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La giacca se l’è dovuta mettere, perché per poter entrare a Montecitorio è un obbligo. Ma il codino, no. A quello non ha rinunciato. È la domanda più frequente che gli fanno, da quando è stato eletto: “Ma perché non te lo tagli?”. Antonio Boccuzzi, operaio, superstite del rogo della ThyssenKrupp del 5 dicembre 2007 e da 19 mesi deputato del Pd, la risposta vera a quella domanda la dà raramente. Molti pensano che il codino, insieme con quel taglio curioso (capelli lunghi al centro, rasati corti sulle tempie dove sono più chiari) sia un vezzo. Leggi l’intervista
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“Siamo alla fine di un incontro molto approfondito sul tema del lavoro, un lavoro che comincia a venir meno con numeri preoccupanti. Venti milioni di posti di lavoro in meno per il 2010 sono una grande preoccupazione per tutti i governi”. Così il premier Silvio Berlusconi, durante la conferenza di chiusura del G8 sul lavoro di Roma, allargato ai ministri del Welfare dei Paesi emergenti.
Ma, ha aggiunto il premier: “Il Governo non lascerà nessuno da solo. Lo stato sarà vicino ai lavoratori”. Il Cavaliere ha poi invitato “i governi a far sì che sia mantenuta la coesione sociale. È questo il fattore più importante”. Cioè, il presidente del Consiglio è pronto a proporre un “social pact” ai governi che parteciperanno al G20. Un “patto globale che possa sostituire al pessimismo l’ottimismo, alla sfiducia la fiducia e trasformare la paura in speranza”. “Garantiremo a tutti” spiega ancora una volta il premier “che usciremo dalla crisi senza lasciare nessuno indietro e” aggiunge “lavoreremo insieme per uscirne”.
Il Cavaliere ha tenuto anche a sottolineare come non vi sia alcuna contraddizione tra quello che egli stesso e il suo governo considerano un “imperativo categorico”, vale a dire l’economia sociale di mercato, e la dottrina sociale della Chiesa. È proprio in base a questo imperativo che, ha spiegato il capo del governo, “gli Stati devono impegnarsi a sostenere i lavoratori che perdono il posto di lavoro fintanto che durerà la crisi”.
Quanto al suo di impegno, Berlusconi assicura che in tempo di crisi “gli italiani si troveranno di fronte a uno Stato che li sosterrà”. “Non sono spaventato di aumentare il deficit” dice “se dovessimo affrontare una spesa di primaria importanza. Garantiremo che lo Stato sarà vicino ai lavoratori”. E comunque “i fondi previsti sono abbondanti rispetto ai costi che l’Italia sta sostenendo. Tremonti mi ha detto che quanto è previsto è sufficiente ma io voglio sottolineare che nel caso in cui sia necessario non possiamo privilegiare il bilancio pubblico lasciando le persone da sole nella fame”.
Poi Berlusconi entra nel dettaglio delle misure prese dal suo esecutivo: Palazzo Chigi ha già stanziato 12 miliardi di euro e nell’ultimo Cipe ne abbiamo stanziati altri 8. In tutto sono 36 miliardi, che però possono arrivare a 40 perché gli italiani hanno di fronte uno Stato che li sosterrà. “Nessuno” ha aggiunto il Cavaliere “può dire e dice di avere la ricetta giusta, ma il governo italiano ha agito con saggezza, tempestività e rigore usando il buon senso”. Oltre a una cassa integrazione allargata ai precari, Palazzo Chigi ha infatti previsto aiuti per chi vuole diventare imprenditore fondare un’impresa. “Come ho già detto se io stessi in cassa integrazione non starei in casa a guardare la televisione e girarmi i pollici” ha spiegato il premier “ci saranno, quindi, incentivi nei confronti di nuove forme di imprenditoria”.
Secco no, invece, alle ipotesi di politiche protezionistiche che fanno “male” all’economia. In particolare a paesi come il nostro che sono grandi esportatori. “Non dimentico quanto successo in Inghilterra ai nostri lavoratori che avevano partecipato ad una gara d’appalto” conclude il premier rifendosi alla rivolta dei lavoratori inglesi contro l’arrivo di nostri connazionali. Quello che serve, invece, è un patto tra tutti i paesi del G8: “Faremo di tutto per arrivare al G20 e a La Maddalena per firmare un patto globale per cercare di sconfiggere la crisi”. Un social pact che “possa sostituire al pessimismo l’ottimismo, alla sfiducia la fiducia e trasformare la paura in speranza”.
Infine un applauso alla Fiat. L’ncoraggiamento del presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, alla sigla dell’accordo tra Fiat e Chrysler è stata salutata da Berlusconi come “una soddisfazione per tutti gli italiani”. È il riconoscimento dell’eccellenza di una nostra grande impresa”, ha detto il presidente del Consiglio augurandosi che “l’accordo si concluda con il finanziamento da parte dello Stato americano”.
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Di giorno piccolo imprenditore della ditta di famiglia, con il padre e il fratello, la vita nella casa milanese dei genitori, la pizza e il cinema con la fidanzata. La notte pusher occasionale in piazzale Gorini (zona Lambrate), insospettabile proprio perché benestante, istruito e incensurato. Antonio T., 35 anni, spacciava hashish e cocaina da meno di un mese e aveva già messo da parte 4.500 euro. Per le vacanze di Natale in Messico? Pare di no. Quando gli agenti del commissariato Manforte Vittoria l’hanno arrestato, ha dato ben altra spiegazione del suo secondo lavoro: “Gli affari della ditta vanno male”, ha detto, “ho bisogno di soldi extra per salvare dal lastrico la mia famiglia e i miei operai”.
La polizia, che gli ha sequestrato tra la camera da letto, l’auto e la sede dell’azienda di ricambi per auto (oltre al denaro e a un bilancino di precisione) 2 chili e mezzo di hashish e 100 grammi di cocaina, sembra credere alla versione del 35enne. Perché da quando aveva cominciato la nuova attività nel dopolavoro, non aveva cambiato stile di vita e aveva continuato a lavorare con dedizione e regolarità in azienda. Pare proprio che i guadagni ottenuti con la droga, mai toccati, dovessero andare a risanare la cassa.
Dopo vari appostamenti di controllo gli agenti si sono accorti di lui: stava sempre nello stesso posto e alla stessa ora. La sua inesperienza nel settore è confermata dal fatto che per andare a piazzare le dosi si era portato dietro un chilo di droga. Ora Antonio T. è nel carcere di San Vittore, mentre i suoi genitori e la fidanzata sono increduli del perché.
Si muore di più sul lavoro (le ultime due vittime, questa mattina nei pressi di Merano: due operai di 27 e 28 anni sono rimasti intossicati dopo essere caduti in una cisterna di un centro di riciclaggio) o sulle strade che non a causa della criminalità o di episodi violenti.
I morti sul lavoro, infatti, sono quasi il doppio degli assassinati e i decessi sulle strade otto volte più degli omicidi. A lanciare l’allarme è il Censis, secondo il quale, tuttavia, “gran parte dell’attenzione pubblica si concentra sulla dimensione della sicurezza rispetto ai fenomeni di criminalità”.
Nel 2007, sono stati 1.170 i decessi per motivi di lavoro in Italia, di cui 609 per infortuni “stradali”, ovvero lungo il tragitto casa-lavoro (in itinere) o in strada durante l’esercizio dell’attività lavorativa. L’Italia, avverte il Censis, è di gran lunga il Paese europeo dove si muore di più sul lavoro. Se si escludono gli infortuni in itinere o comunque avvenuti in strada, non rilevati in modo omogeneo da tutti i Paesi europei, si contano 918 casi in Italia, 678 in Germania, 662 in Spagna, 593 in Francia (in questo caso il confronto è riferito al 2005).
I numeri crescono ancora se si considerano le vittime degli incidenti stradali. Nel 2006, in Italia, i decessi sulle strade sono stati 5.669, più che in Paesi anche più popolosi del nostro: Regno Unito (3.297), Francia (4.709) e Germania (5.091). Gli altri Paesi hanno fatto meglio di noi negli interventi tesi a ridurre i decessi sulle strade. Nel 1995 la Germania era ’maglia nerà in Europa, con 9.454 morti in incidenti stradali, ridotti a 7.503 già nel 2000, per poi diminuire ancora ai livelli attuali. In Francia, si è passati dagli 8.892 morti sulle strade nel 1995 agli 8.079 nel 2000, per poi registrare un ulteriore calo. La riduzione in Italia c’è stata (i morti erano 7.020 nel 1995, 6.649 nel 2000, fino agli attuali 5.669), ma non in maniera così rapida, sottolinea il Censis, tanto da diventare il Paese europeo in cui è più rischioso spostarsi sulle strade.
Mentre se si guarda agli omicidi, in Italia continuano a diminuire. In base ai dati delle fonti ufficiali disponibili elaborati dal Censis, sono passati da 1.042 casi nel 1995 a 818 nel 2000, fino a 663 nel 2006 (-36,4% in 11 anni). Sono molti di più negli altri grandi Paesi europei, dove pure si registra una tendenza alla riduzione: 879 casi in Francia (erano 1.336 nel 1995 e 1.051 nel 2000), 727 in Germania (erano 1.373 nel 1995 e 960 nel 2000), 901 casi nel Regno Unito (erano 909 nel 1995 e 1.002 nel 2000). Anche rispetto alle grandi capitali europee, nelle città italiane si registra un numero minore di omicidi. Nel 2006 a Roma si sono contati 30 casi, quasi come Parigi (29 omicidi, ma erano 102 nel 1995), 33 a Bruxelles, 35 ad Atene, 46 a Madrid, 50 a Berlino, 169 a Londra, che aveva toccato la punta massima (212 omicidi) nel 2003.
“Gran parte dell’impegno politico degli ultimi mesi è stato assorbito dall’obiettivo di garantire la sicurezza dei cittadini rispetto al rischio di subire crimini violenti”, osserva Giuseppe Roma, direttore generale del Censis, commentando i dati. “Tuttavia, se si amplia il concetto di incolumità personale” spiega “e si considerano i rischi maggiori di perdere la vita, risalta in maniera evidente la sfasatura tra pericoli reali e interventi concreti per fronteggiarli. Il luogo di lavoro e la strada mancano ancora di presidi efficaci per garantire la piena sicurezza dei cittadini, e spesso si pensa che perdere la vita in un incidente stradale sia una fatalità. I dati degli altri Paesi europei dimostrano che non è così”.
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Un piano straordinario che permetta di aumentare i controlli, la formazione e stabilire nuove regole per mettere fine alla tragedia delle morti sul lavoro.
Arrivando all’Auditorium Parco della Musica di Roma per l’assemblea di Confartigianato, il ministro del Welfare, Maurizio Sacconi, annuncia misure straordinarie dopo l’ennesima strage ieri nel catanese dove sei operai hanno perso la vita. “Ovviamente” aggiunge il titolare del Welfare “dovremo realizzare un’intesa tra Stato, Regioni e organizzazioni del lavoro per definire azioni concrete che servano a costruire un ambiente sicuro. Le regole da sole” ammonisce Sacconi - non sono sufficienti e devono essere sostenute da una più forte capacità ispettiva”. “C’è una carenza di mezzi e risorse” denuncia inoltre Sacconi “per quanto riguarda la formazione, la prevenzione e l’informazione. Moltissimi infortuni, infatti, sono determinati da errori comportamentali”. Per il ministro, dunque, “occorrono più investimenti pubblici e anche privati a questo scopo, da parte delle imprese e degli organismi bilaterali che sono promossi dalle organizzazioni dei lavoratori e delle imprese come il fondo per la formazione continua”.
Le regole a cui fa riferimento il minsitro sono probabilmente quelle contenute nel decreto legislativo sulla sicurezza, approvato lo scorso primo aprile, dopo un aspro scontro con Confindustria che lamentava come l’impianto della legge fosse “tutto spostato sulle sanzioni e non sulle regole”.
I sindacati sono d’accordo sulla formulazione del piano straordinario, chiedono però di non modificare il testo unico (qui il .pdf). “Quello che è accaduto in questa cisterna in provincia di Catania, a Molfetta e nelle stive delle navi sono infortuni che si possono evitare”, ha dichiarato Guglielmo Epifani, parlando della morte dei sei operai a Mineo: “Bisogna pretendere dalle imprese, dalle amministrazioni e dai lavoratori che si rispettino le norme della sicurezza: si deve insistere e pretendere tutte le misure di sicurezza e di prevenzione che sono necessarie”.
Anche Raffaele Bonanni, segretario generale della Cisl, chiede che venga colmata la lacuna culturale “della sicurezza, perché è evidente che c’è una scarsità”. Quanto ad un’eventuale revisione al testo unico, Bonanni ha affermato che “non è una sfida tra chi la pensa in un modo e chi in un altro: ci sono morti e a questi morti bisogna dare una risposta, ognuno abbassi la testa”.
E dopo l’ennesima strage di Mineo, lo stesso presidente della Repubblica Giorgio Napolitano - che più e più volte nel corso del suo mandato ha puntato l’indice contro la strage degli operai (una triste media di 3 al giorno, che mette all’Italia la maglia nera in Europa in quanto a sicurezza) - ha voluto far sentire la sua voce: “Questa ulteriore strage, quest’altro gravissimo episodio di carenza di tutele e di misure di prevenzione, da parte di soggetti pubblici e privati, ripropone l’imperativo assoluto di interventi e controlli stringenti per la sicurezza sul lavoro e per spezzare la drammatica catena di morti bianche”.
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Sono morti, abbracciati, dentro una stanza dell’impianto di depurazione probabilmente per l’esalazione di sostanze tossiche. I corpi dei sei lavoratori erano uno sopra l’altro, come se ognuno di loro avesse cercato di salvare il collega di lavoro, senza farcela. È il film, senza lieto fine, dell’ultima “strage bianca” consumatasi a Mineo, un paesino della piana di Catania.
Le sei vittime dell’incidente sul lavoro di ieri nel depuratore comunale di Mineo erano esperti del settore. Giuseppe Zaccaria, 47 anni, era perito industriale, ed era il responsabile della sicurezza dell’impianto. Era stato assunto dal Comune nel dicembre del 2001, dove era entrato come lavoratore socialmente utile dopo la chiusura della sua impresa. Con la moglie, negli anni scorsi, avevano adottato un bambino. Era in ferie ma è rientrato al lavoro per riparare il guasto al depuratore.
Nel dicembre del 2001 era stato assunto anche Natale Giovanni Sofia, 37 anni. Lascia la moglie e due figli. Giuseppe Palumbo, 57 anni, aveva due figli grandi, una delle quali si sarebbe dovuta sposare il mese prossimo. La sua grande passione era la caccia. Salvatore Pulici, 37 anni, era il custode dell’impianto. Lascia due figli: un ragazzo di 11 anni e una bambina di pochi mesi che era stata battezzata nelle scorse settimane. Era un “contrattista”, aveva un part-time di 36 ore la settimana e presto sarebbe stato stabilizzato. Due operai attenti e preparati sono definiti anche i tecnici dell’azienda Carfì che sono morti a Mineo. Salvatore Tumino, aveva 47 anni, ed era originario di Ragusa. Salvatore Smecca, anche lui di 47 anni, era originario di Gela (Caltanissetta) ma si era trasferito a Marina di Ragusa. Nel capoluogo ibleo ieri è stato proclamato il lutto cittadino.
I corpi non presentano lesioni ma erano sporchi di fango. L’ipotesi che prende corpo sulla dinamica dell’incidente è quella di un “mix” tra la presenza improvvisa del fango del depuratore che avrebbe invaso inaspettatamente la vasca dove stavano lavorando gli operai e i miasmi emessi dallo stesso fango. A stabilire con esattezza le cause della morte dei sei operai sarà l’autopsia che verra’ eseguita nei prossimi giorni.
“Sono morti abbracciati uno con l’altro, quasi certamente nel tentativo di salvarsi a vicenda”, dice Don Miné Valdini, parroco della chiesa di Sant’Agrippino, patrono di Mineo. “Sono morti” aggiunge il sacerdote “con un gesto d’amore. Un atto di generosità che purtroppo non è servito a nulla”. Per il recupero dei corpi, avvenuto nella tarda serata, è intervenuta una squadra speciale dei sommozzatori dei vigili del fuoco, la Saf (speleo alpino fluviale), che si sono calati nella vasca con bombole di ossigeno. Secondo una prima ricostruzione i due operai avrebbero calato una scala in alluminio nella vasca che ogni mercoledì veniva ripulita e sarebbero entrati con un tubo che immette acqua ad alta pressione in un locale per pulire il filtro dai fanghi di depurazione che poi sarebbero stati caricati su un camion.
A quel punto, per motivi che ancora non sono stati accertati e su cui indaga la Procura di Caltagirone, i due si sarebbero sentiti male e gli altri quattro sarebbero via via intervenuti per aiutarsi a vicenda. “Li abbiamo trovati uno accanto all’altro, in fondo alla vasca, coperti da un sottile strato di fango - dice Salvatore Spanò, comandante dei vigili del fuoco di Catania - Quasi certamente hanno tentato di salvarsi prima di rimanere intrappolati dentro quella ‘camera della morte’. Stiamo facendo tutti i rilievi necessari, con l’ausilio del nostro nucleo specializzato in interventi chimici e batteriologici, per trovare una spiegazione”.
E il colonnello Giuseppe Governale, comandante provinciale dei carabinieri, aggiunge: “La situazione è complessa, stiamo verificando con delle perizie tecniche per capire cosa può essere accaduto”. I sei operai vengono descritti come persone esperte. Giuseppe Zaccaria era rientrato proprio oggi dalle ferie appositamente per i lavori che si dovevano svolgere nel depuratore comunale. Era infatti il responsabile della sicurezza della struttura, assieme a lui è morto anche il custode.
Dopo avere appreso la notizia, i familiari delle vittime si sono recati nell’impianto, trasformato in un luogo di dolore e commozione. “Voglio vedere Giovanni, e fatemi vedere subito mio figlio, non ci posso credere…” ha urlato la madre di Giovanni Natale Sofia. La donna sostenuta da due familiari ha cercato di varcare il cancello, controllato da carabinieri e vigili urbani, ma inutilmente. Sulla stradina che si inerpica verso Mineo, tra rovi e fichi d’india selvatici e piccole strade sterrate il dolore dei parenti delle vittime è stato evidente ma sommesso, quasi controllato. Tutti si sono abbracciati cercando di darsi inutilmente conforto e sostegno. La moglie di una delle vittime, giovanissima, ha urlato: “Perché proprio a me, mio Dio non è possibile”.
Ma anche dal mondo politico si alzano grida di dolore. “Questa ulteriore strage, quest’altro gravissimo episodio di carenza di tutele e di misure di prevenzione, da parte di soggetti pubblici e privati, ripropone l’imperativo assoluto di interventi e controlli stringenti per la sicurezza sul lavoro e per spezzare la drammatica catena di morti bianche” dice il presidente Napolitano. Parola che fanno eco a quelle del presidente della Camera Gianfranco Fini: “Quella delle morti sul lavoro è un’emergenza sociale assoluta”. Il presidente Berlusconi ha espresso il proprio cordoglio durante la conferenza stampa sui rifiuti a Napoli, pochi minuti dopo essere stato informato dell’accaduto. “Ho chiesto al ministro del Lavoro di recarsi immediatamente sul posto per verificare la dinamica dell’incidente. Alle famiglie va la vicinanza, per quello che è possibile, ma anche l’aiuto concreto mio personale e del governo” ha detto il Cavaliere.
Mentre dal fronte sindacale si leva la voce di Bonanni, che attacca: “Chi ha sbagliato deve pagare. Non si può continuare a morire come nulla fosse”. Continua il segretario della Cisl: “Quello che è accaduto oggi in sicilia è un fatto gravissimo che ci rattrista enormemente. Siamo vicini alla famiglie di questi lavoratori che hanno perduto la vita. Ma tutto il paese deve ribellarsi a questo andazzo”.
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Un milione di incidenti l’anno con un lavoratore ucciso in media ogni 7 ore, per un totale che arriva a quota 1.300 morti ogni 12 mesi a causa del lavoro. Con costi altissimi, non solo in termini di vite spezzate: in un anno 45,5 miliardi di euro, circa quattro leggi Finanziarie, il 3,2% del Pil. Le imprese, d’altro canto, investono in interventi di ammodernamento 20 miliardi, di cui 12 per la sicurezza.
Sono questi i numeri della “strage bianca” che nei primi del 2008 non ha visto certo diminuire incidenti e vittime e a cui è stata anche dedicata la festa del lavoro del Primo Maggio. I dati ufficiali dicono che nel 2007 i morti per incidenti sul lavoro sono stati 1.260 a fronte di poco più di 913 mila incidenti: secondo l’Inail, si è avuta una diminuzione rispetto al 2006, sia per gli incidenti (erano stati 928 mila) sia per i morti (due anni fa se ne erano contati 1.361). Ancora troppe, soprattutto se si considera che un’indagine dell’Inca Cgil di Bruxelles consegna all’Italia il triste primato di maglia nera dell’Europa a 15: e lo fa sui dati del 2005, gli ultimi comparabili, quando le morti non raggiungevano ancora le mille unità ma erano, da sole, quasi un quarto del totale di incidenti mortali registrati nell’Unione.
Nonostante i lutti che ancora funestano il mondo del lavoro, tuttavia, la situazione nel lungo periodo è molto migliorata. Negli anni del boom economico, successivi alla fine della seconda guerra mondiale, morire di lavoro era ancora più facile, tanto che oggi le morti bianche sono un terzo rispetto a quelle di 50 anni fa. Nel 1956 - ha infatti ricostruito l’Inail - i morti del lavoro erano 3.900, con il picco degli infortuni mortali che si è avuto nel 1963, quando morirono ben 4.644 persone. Nonostante l’alto numero assoluto di morti, infine, un dato conforta: in Italia le aziende dell’industria e dei servizi che non hanno denunciato nessun infortunio nel corso del 2006 sono il 92,4% del totale di 3.745.224. In altre parole, le aziende dove si è verificato almeno un incidente sono il 7,6% (280 mila) del totale nazionale e appena lo 0,48% (circa 18 mila) quelle che hanno registrato 5 o più infortuni.
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Turni e stress: ecco le due parole che fanno la differenza. Da queste dipende infatti la lista, più o meno lunga, di chi fa un lavoro usurante; su quest’elenco il governo si gioca la partita della pensioni e del suo immediato futuro. Il Segretario Generale della Uil Luigi Angeletti ha dichiarato al Corriere che sono “milioni di lavoratori”, tra i quali baristi, portieri d’albergo, maestre d’asilo, infermieri, muratori, lavoratori dei call center, pompieri e giornalisti. Ma qualcuno resta comunque fuori. Ecco cosa ne pensano i diretti interessati. E voi?
“Eh no, caro Angeletti”, risponde Alfonso Piro, pilota Alitalia ed ex sindacalista: “Stavolta hai fatto una gaffe. Anche il nostro lavoro è su turnazione. Su base mensile, è richiesta la nostra presenza davanti alla cloche per diverse ore al giorno, per esempio dalle 07 alle 17, continuativamente. E poi: stare per 10 o 12 ore al giorno seduti in un ambiente ostile, come una cabina dell’aereo in continua vibrazione, con la massima concentrazione, sentendo su di sé la resonsabilità del carico e mangiando come e dove capita, logora eccome. Sarà un caso che il nostro lavoro, oltre che ben retribuito, è anche iper controllato? Dopo i 40 anni, la visita psicoattitudinale è ogni sei mesi; dopo i 60 anni i controlli sono 4 all’anno”
Neanche i professori universitari, stando all’elenco Angeletti, vivono in maniera particolarmente stressante il loro lavoro. Angeletti ha ragione “dice il professor Roberto Perotti, ordinario di Economia Politica all’Università Bocconi di Milano, già consulente della Banca Mondiale, della Banca Centrale Europea, e della Banca d’Italia. “Posto che nessuno abbia mai dato una definizione di lavoro usurante, posso con certezza affermare che le maestre dell’asilo di mio figlio si logorano di più rispetto a me. Nonostante io lavori anche 12 ore al giorno (con 4 ore di lezione frontale con gli studenti), credo che si debba ben distinguere tra fare il professore in Italia e farlo all’estero: in Usa, per esempio, dove sono stato. Ebbene, lì finché non dimostri di aver pubblicato un certo numero di ricerche (e di un certo spessore), mica te la danno la cattedra. E non la tieni a vita se durante gli anni non dimostri di continuare la ricerca. Da noi è diverso: una volta messo il piede in istituto, il professore può anche permettersi di non fare più nulla, tanto nessuno lo caccerà”.
Sempre lista Angeletti alla mano, non sarebbero “consumati dal lavoro” nemmeno magistrati, politici e sindacalisti: “Il mio collega ha detto bene” butta lì Battista Villa, segretario regionale Filca Cisl (per i lavoratori edili) della Lombardia. Lei non si sente usurato, quindi? “Come potrei definirmi tale, davanti ai lavoratori che rappresento: da me c’è gente che anche a 57 anni deve (e non può fare altrimenti) salire sulle impalcature, a rischio della vita. Io invece di fare il sindacalista l’ho scelto. Se mi sentissi logorato tornerei a fare l’operaio. Ma il dibattito sui lavori usuranti è falso. Dal mio punto di vista tutti gli operai sono usurati: per il lavoro che non li gratifica; per il rapporto ormai meccanico con le tecnologie; perché in azienda valgono meno dei macchinari: tanto è vero che quando un’azienda delocalizza, dismette le persone non le macchine. Questo è il vero dibattito da aprire a margine di quello sulle pensioni”.
Certo che rispetto all’operaio di una cava o di chi batte le strade per l’Anas, uno che batte i tasti della tastiera di un computer “un giornalista per intenderci, non può che ritenersi fortunato” dice Tiziana Ferrario, volto noto di mamma Rai, anchorwoman del TG1 e inviata in Medio Oriente. “E io mi sento così: lavoro per una grande azienda che mi offre molte possibilità e faccio il mestiere che ho sempre sognato…” Cioè, come dice un vecchio adagio: fare il giornalista è sempre meglio che lavorare? “No, la battuta anche se divertente, non è più valida. Oggi per farlo seriamente devi lavorare tanto e bene. E ti tocca anche soffrire, soprattutto all’inizio. Ecco, se l’elenco di Angeletti contenesse i tanti giovani giornalisti precari, allora sarei d’accordo…”
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