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Onu

Gay, le associazioni contro il Vaticano: “Siamo criminalizzati”

Manifestazione a favore delle unioni civili a Roma

Turbati e scioccati i gay italiani vanno in piazza.
Per protesta, sabato pomeriggio, in Vaticano. “Mai più uccisi perché gay” è lo slogan dell’iniziativa promossa da Arcigay Roma, ArciLesbica Roma e Certi Diritti per contestare le recenti dichiarazioni dell’osservatore permanente del Vaticano presso le Nazioni Unite, monsignor Celestino Migliore, che ha chiesto all’Onu di non impegnarsi per la depenalizzazione universale dell’omosessualità, una proposta promossa dal Governo francese. E Liberazione fa di più: propone di invadere Piazza San Pietro, durante il prossimo Angelus, vestiti di rosa.
Arcigay Roma, ArciLesbica Roma e Certi Diritti hanno fatto sapere che la posizione della Santa Sede “ha turbato fortemente la nostra comunità, e non solo. Tantissimi sono i messaggi di solidarietà che ci stanno arrivando” afferma il presidente di Arcigay Roma, Fabrizio Marrazzo, “il Vaticano continua a offendere la vita di milioni di persone criminalizzandone l’orientamento sessuale. Una posizione contraria a qualsiasi concetto evangelico di amore e fratellanza”.

Nel mondo ci sono 88 paesi che condannano con il carcere, la tortura e i lavori forzati le persone in quanto lesbiche, gay e trans. In 7 di questi - Iran, Arabia Saudita, Yemen, Emirati arabi, Sudan, Nigeria, Mauritania- è prevista la pena capitale. “Vogliamo rivolgerci” aggiunge Marrazzo “anche ai fedeli cattolici, offesi, come noi, da parole che negano la vita della persona. A loro chiediamo di riflettere, perché siano al nostro fianco in un momento in cui è importante ribadire con forza che nessun credo religioso può giustificare l’opposizione alla cancellazione di una barbarie che ogni anno produce incarcerazioni e sentenze di morte”.

Anche il quotidiano del Prc Liberazione ha censurato l’atteggiamento della Chiesa citando l’episodio dell’adultera raccontato nel Vangelo di San Giovanni. Con la celebre frase ‘chi è senza peccato scagli la prima pietra’, ha sostenuto il direttore Piero Sansonetti, “Gesù aveva depenalizzato i reati connessi al comportamento sessuale”. Oggi, invece, la Chiesa “compie la scelta di schierarsi apertamente dalla parte degli scribi e dei farisei” e si adegua al fondamentalismo, “a costo di sacrificare Gesù”. Di qui la protesta suggerita dal direttore Sansonetti nell’editoriale di oggi: “Noi proponiamo ai laici ma anche ai cattolici e ai credenti di tutte le religioni, una protesta di massa da tenersi forse nel giorno nel quale all’Onu andrà al voto la risoluzione per la depenalizzazione dell’omosessualità. Potremmo invitare tutti i cittadini a vestirsi con una maglietta o un indumento rosa - come la stella che era imposta ai gay nei lager - e andare a manifestare in Vaticano all’ora dell’Angelus”.

Omosessualità, il Vaticano attacca: “No alla depenalizzazione dell’Onu”

Il matrimonio gay

Contrario. E su tutta la linea.
L’Onu non deve depenalizzare l’omosessualità perché ciò porterebbe a nuove discriminazioni in quanto gli Stati che non riconoscono le unioni gay verranno “messi alla gogna”. Questa la posizione di mons. Celestino Migliore, osservatore permanente della Santa Sede presso le Nazioni Unite, in una intervista all’agenzia francofona I.Media,
Il Vaticano quindi è contrario alla proposta che la Francia, a nome dei 25 paesi della Ue, si appresta a fare all’Onu per la depenalizzazione dell’omosessualita’ nel mondo. Nei mesi scorsi, in quanto presidente di turno della Ue, la Francia aveva annunciato di voler presentare alle Nazioni Unite un’iniziativa per la “depenalizzazione universale dell’omosessualità”. Ciò dovrebbe avvenire, secondo quanto anticipato dal segretario di Stato francese ai diritti umani, Rama Yade, il prossimo 10 dicembre, in occasione del 60/esimo anniversario della dichiarazione dei diritti umani.
“Tutto ciò che va in favore del rispetto e della tutela delle persone” ha affermato l’arcivescovo “fa parte del nostro patrimonio umano e spirituale. Il Catechismo della Chiesa cattolica, dice, e non da oggi, che nei confronti delle persone omosessuali si deve evitare ogni marchio di ingiusta discriminazione”. “Ma qui” ha aggiunto Migliore in riferimento alla proposta francese “la questione è un’altra. Con una dichiarazione di valore politico, sottoscritta da un gruppo di Paesi, si chiede agli Stati ed ai meccanismi internazionali di attuazione e controllo dei diritti umani di aggiungere nuove categorie protette dalla discriminazione, senza tener conto che, se adottate, esse creeranno nuove e implacabili discriminazioni”. “Per esempio” ha detto Monsignor Migliore, “gli Stati che non riconoscono l’unione tra persone dello stesso sesso come ‘matrimonio’ verranno messi alla gogna e fatti oggetto di pressioni”.
Migliore è inoltre intervenuto in merito alla discussione cui sarà chiamata l’Assemblea generale delle Nazioni Unite per aggiungere l’aborto ai diritti universali dell’uomo. La richiesta avanzata da un gruppo di organizzazioni favorevoli all’aborto, “è triste e indignante” ha detto “perché questa iniziativa lavora in favore dello smantellamento del sistema dei diritti umani, in quanto ci porta a riorganizzarne l’enunciazione e la protezione attorno non più a diritti, ma a scelte personali”. “Rappresenta” ha aggiunto “l’introduzione del principio homo homini lupus, l’uomo diventa un lupo per i suoi simili”. “Questa è la barbarie moderna che, dal di dentro” ha spiegato il rappresentante del Vaticano “ci porta a smantellare le nostre società. Esistono controtendenze motivate, convinte e determinate che dobbiamo sostenere e incoraggiare”.

La posizione contro l’iniziativa dell’Ue per la depenalizzazione del reato di omosessualità, ha commentato il deputato Radicale del Pd Matteo Mecacci: “è purtroppo analoga a quella dei regimi teocratici e fondamentalisti religiosi rappresentati alle Nazioni Unite”.
“Il Vaticano ha davvero superato il segno!”, commenta Arcigay. “Grazie allo status particolare di cui gode il medioevale stato Vaticano presso le Nazioni Unite” afferma il presidente nazionale, Aurelio Mancuso “la lobby clericale preme su tutti gli stati affinché non siano di volta in volta riconosciuti diritti civili e di libertà, alleandosi con i regimi dittatoriali, di ogni colore, compresi quelli islamici. La richiesta di depenalizzazione, che è stata sottoscritta anche dal nostro governo, vuole cancellare la vergogna per cui in ben 91 paesi del mondo sono previste sanzioni, torture, pene e persino l’esecuzione capitale (10 paesi islamici) contro le persone omosessuali”.

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Una staffetta di donne per dire basta alla violenza e ai silenzi

La violenza contro le donne

“Se noi riusciremo, con le nostre parole, a rompere silenzi storici, liberando noi stesse dai nostri problemi, questo sarà già un nuovo modo di agire” così scriveva nel 1975 la scrittrice e poeta femminista Adrienne Cecile Rich in Donne e onore: brevi note sul mentire. Le sue parole sono diventate oggi il manifesto delle donne che il 25 novembre scendono in piazza per la Giornata internazionale contro la violenza,voluta nel 1999 dall’Onu per ricordare, a partire dalle sorelle Mirabal, tutte le donne che nel mondo ogni giorno vengono picchiate, stuprate, massacrate, umiliate, uccise.

“Di fronte all’ennesimo femminicidio, abbiamo deciso di dire basta”, così Pina Nuzzo, presidente nazionale dell’Unione donne in Italia (Udi) racconta come le continue notizie di “donne ammazzate per amore”, abbiano spinto l’associazione a fare qualcosa che andasse oltre una giornata di protesta. “Attraverseremo l’Italia per un intero anno per dire a tutti che questi atti di guerra contro le donne devono finire”, commenta Nuzzo.

Sarà una “Staffetta di donne contro la violenza sulle donne” quella che partirà da Niscemi il 25 novembre 2008 e attraverserà il Paese sino ad arrivare il 25 novembre 2009 a Brescia. “Abbiamo scelto Niscemi perché è qui che Lorena Cultraro è stata violentata e gettata in un pozzo il 13 maggio scorso. E Brescia perché è qui che Hiina Saleem, una giovane pakistana, fu assassinata l’11 agosto 2006, “colpevole di voler vivere all’occidentale”. Il testimone che le donne si passeranno di mano in mano sarà un’anfora, “cercavamo un simbolo nel quale tutte si riconoscessero e l’anfora richiama il corpo femminile, ne rappresenta la fragilità e nella simbologia del vaso di Pandora anche la pericolosità”. In tutte le regioni le portastaffetta leggeranno alcune frasi di Adrienne Rich, si incontreranno e si racconteranno (sul sito dell’Udi il calendario delle tappe della Staffetta e le informazioni su come aderire all’iniziativa). In palestra, in piazza, nelle scuole o nelle librerie ricorderanno quanto la violenza sulle donne sia un problema ancora irrisolto.
Per le donne di età compresa tra i 15 e 44 anni, è una delle maggiori cause di morte e disabilità, prima ancora del cancro. Secondo l’ultima indagine Istat in Italia sono sei milioni e 743 mila le donne tra i 16 e i 70 anni che hanno subito almeno una violenza fisica o sessuale nel corso della vita. La quasi totalità dei casi non è però denunciato: un sommerso che arriva al 96% per le violenze subite da un non partner e il 93% da un partner. “Un femminicidio senza fine e a perpetrarlo in genere sono fidanzati, mariti o ex, ma anche padri, fratelli, conoscenti, qualche volta estranei” spiega il presidente dell’Udi. Davanti ai dati che raccontano come solo il 18,2% delle donne che hanno subito violenza fisica o sessuale in famiglia consideri questa violenza un reato, il 44% qualcosa di sbagliato e il 36% solo qualcosa che è accaduto, Nuzzo commenta: “Dobbiamo uscire allo scoperto, aiutare queste donne a non sentirsi sole” e critica la società, “quando le donne decidono di denunciare la violenza non trovano le strutture adeguate, dalla caserma all’ospedale mancano i luoghi adatti per l’accoglienza. Non si possono denunciare certi reati e poi tornare a casa da sole, con un foglio in mano e le botte addosso”. Dopo la denuncia però arriva anche l’autodenuncia: “Per combattere la violenza non occorre solo la condanna degli episodi più efferati. E certamente non servono leggi penali più severe, come alcuni vorrebbero. Occorre soprattutto che prendiamo più fiducia in noi stesse e nel nostro genere, che si moltiplichino ovunque, in Italia come in ogni angolo del mondo, le occasioni per parlare di questo e per far sì che le donne non siano né sole né isolate”. Un monito e un invito è infine rivolto all’altro sesso: “Mi aspetto da un paese civile che anche gli uomini prendano coscienza delle loro responsabilità, reali e simboliche, perché la tenacia con cui tengon fuori le donne da tutti i luoghi decisionali immiserisce anche il genere maschile e li rende tutti complici dei gesti violenti e perversi di alcuni”.

“Sa gherra mea pro s’indipendentzia de sa Sardigna”

Sardegna
Ascolta l’intervista AUDIO a Salvatore Meloni (in sardo) di Antonietta Demurtas - Guarda la GALLERY - - Guarda la MAPPA della nuova Repubblica sarda

“Se vuole parlare con il presidente deve chiamarlo sul cellulare, ma non sempre sull’isola c’è campo”. A Mal di Ventre, 81 ettari di terra disabitata a largo del comune di Cabras (Oristano), soffia sempre una brezza cattiva e tagliente, ma è forte e chiara la voce di Salvatore Meloni, autoproclamatosi presidente di quest’isolotto che ha definito la “Repubblica Indipendente di Malu Entu”. Qui, con un manipolo di indipendentisti sbarcati il 25 agosto, questo signore dagli occhi azzurri e i baffoni risorgimentali ha issato la bandiera della suo piccolo stato sardo richiamandosi al principio di autodeterminazione dei popoli. Un clamoroso atti dimostrativo. È la sua prima intervista “ufficiale” da sedicente “capo di Stato”. E la fa in stretta lingua sarda (ascolta l’intervista) dicendosi pronto a difendere la sua terra con le fionde e le pistole ad acqua.

65 anni, autotrasportatore di Ittiri, (da tempo residente a Terralba), Meloni è stato già protagonista in passato, come ci racconta, di altre storiche “sparate” per l’indipendenza della sua terra.

Meloni, la posso chiamare presidente?
Certo.

Dove si trova ora?
Sono in una spiaggetta che è al sud dell’isola Malu entu. Abbiamo appena issato la bandiera che sta sventolando e tutti, dai giornalisti ai curiosi, la stanno fotografando. E’ un momento storico. Abbiamo anche fissato una nuova residenza: Repubblica di Malu entu, Viale Lungomare numero 1, codice di avviamento postale 0001.

Senta, ma avete già composto la squadra di governo?
Ci sono i ministri qui con me: Felice Pani agli Esteri, presidente della squadra di calcio dell’oristanese; poi c’è una femmina, Alessandra Meli, che è amministratrice di una ditta di autotrasporti e che guiderà le Finanze. Manca solo il vicepresidente della Repubblica, Gianpaolo Pisanu perché, poverino, fa la dialisi due volte alla settimana, e verrà sabato. Poi c’è Sandro Mascia, ministro della Pesca e Chiccu Peddis, ministro dell’Agricoltura. Giovani e meno giovani in lotta per l’indipendenza di questa terra sacra: già nel 1978 l’avevamo liberata, ma poi mi arrestarono.

Perché?
Due volte. La prima nel 1979 perché si inventarono la storiella che avessi costruito delle bande paramilitari. E nel 1981 perché, come militante del Partito sardo d’Azione, avevo chiesto l’applicazione dell’articolo uno: quello che riconosce l’indipendenza della Sardegna. Dissero che cospiravo contro lo Stato.

Torniamo a oggi. Quali saranno i vostri primi passi?
Ho già mandato la richiesta di riconoscimento della Repubblica a tutte le 192 nazioni dell’Onu come vuole il principio di autodeterminazione dei popoli sancito dalla carta di San Francisco. E ho scritto anche al Governo italiano, che, con legge 848 del 17 agosto 1957, ha ratificato la carta.

Cosa ha chiesto al suo “collega” Berlusconi?
Il presidente è una persona spiritosa, intelligente e con la battuta pronta. Per cui gli ho proposto la proclamazione della nostra Repubblica: noi siamo pacifici, ma se ci fossero atti ostili o provocazioni, il nostro esercito di terra metterà in funzione le nostre armi di distruzione

Addirittura?
Sì, le pistole ad acqua, le fionde di vario calibro, le frecce spuntate. La nostra Marina metterà in linea la portaerei a remi Eleonora D’Arborea, l’incrociatore pesante a pedali Grazia Deledda, la corvetta a remi Maria Carta e la moto silurante leggera Valeria Marini. Poi la nostra Aviazione, se continuerete a disturbarci, solleverà gli aquiloni leggeri e poi quelli pesanti.

Avranno paura …
Guardi, alla fine però sono tornato serio e gli ho detto: signor presidente, nel massimo rispetto dei ruoli, per ogni azione che verrà fatta contro di noi ci rivolgeremo al tribunale internazionale. Allo stesso tempo chiediamo a Berlusconi e all’Onu di farci un prestito rimborsabile di cento milioni di euro per costruire le infrastrutture, un impianto eolico e uno fotovoltaico, una condotta d’acqua potabile e due motoscafi per portare la gente.

Il prossimo obiettivo?
Entro il 2009 un referendum per l’indipendenza della Sardegna con il patrocinio dell’Onu.

Perché non combatte in parlamento?
Non posso candidarmi neanche per fare il portinaio, sono interdetto dai pubblici uffici, ma amo questa terra e ho fatto una promessa. Non morirò fino a che la Sardegna non sarà indipendente.

E ai sardi cosa chiede?
Di mettere un euro per comprare quest’isola perché rimanga incontaminata. Ma anche di recuperare l’orgoglio: possibile che ci sentiamo ancora inferiori a tutti i popoli liberi? Se penso che i maltesi hanno ottenuto l’indipendenza dopo 400 anni di lotte, mi chiedo: perché noi no?

Sardegna

Rapporto sulla pena di morte: meno Paesi boia, più esecuzioni

Il sistema dell'iniezione letale

La “bella” notizia: siamo arrivati a quota 5.851. Cioè: resta alto, ma in diminuzione nel 2007, il numero dei Paesi che fanno ricorso alla pena di morte. La brutta notizia: aumentano le uccisioni. Mentre l’Italia si interroga indignata sulla sedia elettrica esposta (e rimossa) al luna park alle porte di Milano, il rapporto 2008 di Nessuno tocchi Caino, “La pena di morte nel mondo”, torna a condannare i Paesi boia del mondo, sottolineando che la Cina, alla vigilia dei Giochi Olimpici, continui ad mantenere l’esecrabile primato delle esecuzioni capitali, almeno 5 mila, pari all’85,4% del totale mondiale. Anche se, in mancanza di dati ufficiali, le vittime delle autorità cinesi potrebbero essere circa 6mila secondo i calcoli fatti dalla Fondazione Dui Hua. Per la Fondanzione, le Olimpiadi di agosto avrebbero, tuttavia, favorito una riduzione pari a un 25-30 per cento rispetto all’anno precedente (ne aveva stimate almeno 7.500 nel 2006).
E comunque, il “significativo” incremento delle esecuzioni rilevato nel mondo l’anno scorso “è dovuto in pratica alla escalation registrate in Iran, dove sono aumentate di un terzo, e in Arabia Saudita, dove sono quadruplicate”, afferma il documento, che presenta i fatti più importanti sulla pena di morte del 2007 e dei primi mesi del 2008. Nel sottolineare che “l’evoluzione positiva verso l’abolizione delle esecuzioni nel mondo da oltre dieci anni, si è confermata” anche negli ultimi mesi, l’Associazione di Sergio D’Elia, ricorda l’approvazione, il 18 dicembre 2007, dell’assemblea generale Onu di “una risoluzione presentata dall’Italia e da altri 86 paesi”, che chiede agli Stati membri di “stabilire una moratoria delle esecuzioni, in vista dell’abolizione della pena di morte”. (In rappresentanza dell’allora governo, Romano Prodi ha ricevuto da D’Elia il Premio “Abolizionista dell’Anno 2008″) .

Risoluzione che “per la prima volta, afferma il documento, stabilisce il principio fondamentale che la pena di morte attiene alle questioni del rispetto dei diritti umani e il suo superamento ne rappresenta un importante progresso”.
Ad oggi gli Stati che mantengono la pena di morte sono 49, a fronte dei 51 del 2006 e dei 54 del 2005. In diminuzione anche il numero di Paesi che vi hanno fatto ricorso: 26 a fronte dei 28 del 2006. Dei 49 Paesi mantenitori della pena di morte, 39 sono paesi dittatoriali, autoritari o illiberali: in 21 di questi paesi sono infatti state compiute almeno 5.798 esecuzioni, pari al 99% del totale mondiale.
“Le Americhe”, prosegue il testo, “sarebbero un continente praticamente libero dalla pena di morte, se non fosse per gli Stati Uniti, l’unico paese del continente che ha compiuto esecuzioni nel 2007: 42 le persone giustiziate (erano state 53 nel 2006 e 60 nel 2005)”. In Africa, nel 2007 la pena di morte è stata eseguita in 7 paesi - Botswana (almeno 1), Egitto (numero imprecisato), Etiopia (1), Guinea Equatoriale (3), Libia (almeno 9), Somalia (almeno 5) e Sudan (almeno 7) - dove sono state registrate almeno 26 esecuzioni contro le 87 del 2006 e le 19 del 2005 effettuate in tutto il continente. In Europa, la Bielorussia continua a costituire l’unica eccezione in un continente altrimenti totalmente libero dalla pena di morte. Almeno una esecuzione è stata effettuata nel 2007 e altre tre nei primi mesi del 2008. La Russia, infine, è impegnata ad abolire la pena di morte in quanto membro del Consiglio d’Europa e, nel frattempo, attua una moratoria delle esecuzioni.

Sulla base del rapporto di Nessuno tocchi Caino, nel 2007 sono state effettuate in 26 paesi almeno 5.851 esecuzioni.
Ecco la lista del documento:
Cina: almeno 5.000
Iran: almeno 355
Arabia Saudita: almeno 166
Pakistan: almeno 134
Stati Uniti: 42
Iraq: almeno 33
Vietnam: almeno 25
Afghanistan: 15
Yemen: almeno 15
Corea del Nord: almeno 13
Libia: almeno 9
Giappone: 9
Siria: almeno 7
Sudan: almeno 7
Bangladesh: 6
Somalia: almeno 5
Guinea Equatoriale: 3
Singapore: 2
Bielorussia: almeno 1
Botswana: almeno 1
Indonesia: almeno 1
Kuwait: almeno 1
Etiopia: 1
Anche se non esistono dati ufficiali, secondo Amnesty International, un numero imprecisato di esecuzioni sarebbero avvenute nel 2007 anche in Egitto, Malesia e Mongolia, afferma il rapporto, che ricorda come non risultano vi siano state esecuzioni in Bahrein, Emirati Arabi Uniti, Giordania, Nigeria e Uganda, paesi che le avevano effettuate nel 2006.

Il VIDEO servizio:

L’Onu e il Vaticano: “No al carcere per i clandestini”

La rotta sarda

“Le politiche repressive così come gli atteggiamenti xenofobi e intolleranti contro l’immigrazione irregolare e le minoranze indesiderate rappresentano, in Europa, una seria preoccupazione”. Non usa giri di parole l’Alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, Louise Arbour, che punta il dito proprio contro l’Italia, stigmatizzando la “recente decisione del governo di rendere reato l’immigrazione illegale” ed i recenti attacchi contro i campi Rom.

La Arbour, intervenuta al Consiglio dell’Onu sui diritti umani riunito in sessione a Ginevra, ha affermato che “esempi di queste politiche ed atteggiamenti sono rappresentati dalla recente decisione del governo italiano di rendere reato l’immigrazione illegale e dai recenti attacchi contro i campi rom a Napoli e Milano”.
La delegazione italiana ha immediatamente preso la parola per esprimere “stupore” per il riferimento alla situazione in Italia, “un Paese da sempre in prima linea nella battaglia contro il razzismo, la xenofobia e l’intolleranza”, ha affermato l’ambasciatore Giovanni Caracciolo di Vietri. La delegazione italiana ha inoltre precisato che l’Italia non ha ancora introdotto il reato di immigrazione clandestina e che il relativo progetto di legge deve essere ancora esaminato dal Parlamento. L’obiettivo della norma, ha affermato la delegazione, sarebbe in ogni caso quello di contrastare il fenomeno dell’immigrazione clandestina e non avrebbe alcun legame con atteggiamenti xenofobi. Poi è arrivata anche la presa di posizione ufficiale della Farnesina, che in una nota fa rilevare come “esprimere valutazioni premature su proposte che ancora il Parlamento italiano non ha discusso desta sorpresa, ma non condizionerà il dibattito politico nazionale, che sarà come sempre trasparente ed aperto al contributo di maggioranza ed opposizione”.

Anche il Vaticano ha criticato la decisione del governo italiano di istituire il reato di immigrazione clandestina. “I cittadini di Paesi terzi, come cittadini comunitari, non dovrebbero essere privati della libertà personale o soggetti a pena detentiva a causa di un’infrazione amministrativa”. È questa la posizione espressa dal segretario del Pontificio consiglio per i migranti, monsignor Agostino Marchetto, in merito al dibattito in corso in Italia sul tema dell’immigrazione clandestina.
Marchetto si trova a Nairobi per il congresso panafricano dei delegati delle Commissioni episcopali per le migrazioni, sul tema “Per una migliore pastorale dei migranti e dei rifugiati in Africa all’alba del terzo millennio”. “In una recente intervista auspicavo in Italia, e non solo naturalmente, un equilibrio tra sicurezza e accoglienza”, ha detto il prelato a Radio Vaticana. “Possiamo ora dilatare questo auspicio introducendo solidarietà, senso umano e giustizia. I governi hanno la loro competenza in tutto ciò, con dialogo multilaterale, perché nessuno oggi può risolvere questioni così complesse unilateralmente”.

Aborto: la battaglia di Ferrara sarà discussa alle Nazioni Unite

Un corteo negli Stati Uniti per rivendicare il diritto alla scelta delle donne
Era iniziata dopo una decisione delle Nazioni Unite, adesso proprio all’Onu dovrebbe approdare. La campagna contro l’aborto promossa da Giuliano Ferrara era nata dopo l’approvazione della moratoria sulla pena di morte da parte dell’Assemblea Generale dell’Organizzazione delle Nazioni Unite. Una “battaglia di idee” come la chiama il Foglio, raccolta da alcuni ambienti cattolici italiani e presto divenuta tema di confronto e scontro politico, dopo la decisione dello stesso Ferrara di correre alle prossime elezioni politiche.

Adesso, Il Palazzo di Vetro ritorna centrale. Dopo i primi riscontri internazionali riscossi dalla campagna “pro life” del direttore del quotidiano italiano, 22 organizzazioni non governative, in testa l’Arcidonna presieduta da Valeria Ajovalasit, hanno deciso infatti di passare al contrattacco. Presentando una mozione che sarà discussa nei prossimi giorni con tutte le ong, durante la cinquantaduesima sessione della “Commissione sullo status delle donne” delle Nazioni Unite. Un documento duro, in cui si accusa Ferrara di rallentare “pericolosamente il processo di laicizzazione dell’Italia” e nella quale si chiedono maggiori garanzie di non revisionare la legge 194 sull’interruzione volontaria della gravidanza.

Nel frattempo, il direttore del Foglio ha presentato il programma della sua lista. Tra i dodici punti, l’applicazione integrale della legge 194, specie nella parte che regolamenta le risorse per l’assistenza alle donne, e soprattutto la richiesta di “impegno del governo della Repubblica a costruire un’alleanza capace di emendare la Dichiarazione universale dei diritti dell’Uomo delle Nazioni Unite”, includendo la difesa della vita sin dal suo concepimento.

Ma quella della mozione non è l’unica notizia che arriva dal Palazzo di Vetro. In queste ore, in un discorso tenuto proprio alla “Commissione sullo status delle donne”, il segretario generale dell’Onu Ban ki-Moon, ha rivolto una dura condanna della “pratica della selezione sessuale prenatale”, a causa della quale “un numero imprecisato non ha neppure diritto alla vita”.

Un netto passo in avanti, che coincide anche con un cambiamento di clima rispetto alle decisioni degli ultimi mesi: l’anno scorso lo stesso organo aveva infatti ritenuto che la pratica dell’aborto selettivo delle bambine, assai diffusa in Asia, non meritasse un’esplicita e inequivocabile condanna.

LEGGI ANCHE: L’intervista di Maurizio Belpietro a Giuliano Ferrara - Il dossier sull’aborto
Il promotore della lista Pro Life, favorevole a una moratoria sull'aborto

L’Onu è vicina. A Torino visita al Campus per tutti i cittadini

Tre enti delle Nazioni Unite hanno sede a Torino, nel Campus di Corso Unità d’Italia 10. Ma finora i cittadini non hanno mai potuto avvicinarsi a questi uffici, così importanti ma così lontani. Domenica 21 ottobre invece saranno aperti al pubblico per visite, incontri e mostre fotografiche. “Si tratta di una buona occasione per avvicinare i torinesi alla realtà di tre organizzazioni che sempre più contribuiscono a rendere Torino un crocevia internazionale nel campo della difesa dei diritti umani e della formazione”, spiega il sindaco Sergio Chiamparino, che insieme a Provincia e Regione sostiene l’iniziativa.

A fare gli onori di casa sarà Massimo Gramellini, che alle 11 aprirà le porte del Campus. La sede torinese ospita il Centro Internazionale di Formazione dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro (ITC-ILO), l’Istituto Interregionale delle Nazioni Unite per la Ricerca sul Crimine e la Giustizia (UNICRI) e lo Staff College, Centro Alti Studi del Sistema delle Nazioni Unite (UNSSC). Le visite si concluderanno alle 17. “Le Nazioni Unite non sono un’entità astratta, ma una realtà che dialoga e che opera con e per la società civile. Avvicinare la gente al lavoro che svolgiamo e alle tematiche che affrontiamo è fondamentale. La giornata che stiamo preparando per i cittadini vuole promuovere un senso di appartenenza e partecipazione”, sostengono i direttori delle tre organizzazioni, François Eyraud, Sandro Calvani e Staffan de Mistura.

Ai visitatori verrà mostrato il lavoro delle Nazioni Unite nei settori dei diritti umani, del diritto al lavoro, della giustizia e della pace. Un percorso di iniziative e mostre, con la creazione di una delle bandiere più grandi dell’Onu e un pranzo etnico. Sono coinvolti nella giornata anche la Sioi, il Centro Unesco, il Comitato di Torino dell’Unicef e il Comitato italiano dell’Unifem. Per agevolare gli ospiti è previsto un servizio gratuito di trasporto che partirà ogni mezz’ora da Piazza Vittorio Veneto.

Spifferi dal Transatlantico
Ingiustizia, di Maurizio Tortorella
Uno contro tutti, di Carlo Puca
Io la penso così, di Giovanni Fasanella
Gattopardi,
Il voltagabbana, di Paolo Guzzanti
CLAUDIA DA CONTO
Politicamente (S)corretta, di Annalisa Chirico
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