producono, prendendo come anno di riferimento il 2005, circa 277 milioni di ettolitri di vino. L'Europa che è l'area produttrice più importante al mondo ne produce 185,6 milioni e l’Italia, che rappresenta uno dei maggiori produttori, 49,6 milioni (ne esporta 19,41 milioni) | Foto da Flickr by Heydrienne
Nel mondo si producono, prendendo come anno di riferimento il 2005, circa 277 milioni di ettolitri di vino. L’Europa che è l’area produttrice più importante al mondo ne produce 185,6 milioni e l’Italia, che rappresenta uno dei maggiori produttori, 49,6 milioni (ne esporta 19,41 milioni). L’Italia è anche un Paese a forte consumo di vino, con i suoi 27,6 milioni di ettolitri annui. Il 67 per cento degli adulti sono, infatti, consumatori regolari di alcolici, cioè consumano uno o più tipi di bevande alcoliche almeno una volta la settimana.
In Italia, sono stati individuati dall’Organizzazione Mondiale della Sanità sacche di consumo per minori di 14 anni, giungendo a individuare bambini di 11 anni che fanno abitualmente uso di bevande alcoliche. Nel 2003, i giovani nel medesimo arco di età che consumano abitualmente alcolici sono stati stimati in 770 mila solo in Italia. Numeri da spavento, tanto che il ministro della Salute, Livia Turco, all’indomani della sentenza di Ascoli (contro un rumeno che nell’aprile scorso, ubriaco alla guida, investì e uccise quattro giovani di Appignano del Tronto), partecipando a Domenica In è tornata sull’argomento e ha annunciato di voler alzare il divieto di bere alcolici dagli attuali 16 ai 18 anni, “perché è anche l’età simbolica della maturità”.

Una giornata contro l’omofobia: il mondo si mobilita il 17 maggio

Manifestanti in strada  per la giornata mondiale contro l'omofobia (Idaho International day against homophobia) che si celebra dal 2003
Il 17 maggio 1990 l’Organizzazione mondiale della sanità cancellava l’omosessualità dalla lista delle malattie mentali. E ora il 17 maggio si celebra in tutto il mondo la giornata mondiale contro l’omofobia. L’omofobia è la paura o l’avversione nei confronti delle persone omosessuali e la loro discriminazione. L’Unione europea, nella risoluzione del 26 aprile 2007 in cui stabilisce di onorare ogni anno la giornata del 17 maggio, condanna “le dichiarazioni discriminatorie formulate dai dirigenti politici e religiosi nei confronti degli omosessuali, poiché queste alimentano l’odio e la violenza” e “reitera il suo invito a tutti gli Stati membri di proporre delle disposizioni che mettano fine alle discriminazioni che si trovano ad affrontare coppie dello stesso sesso”.
Panorama.it ne ha parlato Imma Battaglia, presidente dell’organizzazione Dì gay project.

Che valore ha in Italia la giornata contro l’omofobia?
L’Unione europea accusa la Chiesa di imporre una religione di Stato omofoba, e la politica italiana di seguirla. In un momento come questo, il 17 maggio assume un significato strategico: si sta, purtroppo, arrivando a uno scontro culturale basato su una grande campagna omofobica. Mi sento di dire che questo conflitto non giova a nessuno e mi chiedo dove sta andando il nostro Paese. Il motto che proporrei per la giornata contro l’omofobia sarebbe “17 maggio: giornata dell’accoglienza”.
Una delle obiezioni che vengono fatte ai Dico è di natura economica. Ad esempio si dice che non si può assegnare la pensione di reversibilità a un certo tipo di legami.
Gli omosessuali, anche se vivono in coppia, pagano tasse da single. Siamo i maggiori contribuenti, non abbiamo nessuna possibilità di sgravi fiscali. Noi agli altri le pensioni le paghiamo. Ma perché non dovremmo essere corrisposti? Perché non ci si viene incontro di fronte ad esigenze che sono comuni a tutti?
Lei, insieme ai manager omosessuali italiani, ha fatto pubblicare in questi giorni un messaggio pubblicitario: “Anche gay è famiglia” in cui parla di diritti umani. Quali diritti degli omosessuali non sono rispettati in Italia?
La pagina che abbiamo fatto significa: c’è una parte consistente (il 10%) ed economicamente rilevante del Paese a cui non viene riconosciuto il ruolo sociale ed economico. Basti pensare all’importanza del turismo gay. Parliamo di diritti? In Europa siamo i soli, insieme a Irlanda, Grecia e Polonia, a non punire le discriminazioni. Se un omosessuale viene offeso o discriminato (succede tutti i giorni) non può fare nulla, non ci sono norme cui si può appellare. Siamo la comunità con il maggior numero di tentativi di suicidio e il caso di Matteo, il ragazzo di Torino che si è ucciso in seguito a ciò che subiva a causa del suo orientamento sessuale, è stato citato anche dalla risoluzione del Parlamento europeo del 26 aprile. Io sinceramente non credo che nessun cittadino italiano tragga vantaggio da questa situazione.
Quali soluzioni legislative è più urgente adottare?
Innanzitutto è necessaria una legge contro le discriminazioni. E poi una formazione culturale: in Italia non c’è nessun programma di formazione per i formatori, e invece i pregiudizi vanno combattuti proprio a partire dalla scuola. Le unioni civili sono diventate ormai una questione ideologica. Non smetteremo di batterci, ma il buon senso ci dice che serve tempo.

Ogni anno almeno 70 milioni di bimbi nel mondo subiscono violenze sessuali

La violenza sui bambini si verifica ovunque, in ogni nazione, società e gruppo sociale. “Le violenze efferate possono far notizia, ma sono gli stessi bambini ad affermare che anche piccoli e ripetuti atti di violenza e di abuso commessi su base quotidiana provocano loro sofferenze, intaccando la loro autostima, serenità e senso di fiducia nel prossimo”. L’indagine commissionata dal Segretario generale delle Nazioni Unite nel 2006 (quando al Palazzo di vetro sedeva Kofi Annan) e svolta in collaborazione con Unicef, Organizzazione mondiale della sanità (Oms) e Ohchr (Alto commissario per i diritti umani) presenta cifre da brivido, ancora di più se si pensa che si tratta di stime al ribasso: il grosso delle violenze sui bambini rimane nascosto.
Molte persone, e tra queste i bambini, accettano la violenza come un aspetto inevitabile della vita. Spesso, i bambini che hanno subito violenze o che ne sono a conoscenza restano in silenzio, perché non ci sono modi sicuri o affidabili per denunciarle o per chiedere aiuto, ma anche per timore di punizioni e a causa della riprovazione sociale che la violenza comporta tanto per chi la subisce quanto per chi la commette.
Utilizzando diversi studi e i dati demografici del 2000, l’Oms stima che oggi l’incidenza mondiale di rapporti sessuali forzati e di altre forme di violenza che includono il contatto sia, tra bambini e bambine sotto i 18 anni, rispettivamente di 73 milioni e 150 milioni di casi.
Un insieme di studi condotti in 21 paesi (la maggior parte dei quali sviluppati) rileva che una percentuale tra il 7 e il 36% delle donne e il 3 e il 29% degli uomini afferma di essere stata vittima di abusi sessuali durante l’infanzia e la maggior parte degli studi ha riscontrato che il tasso di abusi tra le bambine è da una volta e mezzo a tre volte superiore a quello dei bambini.
La maggior parte delle violenze è avvenuta in ambito familiare, ovvero proprio da parte delle persone di cui il bambino ha più fiducia.
Gli abusi hanno un effetto devastante sui minori esponendo chi li subisce al rischio di danni permanenti per la salute, lo stato emotivo, cognitivo e sociale.
Violenza genera violenza: in età adulta, le vittime hanno maggiori probabilità di diventarne loro stessi autori.

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