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Patrocinio o non patrocinio, questo il problema.
Se sia cioè più utile al governo non solo aderire al Gay Pride 2007, sotto lo slogan “Parità, dignità, laicità”, che sabato 16 transiterà per Roma, (da piazzale Ostiense a Piazza San Giovanni), ma farlo con tanto di timbro della Presidenza del Consiglio.
In questo nuovo dilemma rischiano di precipitare il centrosinistra e l’esecutivo di Romano Prodi. Caso sollevato, in realtà, dalla Cdl ma esploso soprattutto quando i teodem della Margherita, Emanuela Baio, Paola Binetti e Luigi Bobba, hanno letto sia il documento che la piattaforma politica della manifestazione: “Le manifestazioni clericali contro qualsiasi tipo di riconoscimento delle relazioni extra matrimoniali sono il segno tangibile di una volontà prevaricatrice e anti democratica da parte di istituzioni che, violando persino il Concordato, si vogliono sostituire alle istituzioni repubblicane democraticamente elette.”
Senza troppi giri di parole, un durissimo j’accuse contro il Vaticano e Papa Benedetto XVI.
E di fronte a queste posizioni, la risposta dei teodem è stata immediata: “Chiediamo alla Presidenza del Consiglio, al Sindaco di Roma e alla Presidenza della Regione Lazio un ripensamento circa le decisione di accordare il patrocinio al gay pride”. Sullo sfondo, inoltre, il mancato patrocinio al Family day del 12 maggio.
Il ministro diessino Barbara Pollastrini, “madre” dei Dico con Rosy Bindi, spiega che il patrocinio lo ha concesso il suo dipartimento che fa capo a Palazzo Chigi, non la Presidenza, ed è stato riconosciuto a questa come a tante altre iniziative: “Il patrocinio del ministero delle Pari opportunità non è al corteo e non è alla piattaforma”. Però lei non ha ancora deciso se esserci o meno: “Concorderò con Prodi la presenza del governo”.
Di fatto accanto a lesbiche e gay, transessuali e transgender sarà un pullulare di ministri: Emma Bonino (Radicali, Ministro per il Commercio Internazionale e per le Politiche Europee) Alfonso Pecoraro Scanio (Verdi, Ministro dell’Ambiente e della Tutela del Territorio), Fabio Mussi (Sd, Ministro dell’Università e della Ricerca) e Paolo Ferrero (Prc, Ministro della Solidarietà Sociale), oltre ai segretari Franco Giordano di Rifondazione, Oliviero Diliberto del Pdci e Enrico Boselli dello Sdi.
Contro di loro ha polemizzato la responsabile della Famiglia, Rosy Bindi. “Riconosco la libertà di manifestare e di aderire. Ma non da parte dei ministri, dato che c’è una netta differenza tra il documento politico del Gay pride e le posizioni del governo su matrimoni e adozioni”. Stessa scelta per il segretario Piero Fassino, che ci sarà solo “col cuore”, facendo insorgere la componente omosessuale dei Ds, Gay left.
Dunque l’aria che tira è questa: oltre agli striscioni (annunciati) contro Romano Prodi e il suo governo, accusato di latitare sui diritti; oltre ai carri e alle maschere contro il Papa e il Vaticano; oltre ai bambini in sfilata insieme ai due padri o alle due madri; alle lacrime in ricordo di Matteo, il sedicenne suicida di Torino… sarà un Pride dai toni accesi: la prima grande manifestazione politica dopo il Family day, anzi: “La nostra risposta al Family day“, come la definisce Aurelio Mancuso, presidente nazionale dell’Arcigay.
Tanto poi tocca al premier Prodi pronunciarsi e mediare.
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Le piazze: croce e delizia della sinistra italiana. Soprattutto ora che sta al governo.
Il 12 maggio in Piazza San Giovanni una marea di persone (un milione, un milione e mezzo, oppure “solo” 700.000, poco importa) ha seppellito di fatto i Dico e di ogni altra norma che legalizzi le unioni civili, etero ed omosessuali. Il Family Day ha decretato che l’Unione non ha i numeri per far passare la legge Bindi-Pollastrini, nata male e destinata finire peggio.
Dalla stessa piazza, ma il mese dopo, il centrosinistra tenterà di pareggiare: a Roma il 16 giugno si svolgerà il Gay Pride, che tra le altre cose, chiederà le nozze per i gay. Mentre Cdl insorge (”Paragonare il Family Day al Family Gay è insensato. L’equiparazione tra coppie etero e omosessuali non passerà mai”, dice Lorenzo Cesa dell’Udc) il Partito democratico si divide tra la Margherita critica (”Possibile che non si possa manifestare senza contrapporsi polemicamente alla Chiesa?”, si chiede il diellino Castagnetti. “Il Gay Pride in antitesi al Family Day mi sembra un evidente boomerang”) e la Quercia favorevole, al pari della sinistra più laica: “Ci saremo, come ogni anno”, promette Piero Fassino, “e dire che lo facciamo per rifarci una verginità è una lettura subalterna e sciocca”.
Il fatto è che la giornata dell’orgoglio gay era stata inizialmente fissato per il 9 giugno. Poi la visita in quel weekend di George Bush lo ha fatto slittare di una settimana.
Già, Bush. Ci si mette anche lui: “Il 9 giugno manifesteremo a Roma con Arci, Fiom, Sinistra Democratica e altre realtà di movimento contro l’arrivo in Italia del presidente Usa e per la pace. Il Pdci ci sarà sicuramente e anche la Sinistra Democratica di Mussi”. Ad annunciare la protesta (”corteo o sit-in, dobbiamo ancora deciderlo”) è Michele De Palma, membro della segreteria nazionale di Rifondazione Comunista: “Certamente sarà una giornata di mobilitazione”.
Nessun problema sul fatto che un partito di maggioranza scenda in piazza contro la visita di un capo di Stato che incontrerà il presidente del Consiglio? “Perché dovrebbe imbarazzarsi Romano Prodi? Non sarà un corteo contro Prodi, ma contro le politiche dell’amministrazione statunitense. Se qualcuno vuole polemizzare perché Rifondazione sarà in piazza” dice ancora De Palma “è liberissimo di farlo”.
Come a dire: è la democrazia, bellezza. E la democrazia passa per la piazza: un luogo politico su cui la sinistra sta perdendo il controllo e la sua anima, di lotta e di governo.
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Che siano stati un milione, un milione e mezzo, oppure “solo” 700.000, poco importa. Il Family Day di piazza San Giovanni è stato un successo al di sopra di ogni attesa, così come fu il 2 dicembre 2006 il Tax Day voluto dalla Cdl, con l’eccezione allora di Pier Ferdinando Casini. Questo dato produce almeno tre conseguenze.
Primo: nell’immediato la più che probabile sepoltura dei Dico e di ogni altra legge che legalizzi le unioni di fatto, etero ed omosessuali. Ci si potrà a lungo lamentare dell’ingerenza della Chiesa negli affari interni italiani, ma il motivo è un altro: l’Unione non ha la maggioranza per fare approvare i Dico, una legge nata male e destinata finire peggio. Quindi, prima di accusare, magari con qualche ragione, il potere cattolico, il centrosinistra ed il governo dovrebbero guardare al proprio interno.
Secondo: il successo del Family Day e la sproporzione con la giornata del Coraggio Laico hanno colto in contropiede i maggiorenti dell’Unione - i Ds soprattutto, clamorosamente assenti su tutto il fronte - ed hanno costretto ad una precipitosa operazione di accodamento quelli della Cdl . È il caso tipico nel quale la base, organizzata o meno - tutte le adunate di piazza sono organizzate - ha prevalso sugli stati maggiori.
Terzo. Esiste ormai una opinione pubblica moderata pronta a mobilitarsi. Dalla famiglia alle tasse. Le piazze non sono più il territorio riservato della sinistra e dei sindacati: è un dato certificato da molti sondaggi e istituti, ultimo l’Ispo (Istituto di Studi sulla Pubblica Opinione) di Renato Mannheimer. Romano Prodi deve tenerne conto; alzare lo sguardo dagli infiniti organigrammi dell’erigendo Partito democratico non guasterebbe.
Lo stesso discorso si può ovviamente fare per Silvio Berlusconi e il centrodestra. Con la differenza, però, che loro stanno all’opposizione.
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Siamo abbastanza certi che il Family Day sarà un successo, e che comunque farà molto dibattere nei giorni successivi. Di luce riflessa vivrà anche il suo opposto speculare, la giornata del Coraggio laico organizzata da radicali e sinistra in piazza Navona. Del resto le motivazioni degli uni e degli altri appaiono egualmente legittime. Ciò che fa un po’
sorridere sono i leader politici impegnati su entrambi i fronti in queste operazioni.
Partiamo dal centrodestra. Se i leader vanno in piazza San Giovanni, quale famiglia si portano dietro? La prima? La seconda? La terza? I figli e nipoti - si sarebbe detto una volta - “di quale letto”? Ovviamente storie e scelte individuali non significano che sia illegittimo o ipocrita chiedere politiche a sostegno della famiglia. Ma sarebbe un grande segno di buon senso che, salvo eccezioni, almeno i big si astenessero dallo sfilare.
Altrettanta bizzarria dall’altra parte. In questo caso non personale, ma politica. Francesco Rutelli dichiara che “se non avesse responsabilità ministeriali” andrebbe al Family Day. Forse il leader della Margherita si riferisce al fatto di essere anche vicepremier, visto che un paio di ministri della sua area al Family Day hanno annunciato di andarci, Clemente Mastella e Beppe Fioroni. E quest’ultimo è oltretutto uomo di strettissima fiducia di Rutelli.
Speculare l’opinione di Massimo D’Alema, anche lui “con responsabilità ministeriali e anche lui vicepremier”: “Non ci andrei in nessun caso, neppure se non fossi ministro”.
Quanto al Coraggio laico, l’unica presenza ministeriale certa è quella di Emma Bonino (ministro del Commercio Internazionale). Barbara Pollastrini, ministra delle Pari opportunità, ha annunciato da tempo la sua scelta: “Sarò a Milano, ma vicina con lo spirito a piazza Navona”. Un po’ come vedere una partita in pay tv.
Piero Fassino invece è impegnato a Genova per la campagna elettorale, e dunque niente Coraggio laico neppure per lui (sua moglie, Anna Serafini, ha espresso perplessità sulle coppie di fatto).
Rosy Bindi, coautrice con Pollastrini della legge sui Dico, sembra prendere le distanze da se stessa: da giorni ripete ai quattro venti che alla prossima Conferenza nazionale della famiglia, organizzata a Firenze per il 24-26 maggio al fine di “elaborare nuove strategie economiche e di welfare” non saranno invitate le associazioni degli omosessuali.
Motivo: “Si terrà conto della famiglia prevista dalla Costituzione”.
Escluse anche le famiglie di fatto, anticostituzionali pure quelle. Domanda: ma allora perché la Bindi ha coprodotto la legge sui Dico? Non sarà che anche lei capisce che quella legge rischia di diventare (tanto per rimanere in tema) figlia di nessuno, e dunque cerca di lavarsene le mani?
All’irrigidimento della Bindi corrisponde quello opposto del ministro rifondarolo della Solidarietà, Paolo Ferrero, il cui ministero doveva egualmente essere coinvolto nella Conferenza di Firenze: “Allora non ci vado neppure io”.
Insomma, se la Cdl nasconde un bel po’ di code di paglia, nell’Unione accade il contrario: volano gli stracci. È con questi presupposti che nasce il Partito democratico? Forse urge un Dico.
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A contarle, le discriminazioni per gay e lesbiche sono storiacce di cronaca quotidiana.
A scuola, al lavoro, negli uffici pubblici: gli ultimi fatti ne evidenziano tutta la drammaticità. Per un transessuale, di aspetto femminile ma identità anagrafica maschile, spesso far passare le proprie pratiche è cosa ardua, perché l’operatore dell’ufficio anagrafico non gli riconosce il documento.
Senza contare che, spesso, il dipendente comunale di turno non ha neanche gli strumenti per risolvere la questione al livello strettamente pratico.
Il Comune di Roma, storicamente impegnato sul tema, guidato dal diessino Walter Veltroni, ha deciso di dare una svolta in merito alla divulgazione di valori di accoglienza e comprensione dei bisogni dei cittadini romani omosessuali.
Con un progetto pilota di vera e propria formazione, organizzato dall’Assessorato alle Politiche per le pari opportunità (retto da Cecilia D’Elia) insieme ad un gruppo di 10 associazioni gay (fra cui Liff,Arcigay, Arcilesbica, Arcitrans), che coinvolgerà vigili urbani e dipendenti degli uffici anagrafici.
Una serie di lezioni settimanali nella quale si snoderanno gli argomenti cruciali relativi a diritti, pari opportunità, legislazione italiana ed europea, con particolare riferimento agli aspetti psicologici legati agli orientamenti sessuali, anche in relazione a società, enti locali, leggi.
Il corso partirà il prossimo 8 maggio e si concluderà il 5 giugno: proprio alla vigilia del Gay Pride Nazionale che si terrà appunto a Roma il 9 giugno 2007.
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“Una carnevalata”. Se qualcuno aveva dubbi sulla linea che Angelo Bagnasco, nuovo presidente della Cei avrebbe seguito sulle vicende italiane, bene ora se li è tolti. Continuità con l’interventismo di Camillo Ruini, specie in materia di famiglia, unioni di fatto e gay.
Caso mai si può notare una maggior ruvidità nel commento che l’Avvenire, il quotidiano della Cei, ha dedicato alla manifestazione pro-Dico di Roma.
C’è per la verità chi, oltre Tevere e a palazzo Chigi, azzarda un’interpretazione un po’ benevola: la Chiesa usa sì stroncature durissime per le manifestazioni di piazza e per i ministri e politici che vi partecipano, ma magari sarà un po’ più trattativista dietro le quinte, con il governo, e anche con il centrosinistra. Il vero obiettivo della Cei, in piena sintonia con Benedetto XVI, sarebbe di rafforzare l’ala cattolica dell’Unione. Scopo che al momento appare piuttosto un bizantinismo. Piuttosto, ora che Bagnasco ha battuto il suo primo, e fragoroso, colpo c’è chi si chiede: questo interventismo, per alcuni una ingerenza indebita, non potrebbe rivelarsi controproducente per gli stessi cattolici, rafforzando e compattando i laici, anche quelli che sui Dico hanno perplessità?
I sondaggi sono impietosi: secondo l’Ispo, l’istituto di Renato Mannheimer perfino nel fronte laico solo il 30% sarebbe a favore delle unioni gay. Mentre da tempo tutte le rilevazioni indicano che la legge per le unioni di fatto non è considerata una priorità dall’opinione pubblica né di destra né di sinistra.
Forum: che cosa pensate della reprimenda di Bagnasco? Giova più ai laici o ai cattolici?
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Per salvare i laici Dico ci vorrebbe un vero e proprio miracolo. I 50mila alla manifestazione di sabato continuano a creare agitazione nella maggioranza. Primo fra tutti al ministro della Giustizia, Clemente Mastella, leader Udeur, che come d’abitudine non le manda a dire a nessuno: “La presenza di Pollastrini, Ferrero e Pecoraro Scanio le contestazioni che mi sono state rivolte hanno aperto una frattura che non va minimizzata”. A stretto giro, ha tentato di ricucire il segretario dei Ds, Piero Fassino: “Non credo che il governo possa cadere sui Dico”. Ma il nodo è tutt’altro che risolto.
Nell’entourage di Prodi la linea è chiara: lavarsene le mani. Cioè: il governo ha fatto la sua parte, ora tocca al Parlamento. Il problema è che, attualmente, non ci sono i numeri, nel centrosinsitra, per approvare la legge sulle unioni di fatto. Senza considerare le pressioni che arrivano dal fronte ecclesiastico (”Una manifestazione nella quale, al di là dell’immagine borghese e rassicurante che si voleva dare, hanno trovato posto discutibili mascherate e carnascialate varie”, dice in sistesi L’Osservatore Romano, e che si manifestano con le prese di posizione dei Teo-Dem, a Palazzo Madama il cammino è tutto in salita. Considerando i no di Udeur e degli ultra-cattolici della Margherita, i voti del centrosinistra scendono a 150. In più, questa volta, molti senatori a vita non si uniranno all’Unione. Andreotti, Cossiga e Colombo si sono già dichiarati contrari. Incerti Ciampi, Pininfarina e Rita Levi Montalcini. Insomma senza l’appoggio di una nutrita pattuglia di liberal di Forza Italia la legge non ha alcuna chance di passare. Ma è diviso a metà addirittura il mondo gay. Ed è per questo che il premier si è detto “perplesso” sulla presenza dei ministri al corteo di sabato. Un acrobazia per dire che il governo deve restarne fuori: un’altra brutta caduta, dopo quella in politica estera, sarebbe deleteria per l’esecutivo.

Come si potrà dire che governo e maggioranza sono coesi e marciano compatti lungo una strada comune?
Sui Dico, per esempio. Lo scontro va in scena sabato, a Roma. Il governo sarà presente sia nella manifestazione Diritti ora! e al Family day: cioè alla giornata pro-Pacs e a quella anti-Pacs. “Le due manifestazioni non sono anti-governative, sono a sostegno di un provvedimento del governo e delle politiche per la famiglia” abbozza il portavoce del premier Silvio Sircana. E se spuntasse un cartello contro Prodi? “Non cambia nulla”. Sarà… Intanto si faranno vedere a piazza Farnese Paolo Ferrero, ministro della Solidarietà Sociale, e Alfonso Pecoraro Scanio, leader dei Verdi oltre che ministro dell’Ambiente. Seguirà il corteo da Milano anche ministra delle Pari opportunità Barbara Pollastrini. Oltre ai ministri, una schiera di sottosegretari (Paolo Cento e Luigi Manconi), leader di partito come Enrico Boselli, Marco Pannella e Oliviero Diliberto, deputati e senatori: Marina Sereni, Gavino Angius, Olga D’Antona, Luciano Violante e Franco Grillini presidente onorario dell’Arcigay.
Nella piazza del Family Day andranno il ministro della Pubblica istruzione Giuseppe Fioroni e il Guardasigilli Clemente Mastella: “Ero perplesso per una questione di correttezza istituzionale, ma vedo che altri vanno di là. Non vedo perché io non dovrei andare di qua.
È una sfida e alla fine vedremo chi la vincerà”. Sfida: parla chiaro il ministro della Giustizia. Una sfida alla luce del sole, stile “pomeriggio di fuoco”, che potrebbe far pentire Romano Prodi di non aver invitato i suoi uomini a stare a casa, come invece fece per Vicenza.