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Caso Battisti, il governo italiano affila le armi

Terroristi: Il mio canto libero di Lula-BattistiDel caso Cesare Battisti parlerà alle 13.30 (le 16.30 in Italia) in una conferenza stampa che si preannuncia affollatissima, l’avvocato dell’Italia Nabor Bulhões. E lo farà nel massimo organo giuridico del Brasile, quel Supremo Tribunal Federal (STF), che pure l’estradizione dell’ex terrorista dei Pac l’aveva concessa, il 19 novembre 2009, lasciando però l’ultima parola al presidente della repubblica verde-oro.

All’epoca Lula che, lo scorso 31 dicembre, poche ore prima di lasciare il suo incarico a Dilma Rousseff, aveva rigettato con un secco “no” ogni ipotesi di rimandare in Italia Cesare Battisti per scontare almeno parte della sua pena. Il nostro collaboratore Paolo Manzo ha intervistato poco fa l’avvocato Bulhões per Panorama.it e per LaStampa.it, raccogliendo alcune anticipazioni sul ricorso che, proprio in questi minuti, i legali dell’Italia stanno depositando al STF, affinché corregga la decisione di Lula. Continua

La stampa brasiliana contro Lula: Battisti non è un rifugiato politico

L'articolo apparso sul settimanale Veja dedicato a Cesare Battisti

L'articolo apparso sul settimanale Veja dedicato a Cesare Battisti

Il clamore che ha suscitato in Brasile l’insediamento della nuova presidente Dilma Rousseff, prima donna a guidare il paese, non è riuscito a oscurare l’interesse della stampa brasiliana per il caso Battisti, il terrorista rosso italiano del quale Roma ha chiesto, finora invano, l’estradizione.

I due più importanti settimanali del Brasile, Veja ed Epoca, infatti nei loro numeri speciali dedicati alla delfina di Lula, usciti eccezionalmente oggi e non sabato scorso, non hanno tralasciato di parlare dell’ex terrorista dei Pac, Proletari armati per il comunismo.

Ampi servizi corredati da numerose foto ne ripercorrono la vicenda, dai 4 omicidi per i quali è stato condannato all’ergastolo in Italia, passando per la fuga dalla Francia nel 2004 fino al suo arresto sulla spiaggia di Copacabana a Rio de Janeiro, il 18 marzo 2007.

Il fulcro di entrambi i reportages resta comunque il no di Lula alla sua estradizione, decisione comunicata a poche ore dalla scadenza del suo mandato, il 31 dicembre scorso, con un effetto a cascata di reazioni sia in Italia che in Brasile senza precedenti.

Veja, il magazine più venduto nel paese con circa un milione di copie titola inequivocabilmente “Assassino impune” e ricorda il ribaltone del 18 novembre 2009 quando il Supremo Tribunale Federale (STF) annullò cassandolo come illegittimo lo status di rifugiato politico concesso dall’allora ministro della Giustizia Tarso Genro all’ex terrorista.

Con 5 voti favorevoli e 4 contrari, spiega Veja, il STF si dice favorevole all’estradizione di Battisti in Italia ma lascia l’ultima parola, politica, a Lula a patto che rispetti i termini del Trattato bilaterale esistente in materia fra Italia e Brasile. Tra le motivazione addotte alla fine dell’anno dall’ex presidente quella che l’incolumità di Battisti sarebbe “a rischio” nel nostro paese.

Veja smonta questa interpretazione e dà la parola a Francisko Rezek, ex-giudice della Corte dell’Aja, cui il governo italiano intende appellarsi e che dichiara: “Un presidente che va contro il Supremo Tribunale Federale è un affronto al principio fondamentale del diritto internazionale”.

Non meno dettagliato di particolari è l’altro reportage firmato da Epoca, rivista edita dal gigante Globo e tradizionalmente vicina al mondo cattolico. Murilo Ramos, uno dei giornalisti che firma l’articolo, intervista Luis Inacio Adams, ministro dell’avvocatura generale dell’Unione che dichiara perentorio: “Il governo brasiliano considera il caso chiuso” ma, lascia intendere la rivista, non è affatto detto che sia questa l’ultima parola. Anche in Brasile, dove la stampa è per lo più schierata sul sì  all’estradizione, sono molte le voci critiche alla decisione di Lula. Voci critiche confermate anche dai sondaggi, l’ultimo del principale quotidiano brasiliano O Globo: l’ottanta per cento dei lettori è contraria al no all’estradizione.

Alberto Torregiani: “Ora mi aspetto che Dilma Rousseff estradi il killer di mio padre”

Cesare Battisti (a sinistra) e Alberto Torregiani (a destra): il figlio del gioielliere ucciso dai Pac alla Bovisa è rimasto paralizzato da allora e costretto su una sedfia a rotelle

Cesare Battisti (a sinistra) e Alberto Torregiani (a destra): il figlio del gioielliere ucciso dai Pac alla Bovisa è rimasto paralizzato da allora e costretto su una sedfia a rotelle

Claudia Daconto«Adesso mi aspetto che la neo presidentessa brasiliana Dilma Rousseff sia coerente con quanto dichiarato fino ad oggi e conceda l’estradizione a Battisti».
Alla vigilia del sit in di protesta sotto l’Ambasciata brasiliana a Roma contro la mancata estradizione di Cesare Battisti, Alberto Torreggiani annuncia la ferma determinazione sua, e degli altri parenti delle vittime dell’ex militante dei Proletari armati per il Comunismo, ad ottenere verità e giustizia. Continua

Dal Brasile, Battisti in tv: “L’Italia mi fa paura. Piuttosto mi uccido”

battisti

Cesare Battisti sarebbe pronto a suicidarsi pur di non rientrare in Italia: “Non andrò in Italia, non arriverò vivo in Italia, ho troppa paura. Ci sono cose che si possono ancora scegliere, come il momento della propria morte”. Parola dell’ex terrorista rosso scappato prima in Francia, poi in Brasile, dove è attualmente in carcere in attesa di sentenza sulla propria estradizione. Battisti è stato intervistato dalla tv franco-tedesca Arte.
“Non penso che lascerò scegliere la mia morte agli altri, all’ingiustizia del governo italiano” ha aggiunto Battisti, intervistato nella sua cella di Papuda, vicino a Brasilia. L’ex Pac dice poi alla televisione Arte di vivere molto male la reclusione e ribadisce la sua innocenza: “dopo 30 anni” ha detto “mi mettono in prigione per crimini che non ho mai commesso. Non ho mai ucciso, ma ho fatto parte di un’organizzazione armata, ho fatto delle rapine, ero un militante qualunque e mi hanno fatto diventare un mostro, un assassino”.
Ma se l’intervista ha una data già fissata (sarà trasmessa sulla rete franco-tedesca sabato 16 maggio, alle 19), resta invece in bilico la decisione del Brasile sulla sorte dell’ex terrorista rosso: libertà o estradizione in Italia? Il Brasile di Lula va per le lunghe e a nulla sono valsi i ripetuti appelli del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. L’ultimo, in ordine di tempo sabato 9 maggio, nel corso del Giorno della Memoria dedicato alle vittime del terrorismo: “Di recente ho dovuto mostrare rigore nei rapporti con i capi di Stato di Francia e Brasile per trattamenti incomprensibilmente indulgenti riservati a terroristi condannati per fatti di sangue e da lungo tempo sottrattisi alla giustizia italiana”, così aveva detto il presidente riferendosi evidentemente ai casi di Marina Petrella e Cesare Battisti. Sui quali Napolitano ha aggiunto: “Spero che la mia voce sia ascoltata”.

L’ultima notizia giunta dal Sud America segna un punto a favore dell’ex militante dei Pac: il Procuratore generale del Brasile ha dato ragione al ministro della Giustizia Tarso Genro, che a suo tempo aveva concesso a Battisti l’asilo politico. “Cesare Battisti resti in carcere”, recita il parere inviato al Tribunale Supremo Federale del Brasile (Stf, la Corte Costituzionale brasiliana), da parte del procuratore generale Antonio Fernando de Souza.
Nel suo parere il procuratore de Souza ha considerato invece che tali reati non sono ancora prescritti e ha anche suggerito che il processo presso il Stf sia estinto anche prima di essere giudicato, facendo sua la richiesta presentata dal nuovo legale di Battisti, l’avvocato costituzionalista Luis Roberto Barroso: “Ritengo non procedente l’azione e mi manifesto prima ancora che sia giudicata chiedendo l’estinzione del processo”, scrive De Souza nel documento inviato al Supremo Tribunal. Per De Souza, l’atto di concessione dell’asilo è politico e espressione della sovranità dello Stato brasiliano.
Il parere del procuratore generale, va detto, è solo consultivo, e non vincolante, rispetto alla decisione finale che dovrà emettere proprio il Supremo tribunal federal, assai più indipendente. E che dalle indiscrezioni dei mesi scorsi appare spaccato al suo interno: il presidente Gilmar Mendes, per esempio, ha sempre detto di essere favorevole al “rimpatrio” di Battisti. Dall’altra parte però pesa la scelta del ministro della Giustizia di Lula, Tarso Genro, che lo scorso 13 gennaio ha concesso lo status di rifugiato politico all’ex terrorista. La partita è ancora tutta da giocare e il fatto che Battisti sia ancora in cella fa ben sperare le autorità italiane: di fatto il braccio di ferro fra la magistratura e il potere politico brasiliano è ancora in corso. La decisione finale arriverà nelle prossime settimane
E intanto dall’Italia partono altre bordate: “Quella di Battisti è una sfrontatezza senza limiti. Se davvero meditava il suicidio avrebbe potuto pensarci dopo gli omicidi da lui commessi”, commenta il ministro della Difesa, Ignazio La Russa.

Caso Battisti, rispondono gli accusati: “Abbiamo già pagato”

Alla lettera di Cesare Battisti dal carcere di Rio de Janeiro rispondono gli ex terroristi chiamati in causa: “Per i drammatici fatti che ci videro coinvolti 30 anni fa venimmo condannati e abbiamo pagato, non barattando la nostra libertà con quella degli altri. Troviamo infamante che Cesare Battisti ci qualifichi come collaboratori di giustizia o pentiti”. Così scrivono gli ex Pac (Proletari armati per il comunismo) Sebastiano Masala e Giuseppe Memeo, insieme alla moglie di Gabriele Grimaldi (morto nel 2006), Pia Ferrari, replicando alla lettera, diffusa ieri, in cui Battisti li indica come responsabili degli omicidi per i quali è stato condannato in Italia. La dichiarazione non è sottoscritta da Sante Fatone, che diventò collaboratore di giustizia. “Siamo stati condannati a 30 anni di reclusione ciascuno, a differenza dei pentiti che se la cavarono con qualche annetto di protezione da parte dello Stato”, aggiungono nella dichiarazione gli ex Pac. “Abbiamo scontato la pena fino all’ultimo minuto - spiegano - usufruendo dei benefici, previsti dall’ordinamento penitenziario per tutti i detenuti”.

Battisti esclusivo: così uccideva il terrorista dei salotti buoni

Cesare Battisti

Il ministro brasiliano della Giustizia Tarso Genro, esponente trotzkista del Partito dei lavoratori, gli ha concesso lo status di rifugiato per “il fondato timore di una persecuzione politica”. Scrittori e intellettuali come Gabriel Garcia Marquez, Fred Vargas, Daniel Pennac e Bernard-Henri Lévy hanno fatto appelli per lui. Persino le sorelle Bruni (compresa Carla, première dame di Francia) protestano la sua innocenza. Probabilmente perché nessuno di loro ha sfogliato le carte processuali o le sentenze che condannano all’ergastolo per quattro omicidi Cesare Battisti, 54 anni, ex tutto, oggi giallista di fama e icona della gauche caviar parigina. O forse perché hanno letto solo la “revisione” online del processo che viene propinata ai suoi fan sul sito militante Carmilla. Qui gli ultrà di Battisti cercano di smontare, senza contradditorio (a quello preferiscono la solidarietà acritica dei circoli culturali sulla Senna), le prove dei pm che hanno condotto le istruttorie, da Pietro Forno ad Armando Spataro (che con Panorama definisce Battisti “un assassino puro”) a Corrado Carnevali. Il sito si accanisce soprattutto contro Pietro Mutti, 54 anni, il pentito “plebeo” che con la sua testimonianza ha permesso di ricostruire i misfatti dei Proletari armati per il comunismo, la formazione in cui militava Battisti.
Gli amici del latitante lo marchiano come una “figura spettrale”. Si domandano: “Chissà se è ancora vivo, chissà dove abita e cosa fa, sotto la nuova identità accordatagli dalla “legge sui pentiti””. Errore. Mutti ha sempre lo stesso nome e ha accettato di raccontare a Panorama, per la prima volta, la sua verità fuori da un’aula di giustizia o dal carcere, dove ha trascorso otto anni. Manda in onda il filmino in super8 di quando uccideva con Battisti, che definisce un “opportunista”. I giudici della Corte d’assise di Milano, nella sentenza del 1988, spiegano che ritengono credibili le “chiamate in correità” di Mutti, perché, per esempio, nel caso di un delitto, si autoaccusa quando “a suo carico non esiste nulla di compromettente”. E mentire, con il rischio di essere contraddetto da altri eventuali collaboratori, non gli conviene, visto che perderebbe “qualunque beneficio previsto dalla legge sui pentiti”. Per questo i magistrati ritengono attendibili i resoconti di quando fermava le vite insieme con il compagno Cesare, in nome della giustizia proletaria. Quella di Mutti, ex operaio dell’Alfa Sud, è una testimonianza pesante: ha fondato i Pac (”L’idea mi è venuta ai tempi del militare, quando Lotta continua aveva lanciato l’inserto Proletari in divisa”), è stato in Prima linea, ha partecipato a 45 rapine, ha sparato alle gambe ed è l’esecutore di un omicidio: “Per errore in un conflitto a fuoco ho ucciso una guardia giurata. Quell’uomo non doveva morire. Continuo a pensare ai suoi figli” deglutisce Mutti.
Se Battisti, come narrano i suoi biografi, dopo gli anni del terrorismo ha scelto una “vita picaresca” (si è rifugiato anche a Puerto Escondido, ispirando uno dei personaggi dell’omonimo film di Gabriele Salvatores) ed è stato iniziato alla letteratura da Paco Ingnacio Taibo II, a Mutti, finita la galera, è toccata un’esistenza normale, che tira avanti con lo stipendio da operaio di cooperativa: 1.700 euro al mese con contributi ridotti. La sera fa da “badante” a un vecchio zio.
L’incontro è in un bar. Mutti parla con tono basso e pacato, ha un sorriso timido e irregolare. Il Battisti snello e abbronzato, immortalato in Brasile dai fotografi con la camicia viola aperta sul petto, è molto diverso dal suo grande accusatore: Mutti è minuto, sfoggia baffi e occhiali demodè, qualche callo sulle mani. Eppure 33 anni fa quei due uomini, all’epoca ragazzi, sono partiti insieme su una Simca 1.300 per andare a uccidere Antonio Santoro, 52 anni, maresciallo capo, comandante delle carceri di Udine. Con loro viaggiavano anche Enrica Migliorati, 20 anni, studentessa, e, alla guida, Claudio Lavazza, 21 anni, operaio. Quei quattro, insieme con gli insegnanti e ideologi veneti Arrigo Cavallina e Luigi Bergamin, erano il nucleo iniziale dei Pac. I fatti (in gran parte confermati da testimoni oculari) Mutti li ha raccontati al processo.
È il 6 giugno 1978. Il loro quartier generale è una tenda da campeggio piantata vicino a Grado. Alle sette e quaranta del mattino Battisti, con barba posticcia, e Migliorati, vistosa parrucca rossa, si baciano nelle vicinanze della casa di Santoro. Fanno i fidanzatini per non insospettire la vittima. E su quelle effusioni scherzeranno in seguito, con i compagni. Santoro, moglie e tre figli, esce dalla sua abitazione e passa accanto ai due ragazzi. Battisti gli spara alle spalle. Il Corriere della sera del giorno seguente pubblica: “Tre colpi di una vecchia Glisenti calibro 10,5, uno a vuoto, il secondo nella tempia destra, il terzo all’altezza del costato. Pallottole a bruciapelo”. Gli assassini scappano. La macchina sgomma via, Mutti saluta un ufficiale dell’esercito, testimone del delitto, alzando il pugno chiuso. “Era un modo per dare un colore politico a quell’azione” si schermisce Mutti, imbarazzato dal ricordo. “Su quell’omicidio eravamo tutti d’accordo: i Pac erano nati per occuparsi della questione carceraria”. Le cronache riferiscono che la colpa di Santoro era stata quella di aver tardato a soccorrere Cavallina che si era rotto un braccio in prigione, giocando a pallone. Nell’auto, dopo la morte di Santoro, c’era un clima adrenalinico. “Però nessuna scena di esultanza. Cesare era tranquillo, è sempre stato un freddo”. Oltre che uomo d’azione. “Non era un intellettuale, ma un delinquente comune e così si dava da fare per meritare di restare con noi, il gruppo fondatore dei Pac, che in cambio gli garantivamo vitto, alloggio e documenti falsi”.
Battisti era approdato a Milano per i numerosi problemi con la giustizia. Teppista di Cisterna Latina, prima di finire in carcere a Udine per rapina, dai 17 ai 20 anni era stato segnalato dalle caserme dei carabinieri di mezzo Lazio (vedere riquadro qui sopra). Mutti fu il primo ad accogliere in casa propria questo Battisti randagio, nel quartiere milanese della Barona, dove i Pac erano nati, costola dell’autonomia operaia: “Arrivava dal carcere, quindi aveva imparato delle regole, era ordinato e pulito”. Ma solitario. “Io e gli altri compagni uscivamo spesso, si andava a bere alla birreria Stalingrado, ma lui ci seguiva raramente, non voleva rischiare i controlli della polizia, che teneva sott’occhio il locale”. Alle ragazze piaceva, ma non a tutte. “Ad alcune faceva paura”.
Questo Battisti appartato partecipava alle decisioni del gruppo? “A tutte. Era informato di ogni cosa. Devo essere sincero: gli unici che sono stati protagonisti di tutte le malefatte dei Pac siamo io e lui, i due operativi”. Un giorno, però, Mutti e altri compagni, tra cui Cavallina, in una riunione a casa di Bergamin, obiettano che l’omicidio di due commercianti, colpevoli di essersi fatti giustizia da soli contro dei rapinatori, rischia di essere una cosa “troppo grossa”, “sbagliata politicamente” ricorda Mutti. Battisti non ascolta e lascia i compagni spiegando che ormai la decisione è presa. Secondo le sentenze, il 16 febbraio 1979, lui e Diego Giacomini “abbattono” (come scrivono i giornali) il macellaio mestrino Lino Sabbadin. Battisti, però, in quell’occasione non spara. Lo farà due mesi dopo, quando ucciderà con cinque colpi calibro 357 magnum l’autista della Digos Andrea Campagna, davanti agli occhi del suocero.
“In questo caso la mia testimonianza è indiretta” spiega Mutti. “Dopo l’omicidio del gioielliere Pierluigi Torregiani ero latitante. Credo che di quell’episodio mi parlò lui stesso”. Nel 1979 la maggior parte dei militanti finisce in manette durante una retata. “Due anni dopo, nel 1981, organizzai la fuga di Battisti dal carcere di Frosinone e lui, che del prigioniero politico aveva poco, fece scappare con sé un giovane camorrista”. Il futuro giallista amato dai francesi viene ospitato da alcuni amici incensurati (”Di questo, però, non ho mai parlato” taglia corto Mutti).
Le strade dei due vecchi compagni si separano per sempre, l’ex operaio dell’Alfa Sud viene arrestato a Roma dopo una rapina in Toscana. E si pente. Battisti, annusa l’aria e fugge all’estero. Adesso, diventato il terrorista dei salotti buoni, nega di aver preso parte ai quattro delitti per cui è stato condannato, anzi liquida Mutti come “un boia la cui falsa testimonianza, resa in mia assenza, mi è costata l’ergastolo”. “Ma perché dovrei accusarlo ingiustamente?” replica il pentito. Per il fatto che Battisti era l’unico latitante, rispondono gli ultrà. “Non è vero, anche Lavazza, Bergamin e, forse, Migliorati erano irreperibili quando ho iniziato a collaborare. Mi dispiace, ma io non potevo chiamare in causa chi non c’era per salvare lui. Cesare dovrebbe prendersi la responsabilità delle sue azioni, come ho fatto io”.

Cesare Battisti

“Contro Battisti non esiste niente di niente, solo le accuse di Mutti” dicono i soliti sostenitori. Il fratello di Battisti, Domenico dice a Panorama: “Quell’uomo si è salvato dall’ergastolo scarincando le responsabilità su mio fratello”. Ma ci sono altre testimonianze che confermano le parole di Mutti. Per esempio quelle della ex fidanzata e compagna di lotta di Battisti, Maria Cecilia B., oggi docente universitaria. In un interrogatorio dichiara: “Nella primavera del 1979 Battisti, nel dirmi l’effetto che faceva uccidere una persona (e “in particolare vedere uscire il sangue da un uomo colpito” si legge in una sentenza), fece riferimento all’omicidio Santoro, indicando se stesso come uno degli autori”.
Contro Battisti ci sono anche le dichiarazioni della famiglia Fatone: Sante, pentito, la sorella Anna e la nipote Rita hanno confermato in molti punti le dichiarazioni di Mutti. Gli amici di Battisti li denigrano (Rita è definita “ai limiti dell’imbecillità”): “La stessa tecnica di sempre. Che conferma lo stile dell’uomo” replicano a casa Fatone, dove le donne hanno paura. “Quando Anna e sua figlia, allora minorenne, andarono in Francia a cercare Sante latitante, Cesare le minacciò di morte. Era il peggiore di tutti”. E Cavallina, nonostante la decisione di dissociarsi senza pentirsi, con Panorama spiega: “Mutti su di me ha detto cose sostanzialmente vere, non vedo perché avrebbe dovuto accanirsi con Battisti. Quando sento che Cesare fa la vittima dall’altra parte del mondo mi viene da sorridere”. Contro il fuggiasco, agli atti, ci sono pure le parole di Massimo T., ex militante dei Pac, ora stimato professionista. Anche lui ha un brutto ricordo: “Battisti non mi era particolarmente simpatico, lo trovavo troppo sicuro di sé e con pochi scrupoli. Non aveva dubbi, gli mancava il senso della tragedia che permeava quegli anni. Un giorno mi chiesero di guidare l’auto che doveva portare il gruppo a fare una gambizzazione (quella dell’agente di custodia Arturo Nigro, ndr). Con me c’erano Battisti e Mutti. Dopo l’azione io ero sconvolto, loro non mi sembrava. Il nostro più grande errore? Pensare di avere ragione: in quel momento avevamo già perso”. Adesso Battisti si definisce una capro espiatorio. Il fratello Domenico è perentorio: “Qualcuno vorrebbe chiudere i conti con gli anni di piombo incolpando piccoli delinquenti come Cesare. Meglio dare la colpa a loro che al Pci del tempo che ci mandava in giro a fare cavolate”. Gli ex compagni dei Pac ribattono: “Battisti una vittima? È una cosa difficile da digerire”.

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Lula sfida Napolitano: su Battisti non torniamo indietro

Lula con Napolitano

Il Brasile insiste e non torna indietro: a Cesare Battisti va riconosciuto lo status di rifugiato politico anche se l’Italia è uno stato di diritto con una magistratura democratica. Il Governo si prepara comunque alle contromosse, forte del pieno appoggio del Quirinale.
Soprattutto quelle legali, attraverso la strada dei ricorsi: di ogni strumento giuridico “previsto dall’ordinamento brasiliano e da quello internazionale per sostenere le ragioni poste a base della richiesta di estradizione di Battisti”. A sottolinearlo è lo stesso Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, che oggi ha ricevuto dal presidente brasiliano, Inacio Lula da Silva, la risposta alla lettera che gli aveva inviato una settimana fa, dove esprimeva senza mezzi termini “rammarico” per la concessione dello status di rifugiato politico all’ex terrorista dei Pac, condannato all’ergastolo per quattro omicidi, compiuti tra il 1977 ed il 1979.
Napolitano, che stasera ha ricevuto il ministro degli Esteri Franco Frattini con cui ha condiviso la lettera di Lula, dice così di “apprezzare” la strada dei ricorsi intrapresa dal governo Berlusconi. Ricorsi e “strade percorribili” che - fa sapere una nota della Farnesina - saranno valutati “con la massima urgenza per contribuire alla revisione del caso”.
Sui contenuti della lettera vige il riserbo. Brasilia ha fatto sapere che non ne divulgherà il contenuto, il Quirinale ne ha solo sottolineato alcuni passaggi. Tra cui quello secondo il quale Lula ha fatto riferimento alle “basi giuridiche, interne e internazionali, della decisione presa dalle competenti autorità brasiliane per il caso Battisti, nella sua specificità”. E, ancora, che Lula “ha voluto esprimere la piena considerazione del suo paese ‘per la magistratura italiana e per lo stato di diritto democratico vigente in Italia e fiducia nel carattere democratico, umanitario e legittimo’ del nostro ordinamento giuridico”. Una sottolineatura che lascerebbe intendere - secondo alcune fonti che seguono la vicenda - spazi di “manovra” per una positiva soluzione della vicenda sul fronte legale, quello cioè dei ricorsi giuridici.
Mentre sembra così, almeno per ora, allontanarsi l’ipotesi di contromosse più dure sul piano diplomatico, come il richiamo dell’ambasciatore italiano a Brasilia, Michele Valensise, gli strumenti giuridici sul tappeto sarebbero, sostanzialmente, due: la presentazione di un’istanza di ritiro della decisione, che la diplomazia italiana in Brasile dovrebbe presentare direttamente al ministro della giustizia, Tenso Genro, autore della decisione. O, in alternativa - spiegano fonti legali - un ricorso alla Corte Suprema Federale di Giustizia. Ricorso più volte ipotizzato nei giorni scorsi dal ministro Frattini, che sarebbe motivato dal fatto che la decisione sarebbe in contrasto con la Convenzione di Ginevra sui rifugiati perchè non esisterebbe nessuna motivazione politica contro Battisti.
Lula ha comunque tenuto, secondo quanto reso noto dal Quirinale, a riaffermare, nella chiusa della missiva, “i legami storici e culturali che uniscono Brasile e Italia e della volontà di rafforzare le relazioni bilaterali tra i due paesi”. Legami forti e tradizionali quindi, che dovrebbero portare il premier Silvio Berlusconi a compiere in tempi rapidi una visita ufficiale nel paese: visita, mai annunciata formalmente, che è oggi in ’stand by’. Le due diplomazie sono in attesa di vedere come si svilupperà il caso Battisti.
L’ex terrorista resta intanto un rifugiato politico per il Brasile e, nonostante sembrasse imminente la sua liberazione, al momento resta ancora in carcere in attesa della decisione della Corte Suprema, attesa per inizio febbraio con la ripresa dell’attività dopo le ferie estive. L’Italia - secondo quanto riferito da fonti di stampa brasiliane - avrebbe già presentato una petizione al Supremo Tribunale, chiedendo di essere ascoltata prima della decisione sull’eventuale scarcerazione.

Sul fronte interno, intanto, continuano le prese di posizione, con il ministro per le Politiche europee, Andrea Ronchi, che torna a commentare come “inaccettabile” la decisione” mentre Maurizio Costanzo lancia un appello agli italiani - dal palco del Maurizio Costanzo Show in onda domenica 25 su Canale5 - a inviare “cartoline postali all’ambasciata del Brasile a Roma” scrivendo “vergogna o estradate Battisti”. Anche in Brasile sono comunque in molti a non pensarla come il ministro della Giustizia verde-oro Genro. Almeno stando a quanto riporta O Estado de S. Paulo, il più autorevole quotidiano di San Paolo del Brasile, che nella sua edizione online mette in evidenza un sondaggio in cui si chiede: “Siete d’accordo sulla concessione dello status di rifugiato politico all’italiano Cesare Battisti?”
Al momento, il 71% di votanti ha risposto “no”.

Confagricoltura scende in piazza: “In 100 mila contro i tagli”

Confagricoltura
Centomila, forse anche di più, secondo gli organizzatori, meno di 30 mila dalle prime stime effettuate dalla Questura. Balletto di cifre a parte, Confagricoltura scende in piazza compatta a Bologna per “ricordare al Governo che l’agricoltura ha gli stessi diritti del resto del settore produttivo”, come ha dichiarato il presidente Federico Vecchioni in apertura del suo intervento in piazza dell’Otto Agosto. Con lo slogan “Noi la terra, noi le imprese”, un corteo di bandiere bianche e verdi ha attraversato le vie del centro bolognese per richiamare l’attenzione sul malessere delle campagne e di chi vi opera. Tutti i settori agricoli, dicono da Confagricoltura, sono in crisi: da quello dei cereali, con una diminuzione dei prezzi medi del 40 per cento e, di contro, un aumento dei costi dei mezzi tecnici del 63 per cento, a quello dell’olio di oliva, del vino e della carne (con il crollo dei prezzi all’origine e la riduzione della mandria italiana).

“In un momento di recessione non chiediamo aiuti, ma nemmeno penalizzazioni. In una notte sono stati trovati 300 milioni di euro per salvare Alitalia e contemporaneamente si pensa di togliere oltre un miliardo agli agricoltori aumentando la tassazione sul lavoro e l’Ici sui fabbricati rurali - dice Vecchioni a Panorama.it - Servono invece scelte di rilancio per la piccola e media impresa, soprattutto per il settore agricolo che da lavoro a 1 milione e tre cento mila persone e produce oltre 20 milioni di giornate lavorative in un anno”.

Dal palco si susseguono gli interventi: tutti d’accordo nell’affermare cheè in gioco il futuro delle imprese agricole, vittime di tagli al bilancio del 10,3 per cento della spesa corrente e del 25,9 per cento della spesa in conto capitale. A questi tagli si aggiungono quelli alle risorse del ministero per le Politiche agricole di un quarto delle dotazioni finanziarie (460 milioni di euro). Vecchioni richiama la posizione di Confagricoltura riguardo al settore caseario e al regime delle quote latte, ribadendo che il rispetto delle regole deve essere tassativo. “Chi ha sbagliato deve pagare, ma gli allevatori italiani hanno già dato e non accetteranno ulteriori aumenti indiscriminati - aggiunge il presidente - Ci aspettiamo che in sede europea il ministro Zaia porti a casa risultati concreti per il latte, per la filiera del tabacco e per gli incentivi contro il caro prezzi dei cereali”.

La manifestazione di Confagricoltura avviene lo stesso giorno in cui è in discussione al Parlamento europeo la ridefinizione della politica agricola comune (Pac), che vede il ministro per le Politiche agricole, alimentari e forestali, Lucio Zaia, in prima persona impegnato in una trattativa che dovrebbe fargli portare a casa un considerevole aumento delle quote latte e 4 miliardi di euro da stoccare nei vari ambiti agricoli italiani. Ovviamente non sarà l’unico ad avanzare richieste e se la dovrà vedere con le agguerrite Francia e Germania che ci sottraggono sistematicamente quote considerevoli di investimenti. Stando a quanto apprende Panorama.it, l’Italia dovrebbe ottenere un approccio diverso rispetto al passato per cui l’aumento di quote latte sia direttamente legato allo “splafonamento” del nostro paese, in modo da evitare ulteriori multe (solo quest’anno lo splafonamento è stato di 600 mila tonnellate, con una multa di 166 milioni di euro, che si va ad aggiungere ai 600 milioni già inflitti all’Italia). Un altro punto riguarderà la creazione di un fondo di sostegno ai produttori italiani in vista della fine del regime delle quote previsto per il 2015, anche a fronte delle enormi differenze di prezzo tra il latte italiano e quello di altri paesi membri come la Romania. “È necessario un soft-lending (fondo di sostegno, nda) perché se il latte in Romania è a 19 centesimi al litro, in Italia non si riesce a chiudere il contratto neppure a 35 centesimi”, dice Zaia.

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