Leggi tutte le notizie su:
Pacs
Escono allo scoperto i ministri Renato Brunetta (titolare della Pubblica amministrazione) e Gianfranco Rotondi (responsabile dell’attuazione del Programma) sulla loro proposta di regolamentazione delle unioni civili. Escono allo scoperto e si prendono le prime bordate: colpiti da fuoco amico. Perché che abbia o meno costi per lo Stato ogni proposta di regolarizzazione delle coppie di fatto pare destinata a spaccare le maggioranze. Era accaduto al governo Prodi e ora tocca alla maggioranza di centrodestra.
Pomo della discordia questa volta il progetto a firma del “laico” Renato Brunetta e del cattolico Gianfranco Rotondi e i loro “Di.do.re”, ovvero “Diritti e Doveri di Reciprocità dei conviventi”. Per ora su quello che saranno i Didore si sa poco se non che dovrebbero essere a costo zero per lo Stato e che non dovrebbero prevedere welfare ma solo diritti individuali. Rassicurazioni che però non bastano alla Pdl, che, nel giro di poche ore, sul lavoro dei due ministri si spacca tra sostenitori e detrattori. Da Maurizio Gasparri ai teo-con, anche se non manca un gruppo di liberal favorevoli. Ma la maggioranza dei parlamentari tace in attesa del pronunciamento di Silvio Berlusconi. Il Pd per ora resta a guardare, anche se ci sono segnali di attenzione di qualche dirigente.
L’idea, ha spiegato Brunetta al Corriere della Sera, è quella di “un testo unico senza spese per lo Stato” che prevede “il diritto in caso di malattia, di visitare il convivente e di accudirlo, di designarlo come rappresentante per le decisioni in materia di salute, donazione degli organi, trattamento del corpo e celebrazioni funerarie. E doveri: ad esempio, gli alimenti”. Si rimarrebbe, integra Rotondi, nella sfera del diritto privato: “Non ci saranno registri, o celebrazione pubbliche”.
Insomma, non ci sarà un nuovo istituto, un “piccolo matrimonio” a carattere pubblicistico. “Nel diritto italiano” osserva ancora il ministro Dc “c’è la famiglia e il condominio, ma in mezzo non c’è nulla. Forse può valer la pena regolamentare questa area”.
La bocciatura alla coppia di ministri (post)socialista e (neo)democristiano arriva subito dalla loro destra: “Rotondi vigili sul programma di governo anziché divagare sulle coppie di fatto”, ingiunge Maurizio Gasparri, che guida la foltissima truppa di senatori del Pdl. “La regolamentazione delle unioni civili non è nel programma di governo”, tuonano le teo-con Isabella Bertolini e Laura Bianconi, il leghista Massimo Polledri, vicino ai cattolici tradizionalisti, e Arturo Iannaccone, dell’Mpa. E poi Carlo Giovanardi, ex Udc e oggi ministro della Famiglia, s’interroga: “Non si capisce perchè i due ministri debbano risollevare a freddo la questione”: cioè: la questione non è nel programma, perché tirarla fuori? “Non facciamo gli errori della sinistra”, chiosa Gabriella Carlucci. Ben sapendo che proprio su quel tema si incrinò il patto della maggioranza Prodi tra cattolici e sinistra.
Il problema di fondo lo sottolinea Alessandro Zan, presidente della Lega Italiana Nuove famiglie (Linfa), che si chiede: “Esiste davvero una maggioranza disposta ad approvare i DiDoRe o sarà l’ennesimo annuncio che rischia di creare false aspettative?”. Rotondi spiega che non sarà un’iniziativa del governo, e nemmeno della maggioranza: “Presenteremo il testo a tutti i gruppi parlamentari e cercheremo di costruire un consenso ampio. La mia intenzione è di portare a casa la legge”. Esattamente la stessa che fece qualche mese fa il Professore: tenere separata la questione dei Dico dall’azione dell’esecutivo, facendola diventare tema parlamentare.
I contrari ai DiDoRe nel centrodestra non si fanno pregare per dichiararlo, ma ci sono anche i favorevoli, i ‘liberal’ del Pdl, come Adolfo Urso, Mario Pepe, Benedetto Della Vedova, o i liberi pensatori, come Alessandra Mussolini. Poi c’è la responsabile giustizia della Lega Carolina Lussana, che apre al confronto, purchè non si ripercorra la strada dei Dico o dei Pacs. Oggi hanno espresso il loro appoggio ma non sembrano sufficienti da soli. C’è la grande maggioranza dei parlamentari del Pdl che attende la decisione di Berlusconi.
Quand’anche il Cavaliere concedesse la libertà di coscienza, servirebbe la sponda del Pd, che al momento sta a guardare e manda segnali contrastanti. Rosy Bindi mostra scetticismo e spiega che i DiDoRe “non sono la mia principale preoccupazione”. Parole di attenzione arrivano dalla senatrice Vittoria Franco, ministro ombra per le pari opportunità: “Siamo disponibili al confronto su proposte concrete”. Da Barbara Pollastrini che fu ”madre” dei Dico, giunge invece una chiusura perché la proposta Brunetta-Rotondi “è troppo riduttiva”. Critiche all’insegna del “è troppo poco” ci sono anche dalla sinistra extraparlamentare (Manuela Palermi del Pdci o Giovanni Russo Spena del Prc).
Dunque la via è stretta, con una maggioranza trasversale da trovare in Parlamento. “In Italia” osserva Urso “tutte le leggi che hanno riguardato l’avanzamento dei diritti civili sono nate in questo modo. Questo permette ai parlamentari di votare con coscienza, autonomia e responsabilità”. “Sono un democristiano” dice sornione Rotondi “e sono abituato a mediare. Noi della Dc abbiamo mandato avanti l’Italia per quaranta anni unendo e non dividendo”.
E se fossero le compagnie assicurative a colmare i buchi del legislatore? Il secondo caso in pochi giorni è di ieri. E stavolta non c’è nessun Pacs (o Dico) di mezzo. Ma solo il riconoscimento del danno patito anche da chi ha un rapporto non incasellato giuridicamente con la persona danneggiata o scomparsa. Anche se è dello stesso sesso.
Dopo il caso del risarcimento da parte delle Generali al convivente omosessuale dell’ottantaduenne francese residente a Venezia investito da un’auto, (la loro unione era stata certificata da un “Pacs” in Francia), ieri è toccato alla convivente di una donna morta per le complicazioni di un errore medico. L’accordo è stato raggiunto in uno studio legale di Milano. Alla donna, 55 anni, italiana, sono stati riconosciuti i danni “affettivi e morali” derivanti dalla scomparsa della compagna. Un risarcimento “congruo” sostengono le due legali Elisabetta Arrigoni e Laura Granata che hanno seguito il caso. Si è trattato di un accordo extragiudiziale, tra privati. Ma è comunque una novità non da poco: le due donne convivevano da quasi vent’anni.
Un errore medico durante un’operazione ha portato alla morte della più anziana. L’ospedale ha riconosciuto l’errore, è partita una trattativa e l’assicurazione ha concesso il risarcimento. A parenti e compagna “di fatto”. Le due non erano unite da nessun documento: in Italia ancora non esiste niente di simile: non il “matrimonio gay” come in Spagna e nemmeno i fumosi e mai approvati Cus del governo Prodi.
In Italia, solo qualche comune (Padova, Bari ma non la Roma di quand’era sindaco Veltroni) ha introdotto un registro delle unioni civili, come testimonia la Mappa delle unioni civili nel mondo da Googlemaps.
- Tags: aiuti, Benedetto-XVI, coppie-di-fatto, Dico, famiglia, fisco, Forum-delle-Associazioni-Familiari, Pacs, Papa, precari, Vaticano
-

Dal Papa, due affondi e un invito. Le critiche di Benedetto XVI si levano ancora contro le unioni di fatto e le coppie diverse dal matrimonio: “L’unione di vita e di amore, basata sul matrimonio tra un uomo e una donna, che costituisce la famiglia, rappresenta un insostituibile bene per l’intera società, da non confondere né equiparare ad altri tipi di unione”, ha detto Ratzinger nel discorso rivolto ai partecipanti al Forum delle Associazioni Familiari (circa 200), ricevuti in Vaticano, in occasione dell’annuale celebrazione della Giornata Internazionale della Famiglia e all’indomani della presentazione di oltre un milione di firme al Quirinale per la petizione “Un fisco a misura di Famiglia”.
Il Papa ha così ricordato che quest’anno ricorre il 40esimo anniversario dell’Enciclica di Paolo VI Humanae vitae e il 25esimo di promulgazione della Carta dei diritti della Famiglia. “Il primo ribadisce con forza, andando coraggiosamente controcorrente rispetto alla cultura dominante, la qualità dell’amore degli sposi” ha osservato “non manipolato dall’egoismo e aperto alla vita, il secondo pone in evidenza quei diritti inalienabili che permettono alla famiglia, fondata sul matrimonio tra un uomo e una donna, di essere la culla naturale della vita umana”.
L’invito del Papa è stato invece rivolto al governo perché promuova “una politica familiare che offra la possibilità concreta ai genitori di avere dei figli ed educarli in famiglia” e chiede a politici e istituzioni “l’impegno urgente di unire le forze per sostenere con ogni mezzo possibile, le famiglie dal punto di vista sociale ed economico, giuridico e spirituale”. Il Papa richiama “i governanti e l’opinione pubblica” al “ruolo centrale e insostituibile che svolge la famiglia nella nostra società” ed esorta a “un’azione politica che voglia guardare al futuro con lungimiranza” e a “porre la famiglia al centro della sua attenzione e della sua programmazione”.
“Ben sappiamo” sottolinea Benedetto XVI “quante sfide incontrino oggi le famiglie, quanto difficile sia realizzare, nelle moderne condizioni sociali, l’ideale della fedeltà e della solidità dell’amore coniugale, avere ed educare dei figli, conservare l’armonia del nucleo familiare”. Tuttavia, il Papa si dice preoccupato perchè “non mancano purtroppo, e sono addirittura in aumento, le crisi matrimoniali e familiari”. “Da tante famiglie, che versano in condizioni di preoccupante precarietà - osserva il Papa - si leva, talvolta persino inconsapevolmente, un grido, una richiesta di aiuto che interpella i responsabili delle pubbliche amministrazioni, delle comunità ecclesiali e delle diverse agenzie educative. Si rende pertanto sempre più urgente - conclude Benedetto XVI - l’impegno di unire le forze per sostenere, con ogni mezzo possibile, le famiglie dal punto di vista sociale ed economico, giuridico e spirituale”.

La fine anticipata della legislatura è, oltre che “un’anomalia (come ha detto il presidente della Repubblica, firmando lo scioglimento delle Camere), anche un brusco stop per molti provvedimenti del governo già all’esame del Parlamento cui si aggiunge anche buona parte dei decreti di applicazione della Finanziaria; qualche misura verrà recuperata con il decreto “milleproroghe”, in scadenza a febbraio, ma molto resterà nel limbo dei progetti mai nati.
Armonizzazione delle rendite finanziarie e affitti (con l’aliquota unica al 20%), la terza “lenzuolata” di liberalizzazioni a firma di Bersani e la riforma dei servizi pubblici locali del ministro Lanzillotta, il riassetto delle autorità con lo scioglimento di Isvap e Covip e la riassegnazione delle loro competenze a Bankitalia e Consob, il Ddl Gentiloni sulla tv: sono questi i provvedimenti più importanti che con lo scioglimento anticipato delle Camere restano in stand-by.
Mentre: dalla nuova legge sull’immigrazione a quella sulla non autosufficienza, dalla riforma del testo sulle droghe alla legge sulla prostituzione, fanno parte della lista dei principali provvedimenti su temi sociali il cui cammino si interrompe. Nonostante il lavorio di convegni, studi, dibattiti in commissione e in Aula, emendamenti, estenuanti mediazioni, questi provvedimenti sono giunti, almeno per questa legislatura, al capolinea. Saranno quindi il prossimo esecutivo e il nuovo Parlamento a valutare, ripartendo comunque da zero con l’iter, se e quali disegni di legge o parti di essi riprendere.
In realtà, dopo il decreto di scioglimento, deputati e senatori rimangono nella pienezza dei loro poteri fino all’elezione del nuovo Parlamento. Ma per una prassi consolidata, le Camere sciolte si limitano a compiere gli atti ritenuti “costituzionalmente doverosi” ovvero urgenti, restando di regola ad esse preclusa in tale fase ogni attività tipicamente riconducibile ad espressione di indirizzo politico. Hanno quindi subito uno stop forzato, tra gli altri:
- la delega per la modifica della disciplina dell’immigrazione e delle norme sulla condizione dello straniero;
- il disegno di legge sulla non autosufficienza, che fissa i Livelli essenziali di assistenza per le persone non autosufficienti e contiene anche l”istituzione del Fondo per la lotta alle povertà estreme e del Fondo di solidarietà sui mutui per l’acquisto della prima casa e misure per il riordino dei congedi parentali;
- le norme per la promozione del welfare familiare e generazionale;
- il nuovo testo sulle droghe;
- la nuova legge sulla prostituzione;
- le nuove norme sulla cittadinanza;
- le otto disposizioni relative al consenso informato e al testamento biologico;- le norme per la tutela dei diritti della partoriente, la promozione del parto fisiologico e la salvaguardia della salute del neonato;
- le disposizioni penali contro il grave sfruttamento dell’attività lavorativa e interventi per contrastare lo sfruttamento di lavoratori irregolarmente presenti sul territorio nazionale (anche attraverso l’estensione dell’art.18 sulla protezione sociale di chi denuncia i propri sfruttatori, previsto dalla legge sull’immigrazione e oggi applicata per le vittime della tratta);
- le norme in materia di sensibilizzazione e repressione della discriminazione razziale, per l’orientamento sessuale e l’ identità di genere;
- le norme a tutela dei minori nella visione di film e di videogiochi;
- il disegno di legge su diritti e doveri delle persone stabilmente conviventi, prima meglio conosciuto come Pacs, dopo chiamato Dico e infine Cus;
- il provvedimento di ammodernamento del Sistema sanitario nazionale;
- le misure di sensibilizzazione e prevenzione, nonché repressione dei delitti contro la persona e nell’ambito della famiglia;
- le disposizioni in materia di circolazione e di sicurezza stradale;
- le disposizioni concernenti i delitti contro l’ambiente.
Alcuni dei disegni di legge di iniziativa governativa non sono neppure arrivati sul tavolo del Consiglio dei ministri: è il caso del nuovo testo sulle droghe, che avrebbe dovuto superare la legge Fini-Giovanardi del 2006 - arenatosi per diversità di vedute all’interno dell’esecutivo - e del disegno di legge di modifica della legge Merlin del 1958 sulla prostituzione, il cui esame a Palazzo Chigi è stato più volte rinviato per lo stesso motivo. Non si sa neppure, a questo punto, a cosa verranno destinate le risorse del nuovo extragettito fiscale, il cosiddetto “tesoretto”.
Nel vertice di maggioranza del 10 gennaio l’esecutivo si era impegnato a convogliare “il tesoretto” verso interventi utili a restituire potere d’acquisto ai salari.
Ma con un governo in carica esclusivamente per il disbrigo degli affari correnti…
LEGGI ANCHE: Il dossier sulla crisi di Governo

Non piacevano i Pacs (i Patti Civili di Solidarietà: leggi qui e qui), la prima ipotesi di regolamentazione delle coppie di fatto. Sgraditi anche i Dico (Diritti e doveri delle persone stabilmente conviventi), contro cui si era sollevata la crociata del popolo del Family day del 12 maggio scorso. Dispersi tra i faldoni delle proposte di legge del Parlamento anche i Cus, ovvero i contratti di unione solidale, secondo il testo presentato dal presidente della commissione Giustizia del Senato Cesare Salvi (Sinistra Democratica), dovrebbero tornare alla ribalta nei primi mesi del 2008. Di fatto, finisce il 2007 e l’Italia ancora non riesce a dotarsi di una legge che regolamenti diritti e doveri delle coppie conviventi, non dello stesso sesso.
E non è detto che ci riesca nemmeno l’anno prossimo, almeno sentendo gli umori di maggioranza e opposizione, di cui si fa portavoce il ministro della Famiglia, Rosy Bindi: “I Cus, contratti di unione solidale, non troveranno la maggioranza in Parlamento, anche a causa di alcuni profili incostituzionali”. E non c’entra il risentimento della Bindi, che con la collega Barbara Pollastrini aveva buttato giù, l’8 febbraio scorso, il disegno di legge sui Dico ora sostituito dal testo Salvi. L’analisi è squisitamente politica: “Il Governo ha fatto il suo dovere, ma il Parlamento è sovrano”. Una lettura che non lascia scampo alle interpretazioni: da Palazzo Chigi il diktat è di “lavarsene le mani”, in modo che il disegno di legge (osteggiato dal Vaticano, dall’opposizione e da ampie fette cattoliche della maggioranza: i teodem confluiti nel Pd e i Mastellani del Campanile) non metta a repentaglio il già traballante esecutivo. Basta sentire il ministro della Giustizia, a proposito della clamorosa bocciatura al comune di Roma del registro per le unioni civili, per averne conferma: “La sinistra voleva dare uno schiaffo al Vaticano e pure ai cattolici ma non c’è riuscita. Erano in gioco dei valori, i nostri valori e dunque era necessario tenere il punto come abbiamo già fatto in Parlamento”.
Argomento buono per scaldare gli animi in campagna elettorale, i Cus (o Dico che dir si voglia) sono diventati un tema scomodo quando si è trattato di trovare maggioranze e convergenze attorno a una proposta in grado di superare gli attuali schieramenti parlamentari. Le ultime notizie che si hanno sulla proposta risalgono a inizio dicembre, quando i Cus di Salvi hanno superato lo scoglio del comitato ristretto della Commissione Giustizia e dei 1500 emendamenti. E nonostante le associazioni di omosessuali, i socialisti di Boselli, i radicali di Bonino, Sd, Rc, Pcdi, Verdi, una parte consistente del Pd abbiano già cantato vittoria, l’iter è ancora lungo e travagliato. Secondo lo stesso presidente Salvi: “È ragionevole prevedere che il Senato esaminerà i Cus all’inizio di febbraio”. E allora se ne vedranno delle belle: la maggioranza sui diritti dei conviventi rischia palesemente il divorzio. Esattamente come lo ha rischiato sui capitoli della Finanziaria, del pacchetto sicurezza e della riforma del welfare. Con la differenza che, arrivando in Aula dopo la verifica d’inizio anno chiesta a Prodi dalla Sinistra-Arcobaleno, e con la manciata di voti di vantaggio che il premier vanta a Palazzo Madama, il Prof. non potrà più lavarsene le mani e sperare nel senso di responsabilità degli alleati di sinistra.
- Tags: Barbara-Pollastrini, Chiesa-cattolica, contratti-unione-solidale, coppia, Cus, Dico, gay, luca-volontè, Pacs, Rosy-Bindi, Senato-Cesare-Salvi, unioni-civili
-

Sotterrati in Piazza San Giovanni il 12 maggio scorso o messi in soffitta tra le scaramucce della maggioranza, i Dico si trasformano, tornano e cambiano nome (oltre che firmatario): si chiameranno contratti di unione solidale, ovvero Cus, e sono il nuovo testo sulle unioni civili presentato dal presidente della commissione Giustizia del Senato Cesare Salvi al comitato ristretto della commissione. Su questo testo si discuterà nelle prossime settimane. Le unioni civili, secondo il testo presentato dal senatore fuoriuscito dai Ds, saranno possibili tra persone anche dello stesso sesso e verranno stipulate con una dichiarazione congiunta davanti al giudice di pace o a un notaio.
Attraverso i Cus le persone avranno accesso a una serie di diritti e benefici tipici dei coniugi. Tra questi, il diritto all’assistenza sanitaria e penitenziaria, la possibilità di usufruire di facilitazioni nei trasferimenti di sede di lavoro e di decidere sulla donazione degli organi e sulle celebrazioni funerarie del convivente. Per i Cus è prevista anche il diritto di successione nel contratto di locazione nel caso di morte del convivente. Quanto all’eredità, i Cus hanno diritto a un quarto del totale nel caso che il convivente deceduto abbia figli, fratelli e sorelle.
Stando invece all’eredità politica, la bocciatura al nuovo progetto di unione civile da parte dell’opposizione è stata condita stavolta da una nota ironica: “Abbiamo detto no ai ‘Dico’, non digeriremo nemmeno il ‘Cus’”, fanno sapere in una dichiarazione congiunta i senatori Cdl in commissione Giustizia. “Altro che dieta mediterranea e difesa dell’italianità: ‘Cus-cus’ diverrà il piatto tipico di Stato. Mi permetto di aggiungere che si evidenzia la propensione araba della maggioranza”, ha ironizzato il capogruppo dell’Udc alla Camera Luca Volonté.
Come a dire chi vorrà convivere, di fatto, con il proprio partner, basta vada di corsa (CUS è notoriamente anche l’acronimo di Centro Universitario Sportivo, ndr) da un notaio a certificare l’unione. E poi a festeggiare… in un ristorante maghrebino.
- Tags: Arcigay, Circolo-Mario-Mieli, coppie-di-fatto, Dico, Ds, Family-Day, Fausto-Berinotti, gay-left, Gay-Pride, margherita, nozze, Pacs, Pd, Pdci, Piero-Fassino, Prc, Rossana-Praitano, sinistra, unioni-civili
-

Molisana, 40 anni, trapiantata da anni a Roma (dove vive con la sua compagna). Un impiego in banca e un ruolo da presidente nel Circolo Mario Mieli. Lei è Rossana Praitano, uno dei tre portavoce nazionali del Gay Pride. Ha poco tempo per rispondere perché “impegnatissima nell’organizzare la manifestazione di domani. Sono alle prese con tubi, luci, musica.”
Ma come: vi si accusa di essere una lobby potente e invece tocca al presidente del Mieli fare bassa manovalanza?
La risposta è già nella domanda. Io sono una semplice volontaria dell’Associazione Mieli. Che va avanti proprio grazie alla forza (anche economica) di tanti altri volontari. Quindi, dov’è tutta quella ricchezza di cui ci accusano?! Se fossimo ricchi, crede che io mi chiuderei in un ufficio per otto ore? Se poi l’obiezione è che ci sono gay tra i dirigenti d’azienda o tra i politici, rispondo che ce ne sono anche tra gli operai, gli studenti, le casalinghe…
Perché un eterosessuale dovrebbe partecipare al Pride di domani?
Per mille buone ragioni che si chiamano diritti. Domani si sfilerà per Roma, si festeggerà l’orgoglio Lgbt, certo. Ma soprattutto si chiederanno diritti per chi ancora non li ha. Una richiesta che anche un eterosessuale dovrebbe sostenere, se ha a cuore la crescita civile e democratica del Paese.
Ammetta: vi sentite un po’ gli anti Family Day?
Sì e no. Sì perché della manifestazione dello scorso 12 maggio non abbiamo condiviso i contenuti: la rigida e assoluta difesa di un solo ed esclusivo tipo di famiglia, il modello cattolico, stile Mulino Bianco. E no perché appunto, noi siamo per la famiglia. Anzi, per la pluralità delle famiglie, per i diversi tipi di unione, ai quali vanno garantiti diritti e rispetto.
Il Cardinale Paul Poupard, presidente del Pontificio Consiglio per la Cultura, dice: “I gay sono una minoranza che vuole imporre suoi valori”.
(Ridendo) La Chiesa ribalta sempre i concetti. Siamo una minoranza di 10 milioni in Italia. E come tale chiediamo tutela giuridica. Chiedere difesa non è imporre la cultura, no?!
Cosa risponde a quelli che “saranno a Roma col cuore”, ma non sfileranno fisicamente?
Se il riferimento è al presidente Fausto Bertinotti, capiamo. Ha un ruolo istituzionale: normale che non scenda in piazza. Diverso il discorso su Fassino e la Pollastrini. Sul segretario Ds, vorrei sbagliarmi ma credo che pesino le tribolazioni del Pd. I Ds ci sono sempre stati al Pride. Anche quest’anno ci sarà una loro rappresentanza. Ma aderire stavolta è stato un parto molto travagliato e ciò che mi preoccupa è che dietro quel parto ci siano scelte di convenienza politica. Stesso discorso per Barbara Pollastrini. Con noi, tutti i partiti del centrosinistra hanno preso degli impegni. Noto però che solo alcuni li stanno mantenendo, quelli che sfileranno con noi domani: Prc, Pdci, Verdi. Altri si sono dimenticati le promesse fatte e con loro verrà la resa dei conti.
Tre nomi che vorrebbe vedere in sfilata.
Gliene dico quattro. Fassino, appunto, perché significherebbe molto politicamente. Anche in vista del futuro Partito Democratico. Poi: il ministro Pollastrini, il premier spagnolo Zapatero - uno che sta dimostrando come si guida un Paese in crescita senza tralasciare ai diritti delle minoranze - e Barbara Streisand, come icona mondiale dello spettacolo e della cultura, impegnata per il cambiamento della società civile.
Ci dica che sabato non sarà la solita “carnevalata”…
Non è mai stata una carnevalata. Una festa, piuttosto. E alle feste c’è chi va incravattato, chi coi seni al vento. Il problema sono i trans, le drag, i travestiti che aprono le parate dei Pride? Vorrei ricordare che nel ‘70 le femministe strappavano in piazza, per protesta, i loro reggiseni. E grazie alla loro rivoluzione ora le donne possono vantare diritti che prima manco si sognavano. Noi siamo gli allegri e festosi eredi di quella rivoluzione positiva, di quei reggiseni strappati.
Nel senso che in sfilata ve li dimenticate?
Anche.
Slogan della festa?
“Parità-Dignità-Laicità”: un po’ alla maniera della Rivoluzione francese. E poi tanta musica, dalla Carrà a Madonna. Anche se l’inno ufficiale è tratto dal cd di Daniele Silvestri: Gino e l’Alfetta.
- Tags: Arcigay, Circolo-Mario-Mieli, coppie-di-fatto, Dico, Ds, Family-Day, Fausto-Berinotti, gay-left, Gay-Pride, margherita, nozze, Pacs, Pd, Pdci, Piero-Fassino, Prc, Rossana-Praitano, sinistra, unioni-civili
-
Domani Roma vivrà il Gay Pride 2007.
Ad aprire il corteo sarà il carro del Coordinamento Roma Pride. Un autobus inglese a 2 piani completamente rivestito con le parole d’ordine del Pride: “Parità-Dignità-Laicità” - un po’ alla maniera della Rivoluzione francese - sul quale La Karl Du Pigné, speaker ufficiale della manifestazione, indosserà un vestito medioevale a testimoniare lo stato dei diritti del movimento Lgbt (Lesbian-Gay-Bisexual-Transgender), che nella capitale si ripropone in un contesto nazionale dopo il Pride di Torino del 2006 e, soprattutto, dopo il Word Pride del Giubileo-2000 proprio a Roma.
Attesi, dunque, decine di migliaia di partecipanti: “C’è stata una fortissima mobilitazione e abbiamo una grande fiducia” nella riuscita dell’evento, spiega Aurelio Mancuso, uno dei tre portavoce del Roma Pride, “l’obiettivo è arrivare a 200 mila. Se saremo di più sarà una grande vittoria, anche perchè non abbiamo i mezzi anche economici di partiti, sindacati o della gerarchia cattolica”. Nella parata sfileranno anche 40 carri (quelli di Arcigay, il carro degli Orsi con una piscina, il trenino delle Famiglie Arcobaleno, i tre carri del mondo lesbico e i carri dei locali commerciali, i carri della CGIL, di Amnesty International, dell’Unione degli Studenti e dei Partiti della Sinistra) con musica, colori e palloncini.
Il corteo partirà da Piazzale Ostiense alle 16 e terminerà in piazza San Giovanni. Passerà per Piazza di Porta San Paolo, viale della Piramide Cestia, viale Aventino, via di San Gregorio, via Celio Vibenna, piazza del Colosseo, via Labicana, viale Manzoni, via Emanuele Filiberto sino a giungere a piazza di Porta San Giovanni. “L’arrivo a Piazza San Giovanni è dovuto al fatto che questa piazza, tradizionale luogo di ritrovo delle grandi manifestazioni popolari (ultimo il Family Day cattolico, ndr) e punto di arrivo delle marce legati ai diritti e alla pace ed è l’unica in grado di contenere le centinaia di migliaia di persone che attendiamo per l’evento”, sottolinea Rossana Praitano, altra portavoce del Pride. A San Giovanni, poi, prenderanno la parola sul palco alcuni rappresentanti del movimento Lgbt, delle associazioni gay e quattro parlamentari omosessuali: “Non salirà nessuno politico, ci sarà spazio solo per il movimento e per la sua gente”, precisa ancora Mancuso.
La kermesse dovrebbe terminare per le 20, subito dopo (dalle 22 all’alba) la festa di chiusura Euphoria al Villaggio Italia.