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Il Cavaliere all’attacco su riforme, crisi e Franceschini. “Un catto-comunista”

Il premier Silvio Berlusconi

Per il Cavaliere è un imprevisto, Dario Franceschini. Non tanto per le sue proposte ma per essere diventato segretario del Pd: “Pensavo ci fosse una preminenza della sinistra e non del cattocomunismo”. E invece il Partito democratico ha scelto “un leader cattocomunista; qualcosa di previsto? Forse, in ogni caso non ho ancora ben capito a quali principi e a quali tradizioni di riferisca”.
Silvio Berlusconi sale sul palco per ritirare l’Oscar che Il Riformista gli ha assegnato come miglior politico del 2008 e appare di buon umore. Scherza con il direttore Antonio Polito (ex senatore dell’Ulivo, quota Margherita) che gli ricorda come quel riconoscimento non abbia portato molta fortuna né a Prodi, né a D’Alema. “Appena esco telefono per sapere se la maggioranza esiste ancora”, dice sornione il Cavaliere.
Poi torna a parlare di riforme e per la prima volta attacca frontalmente il leader del Pd, definendolo un “catto-comunista” e bollando la sua proposta di una tassa sui “ricchi” come una “elemosina”. Poi, sempre con il sorriso, parla della difficoltà di governare. In politica, dice, “i percorsi, dalle intuizioni alle cose cose concrete, sono infiniti”. Anche perché, aggiunge, il sistema e l’architettura istituzionale “non sono in linea con i tempi”. Un discorso che lo porta a parlare dei tempi della Costituente. Parla della forma di governo parlamentare come di una scelta “sacrosanta”, visto che la scelta presidenzialista dopo un “ventennio dittatoriale” non era attuabile. Ora però, aggiunge, “i tempi della politica sono tali per cui si deve arrivare a decisioni più immediate”.
Berlusconi non arriva a riproporre il presidenzialismo (”Al limite se ne può parlare nella seconda parte della legislatura, ma con l’accordo di tutti”, preciserà in serata); si limita a parlare della necessità di “percorsi e metodi più brevi”. Un discorso che lo porta a ripresentare un leit motiv sul fatto che il premier “non ha nessun potere” se non quello di “redigere l’ordine del giorno” del Consiglio dei ministri. Sul fatto che qualsiasi provvedimento, anche i decreti legge, devono passare per il presidente della Repubblica e per il Parlamento. Sul fatto che “non esiste una stanza dei bottoni” in cui si decidono le cose da fare. Insomma, osserva, siamo una democrazia non solo parlamentare, ma “superparlamentare”, che però non è “adeguata” ai tempi odierni che richiedono decisioni immediate da parte dei governi. Le domande passano dalle riforme al leader del Pd. E Berlusconi, per la prima volta, non si sottrae a un attacco frontale contro Franceschini.
È lì che salgono i toni dello scontro tra il presidente del Consiglio e il leader del Pd. Dopo aver incrociato le spade sulle ricette anti-crisi, si passa all’offensiva sull’ispirazione politica, aprendo un duello a distanza in puro stile anni ‘50. Comincia il Cavaliere: “Adesso il Pd ha un leader catto-comunista e questo era qualcosa di imprevisto. Pensavo ci fosse una preminenza della sinistra e non del catto-comunismo, che ancora non ho ben chiaro a quali principi e tradizioni si riferisca”. Replica a stretto giro Franceschini. “Io catto-comunista? È una vecchia offesa che veniva utilizzata prima che io nascessi verso tutti i cattolici progressisti. Magari sarebbe utile che il consulente di storia del movimento cattolico di Berlusconi gli spiegasse che lui tecnicamente è un clerico-fascista”.
Il botta e risposta arriva alla fine di un’altra giornata segnata dal duello tra i leader di governo e Pd sull’economia. La maggioranza, alla Camera, boccia la mozione di Franceschini che chiede l’assegno per chi perde il lavoro, ma il segretario democratico, in aula, spara a zero. “Voi respingete le nostre proposte come demagogia, ma non rispondete nel merito. L’assegno a chi perde il lavoro è un intervento necessario che costa 5 miliardi. Dite agli italiani che non siete in grado di trovare 5 miliardi dopo che li avete buttati dalla finestra con l’Ici e Alitalia. Se invece i soldi ci sono, usateli”. E ancora: “C’è una differenza profonda tra noi e voi: noi pensiamo che davanti alla crisi debbano scattare meccanismi di solidarietà, voi pensate che è inevitabile che qualcuno soccomba e qualcun’altro si salvi”. Il riferimento è anche alla proposta dell’una tantum del 2% di Irpef per i redditi sopra 120mila euro. Un’idea che Berlusconi boccia come “elemosina”. “È una ricetta sbagliata secondo il parere dell’economia liberale” dice il premier. “Non è così che si risolve il problema”. Il punto, aggiunge, “non è chi può dare o meno. Anzi, chi può dare già compie opere sociali e donazioni che vanno oltre il 2%: io non faccio sapere nulla” dice “ma la mia famiglia è molto attiva e fa molto, ad esempio, nella costruzione di ospedali e orfanotrofi”.
Due linee fatte per non incontrarsi, come dimostrano le stoccate finali: “Catto-comunista”, “clerico-fascista”.

Il governo, la fiducia sul decreto anticrisi e le critiche di Fini

Gianfranco Fini
Il governo mette la fiducia sul dl anticrisi. E Fini, dopo il botta e risposta sulla proposta di tassare i permessi di soggiorno, non perde l’occasione per tornare a bacchettare l’esecutivo.

Ad annunciare la volontà del governo di “blindare” il testo che contiene le misure per fronteggiare la crisi economica il ministro per i Rapporti con il parlamento, Elio Vito (qui il VIDEO). Prima di porre la fiducia, il ministro Vito ha lodato “l’ottimo e lungo lavoro svolto in commissione” sul testo: un lavoro protrattosi per più dei 15 giorni previsti dal regolamento. “Confermiamo la decisione di apporre la fiducia nel testo della commissione riconfermando la centralità del parlamento” ha concluso Vito. Il decreto scade il 28 gennaio.
“In tanti anni” è stata la caustica risposta del presidente Fini “ho a avuto modo di ascoltare le molteplici ragioni per le quali il governo, avvalendosi di una sua esplicita prerogativa, ha deciso di porre la questione di fiducia ma è la prima volta che ascolto porre la questione di fiducia da parte del rappresentante del governo in onore del lavoro della commissione”, ha detto. Criticando la decisione del governo di porre la questione di fiducia sul dl anticrisi, e ha aggiunto, tra gli applausi delle opposizioni: “È la prima volta che sento dire che viene posta la questione di fiducia in omaggio alla centralità del parlamento. Il rispetto della centralità del parlamento e della sua funzione nel procedimento legislativo non si limita all’omaggio del lavoro fatto in commissione e impedendo ai deputati di pronunciarsi in aula su un testo. Al rappresentante del governo” dice ancora Fini “ricordo che il procedimento legislativo a Costituzione vigente prevede l’esame dei testi in commissione e in aula. È un diritto per il governo porre la fiducia, ma è doveroso esprimere valutazioni di tipo squisitamente politico. L’omaggio al parlamento si fa se si consente alle commissioni di lavorare e ai singoli parlamentari di esprimersi in aula”.
Senza voler giudicare la scelta di porre la fiducia, che è “legittima”, per Fini “è doveroso esprimere considerazioni politiche” che in questo caso si riassumono nella necessità, sottolinea il presidente della Camera, di lasciare lavorare il Parlamento. “Il rispetto della centralità del Parlamento e della sua funzione nel procedimento legislativo non si limita all’omaggio del lavoro fatto in commissione ed impedendo ai deputati di pronunciarsi in Aula su un testo”, ha concluso Fini.

I rilievi del presidente di Montecitorio non hanno fatto presa sul governo. “Abbiamo giudicato che la fiducia sul dl anticrisi fosse indispensabile”, ha replicato seccamente Silvio Berlusconi a Fini. Il quale ha risposto a sua volta gelidamente al presidente del Consiglio: “La fiducia era certamente indispensabile, ma per problemi politici connessi al dibattito interno alla maggioranza”.
Visione condivisa dall’opposizione. Che ha manifestato apprezzamento nei confronti del numero uno di Montecitorio: “C’è un solo motivo per cui il governo pone la fiducia: perché non si fida della sua stessa maggioranza”, ha commentato il capogruppo del Pd alla Camera Antonello Soro. “Noi” ha proseguito “chiederemo, ai sensi della prassi inaugurata dal presidente Iotti, di poter illustrare i nostri 10 emendamenti in aula”.
A distinguersi, solo l’Idv. Le proteste di Fini sono come quelle di Ponzio Pilato, dice Antonio Di Pietro: “Fini si sta abituando da un po’ di tempo a protestare a voce e a stare zitto nei fatti” ha attaccato il leader dell’Italia dei Valori, a margine di un convegno organizzato dal suo partito a Roma. “A noi le proteste del giorno dopo ci paiono come le lavate di mano di Ponzio Pilato. Fini” ha proseguito Di Pietro “è il presidente della Camera: faccia valere il suo ruolo e faccia il suo dovere, che è quello di ridare dignità al parlamento ridotto a una dependence del governo e del suo presidente”.

A dire il vero, il richiamo di Gianfranco Fini al governo perché, dopo la decima fiducia del Berlusconi IV (posta oggi sul decreto anti-crisi), dimostri con i fatti il rispetto per la “centralità del Parlamento”, è l’ultimo di una serie di episodi in cui il presidente della Camera ha rimarcato la propria indipendenza di giudizio rispetto alla maggioranza che lo ha eletto all’alto incarico, e al governo espressione della stessa maggioranza.
Episodi che negli ultimi giorni, come avvenuto sul tema della giustizia e dell’immigrazione, si sono intensificati, a conferma della volontà di Fini di interpretare il proprio ruolo istituzionale in modo attivo, oltre che sganciato dalle logiche di appartenenza politica.
Un primo segnale, Fini lo manda il 30 settembre 2008 sulla commissione Rai, quando la maggioranza non partecipa alle sedute per impedire l’elezione di Leoluca Orlando. Rispondendo alle proteste delle opposizioni, Fini chiede ai capigruppo della maggioranza di non “mortificare le istituzioni parlamentari”.
Pochi giorni dopo, il 2 ottobre 2008, Fini si rivolge direttamente al presidente del Consiglio che aveva annunciato l’intenzione di fare ampio ricorso ai decreti legge. Il presidente della Camera risponde che di fronte ad un eventuale “abuso” dei decreti, la Camera avrebbe rivendicato “il diritto di far sentire la propria voce”. Una settimana ancora e il leader di An flirta con quello del Pd, Massimo D’Alema. Le loro fondazioni, Farefuturo e Italiani europei, organizzano un convegno ad Asolo. I due concludono i lavoro trovando diversi punti di convergenza, fra l’altro sulla proposta di una commissione bicamerale per l’attuazione del federalismo. Contrari a questa ipotesi si dichiarano il presidente del Senato, Renato Schifani, e il ministro per le riforme e capo della Lega, Umberto Bossi. È il 25 novembre 2008, quando, intervenendo ad un dibattito sulle trasformazioni dei partiti, Fini denuncia il rischio di “cesarismo”, anche nel Pdl.
Alla ripresa dell’attività parlamentare, dopo le feste natalizie, Fini prende posizione contro un emendamento della Lega, accolto dai relatori al decreto anti crisi, che avrebbe imposto agli immigrati di pagare per il permesso di soggiorno e una fidejussione per la partita Iva.
Fini chiede che la maggioranza rifletta prima di varare norme “oggettivamente discriminatorie”.
Infine, in una lettera al Corriere della Sera del 10 gennaio, Fini elenca sei punti come base per una “riforma condivisa” sulla giustizia; fra l’altro, Fini chiede che le intercettazioni restino ammesse per i reati di corruzione, L’iniziativa è accolto con favore dal Pd e con grande prudenza dal Pdl.

Il VIDEO servizio:

Di Pietro jr dice basta e lascia l’Italia dei Valori. L’ex pm: “Gesto corretto”

dipietro
Alla fine ha mollato. Ha salutato il partito di papà Antonio, l’Idv di Di Pietro. Cristiano, chiamato in causa nell’ambito dell’inchiesta “Global Service”, lascia l’Italia dei Valori. Lo ha comunicato in una lettera che il padre ha pubblicato sul suo blog. “Cristiano Di Pietro, mio figlio” scrive l’ex pm a commento della lettera “uscirà dall’Italia dei Valori. Lo trovo un gesto corretto e per certi versi forse eccessivo visto che non é nemmeno indagato, ma lo rispetto e ne prendo atto”.
La lettera, che reca la data di oggi, è indirizzata all’onorevole Giuseppe Astore, presidente dell’ufficio politico regionale dell’Idv di Campobasso, a Giuseppe Caterina, segretario regionale di Campobasso e ai componenti dell’ufficio di presidenza nazionale dell’Idv. “Gentili amici” scrive Cristiano Di Pietro “ho fatto e faccio il mio dovere di consigliere comunale e provinciale senza mai aver infranto la legge (ed infatti nessuna autorità giudiziaria mi ha mai mosso alcun rilievo). Eppure mi ritrovo tutti i giorni sbattuto in prima pagina come se fossi un ‘appestato’”.
“La mia unica colpa” aggiunge il figlio del leader Idv “è quella di essere ‘figlio di mio padre’: per colpire lui stanno colpendo me, mia moglie ed i miei tre figli, dimenticando che anche noi abbiamo la nostra dignità ed abbiamo il diritto di esistere”. Quindi: “Lascio l’Italia dei Valori” prosegue la lettera “e conseguentemente ogni incarico di partito ed anche il mio ruolo di capogruppo al Consiglio provinciale di Campobasso, ove mi iscriverò al gruppo misto. Lo faccio con sofferenza e dispiacere (soprattutto per la disumana ingiustizia che sto patendo) ma non voglio creare imbarazzo alcuno al partito”.
“Attenderò serenamente” conclude il figlio dell’ex pm “che la procura di Napoli completi le indagini preliminari in corso (che peraltro nemmeno riguardano la mia persona) in esito alle quali ogni singola posizione personale potrà essere chiara a tutti. Poi, quando tutto sarà chiarito, ne riparleremo”.
Si chiude così una vicenda che, fin dalla sua origine, aveva scatenato scalpore, sorpresa e aspre polemiche politiche. Troppo, sopratutto per chi, scegliendo l’Idv, pensava di aver scelto la parte più pulita, ferma e irreprensibile della politica italiana.
Si tratta “di un gesto corretto e per certi versi forse eccessivo visto che non è nemmeno indagato”, ha commentato il leader dell’Idv nel blog, “ma lo rispetto e ne prendo atto”. Ma l’atteggiamento di papà Tonino, nei confronti del figlio, era stato alterno: all’indomani dell’uscita delle intercettazioni aveva ripreso il figlio (”Ha sbagliato, e dico buon lavoro ai magistrati”), poi lo aveva difeso, poi ancora, in un’intervista a Repubblica di ieri, gli ha tirato le orecchie: “Che gli serva da lezione”. A Cagliari nel pomeriggio ha assicurato: “Nessun complotto contro di me”.
E adesso la base può dirsi accontentati: erano stati tanti gli iscritti Idv a chiedere all’ex pm di “sacrificare il figlio” sull’altare “della coerenza”. Scriveva Carlo Cipriani da Firenze: “Occorre mettere ordine nella propria casa prima di cercare il colpevole fuori. Al direttivo provinciale di domani sera, 29 dic., ci sarò con le dimissioni pronte, se Cristiano non lascerà l’Idv prima”.
Dallo stesso blog del padre, era salita, nelle ore, la protesta. Basta leggere Clara, che il 29.12.08 alle 02:32 fa un augurio molto particolare al “suo” leader: “è nostro dovere aiutare i figli a crescere, e dove sbagliano tirar le orecchie. Questo nel personale.
Ma l’IDV nel suo complesso non è la SUA famiglia. E’ la famiglia di TUTTI NOI ELETTORI che seppur nata dietro sua iniziativa ha alle fondamenta un codice etico che non si può distorcere a proprio piacimento e che tutti devono rispettare. Cosa si evince dalle intercettazioni? Che suo figlio chiede di raccomandare alcuni suoi conoscenti ad un funzionario pubblico. Anche assodando non ci sia alcuna rilevanza penale, il comportamento di Cristiano è moralmente e Politicamente (il maiuscolo è voluto) INACCETTABILE per un partito come il nostro che si prefigge di combattere il clientelismo e il vecchio modo di far politica. Le DIMISSIONI di suo figlio non sono consigliate, sono auspicate e richieste da chi crede fermamente nei principi di correttezza e rigore morale che l’IDV persegue.
Nella speranza che la pausa dovuta alle festività natalizie vi faccia riflettere e vi faccia prendere coscienza che non potete comportarvi come i padroni del partito, vi auguro un buon 2009.
Questo è invece il messaggio gian bologna, sempre lunedì 29 alle 12:51: “Attendo con ansia che suo figlia si allontani dalla vita politica o che venga invitato a farlo perchè altrimenti tutte le sue/nostre battaglie perderebbero di credibilità”.

Alla fine, ecco le dimissioni di Cristiano, da “ogni incarico di partito” e anche dal suo “ruolo di capogruppo al Consiglio provinciale di Campobasso”. E i commenti non nascondono la soddisfazione della base dipietrista: biagio raimo, pochi minuti dopo la pubblicazione della lettera di Cristiano, scrive: “Giusto così…. cristiano si doveva dimettere”. E ancora Sebastiano di Terlizzi: “Hai comnmesso una leggerezza, ma hai saputo rimediare. Complimenti!”.

Abruzzo: il boom dell’Idv apre il processo a Veltroni

Il leader del Partito Democratico Walter Veltroni

Piove sul bagnato, si dice. A Roma, certo. Ma non si tratta dell’ondata di maltempo.
La bufera che imperversa è tutta politica. E si sta abbattendo (solo) sul Pd, anzi sul leader Veltroni. Ha voglia lui a chiedere, in riferimento alla débâcle abruzzese, che: “Non si facciano letture politisctiche”. Basta solo una lettura oggettiva dei dati per notare in quale gorgo è caduto il segretario democratico.
Il sindaco di Pescara arrestato, la brutta sconfitta nella corsa per la poltrona che fu di Del Turco, la cescita “incontrollata” dell’alleato-avversario Di Pietro. E sullo sfondo i grandi nodi “provinciali” che lentamente stanno togliendo aria al Pd (in Campania e a Napoli, in Sardegna, in Toscana). Infine le bordate dei giornale “d’area”, come Europa, che titola: “Perso l’Abruzzo, cade il Pd. E ora basta con Di Pietro”. Perché: “Il suo primo istinto: attaccare Veltroni. L’Idv fa male solo ai democrats, l’ex pm gioca solo per sè. Farlo crescere all’ombra del Pd è la cosa peggiore”. O come il Riformista: “Un’altra Walterloo”, con la foto di apertura dedicata a un sorridente Antonio Di Pietro. L’editoriale in prima non lascia spazio a fraintendimenti: “Così si suicida un partito”. Bordate giungono anche da Famiglia cristiana in un corsivo a firma di padre Bartolomeo Sorge: se la “questione morale” - “gli scandali, la corruzione, l’anteporre l’interesse particolare o personale al bene comune, l’intreccio tra mafia, affari e poteri pubblici, la partitocrazia, i metodi meschini di lotta politica, fatta di colpi bassi, di insinuazioni, di delazioni, di volgarità” avviene “in un partito, come il Pd, che vorrebbe presentarsi come “nuovo”, vuol dire che non è ancora nato o che è nato morto”.
Piove, appunto, su Veltroni. Piovono accuse, come fosse un processo. Tanto che l’ex sindaco è costretto, anticipando “la resa dei conti” del 19 prossimo in direzione, a difendersi, assumendosi le proprie responsabilità. Nell’assemblea dei parlamentari democratici, lui non nasconde la delusione per il voto abruzzese, “risultato particolarmente negativo”, ma invita “guardare in faccia nella sua dimensione reale e non spiegato con un malefico sguardo politicista”. Per Veltroni il dato di fondo è che “quando il Pd appare qualcosa di simile al passato paga un prezzo”. Per il segretario del Pd quel voto descrive un “malessere sociale” perchè “quando va a votare il 15% in meno rispetto alle scorse regionali significa che c’è qualcosa di molto profondo”.
L’ex sindaco di Roma sente anche “la responsabilità di fare ancora di più il Partito democratico, di non avere reso evidente e chiaro cosa il Pd può essere di nuovo”. Proseguire con forza sulla strada dell’innovazione, programmatica ma anche di gruppi dirigenti e dinamiche interne, è per Veltroni la strada da seguire. A seguirlo, per ora, c’è Goffredo Bettini, coordinatore dell’iniziativa politica e tra i bracci destri del segretario, che mette subito in chiaro che “il Pd è sano, non c’è una questione morale che lo coinvolge”, bensì si tratta di “casi giudiziari individuali” e ci si rimette alla piena fiducia nella magistratura. Detto questo, il Pd non nasconde che esiste “una questione democratica” e il partito “sarà rigorosissimo”, perchè il voto in Abruzzo “dimostra un forte malessere e uno sfilacciamento tra cittadini e istituzioni” al quale si deve rispondere “accelerando sull’innovazione”, innanzitutto della classe dirigente.
Ma dentro i democratici il malumore è crescente e non ben direzionato. Per un Arturo Parisi, non nuovo a esternazioni bellicose, che attacca i vertici del partito: “Quello che i dirigenti del Pd non riescono a capire è che Di Pietro è, per cosi dire, il principale beneficiario e uno dei destinatari dei flussi provenineti dal Pd, non certo la causa della sua crisi e neppure il destinatario esclusivo delle sue perdite”; c’è un Franco Marini che invoca “autonomia” del Pd dall’ex pm. Di diverso avviso Giorgio Tonini, veltroniano di ferro: “La scelta di andare in Abruzzo con l’Idv è stata condivisa da tutti, anche da Marini. Vorrei capire cosa significa rompere con Di Pietro. Andare soli alle Amministrative e pure alle Politiche?”. Beppe Fioroni ha invece lanciato un nuovo scenario: il Pd dovrebbe riuscire a “rendere compatibili l’Idv e l’Udc”. Marco Follini insiste sulla necessità di mettere la parola fine all’alleanza: “È evidente che l’alleanza con Di Pietro porta a lui molti volti e al Pd un certa sventura. Da tempo sostengo che non è questa la strada giusta, e dovremmo riflettere a fondo”.
Non è un mistero che anche Massimo D’Alema, piuttosto che al legame con l’Idv, punti a un’alleanza con l’Udc di Casini. Nessun commento ufficiale dall’ex premier sul voto abruzzese, se non sull’astensione “preoccupante”. Ma Nicola Latorre è fin troppo esplicito: “A me non preoccupa la crescita di Di Pietro, preoccupa il calo del Pd. Ragioniamo sul fatto che Di Pietro stia erodendo elettorato più a noi che ai nostri avversari”.
Ed è proprio alla riunione di venerdì che nel suo intervento - a quanto si apprende - D’Alema porrà, tra i temi sul tavolo, anche la questione delle alleanze. Terreno sul quale Veltroni dovrà necessariamente confrontarsi.
Il segretario del Pd ha sempre rivendicato la scelta della vocazione maggioritaria sia alle politche di aprile sia alle regionali anticipate d’Abruzzo. Ma finora, elettoralmente, non è stata una scelta azzeccata.

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Il Cavaliere rassicura la Lega: “Insieme federalismo e giustizia”

Silvio Berlusconi

“Non c’è nessuna sfida o contrasto con la Lega”. E ancora: “La riforma federalista è anche un nostro progetto”. Insomma, sia il federalismo sia la riforma della giustizia saranno presentati contestualmente a settembre: “simil stabunt…“, rassicura Silvio Berlusconi, nel corso di una conferenza stampa a margine di un convegno organizzato dalla fondazione Medidea. Per il premier ci sarà una procedura parallela, e cioè, “in una Camera si discuterà il progetto del federalismo fiscale, nell’altra contestualmente la riforma della giustizia”.

Messaggio chiaro per assicurare alla Lega che non ci saranno “strappi” su queste materie e l’alleanza resterà salda. Messaggio chiaro anche per chi, mettendo il dito sulle priorità dei lavori del governo, presagiva una rottura tra Carroccio e Pdl: “Ho parlato ieri sera con Bossi” spiega il premier “non c’è alcun contrasto”. “La Lega ha nei primi punti del suo programma il federalismo che è un progetto anche nostro. Il federalismo fiscale non è un biglietto che paghiamo alla Lega per la tenuta della nostra coalizione perché siamo anche noi convinti” della necessità che il federalismo sia realizzato. “Abbiamo tuttavia, noi come governo e in particolare come Pdl, la riforma della giustizia come progetto prioritario e quindi l’accordo con la Lega è che simul stabunt e che quindi le porteremo avanti insieme”.
“Metteremo in campo uno studio approfondito” ha concluso “per quanto riguarda la riforma della giustizia che presenteremo a settembre e lavoreremo da qui a settembre per preparare un progetto che possa essere sottoposto all’esame e alla votazione del parlamento”. Dove non figurerebbe però l’immunità parlamentare. “Non l’ho mai citata”, garantisce il presidente del Consiglio, convinto che sia giusto “non fare oggi ciò che non hai fatto ieri”.
Poi tocca altri temi, il premier. A cominciare da quello del suo rapporto con al magistratura. “Io ho fiducia nella magistratura” ma vengo spesso “attaccato e aggredito” da certi giudici, ribadisce. “Sono stato processato 17 volte ed assolto per 17 volte”. Aggiunge il presidente del Consiglio: “Non sono io ad attaccare, non c’è una guerra aperta e continuativa. Ho una grande fiducia nei magistrati. L’ho detto più volte. Ma sono spesso aggredito”. Poi precisa il significato delle sue parole sul caso Del Turco per le quali era stato subito attaccato dall’opposizione: “Non ho mai usato la parola teorema per esprimere un giudizio su quanto avvenuto in Abruzzo”, ma “ho semplicemente parlato dei teoremi accusatori” nei miei confronti da parte di alcuni magistrati che poi si sono dimostrati inesistenti.
E dopo aver spiegato perché il governo ha messo la fiducia sulla manovra (”evitate le manovre delle lobby”), Berlusconi parla dell’emergenza petrolio che riguarda l’Italia e l’Occidente. “Il prezzo del greggio è aumentato a livelli assolutamente insostenibili: questa è l’emergenza odierna da risolvere…”. Il caro-petrolio penalizza industria, commercio, famiglie (con un aggravio di mille euro all’anno, calcola) e il premier spiega che agirà come “ufficiale di collegamento” tra i paesi Opec produttori del greggio e l’Occidente perché “serve un immediato incontro tra i paesi produttori e quelli consumatori”.

“Cosa fare di fronte a questo aumento del prezzo?, si chiede. “C’è grande incertezza. Anche perché ho riscontrato una certa carenza di leadership a livello europeo. Soprattutto con la dipartita di leader come Putin, Blair, Chirac, Aznar, Scheroeder. Tutte queste alte personalità non hanno trovato sostituzioni pregnanti”.
Per Alitalia la “soluzione è possibile e vicina”, e sono “personalmente convinto che in tempi abbastanza brevi presenteremo una nuova compagnia con un piano industriale che le consentirà di tornare in attivo”, ha detto Silvio Berlusconi sottolineando che il governo “dovrà dire di no ad alcuni imprenditori, perché in troppi si sono presentati per partecipare al rilancio di Alitalia”.

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Berlusconi, le speranze di Veltroni e gli scherzi di Bossi

Silvio Berlusconi

Un Governo “molto unito”, di legislatura, che durerà cinque anni, nonostante le “speranze” di Walter Veltroni e gli “scherzi” di Umberto Bossi. Lo ha garantito da Tokyo il premier Silvio nella seconda giornata della sua “visita privata” a Tokyo in vista del G8 nell’isola di Hokkaido. Una giornata spesa a rassicurare e tranquillizzare il suo esecutivo dopo l’inaspettato attacco di ieri del leader della Lega Nord che, non senza malizia, si era associato a Walter Veltroni nel dire che il Governo non avrebbe retto cinque anni. “Umberto Bossi ogni tanto ama divertirsi, invece c’è grandissima unità in questo governo”, ha spiegato il presidente del Consiglio in una conferenza stampa nei locali della residenza dell’ambasciatore italiano in Giappone. Un modo elegante per archiviare la questione, almeno fino alla prossima uscita di Bossi che, pur non avendo particolari remore sulle norme “sospendi-processi” ed essendo persino favorevole al Lodo Alfano, sta tirando la corda per avere certezze sul federalismo fiscale. E sta concedendo aperture di credito a Veltroni con l’obiettivo di coinvolgere nella riforma anche parte dell’opposizione. Nei confronti della quale, il Cavaliere usa anche toni ironici: rivolto al leader del Partito Democratico, sullo stesso tema, Berlusconi sorride: “Non neghiamogli la speranza. Almeno questa lasciamogliela…”.

Ben più seria si è fatta l’atmosfera quando Berlusconi ha confermato la sua posizione su una parte della magistratura che da anni starebbe tramando contro di lui: c’è “una corrente piccola della magistratura che non è mai doma e continua a cercare di sovvertire il risultato del voto attraverso una serie di azioni che partono dal ‘92 e che sono ancora in atto”. Proprio questa sarebbe la ragione per cui i sondaggi indicano un calo di popolarità dei giudici nel giudizio degli italiani. Sarebbero addirittura al sei per cento di gradimento degli elettori del Pdl, ha riferito Berlusconi citando uno dei suoi tanti sondaggi. Confermata la linea intransigente sul turbolento settore-Giustizia, il premier si è rilassato ed è tornato a commentare con soddisfazione l’attività di Governo che procede spedita. E soprattutto dell’andamento della squadra di Governo che ben lavora anche grazie agli “innesti” da lui voluti di “giovani ministri”: “Sono veramente molto contento di loro”, ha osservato.

A testimonianza dell’attivismo della sua squadra, il premier ha prima confermato che entro il 23 luglio l’emergenza rifiuti in Campania sarà chiusa, poi ha annunciato che è quasi pronto un ambizioso “piano casa” per rilanciare l’edilizia abitativa. E quindi ha assicurato che per fronteggiare la crisi dell’aumento dei prezzi “le fasce più deboli” della popolazione saranno aiutate. Un “primo passo” è già stato fatto con l’introduzione della Robin tax, ha spiegato, i cui ricavi andranno alle famiglie.

Il VIDEO servizio:

Berlusconi: “I giudici politicizzati sono una metastasi della democrazia”

Il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi

Ospite di Confesercenti Silvio Berlusconi torna all’attacco della magistratura. E dell’opposizione. Rappresentata, in platea, dal segretario del Pd, Walter Veltroni.

I due, ex dialoganti, ascoltano la relazione del presidente Marco Venturi. Che esalta il dialogo ed espone le richieste della categoria al governo. Il clima sembra migliore rispetto a quello dei giorni precedenti. Veltroni e Berlusconi ricevono applausi bipartisan dal pubblico di Confesercenti. Prima, per l’ingresso di Veltroni, quindi l’incitamento al premier accolto con applausi e grida “Silvio, Silvio”. I due si stringono la mano e rivolgono anche un breve saluto.
Poi, il premier prende la parola e dopo aver parlato di Europa, dei rifiuti a Napoli, e dopo una battuta - soltanto una battuta - sui giudici che lo vorrebbero in galera (mima il gesto delle manette), ringrazia la platea per “la bella accoglienza, sarà un bel tonico per il resto della giornata dopo la nottata trascorsa a guardare dei problemi che sembrano irrisolvibili”. Berlusconi tesse le lodi del presidente Venturi: “La sua è la migliore relazione da parte di un’associazione che io abbia avuto occasione di ascoltare da molti anni a questa parte. Concretissima. Ha toccato tutti i punti necessari per la modernizzazione del Paese”. E addirittura gli chiede quasi una “discesa in campo”: “Se la politica deve fare un passo indietro gli operatori del mercato facciano un passo avanti”.
La platea di Confesercenti lo applaude più volte, apprezza. Anche quando il Cavaliere ricorda: “Io sono stato artigiano… Ho iniziato da solo. Ma sono arrivato ad avere 56 mila collaboratori. Ma non ho mai avuto scioperi. E sapete perché? Perché c’è un rapporto tra me e la mia gente basato sulla simpatia e l’amore: io passavo tutti i sabato mattina per andare a trovare i miei collaboratori malati che stavano negli ospedali”.
E qui, sul sabato, il passaggio con l’attacco ai giudici. Dai sabati trascorsi a trovare i collaboratori malati a quelli attuali con “i miei avvocati a preparare la difesa da attacchi folli e infondati di alcuni magistrati politicizzati che sono la metastasi della nostra democrazia”.
La platea di Confesercenti riunita all’Auditorium non gradisce. E parte qualche timido fischio. Quindi il premier quantifica sia numericamente sia economicamente gli attacchi subiti: “Sebbene io sia stato sempre stato assolto, ho dovuto sopportare, e me lo sono potuto permettere avendone i mezzi, un calvario subendo 587 visite della polizia giudiziaria e della Guardia di finanza, 2.500 udienze e spese per avvocati che fino ad oggi ammontano a 174 milioni di euro”. A questo punto i fischi si fanno più corposi e il premier viene anche interrotto. Di fronte alla reazione degli esercenti Berlusconi conclude il suo intervento dicendo: “Mi avete invitato voi…”.
E conclude spiegando che non mollerà: “I cittadini hanno il diritto di vedere governare chi hanno deciso, tramite libere elezioni, di scegliere per la guida del Paese”. Confesercenti è in subbuglio per questo nuovo attacco alla magistratura da parte del premier e le reazioni sono decisamente negative. La replica finale del presidente del Consiglio è nella linea di chi non vuole mollare la presa: “Mi indigna quando qualcuno si lascia trasportare dall’ala giustizialista della magistratura, ho fiducia nella magistratura, ma dopo un calvario simile sono indignato. Il Paese è in libertà vigilata e i giudici ideologizzati cercano di sovvertire la democrazia”. Quindi, rincara la dose il premier: “Se questa opposizione non capisce i rischi di tal genere che corriamo, non c’è più possibilità di dialogo e il dialogo si spezza. Lo hanno voluto spezzare loro questo dialogo. Ma ora non lo vogliamo più noi con un’opposizione che è ancora rimasta indietro ed è ancora un’opposizione giustizialista”.

Fuori dall’Auditorium anche Walter Veltroni parla con i giornalisti del brusco arresto del confronto tra maggioranza e opposizione: “Con questi toni il dialogo diventa difficile”, commenta il segretario lasciando la sala. “Che dialogo ci può essere” aggiunge “quando dal palco di una categoria si dicono cose di questo tipo”.
A fine assemblea prova a gettare acqua sul fuoco il padrone di casa, Marco Venturi: “Berlusconi? Lo inviteremo anche il prossimo anno”. E poi sui fischi spiega: “Sono dispiaciuto per la reazione dei miei”. Venturi allude ai “temi sensibili del Cavaliere, ma gli ospiti vanno sempre rispettati e quindi non mi sono piaciuti. La verità” conclude il presidente di Confesercenti “è che queste riunioni non andrebbero mai politicizzate”.

Il VIDEO da YouTube:

Norma blocca-processi, Berlusconi scrive a Schifani: tutela per tutti

Il leader del Pdl, Silvio Berlusconi

È finito il dialogo. Il dialogo, che addirittura il Santo Padre aveva lodato, è finito lunedì 16 giugno. Ed è finito sulla giustizia. Il leader del Pd, Walter Veltroni, ieri aveva minacciato che se il governo non avesse cambiato rotta su quelle che l’opposizione considera le “leggi ad personam”, la stagione di confronto con il Cavaliere sarebbe terminata. E in serata è arrivata, a sorpresa, la stoccata da parte del presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi.
Che ha reso pubblica una lettera inviata al presidente del Senato Renato Schifani. Una lettera durissima, che rompe gli indugi e replica alle critiche dell’opposizione sul pacchetto sicurezza e alla cosiddetta norma stoppa processi su cui nella giornata di ieri era stato annunciato l’emendamento Berseli/Vizzini dove veniva fissato il limite di 10 anni di pena detentiva e la data del 31/6/2002 come discriminante per la sospensione dei processi in corso. E quindi tutti i processi relativi ai casi in oggetto “vengono sospesi per un anno”, salvo che “non sia l’imputato a chiedere al presidente del tribunale che il suo processo non venga sospeso”.
Berlusconi nel testo diffuso da palazzo Chigi spiega che è “indispensabile introdurre anche nel nostro Paese quella norma di civiltà giuridica e di equilibrato assetto dei poteri che tutela le alte cariche dello Stato e degli organi costituzionali, sospendendo i processi e la relativa prescrizione per la loro durata in carica. Questa norma è già stata riconosciuta come condivisibile in termini di principio anche dalla nostra Corte Costituzionale”.
E ancora. Berlusconi ha anche lanciato un nuovo anatema contro la magistratura ‘di estrema sinistra’ rea di aver ‘inventato molti fantasiosi processi’ contro di lui. Come quello milanese ancora in corso, per il quale il premier fa sapere che ricuserà il presidente del Tribunale di Milano Elisabetta Gandus. Non solo. Berlusconi annuncia che porterà gli emendamenti presentati dai relatori al decreto sicurezza in Consiglio dei ministri, perchè tutto il governo li approvi compatto.
Insomma Berlusconi ha riaperto la guerra contro le toghe rosse e contro chi lo rimprovera di promuovere leggi ad personam. “Vogliono la mia fine, ma io non lo permetterò” è stata la parola d’ordine con la quale il presidente del Consiglio è tornato in trincea. Da qui la decisione di presentare un emendamento al decreto sicurezza che consente di bloccare i processi meno gravi per un anno. Primo atto per arrivare al vero obiettivo: una legge che ricalchi il cosiddetto lodo Schifani che “congela” i procedimenti per le alte cariche dello Stato per tutto il periodo del loro mandato.
“Secondo l’opposizione” continua la lettera di Berlusconi al presidente del Senato “l’emendamento presentato dai due relatori, che è un provvedimento di legge a favore di tutta la collettività, non dovrebbe essere approvato solo perchè si applicherebbe anche ad un processo nel quale sono ingiustamente e incredibilmente coinvolto”. E ciò, non ha dubbi Berlusconi, “non ha eguali nel mondo occidentale”.
Parla chiaro il capo del governo e dice di essere stato “aggredito” da infiniti processi “che mi hanno gravato di enormi costi umani ed economici” e che la norma “di civiltà giuridica e di equilibrato assetto dei poteri che tutela le alte cariche dello Stato” deve essere portata avanti e difesa ad ogni costo.
Ovviamente si scatena la reazione dell’opposizione. In prima fila Antonio Di Pietro. “Berlusconi è allergico alla giustizia” accusa l’ex magistrato che parla di “ennesima furbata”. Critico pure il leader Udc, Pier Ferdinando Casini che si augura il ritiro da parte del governo di tutte le norme incriminate. In queste condizioni, difficile sostenere che il dialogo non sia finito…

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