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Italia e Spagna, questione di sicurezza. Che cosa c’è dietro lo scontro

berluzapa190308

Che cosa vuole la Spagna e perché ce l’ha tanto con noi sulla questione sicurezza? La prima cosa che il governo italiano non dovrebbe fare è di abbandonarsi al vittimismo e alle ripicche. Piuttosto, cercare di capire quali possibili secondi fini e quali insidie si celano dietro gli insistenti attacchi dei ministri di Madrid.
La Spagna - verissimo - non ha molta voce in capitolo per censurare l’Italia in fatto di tolleranza e di accoglienza degli immigrati, specie se irregolari. I Centros de Internamiento de Extranjeros, i Cpt di Zapatero, sono 10 e traboccano. “Calcoliamo che siano almeno 2 mila i clandestini, soprattutto africani, detenuti ” assicura Javier Ramírez, presidente della Ong Sos Racismo. Il termine è proprio quello, “detenuti”: proviamo a immaginare che cosa accadrebbe da noi se gli “ospiti” dei Cpt venissero considerati detenuti.
La legge varata nel 2005 dal governo socialista, dopo la regolarizzazione di 700 mila clandestini, non ha risolto il problema. Per ottenere la residenza, un extracomunitario deve dimostrare 3 anni di residenza ed un contratto di lavoro, che però non gli danno senza green card. Gli irregolari sono oltre un 1 milione e centomila, eppure siamo in un paese con una forte tradizione multietnica: 4,5 milioni gli immigrati regolari, il 9,9 % della popolazione. Il governo però parla di 300 mila, esclude nuove regolarizzazioni e dichiara che bisogna allungare i tempi di permanenza in Cpt (finora 40 giorni) che, come quelli di Malaga e Fuerteventura, sono definiti da un rapporto Ue “deplorevoli per condizioni igieniche e degrado edilizio”.
Il punto di forza del piano anti-clandestini è la blindatura della Spagna con il sempre più esteso Sive (Sistema Integral de Vigilancia Exterior), il muro hi-tech a base di sensori e radar che copre tutto lo stretto di Gibilterra, l’Andalusia ed arriva a Valencia. Chi cerca di scavalcare il muro, come accadde nella enclave di Ceuta nel Marocco spagnolo, rischia di essere ucciso dalla Guardia Nazionale: sei furono i morti nel 2005.
Né tanti complimenti fa la Spagna con i rom, nonostante i 700 mila gitanos nativi: l’ultimo blitz è del 23 aprile a Valencia quando 100 “rumanos” furono sgombrati da sei pattuglie di vigili urbani.
Per Zapatero questa linea dura rappresenta un successo: poche settimane fa ha annunciato che la percentuale di espulsi sugli immigrati clandestini ha raggiunto il 90%.
Dunque si torna all’inizio: perché ce l’ha tanto con l’Italia, ed in particolare con il governo Berlusconi che per il pacchetto sicurezza ha esplicitamente detto di volersi ispirare proprio alla Spagna? È escluso che i ministri di Zapatero parlino in ordine sparso, senza cioè l’assenso del premier: a Madrid il primo ministro ha molti più poteri che a Roma ed una presa ferrea sull’esecutivo. Dunque si deve pensare ad un’operazione politica più ampia.
Operazione che porta direttamente al dibattito annunciato per oggi dal Parlamento europeo sulla questione dei rom, per iniziativa del gruppo socialista di Strasburgo (106 voti a favore contro 100 contrari dei democristiani), gruppo presieduto da quel Martin Schulz protagonista anni fa di un memorabile scontro con Silvio Berlusconi.
Il Parlamento europeo non ha potere deliberante, ha però un ruolo molto influente specialmente quando fa da sponda alla commissione di Bruxelles. Ma soprattutto in una Europa dove la sinistra perde potere, e dove tra i grandi paesi solo due sono rimasti a guida socialista - Spagna e Gran Bretagna, con quest’ultima tradizionalmente defilata dalle questioni Ue - le istituzioni comunitarie appaiono anche a Zapatero una sorta di baluardo contro l’avanzare del centrodestra a Roma come a Parigi e Berlino, e forse prossimamente a Londra.
Non è uno scenario da sottovalutare: spagnolo (e socialista) è per esempio Joaquin Almunia, commissario europeo agli affari economici e monetari, l’uomo che ha una sorta di diritto di veto sulle prossime manovre economiche di Berlusconi e Giulio Tremonti.
Tuttavia Berlusconi, i suoi ministri e il centrodestra italiano farebbero bene dal non abbandonarsi a tentazioni complottiste o da “perfida Iberia”. La questione va affrontata pragmaticamente, riflettendo sulla scarsa presenza italiana nelle istituzioni europee, ed anche cercando di rinunciare alla politica-spettacolo delle grida e delle chiacchiere a favore della politica del fare. Ora che la campagna elettorale è finita, il pacchetto sicurezza è di quelle cose da approvare e da fare, magari con discrezione, prima che da strombazzare con decine di annunci (qualcuno anche fato apposta per le strumentalizzazioni) in comizi e talk show.

Politica del sorriso: Berlusconi-Veltroni, che cosa c’è oltre il fair play

Il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi durante i dibattito sulla fiducia al suo quarto governo nell'aula del Senato | Ansa
Quanto durerà? E a che cosa mira? Il dialogo - è presto per parlare di idillio - tra Silvio Berlusconi e Walter Veltroni cela, secondo alcuni, l’obiettivo del premier di salire un giorno al Quirinale, e nell’immediato di garantirsi un’opposizione di comodo.

Forse c’è anche questo, ma è una lettura parziale e riduttiva. L’elezione al Colle, come sanno gli esperti, è la più insidiosa che ci sia, non può essere preparata in anticipo, figuriamoci di anni. Quanto “all’opposizione di sua maestà”, impossibile in politica pianificare a tavolino i comportamenti di partiti così complessi com’è adesso il Pd.
Dunque le risposte vanno cercate altrove. In termini più immediati e concreti, il pranzo di domani tra Berlusconi e Veltroni, e gli incontri successivi a cadenza regolare che sono stati annunciati, mirano, per il governo, a garantirsi un margine di manovra e di velocità nell’approvazione di alcune leggi, a cominciare dalla Finanziaria 2009. Proporre all’opposizione un contingentamento dei tempi in cambio di garanzie precise (la presidenza delle commissioni di controllo, l’informazione in anticipo sui contenuti dei provvedimenti più importanti, il recepimento senza pregiudiziale di alcuni emendamenti, oltre che la fine dell’estenuante guerra sulla Rai) dovrebbe dare al governo la stabilità di cui ha bisogno in tempi non facili, soprattutto per l’economia mondiale. Dovrebbe, inoltre, offrire un supporto in più nei confronti dell’Unione europea, che sta diventando il vero osso duro per tutti i governi d’Europa.

I benefici per il Pd sarebbero altrettanto ovvi. Sul piano pratico, prima ancora che politico, i suoi esponenti ed il suo leader verrebbero coinvolti nel processo decisionale. Una cosa che facilita senz’altro la traversata nel deserto successiva a tutte le sconfitte. Anzi, forse farebbe addirittura scomparire il deserto stesso.
Sul terreno politico le cose stanno in termini più vaghi ma non meno interessanti. La vittoria di Berlusconi e la sconfitta di Veltroni, entrambe al di là delle aspettative, hanno un punto in comune: il desiderio di bipartitismo degli elettori. Lo dimostrano non solo la scomparsa dell’estrema sinistra e dell’estrema destra, ma anche il ruolo marginale a cui è relegato l’Udc, e l’opposizione mediaticamente vivace, ma numericamente (per ora) sterile, che ha deciso di fare l’Idv di Antonio Di Pietro.

Il bipartitismo di fatto, che qualcuno con un eccesso di entusiasmo ha già ribattezzato Terza Repubblica, stabilizza sia la leadership del capo del governo, il cui ruolo di capo anche della maggioranza non può più essere messo in discussione; ma anche la leadership del segretario del Pd. Veltroni ha scricchiolato a lungo, tanto più dopo la débâcle di Roma. Nel suo partito si riorganizza la vecchia fronda di Massimo D’Alema.
Essere riconosciuto come sponda e interlocutore unico dal governo, addirittura prevedere per lui e per il suo governo ombra una sorta di istituzionalizzazione all’inglese, gli garantisce che, almeno dall’esterno, non solo non gli verranno manovre e trabocchetti, ma anzi aiuti e riconoscimenti.

Tutto ciò ha poco a che fare con l’inciucio o con il consociativismo denunciato da Antonio Di Pietro (che logicamente fa il proprio lavoro). Anche se non c’è da entusiasmarsi più di tanto. Il clima è più civile, e da un rispetto reciproco tra governo e opposizione, e dal rafforzamento di entrambi, abbiamo tutti da guadagnare. Ma senza una vera riforma delle regole istituzionali resteremo solo alle buone intenzioni. Soltanto quando verranno modificati i regolamenti parlamentari per evitare, per esempio, il proliferare di gruppi e gruppuscoli nel corso della legislatura (basta garantire il finanziamento pubblico solo alle sigle che si sono presentate alle elezioni), se verrà introdotta una soglia di sbarramento anche per le elezioni europee, se infine si definirà uno status giuridico per l’opposizione e per i suoi eventuali ministri ombra, si potrà davvero parlare di Terza Repubblica.

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