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La Ru486 in Italia. Chi esulta e chi critica. Il Vaticano: “Scomunica per chi la usa”

Pillole abortive Ru486

Dopo cinque lunghi anni di discussione e dopo sei ore riunione, l’Agenzia del Farmaco (Aifa), ha dato l’imprimatur definitivo (a maggioranza, quindi senza l’unanimità: 4 voti a favore, uno contrario) all’immissione in commercio anche in Italia della Ru486, la pillola abortiva, cioè il farmaco per l’interruzione di gravidanza, già utilizzato in altri Paesi (è commerciabile in Francia dal 1988; nel 1990 fu autorizzata in Gran Bretagna, e un anno dopo in Svezia; dal 1999 in Germania, Austria, Belgio, Danimarca, Finlandia, Grecia e Paesi Bassi, Svizzera, Israele, Lussemburgo, Norvegia, Tunisia, Sudafrica, Taiwan, Nuova Zelanda e Federazione russa) e dal 2005 è inserita nella lista dei farmaci dell’Organizzazione mondiale della Sanità (Oms).
Il Cda dell’Aifa si è avvalso dei pareri del Consiglio superiore di Sanità e ha raccomandato ai medici “la scrupolosa osservanza della legge”. La decisione, ha voluto sottolineare l’Aifa in una nota, “rispecchia il compito di tutela della salute del cittadino che deve essere posto al di sopra e al di là delle convinzioni personali di ognuno pur essendo tutte meritevoli di rispetto”. Aggiunge, al termine della lunga riunione, Giovanni Bissoni, assessore alla Sanità dell’Emilia Romagna e componente del Cda Aifa: la Ru486 potrà essere utilizzata in Italia solo in ambito ospedaliero (”fascia H”), così come la legge 194 prevede per le interruzioni volontarie di gravidanza. Nelle disposizioni, ha aggiunto Bissoni, c’è un “richiamo al massimo rispetto della legge 194 e all’utilizzo in ambito ospedaliero. Dopo una lunga istruttoria è stato raccomandato di utilizzare il farmaco” ha chiarito Bissoni “entro il quarantanovesimo giorno, cioè entro la settima settimana”. Entro questo termine, infatti, le eventuali complicanze sono sovrapponibili a quelle dell’aborto chirurgico.
La stessa legge n.194 prevede inoltre una stretta sorveglianza da parte del personale sanitario cui è demandata la corretta informazione sul trattamento, sui farmaci da associare, sulle metodiche alternative disponibili e sui possibili rischi, nonché l’attento monitoraggio del percorso abortivo onde ridurre al minimo le reazioni avverse (emorragie, infezioni ed eventi fatali)”. Ma è proprio su questo punto, cioè sulla possibilità che il reale processo abortivo avvenga in concreto fuori dai centri sanitari, che si concentra chi sostiene l’incompatibilità della Ru486 con la legge 194.

Come agisce la Ru486
La pillola RU486 ha un verificato effetto abortivo. A base di mifepristone, è in grado di interrompere la gravidanza già iniziata con l’attecchimento dell’ovulo fecondato. L’aborto farmacologico tramite Ru486 prevede l’assunzione di due farmaci: la Ru486 appunto (che interrompe lo sviluppo della gravidanza) in abbinamento a una prostaglandina che provoca le contrazioni uterine e l’espulsione dei tessuti embrionali. Ogni Paese in cui la pillola abortiva è commercializzata ha delle regole e delle scadenze precise: la pillola può infatti essere assunta entro un certo periodo di tempo, calcolato in settimane. Quindici giorni dopo l’espulsione, che avviene nel 98,5% dei casi, la paziente viene sottoposta a valutazione ecografica e ad una visita di controllo. Cosa diversa è, invece la cosiddetta “pillola del giorno dopo” Norlevo, con la quale la RU486 è spesso confusa: in questo caso si tratta di un anticoncezionale e non provoca, secondo gli esperti, l’interruzione di una gravidanza, ma impedisce l’eventuale annidamento nell’utero dell’ovulo che potrebbe essere fecondato.

Chi esulta e chi protesta
Le prime reazioni alla decisione dell’Aifa corrispondono alle posizioni degli schieramenti da tempo in campo.
Soddisfatto il ginecologo torinese Silvio Viale, ginecologo del Sant’Anna di Torino, (presidente dell’Ass. radicale Adelaide Aglietta e coordinatore del protocollo di sperimentazione del farmaco): “Finalmente! prima di tutto è una vittoria per le donne italiane, che da oggi sono più libere e hanno un’opportunità in più”. “Ma” dice ad Affaritaliani.it “la lotta continua perchè ora bisogna offrire l’aborto medico in tutta Italia”. E sulla presunta pericolosità del farmaco (sul quale grava l’ombra di 29 decessi dal 1988 anche se la casa farmaceutica produttrice francese Exelgyn ha chiarito: “Si tratta di casi in cui il nostro mifepristone è stato preso fuori delle indicazioni. Quelle donne non sono morte di aborto”), Viale taglia corto: “Non è assolutamente pericolosa. E 29 decessi sono nulla. Non sono un problema per nessun farmaco. In America ogni anno sono segnalate 50 persone morte per assunzione di aspirina“.
Plaude la decisione dell’Aifa anche l’Aied (Associazione italiana per l’educazione demografica): “Ci si allinea con i paesi europei, recuperando un ritardo che ha penalizzato le donne italiane”.

Chi critica
Durissimo, dall’altra parte, l’attacco del Vaticano. Sia per bocca di monsignor Giulio Sgreccia, emerito presidente dell’Accademia per la vita, che auspica “un intervento da parte del governo e dei ministri competenti”. Perchè, spiega, non “è un farmaco, ma un veleno letale” che mina anche la vita delle madri, come dimostrano i 29 casi di decesso. La Ru486, afferma Mons. Sgreccia, è uguale, come la chiesa dice da tempo, all’aborto chirurgico: un “delitto e peccato in senso morale e giuridico” e quindi comporta la scomunica “latae sententiae”, ovvero automatica. Toni simili a quelli dell’arcivescovo Rino Fisichella, rettore della Pontificia Università Lateranense, che ribadisce il no della Chiesa alla Ru486 “perché è oggettivamente un male” e per non incorrere negli “effetti collaterali” del farmaco: “Nel mondo sono morte diverse donne“, dice l’arcivescovo al Corriere della sera. Fisichella ricorda che per il Vaticano “la soppressione dell’embrione di fatto è la soppressione di una vita umana: che ha dignità e valore dal concepimento alla fine. E il fatto che assumere una pillola possa essere meno traumatico per una donna non cambia la sostanza, sempre aborto è”.
Ancora prima che l’Aifa si pronunciasse, il Vaticano si era scagliato contro la pillola abortiva. L’Osservatore Romano aveva affrontato in mattinata il nodo della Ru486 riportando le preoccupazioni espresse dalla sottosegretario al Welfare Eugenia Roccella (Pdl) che con la pillola abortiva Ru486 si possa arrivare a una “cladestinità legalizzata” degli aborti. Il metodo dell’aborto farmacologico con la Ru486, ha affermato, “intrinsecamente porta la donna ad abortire a domicilio, proprio perché il momento dell’espulsione non è prevedibile”, in una sorta di “clandestinità legale”.
Duro anche il senatore dell’Udc, Luca Volonté: “Con la commercializzazione della pillola assassina trionfa la cultura della morte. Altro che ‘estremamente sicura’: la Ru486 non è un’aspirina per il mal di testa. Bene ha detto Monsignor Sgreccia: ricorrendo all’aborto chimico, donne e ragazze italiane che vogliono evitare una gravidanza indesiderata non faranno altro che uccidere di sicuro una vita umana mettendo in pericolo anche la propria”.
Si affida a un’interpellanza parlamentare Francesco Cossiga. Con tanto di dati della letteratura scientifica: “Il 15% delle donne sottoposte al trattamento”, ha denunciato Cossiga, “abortisce dopo il quarto giorno dalla somministrazione, mentre il 5-8% deve sottoporsi a un intervento all’utero per aborto incompleto”. Per questo il presidente emerito chiede al governo “se non ritenga necessario fare chiarezza sulle notizie relative alle morti, rendendo pubblici il dossier della Exelgyn e il carteggio fra il Ministero e l’Aifa”
Dall’opposizione ha risposto l’ex ministro della Sanità Livia Turco (Pd): “Questi non sono temi da crociata. La validità di un farmaco è stabilita da organismi tecnici”.
Su posizioni di apertura anche Giorgia Meloni (Pdl), ministro della Gioventù: “La mia linea è questa”, dice al Corriere, “fare tutto il possibile per prevenire ogni aborto. Se poi non si riesce a convincere una donna a evitare l’aborto, si può accettare uno strumento che rende l’intervento meno invasivo, meno doloroso, meno lacerante”. “A un patto però” precisa “che l’uso della pillola stia rigidamente dentro le modalità previste dalla legge 194. La legge prevede un percorso, controlli, cautele, l’obiezione di coscienza degli operatori…”.

Italiani in cerca di raccomandazioni. La mappa delle spintarelle


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Un italiano su quattro (cioè il 25%) si rivolge a un politico per ottenere la soluzione di un problema. È quanto emerge da un’indagine sulla Pubblica amministrazione condotta dal Censis in collaborazione con Trentino School of Management e presentata al Festival dell’Economia di Trento.
La motivazione più frequente per chiedere una “spintarella”? Soprattutto per evitare le liste di attesa o per ottenere un ricovero in ospedale (6,1%). Poi, per trovare un lavoro a un figlio o a un parente (5,2%), soprattutto nel Nord Est e nel Centro. Ci si rivolge a un politico anche per accelerare la pratica della pensione (3,5%), nel Centro Sud, o addirittura per iscrivere il figlio a scuola (3,2%).
E se nelle grandi città il fenomeno appare più contenuto, nei centri più piccoli la conoscenza diretta di politici e funzionari favorisce le logiche clientelari (27,7%). Nei paesi sotto i 5 mila abitanti, per garantire i diritti sul posto di lavoro spesso non si va dal sindacato, ma dal politico di turno (8,4%); lo stesso accade per ottenere un ricovero. Nelle grandi città la “spintarella” in generale risulta meno efficace, mentre in quelli medi, fino a 100 mila abitanti, può aiutare a trovare un impiego (7,7%).

Nord Ovest
Piemonte, Val d’Aosta, Lombardia e Liguria, sono le regioni più virtuose con il più basso numero di raccomandazioni, almeno secondo le dichiarazioni fornite al Censis (l’87,1% dei residenti ha dichiarato di non averne mai fatto richiesta). E se si deve chiedere un favore proprio a un politico, lo si fa per risolvere soprattutto le emergenze sanitarie (5,6%) o per garantire i propri diritti sul posto di lavoro (3,6%).

Nord Est
Il primato delle raccomandazioni in Italia per trovare un posto di lavoro, a sorpresa, si registra proprio nella cosiddetta “locomotiva”: lo ha fatto il 7,7% degli intervistati in Veneto, Friuli Venezia Giulia, Trentino Alto Adige ed Emilia Romagna. In generale il ricorso alle raccomandazioni è basso (il 78,1% ha dichiarato di non averne mai fatto richiesta), ma non ai livelli virtuosi del Nord Ovest. Oltre al lavoro per i figli, qui si chiede una “spintarella” anche per evitare le liste d’attesa (5,9%) o per ottenere un servizio pubblico nel proprio quartiere (5,2%).

Centro
I residenti in Toscana, Lazio, Marche, Umbria e Abruzzo chiedono una “spintarella” per trovare un impiego a un figlio o a un parente (7,5%) o per tutelare i propri diritti sul lavoro. Il favore di un politico nelle regioni del Centro, (al penultimo posto con il 70% dei residenti che ha dichiarato di non averne mai fatto richiesta), si chiede anche per risolvere le emergenze sanitarie (6%) o per accelerare la pratica della pensione (5,2%).

Sud e Isole
Al penultimo posto dopo il Nord Ovest per numero di raccomandazioni finalizzate a trovare un impiego (6,7%), i residenti di Campania, Molise, Puglia, Basilicata, Calabria, Sardegna e Sicilia ricorrono tuttavia alla “spintarella” quasi per tutto (solo il 67,6% ha dichiarato di non aver mai chiesto una raccomandazione). Qui amicizie influenti e conoscenze in politica diventano una manna dal cielo per ottenere un ricovero all’ospedale o evitare le liste d’attesa (7%), per accelerare la pratica della pensione (7%) o una procedura amministrativa (6,4%) e, addirittura, per iscrivere i figli a scuola (6,2%).

Vita in ufficio

Il mezzo più pericoloso? La bicicletta. Sulle strade un morto al giorno

biciombra

La bicicletta è il più mite dei mezzi di locomozione. Non fa rumore, non inquina, può tenere una velocità adeguata, superiore alla velocità media dei mezzi pubblici nell’area urbana (da 12 a 15 km/h). Insomma, è il mezzo più salubre che esista. Inoltre per ogni ciclista in più normalmente circola una macchina in meno.
Ottime le due ruote a pedali, si sa. Soprattutto in città. A tesserne le (giuste) lodi è Il Centauro di maggio, organo ufficiale dell’Asaps, l’associazione amici sostenitori della Polizia Stradale. Ma dalla stessa inchiesta risulta che siano molto pericolose.
Molto più che le auto o le moto. Ogni giorno infatti sulle strade italiane perde la vita un ciclista, 40 finiscono al pronto soccorso, molti vengono ospedalizzati. È come se ogni anno sparissero due gruppi del Giro d’Italia a causa degli incidenti stradali.

I numeri parlano di una vera emergenza perché secondo le statistiche nel 2007 (ultimo anno in cui sono disponibili i dati Istat) in 15.713 incidenti sono morti 352 ciclisti (249 conducenti e 3 trasportati), +11% rispetto al 2005, 14.535 sono rimasti feriti +16,5%. Insomma parliamo di quasi 1000 morti negli ultimi 3 anni. Fra le vittime 289 sono maschi (82%) e 63 le femmine (18%).
Ma ciò che è più importante è l’incremento dell’11% della mortalità rispetto al 2005 e un aumento del 16,5% dei feriti. Il rischio di mortalità, calcolando come valore medio 1, per le biciclette è di 2,18, il più alto in assoluto. Per le autovetture il tasso di mortalità è pari a 0,78, per i camion 0,67, per i pullman 0,48, per i ciclomotori 1,06, per le motociclette 1,96.

La percentuale dei ciclisti fra le vittime della strada è passata poi dal 5,3% del 2004 al 6,9% nel 2007. Quella dei feriti è passata dal 3,7 al 4,5%. Infine i bambini da 0-14 anni che hanno perso la vita con la bici nel 2007 sono stati 12 (11 maschi e 1 femmina): 2 nella fascia fino a 5 anni (di cui uno trasportato), 1 in quella da 6 a 9. 9 da 10 a 14 anni.
Le regioni che contano più vittime sono infine Lombardia, Emilia Romagna e Veneto, dove circolano più bici per antica tradizione.

Morto a Roma il cardiochirurgo Carlo Marcelletti, stroncato da infarto

Il cardiochirurgo Carlo Marcelletti
Pioniere della cardiochirurgia infantile e personaggio controverso, mediatico. Una definizione sicuramente riduttiva per Carlo Marcelletti, il medico morto a 64 anni, ad un anno esatto di distanza dal suo arresto, il 6 maggio 2008 a Palermo, con l’accusa di truffa, concussione, peculato e produzione di materiale pedopornografico. Il processo non è stato celebrato, ma Marcelletti era rimasto ai domiciliari per quasi sette mesi.

Una vicenda che lo aveva profondamente provato.
La salma del professore è stata intanto posta sotto tutela giudiziaria: il pm della Procura di Roma Elisabetta Ceniccola ha disposto l’autopsia. Slittano i funerali e la decisione è subordinata ad una serie di accertamenti che la Procura sta compiendo in queste ore, tra cui l’acquisizione di informazioni presso l’ospedale di Roma San Carlo di Nancy, dove si è verificato il decesso, anche per ricostruire le ultime ore di vita di Marcelletti. Il magistrato inoltre dovrà accertare se il cardiochirurgo fosse affetto da eventuali patologie e se fosse sottoposto ad una particolare terapia farmacologica.
Nato a Maiolati Spontini, in provincia di Ancona, città nella quale aveva tentato senza successo la candidatura a sindaco, Marcelletti è deceduto a causa di un malore cardiaco. Ironia della sorte, proprio ai cuori e ai bambini aveva dedicato tutta la sua vita professionale. Dopo la laurea a Roma si era perfezionato in cardiochirurgia in Inghilterra e negli Stati Uniti. Dal 1975 si è specializzato in cardiochirurgia pediatrica alla Mayo Clinic di Rochester (Minnesota). Nel 1978 ha fondato e diretto il centro di cardiochirurgia pediatrica dell’Accademisch medisch Centrum di Amsterdam. Rientrato in Italia, nel 1982 è diventato primario cardiochirurgo del dipartimento medico chirurgico dell’ospedale Bambin Gesù di Roma. Oltre ad aver effettuato il primo trapianto su un bambino , Maercelletti ha tentato la terapia chirurgica di malformazioni congenite del cuore in soggetti in età pediatrica.Nel mese di maggio del 2000 Marcelletti coordinò, insieme con il collega William Norwood della Dupont Foundation di Philadelphia, l’equipe di chirurghi che tentò di separare le sorelline siamesi di origine peruviana Marta e Milagros.
Purtroppo il tentativo non riuscì e sulla vicenda si scatenarono polemiche di ordine etico sul fatto di scelgiere di mantenere in vita una bambina e non l’altra. Marcelletti era intervenuto solo in altri due casi analoghi, anche se meno gravi: nel 1989 il comitato etico dell’ ospedale Bambin Gesù di Roma non diede l’assenso all’intervento e i gemelli, originari di Santo Domingo, morirono tre mesi dopo. Tre anni dopo, a Philadelphia, l’operazione fu autorizzata e uno dei bambini sopravvisse.
Dopo la vicenda giudiziaria dal novembre scorso aveva lasciato l’attività all’ospedale Civico di Palermo dove era direttore della Divisione di Cardiochirurgia pediatrica.

Shock a Sciacca: appalti truccati alla banca del cordone ombelicale

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Contenitori aperti, azoto liquido che fuoriusciva e centinaia di cordoni ombelicali provenienti da tutti gli ospedali della Sicilia, abbandonati da mesi.
Ecco la scena che si è presentata ai finanzieri di Agrigento quando hanno fatto il primo sopralluogo all’interno della “Banca del Cordone” dell’ospedale di Sciacca, la prima in Europa e la seconda al Mondo per numero di cordoni ombelicali raccolti. L’indagine del Comando provinciale della Guardia di Finanza di Agrigento era iniziata nel 2008 per accertare presunte irregolarità negli appalti e nella gestione dei reagenti per i controlli e le analisi di routine sul sangue contenuto nel cordone.
Ma dalle intercettazioni telefoniche e dai sopralluoghi all’interno dei laboratori, è emersa una realtà ben più grave: il direttore responsabile della Banca non disponeva le analisi previste a scadenza semestrale sulle cellule contenute all’interno del cordone per rilevare la presenza di malattie infettive come l’aids, epatite ‘c’ e ‘b’. Non solo.
Non effettuava neppure le analisi e gli accertamenti sulla madre donatrice e sul bambino ma continuava, invece, ad ordinare kit costosissimi di reagenti a società medico-farmaceutiche per centinaia di migliaia di euro senza richiedere l’autorizzazione alla farmacia dell’ospedale. Un metodo che il direttore-primario, adesso denunciato anche per turbativa d’asta e truffa aggravata, utilizzava in cambio di favori personali come borse di studio e finanziamenti per partecipazioni a convegni. Sempre d’accordo con le società del settore venivano “pilotate” le aggiudicazioni delle forniture dei presidi medici e strumentazioni in uso alla Banca del Cordone oltre alla redazione dei capitolati di gara. Non di rado, lo stesso direttore, ricorreva alle procedure d’urgenza per evitare il ricorso alle gare.
La finanza ha rilevato un danno al Fisco per oltre 15 milioni di euro.
“L’approfondimento delle indagini che ha comportato l’analisi e la ricostruzione degli acquisti effettuati presso l’unità operativa di medicina trasfusionale e microcitemia per reagenti e sacche per la raccolta del sangue, dal 1999 ad oggi” spiega il tenente colonnello Vincenzo Raffo, comandante provinciale della GdF di Agrigento “ha permesso di ipotizzare un quadro situazionale caratterizzato da una gestione personalistica ed al di fuori di ogni regola di buona amministrazione e cura del bene pubblico da parte del direttore della Banca del Cordone, tra l’altro violando anche le disposizioni interne dell’azienda ospedaliera”.
Le cellule staminali presenti nel cordone ombelicale, di tipo pluripotenti non ancora differenziate, hanno la capacità teorica, se impiantate in un organo, di differenziarsi e svilupparsi come quell’organo, ovvero, in caso ad esempio di soggetto affetto da leucemia, di essere trapiantate nel midollo osseo malato e permettere a quest’ultimo di rigenerarsi e riprendere a riprodurre sangue nuovo.

Roma, camera degli orrori con feti malformati all’Umberto primo

Feti malformati e resti di corpi, chiusi in barattoli, e accatastati in una stanza del Policlinico Umberto I di Roma. Questa la macabra scoperta fatta dai carabinieri del Nucleo antisofisticazione (Nas) nell’ospedale romano: in una camera mortuaria dismessa giacevano, come abbandonati, resti umani e feti abbandonati.
Resti umani che, assicura il direttore generale del nosocomio, Ubaldo Montaguti “sono solo materiale didattico”. “Non c’è nessuna stanza degli orrori”, spiega Montaguti “si tratta di un’aula sigillata all’interno della quale erano stati collocati dei feti malformati, risalenti ad oltre 30 anni fa, e che venivano utilizzati in passato per la didattica, quando l’ecografia ancora non esisteva”. Il capitano dei Nas Marco Datti afferma: “Non siamo in presenza di traffico di organi o reati di questo genere al momento abbiamo contestato solo il mancato smaltimento di questo materiale che deve seguire procedure particolari previste dalla legge”. I locali sono stati posti sotto sequestro.
Tutto è nato, ha raccontato un servizio di Sat 2000 (tv satellitare della Conferenza espiscopale italiana) da un’ispezione avviata dalla commissione di inchiesta sul servizio sanitario nazionale del Senato. I militari dell’Arma infatti stavano eseguendo un normale controllo nella struttura sanitaria quando sono arrivati davanti alla porta di una stanza. Entrati hanno scoperto i resti umani e i feti conservati dentro barattoli sanitari, abbandonati e accatastati dentro il magazzino.
“Non c’è stato contestato alcun reato” ha sottolineato Montaguti. “Quei reperti si trovavano in quella stanza da almeno un anno. Avevamo fatto questa scelta perchè tutto il materiale, dopo alcuni lavori di ristrutturazione, si trovava in un sotterraneo dell’ospedale”.
In effetti reperti anatomici come quelli trovati nel magazzino dell’Umberto I sono normalmente utilizzati per scopi didattici nei policlinici universitari. Proprio questo pomeriggio, al Senato la commissione di inchiesta presieduta da Ignazio Marino ha avviato gli accertamenti. E nelle prossime ore il direttore generale dell’Umberto I Ubaldo Montaguti consegnerà ai senatori una relazione dettagliata sull’accaduto.
Interpellato sulla vicenda il presidente della commissione non conferma e non smentisce l’indagine. La vicenda è al vaglio della magistratura.

Notte di paura per Nina Moric: ricoverata per troppi sonniferi

Nina Moric

Notte da incubo per Nina Moric. Secondo quanto riferisce Il Giornale, martedì notte La showgirl è stata infatti portata d’urgenza al pronto soccorso del Fatebenefratelli di Milano dopo aver ingerito venti pastiglie di sonnifero. Soccorsa da un amico, la Moric è stata sottoposta a una lavanda gastrica e tenuta in osservazione fino al mattino per una consulenza psichiatrica, di norma in questi casi prima della dimissione. La soubrette si è ripresa.
Che cosa abbia spinto la modella croata ad assumere i sonniferi in quelle dosi, al momento, non è ancora chiaro. Di sicuro, tra gossip e inchieste varie, per la Moric gli ultimi due anni non sono stati semplici. Prima Vallettopoli, poi la separazione dal marito Fabrizio Corona, trasformato in una soap opera mediatica. In mezzo copertine, sfilate e un calendario, il terzo della carriera per Nina, che nel 2008 sembrava aver imboccato la via della rinascita.

Stando a Il Giornale, la modella aveva dichiarato di stare meglio e di essersi ripresa dalla rottura con l’ex marito Corona.
Pizzicato lo scorso 4 gennaio, in atteggiamenti affettuosi sulla Tour Eiffel di Parigi con l’ex naufraga dell’Isola dei Famosi Belen Rodriguez. Di certo non c’è nulla, ma il tempismo del gesto lascia intuire qualche collegamento con questa presunta liaison. Solo Nina sa la verità. Nel frattempo i pettegolezzi continuano.

Gela, massacrato di botte per aver pestato un piede in discoteca

Discoteca

Picchiato a sangue per aver pestato involontariamente un piede. È accaduto, a Gela, a un giovane di 25 anni, Saverio D., che ora si trova ricoverato nella divisione di Neurochirurgia dell’ospedale Garibaldi di Catania in coma farmacologico. Il primo diverbio era avvenuto all’interno del locale, il “Tanguera”, ma la lite era stata sedata dal personale di vigilanza. Fuori, il presunto offeso, anche lui poco più che ventenne, ha subito chiamato rinforzi, radunando gli amici che si trovavano sul posto. E quando il “branco” è stato al completo, è iniziato il pestaggio.
Saverio è stato lasciato a terra esanime ed ora si trova ricoverato nella divisione di Neurochirurgia dell’ospedale Garibaldi di Catania in coma farmacologico. Al pronto soccorso dell’ospedale di Gela gli hanno riscontrato trauma cranico, contusioni, escoriazioni e diverse fratture. La prognosi è riservata. Sull’episodio stanno indagando i carabinieri.

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