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Palazzo-Madama

Berlusconi saluta così: “A gennaio riforma della giustizia”. E auspiaca il presidenzialismo

Silvio Berlusconi

Giustizia e intercettazioni. Ma anche pensioni e futuro energetico del Paese.
Sono alcuni dei temi toccati dal premier Silvio Berlusconi durante la conferenza stampa di fine anno. Dice il capo del governo: ”La riforma della giustizia è indispensabile. La presenteremo al primo Consiglio dei ministri di gennaio”, sottolineando che in Italia la giustizia civile e quella penale hanno tempi troppo lunghi, dai 5 agli 8 anni per la durata media dei processi. E sulle intercettazioni annuncia un giro di vite: ”Da subito mi sono detto insoddisfatto per il testo sulle intercettazioni prodotto dal governo che non cambierebbe per nulla una situazione inaccettabile” dice il premier “bisogna restringere le intercettazioni anche sulle indagini sui reati contro la pubblica amministrazione e sono certo che questo convincimento sia quello di tutta la maggioranza e auspico un emendamento al testo da parte del consiglio dei ministri”. Il primo ministro sottolinea di essere “orgoglioso di questa squadra di governo composta da molti giovani e donne capacissime. Si lavora benissimo assieme e non ho mai avuto in sette mesi una delusione, neppure la più piccola”.

Il capo del governo tocca la questione delle pensioni: “Non abbiamo preso in esame la revisione del sistema pensionistico e credo che non lo faremo neppure nei prossimi mesi” La decisione di mandare le donne in pensione a 65 anni ”ci è stata richiesta dall’Europa” alla quale l’Italia intende rispondere consentendo alle donne di scegliere se allungare l’età lavorativa su base volontaria. ”Abbiamo provveduto a raddoppiare le somme messe a disposizione per gli ammortizzatori sociali” dichiara il premier “e ci riproponiamo di aumentare queste somme al fine di garantire anche anche quelle categorie alle quali oggi non viene data la cassa integrazione”. In particolare, il governo sta valutando se possibilità di un giudizio di qualche autorità che possa presiedere alla concessione degli ammortizzatori sociali alle aziende.

Sul futuro energetico del Paese il premier annuncia: “Bisogna ricominciare con il nucleare”, spiegando che per scelte fatte dalla sinistra “noi oggi paghiamo quelle decisioni e siamo un paese tributario, e questo fa si’ che paghiamo il costo dell’energia il 35% in piu’ degli altri Paesi europei”. Quanto ai tempi, Berlusconi ha precisato che “per arrivare occorrono 7 anni ma se non si comincia non si arriva mai”.

Nessuna retromarcia sulla legge elettorale. Il famoso “Porcellum” ha “dato buoni frutti”, quindi non si sente “alcuna necessità di cambiarla, le urgenze sono altre” osserva il premier. “Questa legge elettorale” chiarisce Berlusconi “con cui è stato eletto questo parlamento è stata tanto criticata, s’è definita in tutti i modi peggiori, ma io credo che abbia dato buoni risultati: ha escluso le estreme, ha prodotto una forte riduzione dei gruppi parlamentari. Non vedo la necessità di cambiarla”. E precisa: “Noi, quando abbiamo deciso di inserire nelle liste elettorali delle persone su cui c’erano delle indagini, lo abbiamo fatto sempre a ragion dovuta, cioè ascoltandole, conoscendole e mettendo in atto questa nostra esperienza per cui troppo spesso in Italia i processi e le accuse da parte dei Pm sono stati usati contro gli avversari politici come strumenti di lotta politica, e io ne sono l’esempio primo con tutta l’attenzione che mi è stata rivolta da questa magistratura”. Nonostante tale attenzione, ha concluso Berlusconi, “riscontro il 72% della fiducia dei cittadini e ho avuto il 10% in più di voti nelle scorse elezioni il che la dice lunga sull’opinione che i cittadini hanno di questi magistrati politicizzati”. Secondo il premier l’Italia è “matura” per l’elezione diretta del Capo dello Stato e indica la necessità che entro la legislatura una riforma garantisca più poteri all’esecutivo. “Sono convinto” osserva Berlusconi “che il presidenzialismo sia la formula costituzionale che può portare il migliore risultato per il governo del Paese”.

Fini richiama Berlusconi: “Contrario all’abuso dei decreti”

Gianfranco Fin

Prima le parole sull’antifascismo come valore irrinunciabile per la democrazia, poi il richiamo a Pdl e Lega per la nomina del presidente della Vigilanza Rai.
Nella sua dimensione super partes, da uomo delle istituzioni, Gianfranco Fini, presidente della Camera ci sta bene. Tanto da non negare una risposta chiara all’affondo del presidente del Consiglio Silvio Berlusconi: “Il ricorso ai decreti legge rientra tra le prerogative del governo. Un eventuale abuso di questo strumento non solo determinerebbe valutazioni di tipo politico, ma anche il diritto della Camera di far sentire la propria voce”, afferma a Montecitorio.
Fini interviene, sollecitato dall’Aula, sull’uso della decretazione d’urgenza, spiegando che un caso di “abuso della decretazione d’urgenza comporterebbe non solo una valutazione politica, ma anche il diritto dovere da parte della Camera dei Deputati di far sentire la propria voce”. Ier, infatti, Berlusconi aveva annunciato che userà “il più possibile i decreti” dal momento che “un governo in cui il premier ha solo il potere di estendere l’ordine del giorno del consiglio dei ministri, ha come possibilità di intervento solo la sua autorevolezza personale, la sua capacità operativa o l’utilizzo degli strumenti di cui dispone, come i decreti legge e la fiducia”. Da qui la ferma intenzione del presidente del Consiglio di “procedere con un decreto legge su ogni materia” che riterrà “necessaria, anche imponendo al Parlamento di approvarlo”.
Secondo il numero uno di Montecitorio, è infatti certo che “fino a quando non sarà modificata la Costituzione, ed è mio auspicio che ciò possa avvenire entro questa legislatura, è evidente che il rapporto tra Governo e Parlamento è chiaramente indicato. E nessuno può pensare di comportarsi diversamente”. Il presidente della Camera ha, quindi, ricordato che “la questione del funzionamento del sistema politico è complessa ed antica e interseca più livelli di intervento”. Fini ha ricordato che la decretazione d’urgenza è una “prerogativa concessa al governo” proprio dalla Costituzione ed è “altrettanto evidente che un eventuale abuso della decretazione comporterebbe non soltanto valutazioni politiche, ma anche da parte della Camera il diritto-dovere di far sentire la propria voce”. Fini ha, poi, assicurato che di tali questioni si occuperà quanto prima l’Ufficio di presidenza di Montecitorio, anche per studiare le ipotesi di modifica del regolamento della Camera, che “potrebbero garantire che l’equilibrio tra efficienza delle istituzioni e centralità del Parlamento, fino a quando la Costituzione non sarà modificata, venga non soltanto declamato, ma garantito”.
Si dice “sereno” invece il presidente del Senato sul lavoro dell’Aula e sul rapporto tra governo e Parlamento. Renato Schifani è intervenuto in Aula, in occasione del voto finale sul Dl Alitalia, dopo che il presidente dei senatori del Pd, Luigi Zanda, ne aveva richiamato l’attenzione sulle parole del premier. “Senza nulla togliere alla precedente legislatura” ha detto Schifani “e al lavoro sempre improntato a grande equilibrio del presidente Franco Marini, segnalo che nei 150 giorni di questa legislatura, quest’aula ha tenuto 62 sedute in luogo delle 42 precedenti, con un solo voto di fiducia a fronte dei 5 della precedente legislatura”. “La mia serenità” ha aggiunto il numero uno di Palazzo Madama “nasce dalla consapevolezza del lavoro fatto fin qui”. Schifani ha, quindi, fatto notare come sia il presidente della Repubblica “con la sua saggezza” a decidere se firmare o meno un decreto legge e quindi se il governo può ricorrere a questa corsia preferenziale o meno. Per Schifani non c’è, quindi “alcuna anomalia”.

Commissioni: nomine bipartisan. Ma il dialogo rischia di saltare per Rete4

Montecitorio
Stamattina nei corridoi di Montecitorio un deputato di lungo corso del centrosinistra le chiamava “le ultime briciole…”: il riferimento era alle poltrone da presidente di commissione che oggi sono state definite tra Camera e Senato.
Il clima di dialogo, che negli scorsi giorni aveva pervaso la politica, sembra essersi incrinato proprio in queste ultime ore dopo che il governo ha presentato alla Camera un emendamento su Rete4 a un decreto del precedente governo che riguarda l’adempimento di obblighi comunitari. E se il sottosegretario allo Sviluppo Economico con delega alle Comunicazioni, Paolo Romani, afferma che il provvedimento “risponde pienamente ai rilievi dell’Unione europea e Retequattro non c’entra nulla”, il leader dell’opposizione ha promesso battaglia: “Il provvedimento è sbagliato nel merito e nel metodo” ha detto Veltroni “e per questo avranno l’opposizione che si meritano”: ovvero l’ostruzionismo che è già iniziato a Montecitorio.

Nonostante le prime incrinature al dialogo, all’opposizione sono state lasciate le tradizionali commissioni di garanzia: l’ex vicepremier Francesco Rutelli guiderà la commissione di controllo sui servizi segreti (Copasir), l’ex vicepresidente della Camera, Pierluigi Castagnetti la giunta per le autorizzazioni a procedere a Montecitorio, e l’ex coordinatore della Quercia, Maurizio Migliavacca guiderà la giunta per le elezioni di Montecitorio, mentre al Senato il centrista del Pd, Marco Follini è stato eletto presidente della giunta per le elezioni e le immunità parlamentari.
Nei derby all’interno del Pdl è possibile notare come a palazzo Madama 3 siano le presidenze spuntate da An (Berselli - Baldassarri - Cursi) e 9 da Forza Italia (Vizzini - Cantoni - Azzolini - Possa - Grillo - Bonazza Buora - Giuliano - Tomassini - D’Ali), una per la Lega (Rossana Boldi alla commissione per le Politiche Ue) e una per i piccoli del Pdl (Dini: agli Esteri). A Montecitorio la Lega, il cui gruppo aveva nelle settimane scorse sollevato parecchie lamentele, l’ha avuta vinta - tra l’altro facendo saltare il patto con il Pdl - eleggendo ben 4 presidenti di commissione (Giorgetti - Stefani - Gibelli - Alessandri). Gli azzurri portano a casa sette presidenze e gli aennini solo tre. I piccoli del Pdl a Montecitorio non spuntano neanche una presidenza. E sono molto arrabbiati.
Ecco la lista dei nuovi presidenti di commissione

Senato della Repubblica
Affari costituzionali: Carlo Vizzini (Pdl)
Giustizia: Filippo Berselli (Pdl)
Esteri: Lamberto Dini (Pdl)
Difesa: Giampiero Cantoni (Pdl)
Bilancio: Antonio Azzollini (Pdl)
Finanze: Mario Baldassarri (Pdl)
Istruzione: Guido Possa (Pdl)
Lavori pubblici: Luigi Grillo (Pdl)
Agricoltura: Paolo Scarpa Bonazza Buora (Pdl)
Industria: Cesare Cursi (Pdl)
Lavoro: Pasquale Giuliano (Pdl)
Sanità: Antonio Tomassini (Pdl)
Ambiente: Antonio D’Alì (Pdl)
Unione Europea: Rossana Boldi (Lega)

Camera dei Deputati
Affari costituzionali: Donato Bruno (Pdl)
Giustizia: Giulia Bongiorno (Pdl)
Esteri: Stefano Stefani (Lega)
Difesa: Edmondo Cirielli (Pdl)
Bilancio: Giancarlo Giorgetti (Lega)
Finanze: Gianfranco Conte
Cultura: Valentina Aprea (Pdl)
Agricoltura: Paolo Russo (Pdl)
Attività Produttive: Andrea Gibelli (Lega)
Lavoro: Stefano Saglia (Pdl)
Ambiente: Angelo Alessandri (Lega)
Trasporti: Mario Valducci (Pdl)
Affari Sociali: Giuseppe Palumbo (Pdl)
Politiche Ue: Mario Pescante (Pdl)

Il Parlamento dimagrisce. Adesso si può risparmiare

L'aula della Camera dei deputati
di Laura Maragnani

Via Rifondazione. Via Pdci, Verdi, Sinistra democratica e socialisti. Via l’Udeur. Via tutti: a Montecitorio e a Palazzo Madama sui gruppi parlamentari è calata la mannaia. Erano 13 alla Camera, più il gruppo misto; rimarranno solo Pdl, Lega, Udc, Pd-Idv (ma già circola l’ipotesi di una separazione consensuale tra gli eletti di Pd e Di Pietro). Totale 4, al massimo 5 gruppi, più il misto. Idem al Senato; i gruppi erano 10, le urne li hanno ridotti a tre (Pdl, Lega, Pd-Idv), che potrebbero salire a 4 se Idv e Pd si separassero.

Solo il 29 aprile si traccerà il nuovo atlante di geografia parlamentare, ma le urne hanno stabilito la fine di quel crescete e moltiplicatevi, dispendiosa parola d’ordine. Solo al Senato gli 11 gruppi sono costati nel 2006 quasi 38 milioni di euro. Nel 2007 quasi 39 milioni e mezzo. Peggio alla Camera, dove l’ex presidente Fausto Bertinotti ha dato il via libera alla nascita di 5 gruppi “in deroga “, ossia composti da un numero inferiore a 20 deputati, il minimo previsto. All’epoca di Luciano Violante nessuna deroga. Pier Ferdinando Casini fece eccezione per Rifondazione.
Tirando le somme: nel bilancio di Montecitorio del 2005, al titolo I, categoria VI, capitolo 135 delle spese correnti, come “contributo ai gruppi parlamentari ” risultavano 28 milioni 700 mila euro. Poi è arrivato il subcomandante Fausto e le deroghe a Rosa nel pugno, Pdci, Verdi, Udeur, Dc-Nuovo Psi: nel 2006 i costi sono lievitati di 3 milioni di euro, senza calcolare l’affitto di nuove sedi, la loro ristrutturazione, i traslochi, la dotazione di base degli uffici. Altri 3 milioni di maggiori spese nel 2007. Fino al record del bilancio di previsione 2008: 36 milioni 200 mila euro. Troppa grazia. Per la prima volta nella storia recente della Repubblica, al nuovo vertice di Montecitorio toccherà mettere mano al bilancio e rivedere, al ribasso, gli stanziamenti.
Per risparmiare quanto? I tecnici di Camera e Senato stanno cercando di venire a capo del calcolo. Non si potranno dismettere subito i nuovi uffici presi in affitto, né licenziare il personale dipendente, i cosiddetti stabilizzati, che al momento sono rimasti senza un gruppo di riferimento. Al Senato i disoccupati stanno convergendo verso il gruppo misto. Col risultato, paradossale, di avere più funzionari che senatori: due a uno.

I nuovi Senatori. Ecco l’elenco degli eletti, suddivisi per regione

Al governo dell'Unione mancano i voti

Ecco l’elenco degli eletti al Senato, che non tiene ancora conto di eventuali rinunce in caso di candidature in diverse regioni.

Lombardia:
Lega Nord 15 senatori: Roberto Calderoli, Roberto Castelli, Giuseppe Leoni, Rosi Mauro, Massimo Garavaglia, Cesarino Monti, Roberto Mura, Mauro Mazzatorta, Lorenzo Borega, Fabio Rizzi, Armando Valli.
Pdl 19 senatori: Roberto Formigoni, Alfredo Mantica, Ombretta Colli, Guido Possa, Alessio Butti, Gianpiero Cantoni, Marcello Dell’Utri, Mario Mantovani, Romano Comincioli, Antonino Caruso, Luigi Scotti, Antonio Tomassini, Giancarlo Serafini, Giuseppe Valditara, Giacomo Caliendo, Salvatore Sciascia, Valerio Carrara, Alfredo Messina, Pierfrancesco Gamba.
Partito democratico 15 senatori: Umberto Veronesi, Mauro Ceruti, Pietro Ichino, Emanuela Baio, Gerardo D’Ambrosio, Daniele Bosone, Fiorenza Bassoli, Tiziano Treu, Luigi Vimercati, Antonio Rusconi, Guido Galperti, Cinzia Maria Fontana, Giorgio Roilo, Paolo Rossi, Marilena Adamo.
Italia dei valori 2 senatori: Giuliana Carlino e Giuseppe Astore (in caso di rinuncia di Astore eletto anche in Molise potrebbe entrare Gianpiero De Toni).

Sicilia
Pdl 13 senatori: Renato Schifani, Domenico Nania, Carlo Vizzini, Giuseppe Firrarello, Antonio D’Alì, Antonio Battaglia, Roberto Centaro, Maria Francesco Ferrara, Salvatore Fleres, Raffaele Stancanelli, Simona Vicari, Bruno Alicata e Vincenzo Galioto.
Pd 7 senatori: Giuseppe Lumia, Enzo Bianco, Antonino Papania, Anna Maria Serafini, Vladimiro Crisafulli, Benedetto Adragna e Costantino Garaffa.
Udc 3 senatori: Salvatore Cuffaro, Giampiero D’Alia e Antonio Antinoro.
Mpa 2 senatori: Giovanni Pistorio e Vincenzo Oliva.
Idv 1 senatore: Fabio Giambrone.

Emilia Romagna
Pd 11 senatori: Anna Finocchiaro, Gian Carlo Sangalli, Sergio Zavoli, Mariangela Bastico, Walter Vitali, Rita Ghedini, Maria Teresa Bertuzzi, Vidmer Mercatali, Leana Pignedoli, Giuliano Barbolini, Albertina Soliani.
Idv 1 senatore:
Luigi Li Gotti
Pdl 7 senatori: Carlo Giovanardi, Filippo Berselli, Giampaolo Bettamio, Laura Bianconi, Alberto Balboni, Elio Massimo Palmizio, Maria Ida Germontani. Primo dei non eletti: Rodolfo Ridolfi.
Lega Nord 2 senatori: Roberto Castelli, Giovanni Torri.

Friuli Venezia Giulia
Pdl 3 senatori: Giulio Camber, Giovanni Collino e Ferruccio Saro
Lega 1 senatore: Roberto Calderoli; primo dei non eletti: Mario Pittoni.
Pd 3 senatori: Carlo Pegorer, Tamara Blazina, Flavio Pertoldi

Calabria
Pdl 6 senatori: Francesco Nitto Palma, Giuseppe Valentino, Antonio Gentile, Vincenzo Speziali, Francesco Bevilacqua, Giovanbattista Caligiuri.
Pd 4 senatori: Luigi De Sena; Franco Bruno, Daniela Mazzucconi, Dorina Bianchi.

Lazio
Pdl 15 senatori: Marcello Pera, Maurizio Gasparri, Lamberto Dini, Cesare Cursi, Mauro Cutrufo, Andrea Augello, Claudio Fazzone, Oreste Tofani, Angelo Maria Cicolani, Laura Allegrini, Giuseppe Ciarrapico, Domenico Gramazio, Paolo Barelli, Candido de Angelis e Stefano de Lillo.
Pd 11 senatori: Franco Marini, Anna Finocchiaro, Mauro Del Vecchio, Luigi Zanda, Ignazio Marino, Maria Pia Garavaglia, Raffaele Ranucci, Riccardo Milana, Mario Gasbarri, Lucio D’Ubaldo e Lionello Cosentino.
Idv 1 senatore: Stefano Pedica

Val D’Aosta
Valleé D’Aoste 1 senatore: Antonio Fosson

Piemonte
Pdl 10 senatori: Enzo Ghigo, Ugo Martinat, Aldo Scarabosio, Lucio Malan, Andrea Fluttero, Valter Zanetta, Lorenzo Piccioni, Giuseppe Menardi, Maria Rizzotti, Gilberto Pichetto Fratin
Lega nord 3 senatori: Roberto Calderoli, Michelino Davico, Enrico Montani
Pd 8 senatori: Emma Bonino, Roberto Della Seta, Mauro Marino, Magda Negri, Pietro Marcenaro, Maria Leddi, Stefano Ceccanti, Franca Biondelli
Idv 1 senatore: Patrizia Bugnano

Trentino Alto Adige
Pdl 3 senatori: Sergio Divina, Cristiano de Eccher, Giacomo Santini
Svp per le autonomie 2 senatori: Claudio Molinari, Oskar Peterlini
Svp 2 senatori: Manfred Pinzger, Helga Thaler Ausserhofer

Veneto
Pdl 8 senatori: Giancarlo Galan, Luigi Ramponi, Maria Elisabetta Alberti Casellati, Maurizio Sacconi, Maurizio Saia, Paolo Scarpa Bonazza Buora, Anna Bonfrisco, Maurizio Castro
Lega Nord 7 senatori: Federico Bricolo, Piergiorgio Stiffoni, Paolo Franco, Alberto Filippi, Gianvittore Vaccari, Gianpaolo Vallardi, Luciano Cagnin
Pd 8 senatori: Enrico Morando, Maria Pia Garavaglia, Paolo Giaretta, Felice Casson, Paolo Nerozzi, Maurizio Fistarol, Franca Donaggio, Marco Stradiotto
Idv 1 senatore: Elio Lannutti

Liguria:
Pdl 4 senatori: Enrico Musso, Giorgio Bornacin, Gabriele Boscetto, Franco Orsi
Lega nord 1 senatore: Roberto Castelli
Pd 3 senatori: Roberta Pinotti, Claudio Gustavino, Luigi Lusi

Toscana
Pdl 7 senatori: Altero Matteoli, Sandro Bondi, Gaetano Quagliariello, Franco Mugnai, Pietro Paolo Amato, Achille Totaro, Massimo Baldini
Pd 10 senatori: Vannino Chiti, Vittoria Franco, Achille Serra, Achille Passoni, Marco Filippi, Andrea Marcucci, Silvia Della Monica, Marco Perduca, Massimo Livi Bacci, Manuela Granaiola
Idv 1 senatore: Pancho Pardi

Marche:
Pdl 3 senatori: Mario Baldassarri, Francesco Casoli, Salvatore Piscitelli
Pd 5 senatori: Giorgio Tonini, Silvana Amati, Marina Magistrelli, Nicola Rossi, Fabrizio Morri

Umbria
Pdl 3 senatori: Franco Asciutti, Domenico Benedetti Valentini, Ada Spadoni Urbani
Pd 4 senatori: Francesco Rutelli, Mauro Agostini, Anna Rita Fioroni, Leopoldo Di Girolamo

Abruzzo
Pdl 4 senatori: Andrea Pastore, Fabrizio Di Stefano, Filippo Piccone, Paolo Tancredi
Pd 4 senatori: Franco Marini, Giovanni Legnini, Pina Fasciani Alfonso Mascitelli

Molise
Pdl 1 senatore: Ulisse Di Giacomo
Idv 1 senatore: Giuseppe Astore

Campania
Pdl 18 senatori: Barbara Debra Contini, Pasquale Viespoli, Pasquale Giuliano, Raffaele Calabrò, Francesco Pontone, Raffaele Lauro, Sergio De De Gregorio, Vincenzo Nespoli, Sergio Vetrella, Diana De Feo, Gennaro Coronella, Luigi Compagna, Cosimo Izzo, Giuseppe Esposito, Antonio Paravia, Carlo Sarro, Cosimo Sibilia, Vincenzo Fasano
Pd 10 senatori: Marco Follini, Alfonso Andria, Anna MariaCarloni,Vincenzo De Luca, Silvio Sircana, Maria Incostante, Riccardo Villari, Teresa Armato, Franca Chiaromonte, Adriano Musi
Idv: 2 senatori: Aniello Di Nardo, Giacinto Russo

Puglia
Pdl 12 senatori: Adriana Poli Bortone, Antonio Azzollini, Rosario Giorgio Costa, Carmelo Morra, Francesco Maria Amoruso, Pasquale Nessa, Salvatore Mazzaracchio, Michele Saccomanno, Luigi Grillo, Simonetta Licastro Scardino, Luigi D’Ambrosio Lettieri, Cosimo Gallo
Pd 8 senatori: Paolo De Castro, Nicola Latorre, Gianrico Carofiglio, Colomba Mongiello, Giovanni Procacci, Donatella Poretti, Alberto Maritati, Salvatore Tomaselli

Basilicata
Pdl 3 senatori: Guido Cesare Viceconte, Egidio Digilio, Cosimo Latronico
Pd 3 senatori: Nicola Latorre, Filippo Bubbico, Carlo Chiurazzi
Idv: 1 senatore: Felice Belisario

Sardegna
Pdl 5 senatori:
Giuseppe Pisanu, Mariano Delogu, Piergiorgio Massidda, Filippo Saltamartini, Fedele Sanciu
Pd 4 senatori: Antonello Cabras, Gian Piero Scanu, Luciana Sbarbati, Francesco Sanna.

Finanziaria col pallottoliere. Governo in bilico ancora per un mese

Lamberto Dini e Clemente Mastella in aula al Senato
Finalmente il 14 novembre è arrivato. È il giorno della verità, della prova finale. Non solo e non tanto per la Finanziaria, ma soprattutto per il presidente del Consiglio e per il leader della Casa delle Libertà.
Il voto finale sulla manovra economica è atteso nel tardo pomeriggio: la cautela è d’obbligo perché in gioco c’è la sorte del governo e perché da mesi il Cavaliere indica nel 14 il ‘big bang’ di Prodi. Ma la maggioranza è convinta di avere i numeri per passare la prova dopo una trattativa estenuante fatta di lusinghe ed incontri con i senatori dissidenti e incerti.
L’umore del centrosinistra è andato migliorando nel corso della giornata di martedì, forte del sì del senatore a vita Giulio Andreotti e del rientro in carreggiata dei mastelliani, che sul tetto per gli stipendi dei manager pubblici avevano creato tensioni. L’Udeur, dopo i tuoni lanciati in aula da Mastella, è pronta a votare sì alla norma.
In realtà ad agitare Romano Prodi non è certo il Guardasigilli, che, anzi, “in questa fase è il principale alleato del premier”. Il vero nodo dal quale dipende l’intero assetto politico è l’atteggiamento dei LiberalDemocratici di Dini. Sul voto finale alla Finanziaria “il giudizio è ancora aperto, ci sono importanti emendamenti da valutare”, afferma l’ex premier che ancora tiene Prodi sulle spine: “Parlerò in Aula”. E lì si vedrà se a esultare sarà Silvio Berlusconi, convinto di aver portato dalla sua parte Lambertow, o l’Unione che ostenta ottimismo sulla fedeltà dell’ex governatore della Banca d’Italia e sulla sua consapevolezza di quali conseguenze deriverebbero dall’esercizio provvisorio delle finanze pubbliche, nel caso la Finanziaria non passasse.
Ma ci sono anche altri senatori capaci di far pendere il pallottoliere del Senato da una parte o dall’altra. E dall’Unione è partita da giorni la conta, aggiornata di ora in ora: secondo i calcoli della maggioranza, a favore sono 157 senatori più 4 senatori a vita (Montalcini, Colombo, Scalfaro, Andreotti) contro i 156 della Cdl.
Nell’opera di tessitura, assicurano gli ulivisti a Palazzo Madama, un ruolo cruciale lo avrebbero avuto sia il premier stesso sia quello ombra, il leader del Pd Walter Veltroni. E le trattative sotterranee sembrano aver portato i loro frutti. Questi: sul fronte dei dissidenti della sinistra radicale, salvo colpi di scena, il governo recupera definitivamente Fernando Rossi: “Se non ci sono sorprese sono orientato a votare a favore”, annuncia l’ex senatore del Pdci. Mentre Franco Turigliatto resta orientato per il no alla manovra, anche se l’Unione cercherà fino all’ultimo di convincerlo almeno a uscire dall’Aula.
Il duo Bordon-Manzione, già dato per acquisito nei giorni scorsi, non sembra destare preoccupazione al di là delle frasi sibilline a sicuro effetto mediatico: “È vero che si vota oggi, ma ricordo a tutti che c’e’ un voto finale previsto per dicembre, ha fatto saper Tex Willer, consigliando a Prodi di dare, a gennaio, le dimissioni e di presentare una nuova lista di governo, possibilmente applicando la Costituzione e cioé scegliendo lui tra i partiti e non lottizzando”. E se Dini ripete che si tiene “le mani libere”, segnali incoraggianti per il governo arrivano dai suoi, Natale D’Amico e Giuseppe Scalera, che riconoscono: “Il governo ha fatto un lavoro positivo per accettare larga parte dei nostri emendamenti”. Nessun problema per il governo da Domenico Fisichella. “Ho votato 90 articoli, volete che sugli ultimi 5 e sul voto finale mi comporti diversamente? La politica è una cosa seria”, ha detto il senatore ex Margherita ed ex An. Poi c’è il capitolo senatori a vita. Giulio Andreotti si è aggiunto a Scalfaro, Montalcini e Colombo: quattro sì sono praticamente certi. Mentre l’ex presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi non dovrebbe essere in aula a maggior ragione dopo che anche Francesco Cossiga ha fatto sapere che non parteciperà al voto.
E così, con le dita incrociate ed il ‘fantasma’ di imboscate dell’ultima ora, l’Unione aggiorna al ritmo di ogni due ore i conti.
In cotanta incertezza, politica ed aritmetica, resta sicuro che, così come Prodi è convinto di superare l’ostacolo della manovra in Senato, è altrettanto convinto che qualora ci fosse veramente il colpo di scena, ovvero la spallata evocata dal leader di Forza Italia, l’unica strada possibile sarebbe il ritorno alle urne. Subito, già a marzo. Un aut-aut che serve al premier per mostrarsi risoluto nel giorno del redde rationem ma anche come estremo richiamo all’ordine ai vari senatori scontenti, alla sinistra e a destra dell’Unione.

Ma in ogni caso, pure superata la Finanziaria, i fari puntati restano sul protocollo per il welfare che dovrebbe essere approvato alla Camera entro il 28 novembre, per poi approdare al Senato. E anche qui, i dubbi di Dini ricominceranno a pesare. Le incertezze di Prodi, insomma, non sono finite, sono solo prolungate.

Visco e Prodi appesi a un voto: salvi grazie ai soliti senatori a vita

Uno striscione esposto dai banchi di Alleanza Nazionale subito dopo il primo voto, al Senato. Il Senato ha bocciato la mozione della Cdl su Visco, con un solo voto di differenza, 157 a 156, e un astenuto, il senatore a vita Giulio Andreotti. Sono stati determinanti i voti dei senatori a vita Emilio Colombo e Rita Levi Montalcini, mentre ha pesato l'assenza nelle file della maggioranza del ministro della Giustizia Clemente Mastella
È sempre qustione di numeri. Pochi numeri: due, tre. Stavolta anche meno, uno. Per un voto infatti la maggioranza si salva a Palazzo Madama sulla vicenda Visco-Speciale con 156 sì, 157 no e un astenuto. L’aula ha bocciato la mozione della Cdl (primo firmatario l’udc D’Onofrio) che impegnava il governo “a trasformare in permanente la revoca al viceministro Visco delle competenze relative alla Guardia di Finanza” e ad invitare lo stesso Visco “a rassegnare le dimissioni da viceministro dell’Economia e delle Finanze”.
E, anche stavolta, i senatori a vita (Emilio Colombo e Rita Levi Moltancini) sono determinanti. Anche perché in Aula si registra un’assenza pesante: quella del Guardasigilli Clemente Mastella (oltre a quelle di Franco Turigliatto, Sincistra Critica, e Stefano Zuccherini del Prc).
Tutto finisce dunque come doveva finire: senza colpi di scena, senza spallate, senza nessun fatto nuovo. Ma il Visco-day al Senato, oltre ad essere la solita, lunga maratona di fibrillazioni e di malesseri nella maggioranza, di urla e di insulti dall’opposizione, finisce per essere anche una cartina di tornasole di molte delle tensioni che agitano l’Unione.
A far notare, per chi non l’avesse capito, che la mancanza in Aula di Mastella è molto significativa, ci pensa - con ironia - Cesare Salvi, di Sinistra democratica: “Spero che gli vada meglio a Porta a porta, rispetto a Ballarò, perché solo un trionfo in Tv può giustificare la sua assenza…”. Dai tabulati della seduta risulta che il Guardasigilli era in missione al primo voto, quello sulla mozione unitaria della Cdl e presente solo al terzo, l’ultimo, sull’ordine del giorno a firma di Calderoli su Visco e i veneti.
Dopo la bocciatura della mozione del centrodestra, illustrata e difesa dal primo firmatario Francesco D’Onofrio, il presidente del Senato Franco Marini è costretto a sospendere l’aula per le urla e le contestazioni provenienti dai banchi del centrodestra.
E Alleanza Nazionale espone anche uno striscione con scritto: “Visco: giù le mani dalla Guardia di Finanza”. Tutta l’opposizione riprende il filo della polemica sui senatori a vita e il capogruppo di Forza Italia Renato Schifani osserva che “i senatori Colombo e Montalcini, senza mandato elettorale si sono assunti la responsabilità di salvare ancora una volta il governo Prodi, di salvare un viceministro che è stato censurato e condannato politicamente dalla Procura di Roma”.
Ma il caso, intima D’Onofrio, “non si chiude qui”.

Il VIDEO servizio:

Padoa-Schioppa: Speciale impresentabile. E allora perché promuoverlo?

Il ministro dell'Economia Tommaso Padoa-Schioppa in Senato
Sarà per farsi sentire, nel caos di una lunga e calda seduta a Palazzo Madama sulla vicenda Visco-Guardia di Finanza, che il ministro dell’Economia Tommaso Padoa-Schioppa ha usato parole dure, durissime, presentando il suo dossier sul Generale della Gdf, Roberto Speciale. Per difendere l’operato del proprio viceministro Vincenzo Visco, per dipingere il comportamento dell’ormai ex comandante, per giustificare la sua rimozione dal comando delle Fiamme Gialle, Padoa-Schioppa ha scelto questi termini: mancanza di lealtà nei riguardi dell’autorità politica, gestione personalistica della Guardia di Finanza con l’attribuzione di “decine di encomi”, un comportamento non leale nel nascondere le lettere della procura di Milano che chiedevano informazioni, l’inadeguatezza nello scegliere i collaboratori, un tentativo, in sostanza, di trasformare la Guardia di Finanza in un corpo separato.
Il piglio con cui il titolare di via XX Settembre ha letto il documento di 22 cartelle - messo a punto dagli uffici del viceministro Visco e depositate in Aula - ha spiazzato tutti. Un atteggiamento battagliero quello sfoderato da Padoa-Schioppa, che ha dovuto difendersi nell’arena di Palazzo Madama, dov’è sceso solo, senza il sostegno del premier Prodi. Sia come sia, davanti a una tale ricostruzione dei comportamenti ascrivibili a un ufficiale a servizio dello Stato, ci sono tre domande che restano senza risposta.

Il Gen. Roberto Speciale saluta il Presidente Giorgio Napolitano, di spalle,
Il Gen. Roberto Speciale saluta il Presidente della Repubblica Napolitano

Se il generale Speciale è quello descritto dal ministro dell’Economia, perché non è stato rimosso dal suo incarico per tempo, cioè esattamente un anno fa, il 7 giugno 2006, quando, come riportato allora da Panorama, iniziarono i contrasti tra il viceministro Vincenzo Visco e il generale, finito anche sulle pagine dei giornali in merito alla bufera giudiziaria che coinvolse il mondo del calcio? Perché (e se lo chiede lo stesso generale, in un’intervista al Corriere della Sera) a un militare macchiatosi di slealtà e insubordinazione è stato offerto, in cambio della destituzione dal comando della GdF, un incarico comunque importante come consigliere alla Corte dei Conti? Infine perché se Visco in tutta questa discussa vicenda ha agito correttamente ha dovuto rimettere le proprie deleghe sulla GdF?
Interrogativi posti alla vigilia del dibattito parlamentare di ieri, ma che continuano a rimanere inevasi. Contribuendo tra l’altro ad avvelenare il clima politico italiano.

Pareri a confronto:
L’ira della Cdl: “Mai caduti così in basso” dal Il Giornale
Ecco il dossier che accusa Speciale da La Repubblica

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