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Sbai pronta a mollare Fini: (poco) Futuro e Libertà (di andarsene)

Souad Sbai eletta deputata nell'aprile del 2008

Souad Sbai eletta deputata nell'aprile del 2008

È scontro aperto tra Pdl e finiani sulle dimissioni di Gianfranco Fini da presidente della Camera. Futuro e Libertà insiste perché Silvio Berlusconi smentisca ufficialmente la richiesta avanzata dal portavoce Daniele Capezzone, ma dal premier nemmeno una parola. Intanto il neo gruppo che fa capo al numero uno di Montecitorio è alle prese con il conflitto interno tra chi lavora per favorire il dialogo e chi lancia, ogni giorno, messaggi di guerra. L’ultimo arriva dal direttore della testata on line della fondazione vicina all’ex leader di An, Farefuturo, Filippo Rossi, che oggi parla di “manganellatori nel Pdl” e di “squadrismo mediatico” a proposito della campagna contro il Presidente della Camera per la vicenda della casa di Montecarlo. Continua

Sesso e politica: tra scandali e dimissioni, una lunga scia di cadute

Sesso e politica, tra scandali e dimissioni

Sesso e politica, tra scandali e dimissioni

Privacy e vita pubblica, interesse generale e gossip. Il confine è sottile, le conseguenze sono state spesso clamorose per personaggi politici, anche illustri.
Ultimo il sindaco di Bologna Flavio Delbono, costretto a dimettersi per il cosiddetto “Cinzia-gate”. E se la lista di chi ha dovuto rassegnare le dimissioni per essere rimasto coinvolto in un “sex scandalo” è lunga, altri sono riusciti a restare a galla. Continua

Mafia, la Corte assolve l’ex ministro Mannino: “Giustizia è fatta”

calogero-mannino

Assolto Calogero Mannino - ex ministro, oggi onorevole Udc - dall’accusa di concorso in associazione mafiosa davanti alla Corte d’Appello di Palermo. Il pg Vittorio Teresi, lo stesso magistrato che ha rappresentato l’accusa nel primo grado, aveva chiesto la condanna a otto anni di carcere. Condannato invece il Comune di Palermo, che si era presentato quale parte civile al processo, a pagare le spese del giudizio. Alla lettura della sentenza l’imputato non era in aula, ma ha comunque commentato: “Giustizia è fatta. Ho atteso con pazienza e fiducia questa sentenza che ha confermato il verdetto di primo grado”.
L’ex ministro, assistito dall’avvocato Grazia Volo, era accusato di avere intrecciato rapporti con la mafia, traendo profitto dall’appoggio di alcuni boss. L’inchiesta fu avviata oltre 14 anni fa, nel febbraio 1994, quando i pm della procura di Palermo gli notificarono un avviso di garanzia per concorso in associazione mafiosa.

L’anno successivo Mannino venne arrestato e rimase in carcere per 23 mesi. Da allora è stato un susseguirsi di processi e sentenze (ben quattro tra primo, secondo grado, Cassazione, e nuovo rinvio alla Corte d’appello, che ha dovuto anche sospendere il dibattimento in attesa di una pronuncia della Corte Costituzionale).
Il primo processo a Mannino, aperto il 28 novembre 1995, è stato uno dei più lunghi per mafia a Palermo: oltre 300 udienze, 400 testimoni citati, dei quali 250 dall’accusa e 150 dalla difesa, decine di pentiti, da Tommaso Buscetta a Gioacchino Pennino. L’ex ministro venne assolto in primo grado, mentre in appello fu condannato a 5 anni e 4 mesi di carcere nel maggio del 2004.
La sentenza è stata poi annullata dalla Cassazione nel luglio 2005 per ”difetto di motivazione” e rinviata ad altra sezione della Corte di Appello. Ma il dibattimento di secondo grado venne sospeso, nel maggio 2006, dopo che era stata sollevata la questione di legittimità costituzionale della norma sulla inappellabilita’ delle sentenze di proscioglimento in primo grado.
I giudici, accogliendo l’istanza del sostituto procuratore generale Vittorio Teresi, inviarono gli atti del dibattimento alla Corte Costituzionale, disponendo la sospensione del processo fino alla decisione della Consulta che ha dato nuovamente il via libera al processo.

Una lunga vicenda giudiziaria per un politico di lungo corso: Mannino fu eletto per la prima volta in Parlamento nel 1976 nelle file della Dc. In diversi governi ha ricoperto incarichi ministeriali, da ultimo nel 1991 nel settimo governo Andreotti dove ricoprì la carica di ministro per gli interventi straordinari del Mezzogiorno. Dopo la bufera giudiziaria che lo ha coinvolto Mannino è tornato sulla scena politica nel 2006 nelle fila dell’Udc. Alle ultime elezioni politiche è stato eletto alla Camera per il partito guidato da Pierferdinando Casini.

Luxuria: quel matrimonio non s’ha da fare se il testimone sono io

Il deputato transgender di Rifondazione comunista, Vladimiro Guadagno (Vladimir Luxuria),
“Ancora una volta la Chiesa dimostra il suo volto discriminatorio e integralista, imponendo ai fedeli divieti illegittimi e razzisti”. Basta così? Neanche per sogno: “Il paradosso è che io, da politico, ho il privilegio di poter celebrare matrimoni civili, ma da trans ho un diritto in meno”.
È inviperita Vladimir Luxuria. Si dice dispiaciuta ma, soprattutto, si sente discriminata la deputata di Rifondazione Comunista a cui il vescovo di Foggia ha vietato di poter essere testimone di nozze di una cugina. E per questo reagisce “con stupore e rabbia al divieto imposto, in quanto transessuale”.
“È un fatto gravissimo” accusa Luxuria “che dimostra ancora una volta la lontananza dei vertici ecclesiastici dalla comunità cattolica, sempre pià aperta e tollerante. Per quanto mi riguarda, ho accettato la richiesta di mia cugina e del futuro marito senza opporre alcun problema riguardo alla scelta di sposarsi con rito cattolico. Sono una persona educata rispetto dei valori altrui e quindi mi sarei aspettata un atteggiamento altrettanto tollerante da parte del vescovo”.
Alle rimostranze dell’onorevole transgender, la chiesa risponde così: “La decisione di negare il permesso di essere testimone di nozze” dice don Francesco, parroco del santuario pugliese “non è stata presa in quanto Luxuria è omosessuale, ma in quanto non crede nei valori della famiglia, anche dal punto di vista politico”.
Spiegazione che non consola Luxuria. Il cui piglio si fa ancora più battagliero quando spiega cosa pensa di fare: “Mi sono informata e so che non è necessario essere cattolici per fare il testimone di nozze. Non ti chiedono né il battesimo, né la cresima. Puoi essere di qualsiasi religione, non controllano neppure la fedina penale. L’unico requisito richiesto è la maggiore età e io l’ho passata da parecchio tempo”, afferma ridendo.
La deputata promette, anzi minaccia, di andare fino in fondo in questa storia, presentando, a breve, una interrogazione parlamentare sulla questione. Poi il giudizio, duro, sulla Chiesa di oggi: “Ancora una volta questa è la Chiesa del bussate e vi sarà chiuso, non disposta al dialogo, al confronto. La faccenda” conclude l’onorevole di Prc “mi rattrista e non è certo isolata. Molti, meno in vista di me, ogni giorno, subiscono queste umiliazioni senza poter fare nulla. Quanto accaduto spero che possa contribuire a far calare il velo di ipocrisia che spesso circonda gli ‘affari’ della Chiesa”.

Previti non è più onorevole, si è dimesso

Cesare Previti, 73 anni, ex ministro della Difesa
Dopo quattro legislature passate tra i banchi di Montecitorio, Cesare Previti fa un passo indietro e si dimette da parlamentare. Una scelta condivisa e votata a larghissima maggioranza dall’Aula, che ha accolto la richiesta di dimissioni avanzata dall’ex ministro di Forza Italia, prima che fosse messa ai voti la sua decadenza da deputato, per effetto della sentenza definitiva di condanna per corruzione di giudici.
La domanda di Previti è stata accolta con 462 sì, 66 no e 4 astenuti. Al posto di Previti è stato proclamato eletto Angelo Sartori.
L’ex ministro della Difesa è agli arresti domiciliari dopo la conferma, il 13 luglio 2007, da parte della Cassazione della condanna a un anno e sei mesi per la vicenda del Lodo Mondadori, che si pone in continuità alla condanna a sei anni per il caso Imi-Sir. Come pena accessoria è stata decisa l’interdizione perpetua dai pubblici uffici.
Questo il testo della lettera che Previti ha inviato al presidente della Camera Fausto Bertinotti e che è stata letta in Aula dal capogruppo di Forza Italia Elio Vito.
“Signor presidente, il breve tempo intercorso tra la fissazione dell’ordine del giorno e la seduta odierna, l’operatività del weekend estivo anche per le strutture giudiziarie e lo stato attuale di detenzione domiciliare nel quale mi trovo, rendono praticamente impossibile la mia presenza in aula e mi privano, sostanzialmente, della possibilità di partecipare al dibattito sulla mia decadenza da deputato”.
“Forte è il mio rammarico, pur nella consapevolezza che il mio coartato silenzio nulla toglierà alla gravità della decisione che si intende assumere né, tanto meno, all’evidenza degli squilibri tra poteri dello Stato che da troppi anni affaticano la vita del nostro Paese”.
“Sono innocente e da innocente sconto una condanna ingiusta e lo faccio nel pieno rispetto della legge, ottemperando a tutte le regole del mio stato con discrezione e convinta operosità.
Tuttavia, continuo la mia battaglia sempre in nome del diritto perché mi sia resa giustizia e si affermi la verità delle mie vicende giudiziarie”.
“Ed è nel nome del diritto che ho invocato dinanzi alla Giunta elettorale particolare attenzione nel procedere per una decadenza da parlamentare in presenza di una sentenza sulla quale molto è da discutere sia in sede nazionale sia in sede europea, dove la violazione delle garanzie minime dell’equo processo è all’esame della Corte di Strasburgo”.
“Nel ‘98, oltre nove anni fa, la Camera, quando, come ora, la mia parte politica era minoranza, ha sancito, a larghissima maggioranza ed a voto palese, l’esistenza del ‘fumus persecutionis’. Qualche mese fa la Corte di Cassazione ha confermato il verdetto della Camera. Ciò, tuttavia, è avvenuto troppo tardi rispetto alla condanna che nel frattempo era intervenuta e che sto scontando”.
“La Camera, quindi, non è un esecutore acritico di un ordine dell’autorità giudiziaria, né è chiamata ad applicare una norma tassativa delle leggi vigenti. Norma che, attualmente, non esiste nell’ordinamento italiano, come è stato ampiamente dimostrato nel corso dei lavori della Giunta, con l’ausilio del parere di autorevoli costituzionalisti”.
“In materia di diritti politici, sia la normativa interna che quella europea relativa ai diritti fondamentali richiedono assoluta tassatività non raggiungibile attraverso processi interpretativi di norme previste per altre fattispecie”.
“Se dichiaraste la decadenza compireste un atto di pura sottomissione del Parlamento al potere, non sovrano, ma sovrastante, dell’Autorità Giudiziaria, riconoscendole un primato rispetto al Parlamento del tutto estraneo alla nostra Costituzione, come a quelle di qualsiasi paese democratico.
Compireste un atto irrimediabilmente lesivo della rappresentanza politica nazionale di cui è espressione il mandato parlamentare, che non trova fondamento nell’attuale quadro normativo e che non realizza affatto quel bilanciamento tra interessi costituzionalmente protetti di cui la Giunta ha riconosciuto l’esigenza”.
“La creazione di un simile precedente costituirebbe un vulnus per il Parlamento e per i singoli parlamentari gravissimo e irrecuperabile. Il grande rispetto che ho per il Parlamento al quale mi onoro di appartenere da tanto tempo mi impone quindi di fare tutto il possibile per evitare che questo avvenga. Senza per questo, sia chiaro, rinunciare alle ragioni di principio che sono convinto dimostrino l’arbitrarietà della proposta di decadenza oggi in discussione e l’insanabile contrasto di tale misura con i cardini della democrazia rappresentativa”.
“Rassegno quindi le mie irrevocabili dimissioni da deputato, chiedendo di voler procedere immediatamente alla relativa votazione.
Con riguardo, Cesare Previti”.

Il VIDEO servizio:

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Uno contro tutti, di Carlo Puca
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Il voltagabbana, di Paolo Guzzanti
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Politicamente (S)corretta, di Annalisa Chirico
Giuseppe Cruciani
 
 
 
 
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