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Provaci Alcoa. A Roma sit-in di centinaia di operai

L'arrivo dei lavoratori dell'Alcoa nel porto di Civitavecchia

(ANSA/GUIDO MONTANI/JI)

Questa sera alle 20.30 andrà in scena a Palazzo Chigi l’ennesimo tentativo di scongiurare la chiusura degli impianti italiani della multinazionale dell’alluminio ALCOA. Continua

L’onda viola anti Cav non convince operai e giovani: oggi voterebbero ancora a destra

Alcuni partecipanti al No B Day, il 5 dicembre 2009, a Roma | (ANSA/ALESSANDRO DI MEO)

Alcuni partecipanti al No B Day, il 5 dicembre 2009, a Roma | (ANSA/ALESSANDRO DI MEO)

Dopo le camicie verdi del Carroccio (lasciando quelle rosse e quelle nere, al giudizio della storia), si è aggiunto un nuovo colore nella politica italiana. Il viola, comparso in piazza sabato 5 dicembre e sfoggiato da Tonino Di Pietro & C., assieme agli altri partecipanti del No B Day, il cui numero oscilla - e di molto (come al solito) - a seconda della fonte: più di un milione, stando ai manifestanti; 90.000, secondo la Questura di Roma; 360.000, contando gli iscritti alla manifestazione su Facebook. Cotinua

Sono tornati gli operai. E le tute blu continuano a protestare sulle gru

Operai di una cooperativa che lavora per i Cantieri navali di Pesaro, per protesta su due gru, alte 30 metri

Operai di una cooperativa che lavora per i Cantieri navali di Pesaro, per protesta su due gru, alte 30 metri

In realtà, non se ne sono mai andati, gli operai. Ma erano diventati sempre più “invisibili”, con la scomparsa del partito di riferimento, quello che fu il Pci, poi una parte di Rifondazione, poi… boh? (La parola era infatti sparita dalle mozioni dei candidati alla leadership del Pd).
Ogni tanto ci si ricorda di loro, di una classe (ma si può ancora chiamare così?) sempre più interinale, spezzettata, immigrata, delocalizzata, smarrita, incazzata. Continua

Ecco la scuola “dei bamboccioni Pd”, che tifa Franceschini e non piace a Bersani

Il senatore Giorgio Tonini

“Bamboccioni del Pd, ma non è colpa loro”. Ne è sicuro Giorgio Tonini, 50 anni, senatore e responsabile nazionale dell’Area Studi, ricerche e formazione del Pd, deus ex machina della scuola politica di cultura democratica di Cortona, quest’anno al secondo appuntamento. Un raduno di trentenni o poco più (dal 9 al 13 settembre), quasi tutti studenti, alcuni addirittura con due lauree e master, ma senza lavoro e ovviamente ancora a casa con mamma e papà. “Quattro giorni dedicati ai grandi problemi delle democrazie in Occidente” (qui il programma), assicurano gli organizzatori, e anche per riflettere sui piccoli problemi di casa nostra, soprattutto del Pd, il partito che gli italiani non votano, almeno stando alla batosta delle scorse elezioni europee e amministrative di giugno.
Tutti (o quasi) fanno il tifo per Dario Franceschini, candidato alla segretaria nazionale, che alla scuola politica di Cortona tiene molto - come d’altra parte Walter Veltroni che l’ha fondata lo scorso anno - e che chiuderà la kermesse, dopo gli interventi dei due sfidanti Marino e Bersani, che della scuola se ne infischia. E mentre i bamboccioni studiano, pensando ai grandi problemi del mondo (e a Veltroni che non c’è più),  i giovani operai fanno altro: lavorano, vanno al bar e (al Nord) votano Lega.
Quest’anno ci sarà la seconda edizione della scuola politica del Pd a Cortona, inaugurata lo scorso anno da Veltroni. Stesso successo dello scorso anno o nel 2009, non essendoci più Walter, la scuola è in declino?
No, assolutamente nessun declino. Lo scorso anno abbiamo contato circa un migliaio di iscritti, tra cui ottocento giovani, e anche quest’anno dovremmo essere sugli stessi numeri. Lo scorso anno aveva chiuso la scuola il discorso di Veltroni, mentre quest’anno tocca a Franceschini.
La scuola di Cortona, d’impostazione veltroniana, è frequentata soprattutto da giovani. Tanta teoria, ma poi in pratica in pochi riescono a inserirsi sul serio nel partito. Nel senso che nelle liste per le elezioni si trovano sempre gli stessi nomi…
Non c’è alcun rapporto meccanico tra scuole tipo quella di Cortona e incarichi di potere all’interno del partito. Non si fa la scuola di Cortona per accedere alle poltrone. È uno dei modi per favorire il protagonismo giovanile, per dirla in gergo sessantottesco, per far stare insieme i giovani e per mettere le loro conoscenze in rete.
Il Pd torna nei banchi anche per capire se stesso. Ma perché, come ha scritto Morando sul Riformista, gli italiani non lo votano?
Nella scuola partiamo da temi molto generali, come la democrazia  in Occidente e poi faremo uno zoom su temi particolari, come l’immigrazione, il welfare, il Meridione, l’economia di mercato. Trovare risposte a grandi nodi per capire un partito che sta all’opposizione e che vuole candidarsi a governare il paese.
È il raduno dei bamboccioni del Pd. Le piace come definizione?
La battuta di Padoa Schioppa si riferiva ai trentenni che stanno ancora a casa coi genitori, forse per colpa anche del mercato del lavoro che li costringe a queste condizioni. Ma il Pd è pieno di giovani volontari della politica che si interessano attivamente al partito. D’altra parte è vero che la maggior parte dei giovani democratici che partecipano agli incontri di Cortona sono studenti universitari e post - universitari.
Mancano pochi mesi alle primarie. Bersani, attuale candidato alla segreteria sponsorizzato da D’Alema & C., è stato molto critico con la scuola di Cortona: ha detto che è come andare per funghi. Perché tanta ostilità nel Pd a un’iniziativa del genere?

Su questo c’è stata e c’è una discussione, che attraversa il Congresso e che si rifà a due modi di interpretare la formazione. Noi crediamo che il problema democratico sia quello di superare la tradizione socialista e cattolico democratica, che necessariamente devono mettersi insieme. La formazione, quindi, deve fornire tutti gli strumenti a chi si interessa di politica, per diventare protagonista. Il Pd non ha un pensiero preconfezionato, ma dei valori, per questo siamo costantemente in ricerca. Qualcuno ci definisce eclettici, ma non è così. Siamo lontani dalla presunzione delle ideologie del novecento che davano addirittura una risposta scientifica del percorso della storia, che avevano un pensiero dominate e un’unica visione del mondo. Il pensiero democratico odierno è dinamico e ha successo, come dimostra l’America di Obama, la vittoria dei democratici in Giappone e l’India, governata dai progressisti. In Europa, invece, c’è la crisi della sinistra.
A Bersani e D’Alema insomma la scuola di Veltroni non piace, mentre Franceschini - erede di Walter spalleggiato da 400 giovani dirigenti locali - adora i corsi di Cortona. La vostra, insomma, è una scuola pro Dario…

Non mettiamo dei filtri alle iscrizioni: metà su internet e metà dal partito, che sono plurali e aperte quindi anche a chi appoggia Bersani o Marino. La platea è dunque composita e con un parterre vario di relatori di calibro internazionale.
Molta teoria, ma poca campagna porta - a - porta, come invece sta facendo la Lega al Nord. Il Pd vive su una torre d’avorio e ha perso i contatti con la realtà?

Non è vero che non ci sono campagne del Pd sul territorio e c’è anche molto volontariato diffuso attraverso gli ottomila circoli presenti in Italia. I sondaggi però lanciano un allarme: il Pd è forte nei giovani istruiti, che proseguono la formazione all’università, ma abbiamo serie difficoltà a comunicare con i giovani che lavorano precocemente, soprattutto al Nord, dove  invece va fortissima la Lega. Si tratta di quei giovani operai e apprendisti artigiani, che si alzano presto ogni mattina e che quando smettono di lavorare vanno al bar. E accanto al bancone è più facile trovare la Lega che il Pd.
Non per insistere, ma tra i relatori non c’è alcun “dalemiano di ferro”. Vi snobbano o voi snobbate loro?
Non so cosa significhi l’espressione “dalemiano di ferro”. Tra i relatori non ci sono esponenti di partito, eccetto i tre candidati alla segreteria Franceschini, Bersani e Marino, perché non vogliamo una passerella per i politici di spicco, anche se questo atteggiamento ha sollevato molte critiche lo scorso anno. Tra i relatori, poi, c’è Massimo L. Salvadori, un socialista classico più vicino a D’Alema che a Veltroni.
Lei sta con Bersani, con Franceschini o con Marino?
Ero con Veltroni e ora appoggio Franceschini.
Sia sincero, ma alla fine la scuola politica del Pd serve sul serio al partito
Certo, è un presupposto per creare un movimento e può diventare uno degli strumenti per il ricambio generazionale della classe dirigente del partito, formando ragazzi agguerriti.
Allora ci racconti una giornata tipo del corso e quanto costa?
Una giornata molto intensa: in tutto sono quattro e la domenica c’è il discorso finale. Si inizia con il discorso di un esperto, poi ci si divide in tre aree e si seguono le lezioni. Nel pomeriggio sono previsti i lavori di gruppo e la sera i dibattiti. I ragazzi devono pagarsi vitto e alloggio e dare un contributo di 50 euro per partecipare ai corsi. Noi offriamo il pranzo delle 12. Il Pd ha investito circa un milione di euro nella formazione quest’anno, organizzando tre incontri: uno ad Amalfi in primavera, il treno per l’Europa con trecento giovani (alla vigilia del voto del giugno scorso, ndr) e la scuola di Cortona. Un investimento importante, quello sulla formazione, visto che è la seconda voce nel bilancio del partito dopo la comunicazione.

Lo sciopero non basta più, la lotta operaia si fa in cima alle gru. Così la Innse ha fatto scuola

Photostream - Operai sul tetto della fabbrica a Melfi
Tutto è cominciato alla Innse, fabbrica metalmeccanica milanese che sfornava anni fa la mitica Lambretta. Il 4 agosto cinque operai stavano partecipando alla protesta contro la chiusura dello stabilimento. Poi a uno di loro è venuta un’idea: salire sul carroponte a 17 metri d’altezza. E lo hanno fatto sul serio. Con viveri e bottiglie d’acqua sono stati lì per ben otto giorni. Sono scesi pochi giorni prima di Ferragosto, quando l’azienda è stata venduta da Silvano Genta al gruppo Camozzi che ha assicurato la continuazione dell’attività (e dei posti di lavoro). Insomma, un braccio di ferro vinto dagli operai con una protesta dura e, soprattutto, ”mediatica” (con tanto di gruppo di sostegno su Facebook). Il caso ha fatto scuola. Ovviamente. E così nel mese di agosto le proteste in stile Innse si sono moltiplicate in tutt’Italia. E quasi sempre con la vittoria degli operai, che minacciano di buttarsi giù.

Da Roma a Potenza, tutti sulle gru
Il 10 agosto è la volta di sette operai della Cim, una ditta di materiali per l’edilizia di Marcellina, piccolo paese in provincia di Roma, che sono saliti su una torre di lavorazione alta circa 50 metri. Protestavano contro la possibile chiusura dell’azienda, che avrebbe dovuto cambiare sede perchè sorge su un terreno comunale in vendita. Anche loro, però, hanno vinto: sono scesi tre giorni dopo, quando il Comune ha sospeso l’ordinanza di sgombero del terreno pubblico. E ancora.

Quattro giorni dopo, sempre nella capitale,  sette vigilantes dell’istituto Urbe, durante una manifestazione contro la privatizzazione dell’azienda che avrebbe provocato il licenziamento di circa 300 guardie giurate, hanno raggiunto il terzo anello del Colosseo. Sono scesi due giorni dopo, quando hanno ottenuto l’apertura di un tavolo di trattativa con il governo. Non è finita. Passato Ferragosto sono cominciate le proteste di “classe” in tutt’Italia. Una dietro l’altra.

Il 24 agosto gli operai della cartiera ex Cdm di Saluzzo (Cuneo) hanno organizzato un presidio all’ingresso dello stabilimento: sono preoccupati per l’acquisizione o l’affitto della ditta da parte della società Ital Tissue, che potrebbe mettere a rischio molti posti di lavoro. Non salgono però sul tetto della fabbrica.
Il giorno dopo, invece, ancora episodi “estremi” in stile Innse. Stavolta nelle Marche e in Basilicata. Una decina di operai di una cooperativa che lavora ai cantieri navali di Pesaro sono saliti su due gru al porto per protestare: da due mesi non prendono lo stipendio. Lo stesso giorno sette operai della Lasme, azienda di Melfi (Potenza) che produce per la Fiat e che nelle settimane scorse ha deciso di chiudere collocando in mobilità 174 persone, sono saliti da una scala esterna sul tetto della fabbrica dove hanno passato la notte all’addiaccio, mentre gli altri lavoratori hanno “occupato” il piazzale dello stabilimento. “Rimarremo qui fino a quando non riavremo il lavoro”, hanno dichiarato i lavoratori.

Le reazioni
“Una protesta modernissima”, il commento di Fausto Bertinotti, l’ex leader di Rifondazione comunista, che non si faceva sentire da tempo.
Ma sono in tanti, e soprattutto a sinistra, a leggere positivamente il gesto “estremo” degli operai sulla gru. “Il punto critico non è se i lavoratori della Innse abbiano esagerato o no nel salire su una gru per impedire lo smantellamento dei macchinari da parte del nuovo proprietario, ovvero se non avrebbero potuto trovare forme di protesta o di contrattazione meno trasgressive. Il punto è se il nostro paese possa ancora permettersi a lungo l’ assenza di una politica della sicurezza socio-economica”, ha scritto su Repubblica il sociologo Luciano Gallino.
E il segretario nazionale della Cgil, Guglielmo Epifani, intervistato dal Corriere della sera, è entusiasta. “È una vittoria di questi lavoratori perché hanno creduto nella propria lotta e hanno avuto argomenti forti da spendere”. La vicenda Innse? “È stata una bella pagina di lotta operaia”.
“Il caso della Innse ci offre molti spunti di riflessione”, ha affermato il responsabile Lavoro del Pd, Cesare Damiano. “Si tratta di una vicenda che si conclude positivamente. In un autunno che si preannuncia estremamente caldo si tratta di un caso che farà, per molti versi, scuola, anche sotto il punto di vista del positivo uso dei media con cui è stato rotto il silenzio che di solito avvolge le lotte degli operai”.
E infatti, riflette Marco Ferrando, leader del Partito comunista dei lavoratori “la prima considerazione politica”da fare è questa: “la lotta radicale paga. La dove falliscono i tradizionali scioperi simbolici o i vecchi minuetti delle relazioni istituzionali, la lotta radicale strappa il risultato. Ora si tratta di far tesoro di questa lezione e di generalizzarla”.
Per Gianni Baratta, segretario confederale Cisl, intervistato da il Giornale, la morale è invece un’altra. “Qui i lavoratori credevano nelle capacità della propria azienda, avevano un progetto in testa, e invece di provocare disagio ai cittadini hanno attivato l’interesse dei media, delle istituzioni e degli imprenditori. Se invece l’obiettivo è la mera protesta, allora non mi pare una buona strategia per uscire da questa crisi (…) Capiamoci, non è che i 49 dell’Innse hanno vinto perché cinque di loro sono saliti su una gru. Ma perché sono riusciti a spiegare, in modo intelligente, che la loro azienda aveva un futuro. Se però non ci fosse stato un contenuto a riempire la loro protesta, non avrebbero trovato nessuno disposto a investire per salvare l’azienda”.


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Innse: la versione di Genta, il padrone cattivo

La fabbrica della Innse

Silvano Genta è l’ormai ex proprietario della Innse, l’azienda metalmeccanica milanese “salvata” dai quattro operai e un sindacalista che sono rimasti otto giorni sopra una gru per impedire lo smontaggio dei macchinari, la loro vendita e la conseguente chiusura della fabbrica.
Genta è il padrone “cattivo”, quello che secondo la vulgata puntava solo a fare cassa. Alla fine è stato costretto a cedere l’impresa al gruppo Camozzi di Brescia, al padrone buono che già parla di piano industriale e grandi prospettive future. Panorama incontra l’imprenditore, che ha altre aziende attive nel settore delle macchine utensili, nello studio milanese del suo legale, l’avvocato Giambattista Lomartire.

Come sta adesso, signor Genta?
Sono deluso. Solo contro il mondo. Tutti che mi attaccano, però io ho sempre cercato di fare del bene.
Ha letto i giornali? Che sensazioni prova davanti alla beatificazione degli operai?
Che non esiste lo Stato. Le istituzioni non sanno che pesci pigliare e fanno cantare vittoria a cinque signori senza scrupoli imbevuti di ideologia. Sembra di vivere nel Sessantotto.
Fa ancora il cattivo…
Sono usati dalla politica per raggiungere altri obiettivi, finanziari e speculativi.
Sia più chiaro.
Mi chiedo perché non mi abbiano mai dato a prezzo di mercato, come ho chiesto, quell’immobile che ora l’Aedes cede a Camozzi a un prezzo simbolico. Perché?
Perché?
Lo chiedo a voi, all’opinione pubblica, ai politici. Ho tenuto almeno dieci riunioni in comune e mi è sempre stato detto che non si poteva fare nulla. Ora in due giorni si stravolge il polo Rubattino, si fa la variante al piano regolatore sui terreni e si regala tutto a Camozzi.
Forse perché ha un progetto di impresa. Lei, dicono, puntava a chiudere e intascare.
Un piano industriale in soli due giorni? Camozzi non ha ancora visto nulla dal di dentro. Mi viene il dubbio che della situazione aziendale non gliene importi niente. Ha altri scopi. Certamente se gli regalano tutta l’area di Rubattino qualcosa si inventerà. Poi ha detto che farà lavorare subito dieci persone e metterà gli altri in cassa integrazione per due anni.
Perché non ci ha provato lei a trovare una soluzione diversa dallo smantellamento? Non era certo un’azienda decotta.
Ma cosa sta dicendo? L’Innse ha sempre e solo prodotto perdite in presenza di oneri gestionali pesantissimi. Quando l’ho comprata, nel 2006, era in amministrazione controllata. Nell’accordo di programma sottoscritto con le istituzioni era previsto che io assumessi tutti e 53 i lavoratori rimasti in organico e delocalizzassi la produzione nell’arco di tre anni.
Invece che cosa è successo?
La provincia si sarebbe dovuta fare carico della riqualificazione del personale. Di questo quasi la metà sono impiegati. Da scrivania. Li ho pagati anche se non mi servivano e non li potevo far lavorare.
Difficile pensare che qualcuno l’abbia costretta.

Alla Innse i delegati sindacali sono abituati a dettare legge. Non si può mettere una macchina nuova al posto della vecchia. Non si può assumere personale più specializzato e ricollocare chi non è adatto. Mettono il veto su tutto. Anche sul trasloco, che pure era fondamentale, tanto da essere previsto negli accordi iniziali.
Lei in pratica sta dicendo che non era padrone in casa sua.
Ero con le mani legate. Ci ho rimesso un mucchio di soldi. Quando hanno occupato la fabbrica in autogestione, hanno prodotto commesse per 50 mila euro. Io però mi sono trovato addebitate spese per energia, gas e altro per circa 600 mila euro. Ho tirato la carretta per due anni e mezzo rispettando gli impegni.

Silvano Genta

Poi ha deciso di chiudere.
Cessare l’attività è un diritto garantito dalla Costituzione. Soprattutto quando non sta in piedi. Chiudono aziende con migliaia di persone e non se ne parla.
Anche chi ha un lavoro difende un diritto sancito dalla Carta.
Dei 49 operai rimasti, 26 sarebbero andati in pensione direttamente dalla mobilità. A 14 avevamo trovato un impiego in Lombardia con le stesse mansioni e lo stesso stipendio. Mi hanno detto: noi siamo pagati per stare qui a fare casino. Gli altri nove sarebbero stati ricollocati dalla provincia. Sono quelli che trovate in tutte le grosse proteste di questi ultimi anni, a partire dall’Alfa Romeo fino alla Lancia Desio. Sempre loro. Sempre stabilimenti chiusi.
Forse il trasferimento comporta dei costi, economici e non solo.
No, la verità è che sono accecati dall’ideologia. Seguono il capo carismatico e fanno quello che dice lui.
E chi sarebbe il capo?
Vincenzo Acerenza (uno dei cinque che hanno passato otto giorni sulla piattaforma, ndr).
Prossimo alla pensione, fra l’altro. Quali obiettivi può avere?
Quello che non piace a lui non si fa e basta. Sempre no, sempre contro il padrone. Sembra di vivere in un’altra epoca. Intanto lui e gli altri forse prendono l’Ambrogino d’oro.
E lei, che le piaccia o no, in questa vicenda ha il ruolo del cattivo.
Non sono cattivo. Accetto le condizioni, auguro il meglio a questi signori. Fra due anni ci ritroviamo.
Perché fra due anni?

Vedremo i risultati.
Intanto lei aveva comprato la fabbrica per 700 mila euro e dalla cessione incassa oltre 3 milioni.
Abbiamo investito circa 7 milioni, lasciati sul campo. Adesso ci chiedono macchinari a prezzi in perdita.
Uno se l’è tenuto stretto. Perché?
Un mio cliente ha preso impegni e non può più rinunciarvi.
C’è qualcosa che si rimprovera in tutta questa vicenda?
Col senno di poi avrei dovuto stare dentro fino a che le macchine non fossero state trasferite agli acquirenti. Mi sono fidato delle istituzioni. Ho sempre eseguito le istruzioni, fino all’ultimo giorno. Ci sono state molte parole d’onore non mantenute.
Sta dicendo che lei è una vittima?
Di più. Su quella piattaforma ci sarei dovuto salire io. Spodestato di tutti i diritti. Ho subito danni morali incalcolabili.
In effetti non ne esce bene.
Io sono sereno, ho fatto tutto in buona fede. Non ho mai usato violenza, l’ho sempre evitata, solo subita. Tanta.
Anche là dentro?
Psicologica, fisica… di tutti i colori.
Che uomo è Silvano Genta?
Vengo dalla campagna piemontese. Sono un operaio della Olivetti che ha fatto un percorso senza danneggiare nessuno.
Che fa nel suo tempo libero?
Sto in campagna tra gli animali, con la mia famiglia. Ho una moglie da 40 anni e due figli. Hanno una loro aziendina e mi danno una mano.
Che cosa insegna loro?
Sincerità, trasparenza e lealtà. Senza questi valori non sarebbero miei figli.

E nella corsa alle primarie, il Pd si scorda pure degli “operai” (o quasi)

franceschibersani

Mozione che vai e Partito Democratico che trovi. Le primarie per la conquista della segreteria nazionale del maggior partito di centrosinistra italiano sono entrate ormai nel vivo, tra guerre a colpi di sondaggi e pochissimo fair play.

Tre i candidati in campo: l’ex ministro Pierluigi Bersani, Dario Franceschini e Ignazio Marino. I pezzi da novanta del Pd hanno affilato i coltelli. Ma le vere primarie, dicono i commentatori più esperti, si giocano nelle segreterie delle regioni e sulla capacità di incrementare il numero di schede degli iscritti che poi andranno a votare (almeno curiosi gli aumenti esponenziali di iscritti nelle ultime settimane in Calabria e Campania).
E accanto alla conquista dei voti (e delle poltrone che contano), c’è, o almeno ci dovrebbe essere, la battaglia delle idee. Insomma, perché votare l’uno piuttosto che l’altro? 
Panorama.it
è andato a spulciare i testi delle tre mozioni (Bersani qui - Franceschini qui - Marino qui), su alcuni dei temi più caldi della politica nazionale. Scoprendo che dietro a tutti e tre si cela uno spettro, quello della politica del “ma anche” di Veltroni che ha portato il Pd sul baratro, e che l’unico a parlare di operai è un ex democristiano.

Il Pd e la vocazione maggioritaria
Ammesso che qualcuno, che non sia un dirigente del Pd, capisca cosa significhi vocazione maggioritaria (più o meno, conservare l’impostazione di Veltroni di un unico partito di centrosinistra, nell’ottica di un sistema bipolare, contrapposto al Pdl) ecco le tre posizioni.

Bersani
Da soli si può fare poco” recita il titolo della sezione dedicata al Pd nel testo della mozione. Per Bersani & C. “La vocazione maggioritaria non significa rifiutare le alleanze, ma, al contrario, renderle possibili, perché costruite nella chiarezza, sulla base di vincoli programmatici“. Detto altrimenti, sì all’incuicio con i nemici - amici dell’Idv, con i centristi dell’Udc e con quello che rimane (se ancora esiste) della sinistra radicale.

Franceschini
Dobbiamo dire con chiarezza che non torneremo a quella stagione delle coalizioni frammentate e litigiose, costruite con l’unico collante del nemico“. No quindi all’antiberlusconismo come unico collante del centrosinistra. “Difenderemo i principi del bipolarismo e dell’alternanza tanto faticosamente conquistati”. E in ultimo una stoccata a Bersani & C. “Non torneremo indietro, ad un centro-sinistra col trattino. Solo ipotizzarlo significa dichiarare fallita l’esperienza del Pd e non avere capito che quello schema non esiste più da tempo nel nostro popolo”.

Marino
Posizione terzista da parte del medico: partito maggioritario, ma anche (!) aperto alle alleanze. “Un partito che abbia un forte respiro maggioritario, che costruisca le proprie alleanze a partire dal proprio profilo e da quello che vuole per il Paese, non in base alla convenienza elettorale o al mero esercizio politicista di cui abbiamo avuto fin troppi esempi in questi anni”. Un giusto mix tra Franceschini e Bersani.

Nord e Sud: il federalismo
Bersani
Le soluzioni proposte dalla Lega piacciono a i bersaniani, che aggiungono l’aggettivo “solidale”. “Il federalismo responsabile e solidale è la rotta da seguire per avvicinare le istituzioni ai cittadini. Le sfide per l’immediato futuro si chiamano attuazione del federalismo fiscale, razionalizzazione e riforma delle autonomie locali, trasformazione del Senato in Camera delle Regioni e delle Autonomie“.

Franceschini
Anche dai franceschiniani arriva il “sì” alla riforma federalista dello Stato. “Noi non ci sottrarremo alla possibilità di condividere, anche da subito, con i nostri avversari una riforma che renda più efficace l’azione di governo e il ruolo del parlamento, cominciando dal passaggio ad una sola camera legislativa, con un senato federale ed un conseguente dimezzamento dei parlamentari eletti“.

Marino
Federalismo più soft da parte del medico e aperto alle istanze meridionaliste. “Riprendere e portare a termine il processo di decentramento, per motivi di efficienza economica e di trasparenza politica: maggiore capacità di rappresentanza degli interessi locali, maggiore responsabilizzazione dei politici locali, maggiore possibilità di scelta per gli operatori, maggiore crescita economica (…) Distribuire equamente le risorse tra Sud e Nord. Investire nelle infrastrutture per il Mezzogiorno”.

Immigrati

Bersani
Integrare quelli già presenti, ma regolare i flussi in base all’occupazione. “La stragrande maggioranza degli stranieri è in regola, vive in Italia da anni, spesso svolge un lavoro che noi non vogliamo più fare. A queste persone vanno riconosciuti i diritti civili e politici (…) Sull’immigrazione, abbiamo bisogno di regole chiare che dicano come si fa ad entrare in Italia e a stare in regola, come si incontrano domanda e offerta di lavoro, come si può avere in tempi certi il permesso di soggiorno. I flussi di ingresso devono corrispondere al fabbisogno occupazionale e rendere sostenibile l’inclusione dei nuovi cittadini”.

Franceschini
Il binomio, un po’ stridente, fermezza e accoglienza, caratterizza anche la soluzione di Franceschini & C. “Le risposte sono credibili se sanno coniugare fermezza nel contrasto all’illegalità, da chiunque provenga, con politiche di integrazione sociale e di accoglienza. Nel caso degli immigrati il rispetto della legge va imposto senza discriminazioni ma senza pietismi (…) Cominciando con il contrasto degli ingressi clandestini. Con un dimensionamento più realistico dei flussi. E rafforzando gli accordi bilaterali con i paesi di più forte immigrazione, e con un’azione congiunta dell’intera Unione europea”.

Marino
Integrare chi c’è già e chiudere le porte ai clandestini. “Cittadinanza ai ragazzi stranieri nati in Italia, agli immigrati di seconda generazione, in applicazione del jus soli, per favorire il senso di appartenenza alla loro nuova patria. Combattere e scoraggiare la clandestinità: accordi di riammissione con i paesi d’origine, sistema premiale per chi collabora a farsi identificare, sanzioni credibili e certe, lotta a scafisti e trafficanti, contrasto al caporalato (…) Destinare i Centri d’identificazione e di espulsione esclusivamente agli immigrati non identificati o che resistono all’identificazione, in attesa delle procedure utili ai fini dell’espulsione e per un periodo massimo di 35 giorni“.

Imprese o operai?

Bersani
Il termine “operaio” non viene mai citata nel testo della mozione (un caso?), mentre compare più volte quello di lavoratore e quello di imprese. Al di là della nota di colore, la soluzione Bersani tende alla riforma del welfare con l’introduzione del salario minimo e la ripresa delle liberalizzazioni. “Riformare il welfare vuol dire superare il dualismo del mercato del lavoro aprendo dei processi univoci di inserimento e di stabilità del lavoro; sostenere le famiglie e i loro redditi; introdurre un reddito minimo di inserimento (…) Ma l’obiettivo principale della riforma del welfare consiste nell’innalzare la qualità dei servizi”.

Franceschini
Chi l’avrebbe mai detto che l’ultimo a parlare degli operai fosse un ex democristiano? Il termine compare due volte. Quanto basta. Ma le soluzioni appaiono tutt’altro che di sinistra. “Vogliamo correggere un assetto produttivo e distributivo che ha svalutato in particolare il lavoro operaio e manuale. Per questo serve una politica che da una parte riprenda la lotta all’evasione e all’elusione, dall’altra alleggerisca la pressione fiscale sui redditi da lavoro e sulle pensioni (…) Ma la tendenza alla disuguaglianza va invertita con proposte attive: pensiamo allo sviluppo della rete, della banda larga, come all’investimento infrastrutturale più importante di questo decennio. Come vettore di crescita e di riduzione delle disuguaglianze territoriali”.

Marino
Anche al medico il termine “operaio” non piace più di tanto. Però si parla tanto di lavoro e di flessibilità. “Flessibilità bilanciata, quindi, è il nostro valore per regolare il mercato del lavoro: contratti a tempo indeterminato che consentano un rapporto continuativo e tendenzialmente stabile con il datore di lavoro“.

Parla Bertinotti: Quanti operai regalati al Cav

Fausto Bertinotti in mezzo agli operai

di Stefano Brusadelli
“Oggi l’operaio è solo. Non sente più né la sinistra né il sindacato come la sua famiglia, all’interno della quale trovare identità e protezione. In questa nuova solitudine, che poi è diventata la stessa di tutti i cittadini italiani, l’operaio vota secondo la propria utilità. E nell’Italia di oggi, ahimè, capita che voti a destra”.
Fausto Bertinotti è nato in una casa di ringhiera alla periferia di Milano, verso Sesto San Giovanni. Il mondo degli operai è stato il suo liquido amniotico. Mitiche figure di operai come Emilio Pugno, Tino Pace, Pierino Caroli sono stati i suoi maestri. Dentro le fabbriche, da sindacalista, ha speso gran parte della sua vita. Vedere ora certificato da un sondaggio dell’Ipsos che tra gli operai le intenzioni di voto a favore del Pdl doppiano quelle per il Pd è un cruccio che si somma al dolore provocato dal naufragio della sua scommessa di sinistra anticapitalista. La spiegazione che di questo dato clamoroso l’ex presidente della Camera e leader di Rifondazione fornisce a Panorama è un viaggio negli ultimi 15 anni di vita italiana; e anche una disamina spietata degli errori compiuti dalla sinistra e dal sindacato.
Sorpreso di quel 43 per cento di operai che sarebbero pronti a votare per Silvio Berlusconi?
C’erano già i segni premonitori. Nel 1994 vidi un’inchiesta della Fiom di Brescia. Veniva fuori che moltissimi iscritti votavano per la Lega.
Segnale sottovalutato, allora.
Era l’avviso che un ciclo si andava chiudendo, e il primo segnale che stava iniziando la devastazione della sinistra. Perché bisogna sempre tenere presente che il voto degli operai a sinistra non è un dogma.
Affermazione forte, fatta da un leader della sinistra. Sembra un’autoassoluzione.
Ma è una realtà. Negli Usa il voto operaio è tradizionalmente diviso fra repubblicani e conservatori. E non dimentichiamoci il voto delle banlieue francesi che nel 2002 portò Jean-Marie Le Pen al ballottaggio contro Jacques Chirac, eliminando il candidato della sinistra, Lionel Jospin.
In Italia però è stato diverso…
In Italia abbiamo avuto il “trentennio glorioso”. E abbiano scambiato per un dato immodificabile quello che invece era solo un ciclo.
Trentennio glorioso?
Dal dopoguerra alla fine degli anni Novanta si sono verificate in Italia alcune condizioni straordinarie. Anzitutto, il primato dell’antifascismo non esaltava solo la Resistenza. Ponendo la Costituzione al centro di tutto, automaticamente metteva al centro del dibattito politico il tema del lavoro, che è scolpito nel primo comma dell’articolo 1. E di conseguenza assicurava centralità ai partiti di massa e ai sindacati. Poi funzionava una straordinaria rete organizzativa (dai circoli operai alle sezioni, alle parrocchie) che al momento del voto aveva il suo peso. E infine, c’erano l’Urss e il vecchio Pci.
Proprio lei è nostalgico dell’Urss e del Pci?
L’esistenza dell’Urss, a prescindere dal giudizio per me negativo su quel regime, teneva in piedi la sfida planetaria tra capitale e lavoro. E quanto al Pci, il suo scioglimento non ha portato alla nascita di una forza che facesse del lavoro, già sul piano lessicale, la sua ragione d’essere. Dalla crisi del Pci infatti non è nato un partito laburista o socialdemocratico, ma il Pd. Cioè un contenitore indistinto, tenuto insieme solo da una vaga idea di modernità.
Mettiamoci anche il sindacato.
Ci arrivo, certo. Il sindacato italiano era stato un esempio in tutta Europa: confederale, unitario, democratico, capace di straordinarie conquiste come lo Statuto dei lavoratori, il servizio sanitario nazionale, aumenti salariali per tutti.
Il sindacato di oggi ne è l’ombra?
Si è rotta l’unità sindacale, la concertazione ha significato il ridimensionamento del salario e della politica di redistribuzione, e anche la democrazia in fabbrica è finita: si veda l’accordo sulla nuova contrattazione, approvato senza una consultazione nei luoghi di lavoro.
Morale?
Morale: gli operai che sentivano di avere una doppia protezione dal sistema politico e dal sindacato, e che in cambio indirizzavano il voto verso la sinistra, adesso si sentono soli. E seguono la loro pancia, il vento. Subiscono, al pari di tutti, l’offensiva conservatrice che è in atto in tutto l’Occidente.
Sbagliando?
Secondo me sì, ma votano secondo un’utilità presunta che va rispettata. Senza più fiducia nel sindacato e nel partito, nella desertificazione della democrazia, scelgono come interlocutore chi governa, l’unico che a loro parere conti qualcosa.
Non è in fondo una rappresentazione esatta?
Credo che nel voto a Berlusconi ci sia qualcosa di diverso, io ci vedo una venatura populista. Il populismo è figlio della crisi della sinistra. Al conflitto fra destra e sinistra sostituisce un altro conflitto, tra “alto” e “basso”, dove l’alto sono le élite. È un gioco nel quale la destra italiana è maestra: basti pensare a Berlusconi, a Umberto Bossi, ad Antonio Di Pietro.
Vogliamo parlare anche della condizione delle periferie, dove la percezione di insicurezza è diventata acutissima?
Sì, questa è una seria difficoltà per la sinistra, che non può inseguire la destra sulla linea dell’inasprimento delle pene. Ma alle ronde esiste una risposta di segno opposto: è la ricostruzione, anzitutto nelle periferie, di una rete di presidi democratici che sono l’unico antidoto preventivo al disadattamento e alla violenza. Perché la sinistra non lo fa, invece di limitarsi a denunciare gli eccessi del governo?
E se tra i motivi dello spostamento del voto operaio verso il Pdl ci fosse anche la delusione per i governi di Romano Prodi?
Non c’è dubbio: i governi Prodi sono stati fallimentari. La sinistra, non solo in Italia, si era proposta come più capace della destra di sanare i guasti della globalizzazione. Questa promessa è stata tradita: non c’è stata redistribuzione della ricchezza, né delle posizioni sociali. Così la globalizzazione ha aumentato le diseguaglianze e ha prodotto la crisi.
Quanto ha pesato la televisione nel successo di Berlusconi tra gli operai?
Altro capitolo dolente. Mentre la tv commerciale imponeva anche in Rai modelli come il Grande fratello e i concorsi con premi in denaro dove il messaggio è “la mia vittoria coincide con la tua sconfitta”, ossia quanto di più devastante possa esistere per l’idea solidarista, i dirigenti della sinistra pensavano soprattutto a cronometrare i tempi concessi a loro nei vari telegiornali per confrontarli con quelli degli altri. Convinti che la vera questione fosse questa.
I media, effettivamente, hanno dimenticato la questione operaia.
Degli operai, sui media, si parla solo se accadono incidenti mortali sui luoghi di lavoro o se ci sono scontri all’interno del sindacato, come è successo con Gianni Rinaldini a Torino. Ma non nota come dallo stesso lessico del Pd sia ormai sparita una parola come padrone, una parola fondamentale per la cultura operaia?
Alla sinistra, e al centrosinistra, concede davvero poco…
Quell’inchiesta della Fiom di Brescia ha segnato l’inizio di un quindicennio devastante per la sinistra italiana. Dall’avere due sinistre non ne abbiamo più nemmeno una. Intorno all’idea di sinistra ormai non si costruisce più un popolo, un’identità, un senso comune.
Esito inevitabile?
No. È successo che con il miraggio di rappresentare tutti la sinistra ha finito con il non rappresentare veramente più nessuno. L’epilogo è il grottesco appello al voto utile del Pd contro le liste alla sua sinistra. Se si arriva a chiedere un voto solo per la sua presunta utilità rispetto a un altro, come si trattasse della pubblicità comparativa di una merce, è la fine della sinistra. Non ci stupiamo poi se a questo punto gli operai di voto ne scelgono un altro, che gli sembra ancora più utile.

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