
“Sono convinto che un sistema che, a distanza di trenta anni, cerca ancora qualcuno abbia qualcosa di malato. Che io chiamo ‘tossicomania punitiva’”. Commenta così, all’Adnkronos, Oreste Scalzone, ex leader di Potere Operaio, l’arresto del terrorista rosso Cesare Battisti, latitante dal 2004, in un albergo di Copacabana, a Rio de Janeiro in Brasile. L’ex leader del Proletari armati per il comunismo (Pac), era stato arrestato a Parigi tre anni fa su richiesta del ministero della Giustizia italiano, perché condannato definitivamente due volte all’ergastolo e perchè imputato di altri due omicidi. Era stato però scarcerato con obbligo di firma, in attesa che si compisse l’iter dell’estradizione richiesta dal nostro governo.
Per evitare di essere individuato, cambiava spesso residenza e tessera del cellulare, ma lo ha tradito l’incontro con una donna che avrebbe dovuto consegnargli il denaro raccolto dal comitato creato in Francia per aiutare la latitanza. Battisti è stato catturato, insieme all’intermediaria, dalla polizia brasiliana, su indicazione della polizia giudiziaria francese e italiana, in Brasile da ottobre. Soddisfazione per l’operazione è stata espressa dal presidente del Consiglio Romano Prodi, dal ministro dell’Interno Giuliano Amato e dal ministro della Giustizia Clemente Mastella che si sono congratulati con le forze dell’ordine.
Cinquantaquattro anni, Battisti è stato uno dei superlatitanti degli anni di piombo fuggito dall’Italia e rifugiato in Francia. Qui, protetto dalla cosiddetta dottrina “Mitterrand” (la non estradizione per personaggi condannati per reati con motivazioni politiche), si era rifatto una vita: abbandonata la lotta armata, si era dato con successo alla scrittura di libri gialli e pubblicando opere in cui proponeva alcune analisi sull’esperienza dell’antagonismo radicale, tra cui L’orma rossa, edito da Einaudi.
A far cambiare l’aria ci ha pensato il parere favorevole all’estradizione dato dalla Corte d’appello di Parigi il 30 giugno del 2004. Da allora Battisti viveva braccato e ora, dopo il breve arresto parigino, per lui sono di nuovo scattate le manette: “È giusto che paghi tutto, fino in fondo”, dice Alberto Torregiani, 42 anni, inchiodato su una sedia a rotelle perché colpito dai proiettili mentre usciva dalla gioielleria di suo padre, Pierluigi (rimasto ucciso), a Milano 28 anni fa. Nella sua voce, però, non c’è odio: solo desiderio di giustizia.
- Domenica 18 Marzo 2007
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