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- Tags: 007, bossknapping, capo, Cgil, conflitto, crisi, dirigenti, documenti, Francia, G20, Guglielmo-Epifani, lavoratori, lavoro, manager, Milano, operai, ribellismo, sequestro, Sindacato, società, stipendi
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“Eat the rich!”, “Mangia il ricco!”, cantava la band londinese dei Motorhead nel 1987. Vent’anni dopo, in piena crisi economica, quel ritornello è diventato un manifesto politico capace di mettere d’accordo soggetti sino a pochi anni fa distanti, dai giovani no global agli operai sull’orlo del licenziamento. Il neonato movimento ha esordito al G20 di Londra squarciando l’aplomb della City.
Ma il nuovo corso alle barricate in stile G8 genovese preferisce altre forme di lotta. In Francia e Belgio gli operai hanno scelto la via del “bossknapping”, il sequestro dei capi, per riaprire trattative o bloccare i licenziamenti. Un modello di conflitto che preoccupa più delle violenze di piazza, scatenate da frange minoritarie. Il Sole 24 ore, quotidiano di proprietà della Confindustria, ha inquadrato il nuovo fantasma che si aggira per l’Europa: “Il ribellismo diffuso può assumere venature populistiche e tendere a saltare le stesse organizzazioni sindacali”.
Il segretario della Cgil Guglielmo Epifani non esclude fenomeni di emulazione: “Io vedo problemi se venissero messi in discussione, dopo la cassa integrazione, i posti di lavoro”. Un campanello d’allarme che sulla rete ha suscitato un tam-tam di soddisfazione nei siti più radicali, dove uno dei documenti più “allegati” è “Mangiati il ricco!”, sottotitolo: “L’anticapitalismo è all’ordine del giorno”.
Questo clima non viene sottovalutato. Gli 007 dell’Aisi (Agenzia informazioni e sicurezza interna, l’ex Sisde) da settimane riattivano contatti o ne cercano di nuovi dentro le fabbriche per capire l’aria che tira. “In Italia i problemi potrebbero arrivare in autunno” prevede un funzionario. Alla sezione Anticrimine dei carabinieri di Roma gli investigatori seguono una pista concreta. Le intercettazioni telefoniche raccontano che qualcuno sta cercando di infettare la protesta operaia.
Il rischio più temuto è che qualche gruppo eversivo in cerca di consenso possa organizzare sequestri lampo come facevano le Brigate rosse negli anni 70. “Il comparto più in fermento è quello dell’auto. È lì che si concentra la nostra attenzione” precisa un investigatore.
Il 25 febbraio, a Piobesi, nella cintura torinese, è stato preso in ostaggio il capo del personale della Olimpia, azienda tessile del gruppo Benetton, dopo la conferma di 143 licenziamenti.
Giorgio Airaudo, segretario della Fiom torinese, vede nero: “Nella nostra provincia a luglio la Iveco e la New Holland toccheranno le 40 settimane di cassa integrazione e dopo poco potrebbero scattare gli esuberi. Di fronte ai licenziamenti non si può escludere una drammatizzazione del conflitto”. Anche perché su 170 mila metalmeccanici in provincia di Torino 58 mila sono in cassa integrazione.
Nel resto d’Italia a marzo il ricorso a questo ammortizzatore è cresciuto del 925 per cento rispetto allo stesso periodo del 2008. Numeri che potrebbero mettere a rischio la pace sociale. “In verità, la radicalizzazione c’è già” prosegue Airaudo. “Il blocco delle merci, i picchetti davanti ai cancelli e le assemblee permanenti sono forme di lotta già attuate in numerosi stabilimenti”.
Vivono giornate tese anche i lavoratori della Lombardia. Per esempio all’Omnia, azienda leader nel settore dei call center: il 1° aprile una cinquantina di dipendenti è scesa in cortile e ha costretto l’amministratore delegato a partecipare a un’assemblea straordinaria. I giornali hanno parlato di sequestro. Nell’hinterland milanese sono molte le iniziative di lotta, dai dipendenti della Nokia a quelli della Metalli preziosi, all’Innse, praticamente in autogestione da giugno. In questo clima il 4 aprile si sono riuniti a Sesto San Giovanni un’ottantina di lavoratori “combattivi” (come si autodefiniscono) in rappresentanza di una ventina di fabbriche. Quali?
L’elenco è il termometro del disagio operaio: Fiat Sata di Melfi, Alfa e Avio di Pomigliano d’Arco, Jabil di Cassina de’ Pecchi, Cabind della Valsusa, Fiat New Holland di Modena, oltre a Falck, Italtractor, Terim, Mangiarotti Nuclear, Innse. I convenuti hanno un obiettivo: fondare un nuovo soggetto politico capace di ingrassare nella pancia della crisi. Sul web www.asloperaicontro.org) si trova il resoconto dell’incontro: “Il Partito operaio nasce ed esiste dove nascono le resistenze operaie contro i padroni”. L’esempio è quello della “Innse di Milano, dove 50 operai stanno lottando da più di 10 mesi con una determinazione incredibile per difendere il lavoro e la loro fabbrica”.
Anche la Francia fa scuola, in particolare le tute blu della Continental: “All’annuncio di chiusura della loro fabbrica hanno reagito, hanno fatto il processo ai loro manager, condannandoli alla pena di morte per alto tradimento e impiccandoli immediatamente, per adesso soltanto simbolicamente con due fantocci”.
Sul web torna di moda la lotta di classe e la ribellione coinvolge anche l’esercito di riserva dei precari, la fascia di lavoratori più debole e indecifrabile, meno sindacalizzata e controllabile. “Non si possono escludere azioni estreme dettate dalla disperazione, soprattutto in mancanza di risposte da parte di governi e amministrazioni locali” avverte Carmela Bonvino, responsabile del settore precariato delle Rappresentanze sindacali di base. “Noi proviamo a organizzare il dissenso in forme legali, però l’attenzione dei mass media per episodi come i sequestri potrebbe far scegliere ai lavoratori scorciatoie controproducenti”.
Per capire l’umore basta consultare i siti marxisti Il pane e le rose o Autprol.org, che per esempio ospita il comunicato di protesta dei giornalisti della free-press confindustriale 24 minuti. Gli investigatori monitorano anche battaglie e documenti dei precari più qualificati, nel campo della ricerca scientifica e della protezione ambientale.
“Questa è una rivolta popolare non coordinata, spontanea. E molto pericolosa” ha avvertito nei giorni scorsi il sociologo francese Jean-Paul Fitoussi, rispolverando il termine conflitto di classe. In questo clima gli investigatori, dai carabinieri del Ros agli 007, temono una saldatura fra la protesta genuina e qualche cattivo maestro che aspira a cavalcarla.
Nel Torinese gli investigatori tengono sotto osservazione l’area anarco-insurrezionalista. Due settimane fa, dalle frequenze di Radio blackout, uno dei portavoce degli squatter piemontesi ha inneggiato al sequestro dei manager.
Per gli inquirenti i nuovi aspiranti ideologi non ragionano più per compartimenti stagni e fanno proselitismo in realtà anche diversissime. Lo confermano inchieste recenti. Per esempio due anni fa è stato “disarticolato” dagli inquirenti milanesi il Partito comunista politico-militare, presunta formazione terroristica che aveva infiltrato con i suoi esponenti sia il sindacato (Vincenzo Sisi, delegato della Cgil, aveva un kalashnikov in giardino) sia i centri sociali. Qualche fiancheggiatore e molti simpatizzanti sono liberi e continuano il lavoro di propaganda in tutti i settori, dal pubblico impiego al precariato. A febbraio, sette presunti neobrigatisti hanno espresso “vicinanza e solidarietà”, dopo gli scontri con la polizia, “agli operai Fiat di Pomigliano, così come a tutte quelle situazioni che lottando non intendono subire passive gli effetti della crisi del capitalismo”.
Ma i cattivi maestri secondo gli investigatori non sono solo in cella. Qualcuno fa il giornalista. Come Paolo Persichetti, ex brigatista condannato a 22 anni e sei mesi di carcere per concorso nell’omicidio del generale Licio Giorgeri: in Francia, dove è fuggito nel 1991, ha insegnato sociologia politica, oggi scrive sul quotidiano comunista Liberazione e ironizza sul passato. Il “bossknapping”? “La Fiat non ne serba un buon ricordo” annota. “Le azioni non “ortodosse” di francesi e belgi, seppur concepite all’interno di una strategia ancora difensiva, riscontrano consensi e successi. Una lezione utile”.
Interpellato da Panorama, Persichetti dice: “In Francia queste pratiche non vengono considerate eversive e sono accettate dall’opinione pubblica”. In Italia spaventano… “Da noi la lotta armata ha raggiunto livelli sconosciuti in Francia, lasciando in eredità la cultura dell’emergenza e la demonizzazione del conflitto. Lo Stato deve capire che quella stagione è chiusa”. Tuttavia, chi legge i suoi articoli non ha questa sensazione. Una “lezione” di cui forse non c’era bisogno.
Lavoro sui cantieri
Un operaio edile è morto in un incidente avvenuto a San Sosti, in provincia di Cosenza: Luciano Caruso, 55 anni, stava lavorando in un cantiere per la ristrutturazione del Santuario della Madonna del Pettoruto quando, per cause ancora in corso di accertamento, è caduto da una impalcatura ed è morto. Nell’incidente è rimasto coinvolto anche un secondo operaio che ha riportato lievi ferite ad una gamba. I due stavano lavorando all’armatura in ferro per la realizzazione di un muro. Sul luogo sono intervenuti i medici del servizio 118 ed i carabinieri della compagnia di San Marco Argentano.
Dopo le pattuglie miste (tre mila uomini dell’esercito a fianco delle forze dell’ordine) per le strade in città, ora per controllare il rispetto delle norme nei cantieri ed evitare gli incidenti sul lavoro, il ministro della Difesa, Ignazio La Russa, pensa di utilizzare i carabinieri nei cantieri e sta predisponendo un disegno di legge che dovrebbe essere pronto per settembre. “In risposta all’appello del presidente Napolitano per le morti bianche” dice La Russa in un’intervista al quotidiano la Sicilia “intendo irrobustire il controllo sui cantieri, sempre da parte dei carabinieri, con ispezioni a tappeto ma anche a campione”.
Il ministro non esclude che il progetto possa coinvolgere anche i soldati: “Penso a un nucleo di carabinieri, magari con i soldati al loro fianco, finalizzato a controlli a sorpresa. Ci vuole una presenza forte per invertire questa tendenza, chiamiamola culturale o di abitudine. Per me” dice il ministro “si tratta di un problema importante come quello della criminalità”. La Russa ipotizza il ricorso dei militari anche nei cantieri di lavoro per il Ponte sullo Stretto di Messina. “La zona è calda, i militari potrebbero essere utili”.
A oggi quanti sono i “controllori” del lavoro? E quante ispezioni effettuano?
Il Comando Carabinieri per la Tutela del Lavoro, alle dipendenze del Ministero del Lavoro, proprio per accertare violazioni in materia giuslavoristica e legislazione sociale, “sono circa 502 uomini” dice il colonnello Luciano Annicchiarico, comandante del reparto. 502 unità per 107 province, neanche una media di 5 a provincia. Accanto a loro sono preposti a controlli anche i funzionari e gli ispettori civili del Ministero del Lavoro, circa 3000 unità, e gli ispettori Asl. Numeri bassi, non in grado di controllare capillarmente tutto il “territorio aziendale” italiano. E infatti spesso capita che passino anche dieci anni tra un’ispezione e l’altra.
Il ministro, in qualità di reggente di An (dopo l’addio al partito da parte di Gianfranco Fini eletto presidente della Camera), è anche intervenuto sul dibattito Pdl in un’intervista pubblicata su il Riformista. “Il leader è Berlusconi, non necessariamente serve un segretario”, ha detto. E poi detta i tempi: “La tempistica ci porterà ragionevolmente a fare il congresso fondativo a febbraio”. “La leadership di Berlusconi non è in discussione” ha spiegato. “Non perché sia unto dal Signore, ma perché è stato riconosciuto dagli elettori. Tra l’altro Fini, in questa fase, non ambisce alla guida del Pdl, altrimenti non avrebbe fatto la scelta istituzionale”. E ancora: “Ci sarà sicuramente un gruppo dirigente ristretto, non necessariamente un segretario”. Ricordando la fondazione di An, La Russa dice: “A Fiuggi passammo dalla casa del padre a una nuova famiglia. Ora passiamo da una casa a una casa più grande”. Le parole d’ordine? “Identità nazionale, sicurezza, riforme e federalismo solidale”, conclude il Ministro.
Sono sette le persone indagate per la morte dei sei operai in un incidente nel depuratore comunale di Mineo. La loro iscrizione è stata eseguita dal procuratore capo della repubblica Onofrio Lo Re ed è stata definita “un atto dovuto per il legale svolgimento dell’inchiesta”. Il reato ipotizzato è concorso in omicidio plurimo. Gli indagati sono il sindaco Giuseppe Castania, il responsabile dell’ufficio tecnico comunale Marcello Zampino, i quattro assessori Antonino Catalano, Giuseppe Mirata, Giovanni Amato e Giuseppe Virzì e il legale rappresentante dell’azienda privata che ha operato ieri nel depuratore, Sebastiano Carfì.
Domani sarà conferito anche il mandato per le autopsie delle sei vittime, utili per chiarire l’esatta dinamica della tragedia. I primi esami cominceranno a mezzogiorno e saranno eseguiti nell’obitorio del cimitero di Caltagirone. Le autopsie dovrebbero concludersi entro sabato. Intanto il sindaco di Mineo ha dichiarato che “i dipendenti del Comune a supporto dell’impresa che doveva svolgere i lavori di espurgo dal depuratore dovevano essere soltanto due. Più che una tragedia del lavoro sembra che sia stata una tragedia della solidarietà”. Castania ha rivelato di avere appreso dai suoi concittadini che uno dei dipendenti comunali morti “ha comprato verso mezzogiorno di ieri una scala”. Secondo una ricostruzione dei fatti, i due dipendenti comunali presenti al depuratore avrebbero chiamato i loro colleghi chiedendo di acquistarla perché probabilmente c’erano stati dei problemi nell’intervento di espurgo.
I sei lavoratori morti quindi, secondo il sindaco, “non dovevano stare all’interno di quella vasca”. Un consulente tecnico del sindaco ha inoltre spiegato che “i fanghi sprigionano gas metano e nessuno doveva mettersi nella vasca perché il loro lavoro lo dovevano fare da bordo vasca”. Il procuratore Lo Re, che coordina le indagini, ha aggiunto altri particolari: “I sei operai morti ieri nel depuratore comunale di Mineo non indossavano né mascherine né respiratori, ma non sappiamo se fossero necessarie”. Il magistrato ha osservato che “è ancora presto per fare delle ipotesi sulla esatta dinamica dell’accaduto, ma tutto sarà chiarito dall’autopsia e dagli accertamenti tecnici che ho predisposto”.
Lo Re ha confermato che gli operai erano impegnati nella manutenzione “del tubo di collegamento tra una vasca di decantazione e quella che conteneva i fanghi. La necessità che tutti prendano coscienza che il lavoro comporta dei rischi e ci vuole una cultura e una preparazione nel campo della sicurezza e dell’antinfortunistica a tutti i livelli”. Pare inoltre che Salvatore Smecca, 47 anni, uno dei due dipendenti della ditta Carfì di Ragusa morti nella tragedia, sarebbe stato assunto “ieri o l’altro ieri. Una ‘coincidenza’ sulla quale stiamo indagando. Non parliamo di disgrazie perché questa è stata una tragedia”, ha concluso il procuratore.
Al depuratore della strage continua intanto il mesto pellegrinaggio di persone che arrivano davanti al cancello, parlano sottovoce e con gli occhi lucidi vanno via. Un anonimo ha poggiato delle margherite bianche davanti al cancello con un foglio in cui è scritto: “Questa assurda tragedia dei nostri cittadini non rimanga vana”. E nelle prossime ore in Sicilia verrà dichiarato il lutto regionale.
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Di Marco Cobianchi
Fabbrica per fabbrica, delegato per delegato, voto per voto: così la piccola Ugl sta rubando consensi, iscritti e dirigenti ai big Cgil, Cisl e Uil. Provocando smottamenti ideologici nei suoi avversari sindacali. L’ultimo ha avuto come epicentro la Pirelli Bicocca, la fabbrica che ha dato i natali sindacali a Sergio Cofferati, dove è franato lo storico monocolore della Cgil per quattro delegati che sono passati all’Ugl. Un caso isolato? I dati su quanti siano i transfughi non si hanno, ma le storie sì, e molte. E se non dicono quanto è vasto il fenomeno, raccontano perché il fenomeno c’è e perché si sta allargando. “È perché la base per gli altri (Cgil, Cisl e Uil, ndr) non conta quasi più nulla” si arrabbia Giovanni Cicchella, rappresentante di fabbrica all’Iveco di Avellino, ex rappresentante della Uilm, oggi dell’Ugl.
Cicchella, dall’alto di 25 anni passati in Cisl e 5 in Uil, dice che “ormai nel sindacato le cose vengono decise dall’alto. Punto e basta”. “Alle domande dei lavoratori non viene mai data una risposta concreta” aggiunge Giovanni Pedersini, ex Fiom-Cgil, ora rappresentante della Ugl all’azienda metalmeccanica Pama di Rovereto. “Un esempio: in fabbrica, quando è stato il momento di scegliere il fondo pensione integrativo, ci è stato presentato solo quello regionale, il Laborfond, e non quello nazionale, Cometa. Come mai? Boh”.
Un altro che la fabbrica la conosce bene è Vincenzo Miele. Lavora alla verniciatura di Mirafiori e quando ha lasciato la Uilm per passare alla Ugl lo hanno seguito sei delegati e un centinaio di operai. “Ho cambiato perché qui i problemi dei lavoratori vengono presi sul serio e si cerca di risolverli. Gli altri sindacati sono burocratici, bisogna sempre fare attenzione a cosa si dice, a cosa si fa… E poi la loro è una tessera sindacale e di partito insieme, mentre qui a me nessuno ha chiesto come voto”. Già, poi c’è la politica. Le ali estreme del sindacato continuano a chiamarla “fascista”, invece la Ugl viene percepita come una sigla non solo apolitica ma pure ideologica perfino da un sindacalista come Miele, che ha “sempre votato Rifondazione comunista, anche alle ultime elezioni “. Ciò che attira della Ugl, insomma, è che difende l’operaio consumatore e non cerca il dipendente tesserato. Così è riuscita a costruire la nuova frontiera del sindacalismo fatta di rivendicazioni concrete, soluzioni visibili. Non a caso l’Ugl è favorevole a dare più peso alla contrattazione di secondo livello (quella a livello locale) attraverso la quale può dispiegare tutto il suo potenziale rivendicativo. “Sissignore, qui dentro niente politica” spiega in napoletano stretto Giovanni Centrella, segretario nazionale dei metalmeccanici della Ugl, lui stesso transfuga dalla Cisl. “Un operaio che vede il proprio delegato sindacale fare il rappresentante di lista alle elezioni politiche… non va bene, non va proprio bene, perché si ingenera il dubbio che si usi la sua tessera per fare politica. Per questo io credo che la candidatura di Antonio Boccuzzi (l’operaio della Thyssen sfuggito al rogo del dicembre del 2007, sindacalista della Cgil, eletto con il Pd in Piemonte, ndr) abbia fatto male, molto male al sindacato, perché conferma nei lavoratori l’idea che siano usati e che dei loro problemi non importi niente a nessuno”.
Il sindacato politico, insomma, non tira più. Nella rossa Ferrara, per fare un esempio, alle ultime elezioni politiche la Lega è passata dal 2,3 del 2006 al 6,4% e il centrosinistra ha perso 14 punti. Contemporaneamente in una delle principali industrie della città, la Berco (gruppo Thyssen, 2.500 dipendenti), l’Ugl è salita al 33% e alla Vm Motori (1.250 dipendenti) è al 25 per cento. Alle Carrozzerie di Mirafiori, alle elezioni del 2005 ha raggiunto il 15%. “Noi siamo giudicati diversi, una vera alternativa alla triplice. E lo si vede da piccole cose, per esempio dal fatto che tutti i dirigenti della Ugl continuano a lavorare” proclama la leader nazionale Renata Polverini “sia perché non abbiamo i distacchi sindacali che hanno gli altri, sia perché voglio che ascoltino dal vivo i problemi delle persone”. “Ma quale alternativa?” taglia corto Giorgio Cremaschi, componente dell’ala di minoranza della segreteria nazionale e grillo rompiscatole della Cgil. “Polverini ha firmato tutti gli accordi nazionali, compreso quello sul welfare proposto dal governo Prodi. Certo, l’ha firmato anche la Cgil, e ha sbagliato, perché adesso ci ritroviamo con gli operai del Nord che votano Lega e sono iscritti all’Ugl”.
Ovviamente non è proprio automatico che le motivazioni che portano l’operaio del Nord a votare Lega (meno tasse e soluzione ai problemi concreti) siano esattamente le stesse che portano i delegati sindacali a mollare le altre sigle e iscriversi alla Ugl. Un esempio? Silvino Perrotti, ex Cisl, lavora alla Telecom Italia ed è leader della Ugl telecomunicazioni dell’Abruzzo. “Ho un figlio disabile e per anni non sono riuscito a farmi riconoscere i congedi ai quali ho diritto. Alla Ugl ho detto: se mi risolvete questo problema, mi iscrivo con voi. In un solo anno qualcosa ho finalmente ottenuto”. Piano piano la Ugl ha cominciato anche a entrare nelle stanze dei bottoni. Il 12 aprile ci sono state le elezioni per i rappresentanti sindacali nel comitato di gestione del fondo pensione dei telefonici. La Ugl è passata da zero a tre delegati, che siederanno accanto ai 12 della Cisl, agli 8 della Cgil e ai 7 della Uil.

“Nessuno qua crede più al sindacato” dice Maria Francesca Formica (ex Cgil, ora Ugl), che lavora all’Almaviva di Catania, la più grossa azienda di servizi telefonici d’Italia, detti call center. “Quando si è trattato il passaggio di livello, come previsto dal contratto, gli altri hanno firmato un accordo che prevede benefici solo per i più anziani, che tuttavia devono rinunciare a fare causa e non possono più chiedere altri passaggi di livello. Ma le sembra un sindacato questo?”. All’Almaviva il 15 maggio ci saranno le elezioni per la rsu. Dubbi su come andranno?
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Ancora due vittime sul lavoro. Un’esplosione alla Masterplast di Cornate d’Adda ha causato la morte di un italiano di 48 anni e di un 24enne del Burkina Faso. Altri due operai, figli del titolare dell’azienda, sono ricoverati in ospedale ma non sarebbero in pericolo di vita. Anche il genitore, in stato di choc, è stato trasportato in ospedale.
Secondo una prima ricostruzione dei carabinieri di Monza, intervenuti sul posto, sarebbe esploso un macchinario che ha scagliato tutti intorno dei pezzi di acciaio che hanno investito i quattro operai che vi stavano lavorando. Al momento nella fabbrica di via Stucchi 78 c’erano dieci persone che hanno subito dato l’allarme. Ancora da chiarire i motivi dello scoppio, forse causato dai vapori sprigionati da un prodotto utilizzato per pulire a contatto con la sostanza plastica che veniva lavorata nella macchina.
Tra i primi ad esprimere cordoglio per quanto accaduto il leader dell’opposizione Walter Veltroni: “La morte dei due operai a Cornate d’Adda”, ha detto, “allunga il tragico capitolo delle morti sul lavoro. Quello della sicurezza è uno dei nostri impegni più pressanti: insisteremo perché siano severamente applicate le norme per la prevenzione e per la repressione di simili tragedie. Esprimiamo ai familiari dei due operai morti e a tutti i lavoratori della fabbrica il nostro dolore e la nostra vicinanza”. Dura anche la reazione del presidente della Provincia di Milano, Filippo Penati: “Quanto accaduto oggi nella fabbrica di Cornate d’Adda non deve più ripetersi. Questi morti, purtroppo, sono gli ultimi di una lunga catena che ha insanguinato l’intero Paese”.
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L’accordo tra governo e sindacati sul welfare, alla fine, passa. Ma non tra gli operai, dai quali becca una sonora bocciatura.
Quelli delle grandi fabbriche del Nord, a partire da Mirafiori (821 no, 162 sì e 9 tra i voti bianchi e nulli), dalla Iveco (su 2.790 aventi diritto, hanno votato in 2.164: i no sarebbero 1.427, i sì 708 e 29 le schede tra bianche e nulle), dalla Zanussi di Pordenone lo hanno infatti cassato. Stesso risultato anche tra gli stabilimenti del Sud (su 1.116 votanti alla Fiat di Termini Imerese, 882 hanno detto no , i sì sono stati 217; come a Cassino, dove vince il no all’84%).
Eppure la grande maggioranza dei lavoratori, chiamati alla consultazione sull’accordo del 23 luglio scorso (qui il documento), ha votato sì. Secondo i dati diffusi dai sindacati, la prevalenza del sì alla consultazione sarebbe netta: tra il 70 e l’80% (il 73% tra i pensionati, 75 tra i dipendenti pubblici). I sindacati sottolineano l’alta affluenza alle urne con il voto di oltre cinque milioni di lavoratori, pensionati, precari e disoccupati. In una dichiarazione congiunta i segretari generali di Cgil, Cisl e Uil esprimono soddisfazione: “I primi dati sono già molto significativi” ha dichiarato il leader della Cgil, Guglielmo Epifani “e confermano che si profila una netta vittoria dei sì, al di là delle aspettative. I sì vincono in particolare tra i lavoratori attivi, tra gli operai e i precari”.
Un responso apertamente contestato da uno dei segretari nazionali della Fiom, Giorgio Cremaschi, leader di una delle “correnti” del sindacato dei metalmeccanici, la Rete 28 aprile. Cremaschi ha parlato di “dato privo di qualsiasi credibilità reale”, a causa di irregolarità nel voto. Per fare un esempio, ha detto Cremaschi, il dato sull’esito della consultazione è stato ottenuto “sommando i voti unicamente di aziende dove ha vinto il sì. Mancano tutte le aziende dove già si sa che ha vinto il no”. Per questo, ha concluso, “inviterei la politica e i commentatori ad aspettare prima di dare giudizi e di non correre dietro all’eccesso di solerzia di alcuni funzionari”.
I dati diffusi sulla consultazione hanno invece fatto felice il presidente del Consiglio, che alle sorti del referendum tra i lavoratori vedeva legate anche quelle del suo esecutivo, messo alle strette su pensioni e lavoro precario dalla sinistra radicale: “Se i dati vengono confermati, sono dati molto, molto buoni che incoraggiano fortemente la decisione presa a luglio. Ed è un appoggio forte alla politica del governo”, ha detto Romano Prodi. “È un protocollo che abbiamo voluto, su cui le previsioni erano prevalentemente pessimistiche”. Invece, ha aggiunto Prodi, non solo si è raggiunto un accordo, ma a quanto sembra è anche stato approvato da un larghissimo numero di interessati”.

Una boccata d’aria per il Prof. Anche se breve, visto che il risultato delle urne comunicato dai sindacati non è comunque sufficiente a vincere le resistenze di Rifondazione comunista, che ha già annunciato, sulla base del “malessere” emerso tra i metalmeccanici, che si asterrà nel Consiglio dei ministri di venerdì dalla votazione sul welfare. E premerà comunque per modificare il protocollo in Parlamento. Una decisione che Prodi ha così commentato: “Io la chiedo e la cerco sempre, ma non è necessario che il Consiglio dei ministri approvi sempre all’unanimità. Ci possono essere, in alcuni casi, opinioni divergenti”.
Il braccio di ferro tra il premier e la sinistra radicale continua…
VIDEO servizio sui risultati del referendum:
VIDEO servizio sui contenuti del protocollo: