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Quanto può costare un grammo di cocaina nel mondo? Il prezzo sembra legato alla distanza dai luoghi di produzione: se nello Stato sudamericano di Panama costa 1,4 euro, in Nuova Zelanda può superare i 210 euro. È il prestigioso settimanale Economist a osservarlo, aprendo un dibattito tra i suoi lettori. “In Cina il prezzo è differente in ogni regione” osserva “per esempio, nella Cina sudoccidentale, vicino alla Tailandia, è davvero basso così i poveri possono permettersela”.
A sollevare la questione è stato un rapporto dell’Onu appena pubblicato: i cocainomani sono tra i 16 e i 21 milioni, tanti quanti la popolazione della Romania (qui il .pdf). Il principale mercato del mondo si conferma il Nord America (Canada e Stati Uniti), dove, però, il consumo è in diminuzione.
E in Europa? Secondo le Nazioni Unite il traffico di polvere bianca è in declino nelle nazioni dell’Ovest, almeno a giudicare dal volume dei sequestri. Ma nei paesi dell’Est, invece, l’uso della “neve” è in rapida crescita. I prezzi di strada, inoltre, sono aumentati nel 2007. In particolare, l’Italia è il terzo mercato dell’Ue: i consumatori sono il 2,2 per cento della popolazione. Alle radici di questi fenomeni, secondo le Nazioni Unite, sarebbe la riduzione dei campi coltivati in Colombia grazie alle politiche di contrasto: un colpo ai cartelli dei narcotrafficanti che non sarebbero riusciti a recuperare con le produzione in Perù e Bolivia.
Eppure altre rilevazioni segnalano un andamento differente: secondo il ministero degli esteri inglese, in Gran Bretagna (la principale piazza europea), un grammo costa tanto quanto un boccale di birra. Un crollo verticale dei prezzi rispetto a dieci anni fa che ha ampliato il mercato. In Italia l’uso di cocaina tra i govani è il più alto dell’Ue: in una ricerca dell’Ue, il 7,4 per cento degli intervistati tra i 15 e i 34 anni ha dichiarato di averne fatto uso almeno una volta.
I cocainomani, poi, bruciano il 60 per cento del loro reddito per acquistare le strisce. Secondo l’Onu, la maggior parte dei sequestri avviene in America (l’88 per cento), seguita dall’Europa (l’11 per cento).
Da mesi, però, la stampa internazionale ha acceso i riflettori sul Belpaese: il Los Angeles Times ha dedicato la prima pagina alla ndrangheta, “una crudele e misteriosa rete di 155 famiglie nelle aspre colline della Calabria”. Meno nota di Cosa Nostra siciliana, gestisce la maggior parte dei flussi di cocaina verso l’Europa.
Il VIDEO con le indagini del procuratore aggiunto Nicola Gratteri sulla ‘ndrangheta e sul traffico di cocaina
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Nessuna lacerazione, nessuna polemica con il ministro Frattini. Anzi, il ministro della Difesa, Ignazio La Russa tiene le posizioni, chiede scusa e non cede: il Governo “è compatto nel dire che l’Alto Commissariato Onu sbaglia nel ritenere non adeguato il comportamento dell’Italia e dei marinai italiani nei riaccompagnamenti verso il porto libico” degli immigrati clandestini. Anche “Frattini, che è l’uomo più moderato del governo, dice che ha sbagliato”. Il ministro della Difesa Ignazio La Russa, a Faccia a Faccia su Radio Tre Rai, torna sulle polemiche scatenate dalle sue dichiarazioni su agenzie Onu e flussi migratori.
“Nessun ordine da parte del ministero dell’Interno e tantomeno mio di usare la forza è stato impartito al capo di stato maggiore della Marina o al comandante di nave Spica. Non è stata usata alcuna azione coercitiva ma anzi” ha rilevato La Russa “è stata applicata la ‘legge del mare’ che prevede di accompagnare nel porto più vicino” le imbarcazioni in difficoltà .
Il ministro della Difesa ha poi “chiesto ammenda” per le espressioni da “tono comiziale” usate nei riguardi di Laura Boldrini, portavoce dell’Unhcr. “Mi spiace che ci siano stati problemi di tipo personale” ma, ha aggiunto: “Sto ancora aspettando dalla Boldrini la spiegazione del perché considera più umano accompagnare i migranti in Italia, rinchiuderli nei Cie e poi espellerli”.
Il ministro La Russa, non sembra comunque cedere: il governo è compatto nel dire che l’Unhcr sbaglia nel criticare l’Italia sui riaccompagnamenti: “Comunque” ha aggiunto nel corso dell’intervista radiofonica “concordo con il ministro degli Esteri nel dire che dobbiamo sempre rispettare gli organismi internazionali, anche quando sbagliano. In cosa sbaglia l’Unhcr? Nel ritenere non adeguato il comportamento dell’Italia in generale e, dico io, dei marinai italiani nel riaccompagnare in Libia i clandestini che vengono intercettati sui barconi”.
Ma le polemiche non si stemperano, anzi L’Alto commissariato Onu per Rifugiati, Antonio Guterres, risponde da Ginevra ai commenti “negativi e infondati” che sono stati rivolti all’Alto commissariato (Unhcr) e “a singoli funzionari da un esponente del governo italiano”. “Gli attacchi immotivati e personali sono inaccettabili” e, scrive Guterres, “non mutano e non muteranno l’impegno dell’Unhcr nel perseguire il suo mandato e la sua missione umanitaria”. E spiega: l’agenzia Onu “ha una responsabilità globale nella protezione dei diritti dei rifugiati” e per questo “continueremo a esercitare questo mandato in Europa così come lo facciamo in altre parti del mondo. Il mio Ufficio è ben consapevole delle sfide che l’immigrazione irregolare pone all’Italia e ad altri Paesi europei. Continueremo a lavorare con i governi e con tutti gli altri partner per affrontare queste sfide in modo da garantire il pieno rispetto dei diritti dei rifugiati e di quanti hanno bisogno di protezione internazionale”. E conclude: “Il mio rappresentante in Italia, Laurens Jolles, e la mia portavoce in Italia, Laura Boldrini, godono della mia piena fiducia nel portare avanti questo importante compito”.
Immediate le reazioni del mondo politico. Il presidente della Camera Gianfranco Fini, incontrando i giornalisti a Monopoli, a margine di un incontro con gli studenti sul tema della Costituzione italiana precisa: “Dovremmo sforzarci tutti di affrontare una questione così impegnativa e complessa per la società italiana senza cadere nella tentazione di dare vita a un confronto tutto finalizzato unicamente al voto per il Parlamento europeo che viene rinnovato tra qualche settimana”. Per il presidente della Camera quello dell’immigrazione e dell’integrazione è un problema “di rapporto fra Unione europea e Paesi di provenienza degli immigrati, tocca il futuro della nostra società e andrà oltre il 7 di giugno”.
Sulla questione dei respingimenti dei clandestini, il ministro dell’Interno Roberto Maroni ha detto che “la polemica è incomprensibile”. Maroni non ha fatto riferimento al botta e risposta fra l’alto commissariato per i rifugiati e il ministro della Difesa La Russa. Ha detto però che dal suo “punto di vista vorrei la polemica terminasse. Innalzare i toni potrebbe pregiudicare il buon lavoro che abbiamo fatto in questi dieci mesi”. Secondo il ministro, infatti, l’Unhcr potrebbe svolgere un ruolo importante in Libia, anzi “fondamentale”. “Rispetto le opinioni di tutti” ha aggiunto “ma non penso sia utile tenere i toni della polemica”.
Alle dichiarazioni del ministro La Russa, ha risposto anche con una nota Anna Finocchiaro, presidente del gruppo Pd a Palazzo Madama. “La posizione del governo” sostiene Anna Finocchiaro “sta rasentando l’ottusità costringendo il nostro Paese in una situazione di isolamento internazionale sempre più preoccupante. Siamo a una sorta di delirio di onnipotenza che dovrebbe preoccupare tutti coloro che hanno a cuore le sorti dell’Italia: su crisi e immigrazione, in nome della propaganda elettorale, questo governo” conclude “ci sta spingendo in un tunnel davvero pericoloso”.
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di Laura Maragnani
Correva l’anno 2008, 4 gennaio, e gli esperti dell’Associazione studi giuridici sull’immigrazione (Asgi) già dicevano: “Esprimiamo estrema preoccupazione per l’accordo raggiunto tra il governo italiano e il governo libico in materia di contrasto all’immigrazione irregolare (…) l’accordo pone oggettivamente l’Italia in un pericolosissimo vortice di gravi responsabilità dirette per le violazioni dei diritti fondamentali della persona che in territorio libico potranno essere commesse a danno dei migranti”.
Mancavano ancora 16 mesi alla notte tra il 5 e il 6 maggio 2009, quella in cui la prima operazione di pattugliamento italolibico ha riportato a Tripoli 228 migranti in viaggio verso Lampedusa, e già c’erano la preoccupazione dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr) e le proteste di Amnesty international. Presidente del Consiglio, all’epoca, era Romano Prodi. Ministro degli Esteri Massimo D’Alema. A firmare l’accordo con Abdurrahman Mohamed Shalgam, ministro degli Esteri libico, c’era l’allora titolare del Viminale, Giuliano Amato. E ora?
Firmato il 30 agosto scorso il trattato definitivo con Muammar Gheddafi (è stato ratificato da Camera e Senato con i voti favorevoli di Pdl, Lega e, grazie al pressing di D’Alema, anche del Pd), la bomba diritti umani è scoppiata, paradossalmente, nelle mani del centrodestra. E ha buon gioco a fare dell’ironia il sottosegretario all’Interno Alfredo Mantovano: “Loro fanno gli accordi e noi, che li applichiamo, siamo i cattivi?”.
I numeri, del resto, sono quello che sono. Sia per la destra sia per la sinistra. Amato stimava che in soli 3 anni, dal 2005 al 2007, fossero partiti dalle coste libiche in 60 mila. Solo a Lampedusa, in quegli anni, ne sono arrivati 45 mila. Altri 30 mila nel 2008. E il quadro nazionale? Anno 2007, governo Prodi in carica: 20.455 sbarcati clandestinamente. Stranieri rintracciati: 74.762. Rimpatri effettivi: 26.779. Non rimpatriati: 47.983, quasi il doppio. Anno 2008, governo Berlusconi: 36.951 sbarcati, 70.625 stranieri rintracciati. Rimpatriati 24.234. Non rimpatriati 46.391, quasi il doppio. Primi 5 mesi del 2009: 6.388 sbarcati, 20.503 rintracciati, 6.727 rimpatri effettivi. Non rimpatriati: 13.776, quasi il doppio.
Quanto costa la gestione di tutto questo? Fra centri di identificazione, accertamenti di identità , pratiche burocratiche e rimpatrio al Viminale stimano una spesa tra i 110 e i 120 milioni di euro l’anno, in costante crescita. La Ue contribuisce solo con una ventina di milioni per le operazioni di soccorso in mare. Malta riceve poco di meno, ma ai barconi che rischiano il naufragio rifiuta persino l’ingresso in porto.
Una linea comune europea non c’è. Il sistema di sorveglianza delle frontiere esterne dell’Unione, così come l’avevano disegnato gli accordi di Schengen e Dublino, è fallito. E la costosa Agenzia europea di controllo delle frontiere esterne, la Frontex (80 milioni di euro nel 2008), non è finora servita a fermare l’immigrazione clandestina: solo “ne modifica le rotte, costringendo all’utilizzo di imbarcazioni sempre più piccole e finendo per accrescere i guadagni dei trafficanti e il numero di vittime della fortezza Europa” segnalava già nel 2007 Fulvio Vassallo Paleologo dell’Asgi.
La fortezza Europa è sotto assedio e qualche avamposto si è già blindato, come la Spagna. Le due enclave spagnole in terra marocchina, Ceuta e Melilla, oggi sono difese da barriere alte da 4 a 6 metri, e le coste al di là di Gibilterra sono monitorate con un sistema radar. Nel 2007 il socialista José Luis Zapatero ha firmato con il governo di Rabat un accordo che prevede il rimpatrio forzato dei minorenni non accompagnati e il loro smistamento in centri di detenzione amministrativa a Tangeri, Nador e Marrakech. Malta ha scelto la linea del “teneteci fuori”. Cipro è sommersa dai clandestini. E l’Italia? Prima del caso Libia il governo aveva già messo al lavoro le diplomazie per aggiornare alcuni dei 30 accordi già sottoscritti, 15 con nuovi e vecchi stati dell’Unione, 7 con altri paesi europei, 8 con paesi extraeuropei (Algeria, Egitto, Filippine, Georgia, Marocco, Nigeria, Tunisi e Sri Lanka), gran parte risalente all’epoca pre Schengen. Obiettivo: intese per velocizzare i rimpatri in Algeria (5 cittadini per ogni volo di linea diretto ad Algeri), Egitto (a marzo si è cominciato a discutere con le autorità consolari egiziane in Italia), Tunisia (a gennaio è stato raggiunto un accordo per il rimpatrio, a gruppi, di 4-500 tunisini sbarcati nelle scorse settimane a Lampedusa, seguiti poi da altri 100 ogni mese). Dalla Nigeria sono già arrivati a Roma, il 6 maggio, i primi sei poliziotti che, in base a un accordo firmato il 17 febbraio ad Abuja, collaboreranno con la polizia italiana.
Lo stesso giorno a Tripoli sbarcavano dalle motovedette italiane i 228 migranti intercettati tra Italia e Libia. Ed esplodeva la questione dei diritti umani. Silvio Berlusconi farà marcia indietro? “Non ci pensiamo nemmeno. L’Italia è forse il paese europeo col più alto accoglimento di domande di asilo e protezione: su 31 mila richieste nel 2008 ne abbiamo accolte ben il 40 per cento” assicura il sottosegretario Mantovano. “Noi abbiamo fatto la nostra parte, l’Unione adesso faccia la sua: istituisca in Libia delle commissioni europee, in collaborazione con l’Alto commissariato dell’Onu per i rifugiati, e poi distribuisca i rifugiati su tutto il territorio europeo. Dalla Lituania alla Svezia. Siamo stanchi di essere in prima linea da soli”. Soprattutto alla vigilia delle elezioni, quando l’Ipsos per Ballarò ha appena mostrato con un sondaggio che il 65 per cento degli italiani approva le operazioni di rimpatrio forzato. E, sorpresa, anche tra gli elettori di sinistra.
Gli italiani chiedono la linea dura
Soggetto realizzatore: Ferrari Nasi & associati ricerche. Sondaggio condotto su un campione di casi, rappresentativo della popolazione italiana adulta. Rilevazione del 23-24.3.2009. La documentazione completa è consultabile sui siti www.agicom.it, www.sondaggipoliticoelettorali.it.
Barcone di immigrati
Sono parole chiare e dirette quelle dell’Onu per Roma: “l’Italia è responsabile per le conseguenze del respingimento” dei migranti riportati in Libia, sostiene l’Alto commissariato per i rifugiati delle Nazioni Unite (Unhcr) al termine dell’incontro al Viminale con il ministro dell’Interno Roberto Maroni. Anzi, è stato chiesto che che il governo italiano “riammetta sul proprio territorio” i migranti che sono stati rinviati verso Tripoli, confermando che tra loro vi sono “persone bisognose di protezione”. Nel corso dell’incontro, sottolinea una nota dell’Unhcr, l’Agenzia dell’Onu ha ribadito che la “nuova politica inaugurata dal governo si pone in contrasto con il principio del non respingimento sancito dalla Convenzione di Ginevra del 1951, che trova applicazione anche in acque internazionali”. Un principio “fondamentale, che non conosce limitazione geografica” e che “è contenuto anche nella normativa europea e nell’ordinamento giuridico italiano”.
Secondo i dati dell’Unhcr, più del 70 per cento delle 31.200 domande d’asilo presentate nel 2008 in Italia provengono da persone sbarcate sulle coste meridionali del Paese. Inoltre, il 75 per cento circa dei 36.000 migranti sbarcati sulle coste italiane nel 2008 (due su tre) ha presentato domanda d’asilo, sul posto o successivamente, mentre il tasso di riconoscimento di una qualche forma di protezione (status di rifugiato o protezione sussidiaria o umanitaria) delle persone arrivate via mare è stato di circa il 50 per cento. Sempre l’anno scorso, infine, la maggior parte delle persone arrivate via mare che ha ottenuto protezione internazionale proviene da Somalia, Eritrea, Iraq, Afghanistan e Costa d’Avorio.
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di Laura Maragnani
Sul tavolo di Francesco Rutelli, nella sede del Pd, ci sono due cose in bella vista. C’è un dossier di 104 pagine che il Copasir, il comitato per la sicurezza della Repubblica di cui l’ex sindaco di Roma è presidente, ha appena reso (in parte) pubblico: La tratta di esseri umani e le sue implicazioni per la sicurezza della Repubblica. Otto mesi di lavoro e molte audizioni di peso, fra cui il direttore dell’Aise Bruno Branciforte e quello dell’Aisi Giorgio Piccirillo. E poi c’è un’Ansa, da Sharm el Sheik. Silvio Berlusconi: i barconi di immigrati in viaggio verso l’Italia “non sono fatti occasionali, ma il frutto di una organizzazione criminale”.
Rutelli afferra il dossier Copasir. “In Italia tendiamo a rimuovere la dimensione criminale dell’immigrazione clandestina. Ma c’è. Enorme” assicura. “Dietro i disperati che arrivano sui barconi (vittime di tratta, migranti economici, richiedenti asilo) c’è un racket sempre più efficiente e flessibile. E c’è un business che secondo l’Unodc, l’Ufficio antidroga delle Nazioni Unite, è ormai al secondo posto dopo la droga, e prima delle armi, nel fatturato criminale”.
Che cos’ha scoperto il Copasir?
Per la prima volta abbiamo delineato la mappa e le rotte di un network in cui si intrecciano reti criminali, organizzazioni mafiose, mafie etniche nei paesi d’origine e di transito.
E anche di arrivo?
Risultano connivenze e coperture sul piano logistico, ma non interconnessioni di primo livello con le mafie italiane. Ci sono scambi di favori. Però la miscela fra criminalità interna e mafie d’importazione è potenzialmente esplosiva, come si è visto a Castel Volturno: quando ti trovi i morti ammazzati per strada e devi mandare 500 militari a riportare l’ordine, è troppo tardi. Bisogna intervenire prima. Oggi il network che prospera sull’immigrazione clandestina e sulla tratta di donne e minorenni assume sempre più una forma di contropotere. E, oltre a colpire i diritti fondamentali delle vittime, rappresenta una minaccia alla nostra sicurezza.
In che senso?
I rapporti dell’intelligence segnalano infiltrazioni di organizzazioni criminali straniere che gettano basi permanenti in Italia. Sono gruppi che in alcuni stati del Terzo mondo poggiano sul fatturato di queste attività illecite e da noi non si debbono radicare. I nomi li conosce l’intelligence e li conosce la magistratura. Non posso dire altro.
Al Qaeda?
Finora l’Italia sembra essere per Al Qaeda solo una base logistica, di transito e di reclutamento. Non è emersa, finora, la volontà di compiere azioni dirette sul nostro territorio. Ma è chiaro che la situazione dev’essere monitorata. E affrontata, anche a livello di opinione pubblica, in maniera diversa.
Lei ha appena invitato il Pd ad affrontare “senza ipocrisie” l’immigrazione clandestina, respingimenti compresi.
Dobbiamo uscire dalla retorica, sia a destra sia a sinistra. Elettoralmente il mercato della paura e della sicurezza per la destra è redditizio; è facile sparare slogan come “fuori i clandestini” o “creiamo vagoni separati per i milanesi“, frase che in un paese civile sarebbe perseguibile come istigazione al razzismo. Ma a questo una parte della sinistra non può rispondere con l’assurdità del “siamo tutti clandestini”. L’Italia è un paese che ha 8 mila chilometri di coste. Vogliamo mettere nel Canale di Sicilia un cartello con scritto “Chiunque può sbarcare”? Siamo seri, non potremmo mai integrare 10 milioni di immigrati. Vorrei lanciare un appello.
Lanciamolo.
Togliamo di mezzo la demagogia e affrontiamo un percorso condiviso. Affrontiamo tutti insieme la continuità nel contrasto dell’immigrazione clandestina e la continuità nelle politiche di integrazione degli immigrati regolari: case, scuole, apprendimento della lingua, diritti, doveri. Abbiamo i flussi per gli arrivi legali? Bene, facciamoli funzionare. Ma le persone che arrivano regolarmente devono essere accolte, integrate e lasciate vivere in pace. Alla nostra economia il lavoro degli stranieri ha assicurato una maggiore prosperità . È una verità che non è mai male ripetere.
E l’immigrazione clandestina?
Il Copasir qualche indicazione l’ha data. Per combatterla servono accordi bilaterali, e multilaterali, coi paesi d’origine e di transito. Serve supporto logistico e di formazione alle polizie locali, come già abbiamo fatto in Albania. In alcuni casi potrebbe essere ragionevole un’integrazione dello stipendio degli operatori locali, per evitare la tentazione di accordi con i trafficanti. E serve intelligence. Serve un lavoro più strutturato di analisi per capire i movimenti, intervenire sulle partenze e soprattutto stroncare l’attività dei racket all’origine. Ripeto: a noi manca, come paese, la percezione della dimensione criminale del fenomeno. Ma è ora di affrontare la realtà . Prendiamo la Cina.
Cosa c’entra la Cina?
La crisi ha già creato, secondo alcune stime, 30 milioni di migranti interni. E l’emigrazione verso l’estero è gestita dalle triadi (le mafie, ndr): è chiaro che parecchie migliaia arriveranno qui, nelle nostre Chinatown. A lavorare, spesso, in condizioni di schiavitù. O a creare problemi di ordine pubblico come si è visto a Milano, coi regolamenti di conti in via Paolo Sarpi.
Anche a Roma la situazione non è facile.
A Roma il centrodestra ha vinto con parole d’ordine dure su immigrazione e sicurezza, ma io non ho mai visto per le strade tanti mendicanti, finti invalidi, mutilati, bambini disgraziati che chiedono l’elemosina… È la dimostrazione che gli slogan non servono, serve il senso della realtà . E la realtà ci dice che tra Romania e Italia si viene in una notte, basta prendere il pullman, e non c’è alcun controllo, non servono più nemmeno i passaporti.
I romeni ormai sono cittadini Ue. Non è un problema di immigrazione irregolare, no?
Ma di criminalità organizzata sì. La Romania dà la possibilità di ottenere il passaporto romeno anche ai residenti in Moldavia e in Transnistria, e sappiamo che la Transnistria è una delle regioni dell’Europa centrale a più forte infiltrazione criminale: traffico d’armi, droga, sfruttamento della prostituzione. E noi non facciamo niente? No, qui serve davvero un percorso condiviso. Un riformismo vero. E rigore. L’Italia deve accogliere i richiedenti asilo, con procedure trasparenti, quando sono privati dei diritti fondamentali. Ma deve diventare un approdo molto più difficile per tutti i trafficanti del mondo.
di Marina Castellaneta - Docente associato di diritto internazionale all’Università di Bari
Lo stato europeo che protegge di più le vittime del traffico di esseri umani è l’Italia. Lo dice l’Unione Europea in un rapporto che analizza i risultati ottenuti da ciascun paese sul fronte del contrasto al traffico di esseri umani e degli aiuti forniti alle vittime. Nonostante le accuse rivolte dall’Onu al nostro Paese.
Secondo il dossier dell’Unione del 25 marzo 2009, tra il 2000 e il 2007 ben 54.559 vittime del traffico di esseri umani hanno ottenuto aiuti in Italia e 13.517 sono state coperte da programmi di integrazione sociale, rivolti anche a minorenni.
Non solo, a fronte di una limitata protezione delle forze di polizia assicurata alle vittime negli altri stati membri, l’Italia, osserva la Commissione europea, “è un caso particolarmente positivo perché tutte le vittime che sono state collocate in programmi di inserimento sociale hanno anche ricevuto una protezione dalle forze di polizia”.
Tra il 2001 e il 2006, 7.734 vittime sono state inserite in programmi di assistenza in Italia, contro le 638 in Austria e le 542 in Lituania.
Per quanto riguarda poi gli aiuti alle vittime del traffico di esseri umani, l’Italia, come gli altri stati membri (con esclusione di Spagna e Lussemburgo), ha recepito la direttiva 2004/81 e ha introdotto un sistema che permette alle vittime di ottenere direttamente un permesso di soggiorno.
Le vittime arrivano soprattutto dalla Nigeria (4.150), dalla Romania (3.157), dalla Moldova (910), dall’Albania (873), dall’Ucraina (691), dalla Russia (390) e dalla Bulgaria (190). Dati che mostrano un cambiamento del fenomeno che, con la presenza di Bulgaria e Romania, ha assunto una connotazione anche intracomunitaria.
Inadeguate in tutta Europa, invece, le risposte sul fronte giudiziario: troppo pochi i procedimenti avviati. È vero, precisa Bruxelles, che c’è una tendenza che mostra una crescita di procedimenti, perché si è passati dai 195 del 2001 ai 1.569 del 2006; ma le cifre sono ancora troppo basse rispetto alla diffusione del crimine nell’Unione Europea. Il numero più alto di azioni (anno 2006) è della Germania (353), seguita da Belgio e Bulgaria (291), da Italia (214), Austria (128), Portogallo (65) e Regno Unito (54). A Malta è stato avviato un solo procedimento.
Con la conseguenza che “il traffico di esseri umani continua a essere di grande profitto e di basso rischio sotto il profilo della reazione punitiva sia nell’ambito dello sfruttamento per fini sessuali sia per il lavoro, con particolare riguardo ai minori”.
Va poi rafforzata la cooperazione internazionale perché sono ancora poche le indagini comuni, che costituiscono lo strumento più efficace di lotta a quella che è una forma moderna di schiavitù, che s’intreccia all’aumento dell’immigrazione illegale. Con profitti record per la criminalità organizzata e un giro di affari che frutta alle organizzazioni malavitose 31,6 miliardi di dollari l’anno.
Ora l’Europa prova a fronteggiare il fenomeno e si appresta a modificare la decisione quadro 2002/629/Gai sulla prevenzione e la lotta al traffico di esseri umani e la protezione delle vittime. Anche perché aumenta la pressione degli immigrati clandestini, soprattutto su Italia, Francia e Spagna, come risulta dal terzo rapporto annuale, del 9 marzo 2009, sullo sviluppo di una politica comune sull’immigrazione illegale.
È comunque Madrid a detenere il primato dei dinieghi di ingresso alle frontiere: nel 2007 la Spagna ha raggiunto la cifra record di 644.989 casi di rifiuto, seguita da Francia, a quota 26.593, Polonia (32.188), Germania (11.697), Ungheria (11.198), Slovenia (11.497), Romania (9.753) e Italia (9.394).
La vera emergenza è però nei paesi del Mediterraneo. A ottobre 2008 sulle spiagge italiane sono arrivati 30 mila boat people contro i 19.900 dell’intero 2007: circa 7 mila hanno fatto domanda di asilo e quasi la metà dei richiedenti lo ha ottenuto o ha acquisito altre forme di protezione. Scenario completamente diverso in Spagna dove solo il 3 per cento fa domanda di asilo.
Sul fronte dei rimpatri è peggiorato il livello di esecuzione dei provvedimenti perché l’attuazione effettiva è passata da 252.391 rimpatri eseguiti nel 2004 a 226.179 nel 2007 (-10,4 per cento).
Nel 2008 quasi metà delle richieste d’asilo presentate dai migranti in Italia sono state accettate
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La maggioranza, sotto tiro dell’Onu e dell’Europa per i respingimenti dei clandestini provenienti dalle coste libiche, si blinda e pone, come annunciato, la fiducia sul pacchetto sicurezza. Un triplo voto che si terrà oggi alla Camera, dopo che il presidente Gianfranco Fini ha dichiarato oggi ammissibili i tre maxi-emendamenti nei quali è stato racchiuso il provvedimento. “La presidenza della Camera” dice Fini “non rileva profili di inammissibilità per contrasto con la Costituzione anche perché, essendo problematica o comunque opinabile l’adesione alla Costituzione delle norme in esame, lungi dalla presidenza ledere le prerogative sovrane dell’Assemblea”.
L’opposizione, però, va all’attacco criticando, nel merito e nel metodo la scelta del governo. “Queste tre fiducie” dice il presidente dei deputati del Pd Antonello Soro “disattendono le sollecitazioni del capo dello Stato e del presidente della Camera e violano la logica su cui in quest’Aula si basa il voto segreto”. Ma da parte del partito di Franceschini ce n’è anche per il primo inquilino di Montecitorio al quale il centrosinistra si era appellato per chiedere uno stralcio delle norme più contestate del provvedimento, quelle sul reato di ingresso clandestino nel nostro Paese e le ronde.
Mentre l’Idv, dopo la richiesta di fiducia fatta in Aula dal ministro Elio Vito, diserta i lavori del comitato dei nove, preparatorio alla discussione, sottolineando che il governo “impedisce il dibattito e le votazioni libere su tante parti del provvedimento che violano la Costituzione e altamente lesive della dignità della persona e della maestà dello Stato”.
Da Sinistra e Libertà arriva invece la proposta di una maratona oratoria davanti alla Camera con politici ed esponenti del mondo dello spettacolo come Dario Vergassola e Moni Ovadia, contro il ‘pacchetto sicurezzà , mentre l’Arci, sempre davanti a Montecitorio, darà il via con i suoi dirigenti e operatori, a uno sciopero della fame contro i respingimenti.
In effetti, anche dopo il richiamo dell’Onu a “riammettere i respinti”, non accenna a placarsi la polemica sul rimpatrio dei clandestini diretti dalla Libia alle nostre coste. L’opposizione è tutta schierata sulla linea espressa ieri anche da Fini: non fare entrare i clandestini ma garantire il diritto d’asilo. Mentre il presidente del Senato, Renato Schifani, rivendica “i respingimenti” come “un diritto del nostro Paese”. E il ministro della Difesa, Ignazio La Russa bolla come “chiacchiere” le polemiche sulla questione.
Sempre il numero uno di Montecitorio, durante una pausa dei lavori d’aula per il voto di fiducia, trova il modo di richiamare ancora il ministro dell’Interno Maroni: il problema esiste e si può trovare la soluzione in diversi modi, coinvolgendo anche Onu e Ue, ma “bisogna evitare eccessi propagandistici”, risponde Fini ai cronisti che gli fanno notare come siano state espresse anche dall’Onu alcune sue riflessioni sul respingimento dei migranti. “Non è un problema di punti di vista” ha spiegato Fini “ci sono le norme di diritto internazionale. Esiste il problema del respingimento dei migranti ed esiste il diritto all’asilo. Solo che va verificato. Se si verifica sul territorio nazionale esistono i Cie, se si verifica durante il trasferimento deve essere certo che sia fatto in modo esaustivo e completo. Forse bisognerebbe pensare a istituire dei centri anche nei paesi notoriamente di transito, coinvolgendo le organizzazioni internazionali come l’Onu e la Ue”. Sull’argomento, duqnue, il presidente della Camera continua a pungere la Lega, che però sembra irremovibile: “Cominciamo a respingere, poi si vede” è stata la risposta del leader del Carroccio Umberto Bossi a chi gli chiedeva dei rilievi delle Nazioni Unite.
Dall’Egitto, tra l’altro, il premier Berlusconi, va all’attacco e sottolinea che “su questi barconi, come dicono le statistiche, persone che hanno diritto d’asilo non ce n’è praticamente nessuna. Solo casi eccezionalissimi”. Non solo, il premier accusa: vi sono “persone reclutate in maniera scientifica dalle organizzazioni criminali” sui barconi. Parole alle quali replica il numero uno del Pd, Dario Franceschini. “Sui 36 mila sbarcati nel 2008″ dice carte alla mano “circa 31 mila hanno fatto richiesta di asilo politico, metà dei quali hanno avuto, in base alle procedure, riconosciuta la protezione umanitaria”. E l’intera opposizione, in Senato, chiede che il governo riferisca in Aula sulla questione.
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La libertà religiosa è in pericolo, e ”quando viene meno il diritto alla vita e alla libertà religiosa anche il rispetto degli altri diritti vacilla”: lo ha detto il segretario di Stato vaticano, cardinale Tarcisio Bertone, intervenendo alla commemorazione dei 60 anni della Dichiarazione sui diritti umani. Lungo e polemico l’intervento del numero 2 Vaticano nell’occasione: “La prospettiva internazionale” ha detto il porporato “lascia emergere la tendenza a relegare il fatto religioso alla dimensione della cultura o ad accomunarla alle pratiche ed ai saperi tradizionali” mentre per Bertone il tema non si esaurisce nella sola “libertà di culto o una questione attinente alla sfera privata”. ”I diritti umani hanno sempre bisogno di essere difesi” sostiene il cardinale , “ma non confusi con semplici e spesso limitati bisogni contingenti”.
Per Bertone “la domanda di diritti non deve dilagare in ogni direzione”. E qui arriva l’attacco sui temi che hanno recentemente messo il Vaticano sotto i riflettori per i suoi “no” alle proposte all’Onu sulla depenalizzazione dell’omosessualità e i diritti dei disabili. ”I diritti” ha detto il segretario di Stato vaticano “non possono essere dei contenitori che, secondo i momenti storici, culturali e politici si riempiono di significati diversi, anzi, è l’assenza di valori a cui legare i diritti la causa principale della loro inefficacia e della loro violazione”.
Va quindi riaffermata, ha detto, ”quella legge naturale che feconda i diritti medesimi ed è l’antitesi di quel degrado che in tante nostre società ha interesse a mettere in discussione l’etica della vita e della procreazione, del matrimonio e della vita famigliare, come pure dell’educazione e della formazione delle giovani generazioni”.