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Matrimonio senza patrimonio: se la fusione dei partiti non è in comunione di beni

fassino e rutelli

Che fine ha fatto il patrimonio dei partiti della seconda repubblica? Sezioni, cimeli storici, opere, palazzi e persino giornali. In tempi di crisi, insomma, anche la politica mette al sicuro i gioielli di famiglia. I primi a farlo sono stati i Ds. Ora ci sta pensando An. Il Pd e il Pdl hanno unito e semplificato, a sinistra e a destra, la politica italiana, ma con la separazione dei beni.
Fioccano, difatti, le fondazioni, a volte think thank, come “Fare Futuro” di Gianfranco Fini e “Italianieuropei” di Massimo D’Alema, ma spesso vere e proprie casseforti per custodire i beni di due partiti che hanno attraversato il ‘900, come Ds e An. La spiegazione? La dà Ugo Sposetti, ex tesoriere dei Ds, intervistato due anni fa all’ultima Festa dell’Unità di Reggio Emilia, mentre stava progettando la messa in sicurezza (come disse anche a Panorama) del patrimonio diessino nel futuro Pd. “Chi ha avuto la ventura di celebrare matrimoni civili sa che quando si presentano davanti al sindaco un uomo e una donna che non hanno nulla, e il sindaco gli dice: ‘Fate la comunione dei beni o la separazione dei beni?’, non sanno nemmeno cosa significhi quella domanda. Ma se quei due, quell’uomo e quella donna che si presentano, hanno qualche cosa, sicuramente fanno la separazione dei beni. È così, il 90% è così”. “Questo perché non ci si fida?”, chiedeva l’intervistatore malizioso. “Sono matrimoni d’amore, però con separazione dei beni”, rispose Sposetti. “Non ci si fida l’uno dell’altro…”, continuò il cronsita. “Nooo… è una cosa che… Meglio fare così. Meglio stare all’erta”. I partiti della seconda repubblica, infatti, non si sono fidati.
Sposetti, il cognome un programma, ex sindaco di Bassano in Teverina (Viterbo) per due mandati consecutivi, di matrimoni ne ha celebrati parecchi e quando è stato nominato tesoriere dei Ds ha traghettato l’ingente patrimonio della storia del Pci – Pds -Ds in 50 fondazioni create ad hoc. Un vero e proprio tesoretto da custodire, formato da 2399 immobili per un valore stimato in almeno mezzo miliardo di euro. Senza contare un cospicuo numero di cimeli e donazioni, con oltre quattrocento opere d’ arte, a cominciare dal celebre quadro di Renato Guttuso “I funerali di Togliatti”.
Ma c’è pure chi, dall’unione, ci ha guadagnato. Come la Margherita, che in eredità aveva ben poco: l’unico bene da tutelare era il giornale di partito, Europa, perché tutti gli immobili erano stati presi in locazione, compresa la sede di via San Andrea delle Fratte, diventata poi quartier generale dei Democrats che vantano tre fondazioni di peso, come Fondazione White di Pierluigi Castagnetti, Astrid di Franco Bassanini ed Enrico Letta, e Fondazione Centro per un futuro sostenibile di Francesco Rutelli.
Nell’emiciclo opposto lo scenario non muta. Anche nel Pdl sposarsi è bene, ma separare il patrimonio è meglio. Il coniuge ricco, un po’ a sorpresa in questo caso, è Alleanza Nazionale che, con i suoi 63 anni di storia, è stata la prima a muoversi in anticipo. Chiuso il bilancio 2008 in attivo, ora sta facendo un censimento di tutte le proprietà per circa 300 - 400 milioni di euro: 100 appartamenti, sedi delle federazioni di An. Tra questi, i locali che ospitano la sede del partito e il quotidiano ‘Il Secolo d’Italia’, ora organo vicino al Pdl, in via della Scrofa. Una fondazione, dal nome Fondazione Alleanza Nazionale, gestirà l’intero patrimonio, il simbolo della fiamma tricolore e l’archivio storico nazionale della destra. “La sua sede sarà quella storica di via della Scrofa, al numero civico 39″, spiega Donato La Morte, memoria storica di An e parlamentare di lungo corso. Nessun problema, invece, per Forza Italia, l’altro coniuge del Popolo della libertà, che non ha blindato il patrimonio in fondazioni, perché non ha mai avuto immobili di proprietà. Tutto è sempre stato preso in affitto. A cominciare dalla sede storica di via dell’Umiltà, a Roma, vicino alla Fontana di Trevi. Stesso discorso per palazzo Grazioli, che il Cavaliere ha eletto a residenza -ufficio nella capitale. Per il resto, nel centro destra la maggior parte delle fondazioni sono think thank, come Magna Carta presieduta da Gaetano Quagliariello; Medidea, promossa dall’ex ministro dell’Interno e attuale presidente della Commissione Antimafia, Beppe Pisanu; Nuova Italia, che è presieduta dal sindaco di Roma, Gianni Alemanno; Res Publica, che ha nel comitato Giulio Tremonti, e la Fondazione Craxi, diretta della figlia Stefania.

Sesso & potere dentro il Palazzo. La casta che si dice casta

donna-montecitorio

di Klaus Davi

Casta di nome e di fatto. In Italia politica e sesso non vanno a braccetto. O almeno è quanto vogliono far credere i parlamentari. Infatti, si indignano se si chiede loro qualcosa che riguardi il privato. La prova? Le reazioni al questionario, compilabile anche in forma anonima, distribuito per conto di Panorama a 956 tra deputati, senatori e sottosegretari.
Molti membri del Parlamento si sono sentiti offesi solo dal vedersi rivolgere domande cui invece si sottopongono leader e capi di stato esteri, come José Luis Zapatero (che ha per esempio dichiarato di fare sesso anche in campagna elettorale), Tony Blair (che ha rivelato piccanti aneddoti dei suoi rapporti con Cherie nel corso delle visite di stato) o il coming out di politici come Karoutchi, Wowereit, Westerwelle e Delanofi.

Dei parlamentari italiani solo 207 hanno accettato di affrontare l’argomento, contando risposte scritte e telefoniche. Il sex appeal sembra non contare nei palazzi del potere. Il partito dei casti e puri si rivela il più trasversale di tutti. Le reazioni? Davvero le più disparate. C’è che si rifiuta platealmente di rispondere, come il senatore Stefano Ceccanti (Pd), che ha annunciato al Giornale di aver distribuito (scandalizzato) il questionario ad amici e conoscenti per dimostrare come la politica voyeuristica sia caduta in basso.
Anche Ermete Realacci (Pd) e Fabrizio Cicchitto (Pdl) dichiarano all’unisono di non essere disposti a rispondere a domande sul sesso. No comment da Barbara Saltamartini (Pdl), Antonello Cabras (Pd), Piergiorgio Stiffoni (Lega) e Gianvittore Vaccari (Lega). Il rifiuto bipartisan arriva anche da Marialuisa Gnecchi (Pd) e Gaetano Pecorella (Pdl). Alcuni onorevoli, pur contrari a simili domande, hanno “concesso” qualche giudizio generale sul rapporto tra sesso e politica.
Anna Cinzia Bonfrisco (Pdl) è fermamente convinta che scrutare le abitudini sessuali faccia parte di un voyeurismo morboso. Il leader dei senatori del Pdl Maurizio Gasparri (che non ha voluto rispondere al questionario) di fatto si era già pronunciato sul tradimento durante un’intervista su Youtube: “Dichiarare di essere stati fedeli alla propria moglie per tutta la vita è una forte assunzione di responsabilità” aveva detto.
Marco Marsilio (Pdl) fatica a comprendere l’interesse di pubblica utilità di tali informazioni. Se Carlo Monai (Idv) si appella scherzosamente al “quinto emendamento”, Maria Coscia (Pd) si dichiara addirittura scandalizzata dalle domande.

Il tema del tradimento resta spinoso tra Palazzo Madama e Montecitorio. Se varie ricerche sociologiche stimano la percentuale di tradimento nella società contemporanea tra il 30 e il 40 per cento, con un tasso di divorzio e separazione in Italia molto alto (+51,4 per cento, passando da 32.717 a 49.534 coppie rotte dal 1996 al 2006), il Parlamento sembra essere un’isola felice di assoluta e gratificante fedeltà. Possibile? I rappresentanti del popolo italiano non rappresentano dunque il popolo?
Ad ammettere di tradire a denti stretti è solo il 9 per cento degli intervistati, tutti fra l’altro anonimi. Insomma, un’aura di vera e propria santità sembra aleggiare sulla politica di casa nostra.
Nella sparuta minoranza dei traditori conclamanti, solo il 30 per cento delle donne ammette l’infedeltà. Il resto sono uomini. Si tradisce più alla Camera che al Senato, con il 65 per cento dei deputati (che peraltro sono il doppio dei senatori) traditori o ex traditori. Alberto Filippi (Lega) ha dichiarato di aver tradito soprattutto durante l’adolescenza, mentre Giuliano Cazzola (Pdl) si definisce un ex traditore che soffre di solitudine.

Lapidario Pierpaolo Baretta (Pd): “Non vedo di buon occhio i traditori e i puttanieri”. Adamantina Maria Coscia (Pd): “Sono una bigotta perfetta”. Assolutorio invece Domenico Nania (Pdl): “Il tradimento è un comportamento proprio dell’essere umano”.
Possibilista Anna Paola Concia (Pd): “Mi è capitato di tradire, non lo ritengo il peccato più terribile”. Pungente Rossana Boldi (Lega): “Se un uomo si giustifica dicendo che non è capace di stare 48 ore senza esercitare un atto sessuale, allora racconta una barzelletta”.
Archiviato il tema tradimento, si passa al vero tabù della politica italiana: l’omosessualità. A parte l’outing di Paola Concia, la serrata è pressoché totale. Solo alcuni (rigorosamente anonimi) dicono di aver provato qualche desiderio o simpatia per persone dello stesso sesso, senza però aver mai consumato un vero e proprio rapporto.
Insomma, se l’Organizzazione mondiale per la sanità stima che sia gay un 5 per cento della popolazione, le due Camere si barricano dietro un’immagine di intransigente eterosessualità.
E benché Vladimir Luxuria e Franco Grillini si ostinino a dichiarare di aver ricevuto proposte indecenti tra gli scranni di Montecitorio, qui davvero non ve ne è traccia alcuna.
Quanto agli “aiutini chimici”, i parlamentari sono a dir poco reticenti, come sul resto. Sepolcri imbiancati o casta realmente casta? In Italia nel 2007 sono state vendute oltre 15,6 milioni di pillole di Viagra, Cialis e simili, ma gli eletti, ancora una volta, sembrano essere ben sotto la media nazionale. Solo il 10 per cento rivela di fare uso di coadiuvanti chimici. Non escluderebbero di ricorrere alla pillola in caso di necessità Carlo Giovanardi (Pdl), Antonio Borghesi (Idv) o Pierpaolo Baretta (Pd).

Altra nota dolente, la frequenza dei rapporti. Solo il 4,5 per cento di deputati e senatori si dichiara pienamente soddisfatto della propria vita sessuale. Aldo Di Biagio (Pdl), Domenico Scilipoti (Idv) e Lucio Malan (Pdl) sono i pochi fortunati che affermano di fare sesso più di cinque volte a settimana. Spesso la mancanza di tempo e la lontananza da casa incidono negativamente su questo aspetto della vita, come spiega Alberto Filippi (Lega) che, come tanti colleghi, può vedere la compagna solo nel finesettimana.
Il 13 per cento degli interpellati è invece appagato da una “normale vita coniugale”, come dichiara Mario Cavallaro (Pd), che parla di “piacevole sesso domestico”.
Qualche cenno di sincerità sul fronte del sesso virtuale. I siti porno, per esempio, non rappresentano di per sé un tabù, ma certo non vanno frequentati in Parlamento, come dichiara Stefano Saglia (Pdl). Paola Concia (Pd) li ritiene particolarmente noiosi.

Sul tema della prostituzione, poi, il Parlamento alza un muro invalicabile. Tutti gli intervistati negano categoricamente di avere avuto o di desiderare un rapporto sessuale a pagamento. Anzi, c’è chi ci scherza su come il senatore Filippi (Lega) che dichiara: “Nessuno mi ha mai pagato per fare sesso”. E chi, come Giampaolo Vallardi (Lega), descrive il “sesso a pagamento come l’anticamera della disperazione”. Gaetano Pecorella non smentisce i suoi esordi con una prostituta, “tanti, tanti anni fa”. Fa dietrofront, invece, il senatore Filippo Berselli (An), che pure aveva decantato i suoi esordi erotici fra le ovattate pareti di una casa chiusa, e ora fa sapere: “Scherzavo”.

grafico-sondaggio

Puritano, bigotto, chiuso, lontano dalla leggerezza e dalla franchezza dei politici e dei leader alla guida dei principali paesi europei, il Parlamento italiano non supera l’esame della trasparenza, almeno sotto le lenzuola. Perché sorprenderci, l’ipocrisia quando si entra nel campo delle scelte individuali impera. Nel nome della privacy, deputati e senatori si trincerano dietro un (dis)onorevole silenzio. Caso unico fra le democrazie moderne, per i nostri parlamentari il privato non deve essere politico.

Rogo doloso in un palazzo a Cinecittà: 250 persone senza casa

Incendio nel quartiere di Cinecitt a Roma

Fiamme alte, grande paura, auto che esplodono nel parcheggio. Tutto in una notte, in un condominio di via Libero Leonardi, nel quartiere romano di Cinecittà. Sono circa 250 gli inquilini del palazzo evacuati per l’incendio divampato la notte scorsa e tuttora senza casa. Come fa sapere la polizia, le fiamme hanno avvolto completamente il parcheggio del complesso condominiale, interessando tutte le autovetture presenti, oltre 60 di cui 43 completamente bruciate, per poi estendersi all’intero perimetro dello stabile, circa 120 metri, composto da cinque scale, per un totale di centocinquanta appartamenti.

Dalle informazioni raccolte, non pare ci siano dubbi sulla natura dolosa del rogo, causato da una grossa quantità di liquido infiammabile (”presumibilmente oltre cento litri di benzina”, secondo il dirigente del commissariato di polizia Romanina, Antonio Pignataro), versata a terra per tutta la lunghezza dell’immobile in modo da incendiare tutti i veicoli lì parcheggiati. L’intero piano terra adibito a posti auto è stato sottoposto a sequestrato preventivo e al momento è inagibile, mentre i piani sovrastanti, seppur praticabili, non sono agibili in quanto privi dei servizi di prima necessità. Numerose persone anziane e disabili non deambulanti, sono stati portati in salvo a braccio dai poliziotti e dai Vigili del Fuoco mentre le fiamme, alte circa 15 metri, stavano divampando. Al termine dei soccorsi 12 persone, che erano rimaste intossicate, sono state soccorse da personale medico inviato dalla Sala Operativa della Questura. Alcune famiglie evacuate durante l’incendio sono state momentaneamente accolte nella parrocchia davanti al palazzo e successivamente assistite anche da personale della protezione civile.
Le indagini ‘’stanno procedendo in tutte le direzioni” conclude Pignataro. “In questa zona non abbiamo mai registrato episodi del genere: siamo in un quartiere relativamente tranquillo e lo stabile interessato dalle fiamme èabitato da impiegati e studenti”. Al vaglio degli inquirenti anche le testimonianze di alcuni inquilini. Simona, per esmpio, dice di aver sentito urlare da un gruppo di ragazzi in fuga dal garage condominiale:”Maledetti, dovete morire tutti, vi ammazziamo”. “Erano in tre ragazzi, tutti italiani, uno di loro urlava forte, urla che si confondevano con il rumore delle macchine che scoppiavano. Altri due, forse ventenni, gli si sono messi accanto e lo hanno trascinato via prima di scappare correndo”, aggiunge Simona che ora si trova dal cortile della chiesa di San Giuseppe doev sono state ospitate le 160 famiglie evacuate. La donna, che abita al settimo piano assieme alla madre invalida, racconta la sua notte di terrore. “Ho preso l’ascensore e sono corsa giù lasciando mia madre nell’appartamento”, spiega “una volta in strada ho capito tutto: sono andata di corsa a spostare la macchina, una delle uniche due che non sono andate distrutte. Mi sono girata con l’intenzione di andare a prendere mia madre ma ho visto fiamme altissime che, in pochi minuti dalla scala A si erano propagate fine alla scala C”.
“È stato un vero e proprio attentato, lo hanno detto anche i pompieri, e non è la prima volta che accade”, dice Loredana che abita al settimo piano della scala A del palazzo Leonardi. Gli abitanti di questa zona non sono nuovi a episodi del genere: qualcuno aveva persino pensato di istallare telecamere davanti ai portoni d’ingresso. “Al palazzo accanto” ha spiegato Emanuela, inquilina del secondo piano “è già successo due anni fa e, a quello di fronte, l’anno scorso”. Proprio gli abitanti dell’edificio di fronte a quello colpito dalle fiamme hanno prestato i primi soccorsi a donne, bambini, anziani e invalidi che in pigiama hanno dovuto lasciare le loro case la scorsa notte in preda al panico.

Il VIDEO dell’incendio tratto da YouTube:

Blogger, precario e deluso da Bertinotti: ecco il V-boy

La folla radunata in piazza per il V-day di Beppe Grillo

Sono giovani. E molto incazzati: “Se non sei figlio di qualcuno in questo Paese non ce la fai” dice Andrea Palamara, 25 anni, neolaureato in scienze politiche di Erba e organizzatore lombardo dei “vaffa-boys”. “Mi impegno perché i politici sono di bassissimo livello. Non sono classe dirigente. E soprattutto perché sono tanto vecchi: non sanno cosa sia un blog o il meet up”. Proprio il meet up, cioè l’incontro in rete, è quello che ha trasformato il “Grillo-boy” in “vaffa-boy”. Il grillismo fino a un anno e mezzo fa era solo un blog di successo. Il salto di qualità è arrivato grazie all’utilizzo dello strumento “meet up”, con la possibilità per i fan del comico genovese di aggregarsi su siti propri, organizzati con un criterio territoriale. Così il giovane “grillino”, da lettore e commentatore del beppegrillo.it è diventato soggetto politico. Gli animatori dei meet up territoriali vanno a parlare con i sindaci, si muovono su piccoli obiettivi locali, dalla Tav all’emergenza rifiuti.

Mario Adinolfi, il 36enne blogger candidato alla segreteria del Partito democratico, spiega: “Già nel 2001 mi candidai con il simbolo della chiocciola internettiana a sindaco di Roma, perché si capiva che il web mobilita; ora Grillo e i grilliani scoprono che la rete non è solo uno strumento di comunicazione, ma un modello politico totalmente nuovo: la democrazia diretta. Che riesce a saltare la mediazione del politico di professione”.

Ma chi è il V-boy? Elio Veltri (qui il suo intervento al V-Day di Milano), che sta organizzando la discesa in campo della Lista civica nazionale per il 6 ottobre a Roma e che si sente un po’ la chioccia di questo movimento, sostiene che sono giovani dai 20 ai 35 anni, spesso con un lavoro precario, o cinquantenni che “sperano che l’Italia non sia ancora morta”. “Non ho raccomandazioni” dice ancora Palamara. “Mi cercherò un lavoro in una ditta di pulizie”.
Il V-boy è contro la legge Biagi. E ha due bibbie: il libro-testimonianza di Grillo Schiavi moderni, che in agosto ha ricevuto il plauso del presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano (chissà se è pentito?), e quello di Michela Murgia, una giovane 34enne sarda, che in un best-seller agrodolce, Il mondo deve sapere, ha raccontato il dramma quotidiano, non privo di elementi grotteschi, di un lavoratore di un call center.

Il V-boy ama Oliviero Beha e Marco Travaglio, due giornalisti che sparano indifferentemente sia contro la destra sia contro la sinistra. Ed è molto deluso, come Palamara, dal presidente della Camera Fausto Bertinotti: “Uno che ha predicato la rivoluzione per trent’anni e poi è diventato presidente della Casta”. E proprio <em>La Casta di Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo e Il costo della democrazia di Cesare Salvi e Massimo Villone, sono i due saggi che il grillino ben informato conosce quasi a memoria, e cita spesso.
Beppe Grillo in piazza Maggiore a Bologna per il Vaffa-day
Il V-boy odia i giornali “perché sono tutti uguali”, ma gli piace la rivista Internazionale “perché” scrivono nelle webdiscussioni “leggendo quello che avviene negli altri paesi capiamo che da noi è ora di cambiare” e preferisce andare direttamente sui siti internet a cercare informazioni, magari scambiando idee sui blog. È grande appassionato di Dagospia, sito tradizionalmente irriverente con il potere.

Pur facendo parte della generazione di internet non disdegna cinema, musica e teatro: gli piacciono Ligabue (definito “impegnato, ma ruspante”), i comici alla Sabina Guzzanti e l’iconoclasta della parola Alessandro Bergonzoni, ma pure i monologhi amari di Ascanio Celestini. Considera ormai vecchio e superato Nanni Moretti, legato all’archiviata e inconcludente stagione dei girotondi. E in televisione professa un vero culto per le inchieste della trasmissione Report, su Raitre, ideata da Milena Gabanelli.

Dopo il V-Day: a chi fa male Beppe il Grillo parlante?

Beppe Grillo in piazza Maggiore a Bologna per il Vaffa-day
Un ciclone o una folata di vento, come dice il sociologo Giuseppe De Rita? Per ora i dati di fatto: il V-Day di Beppe Grillo (qui l’intervento a Bologna; qui tutti i video d chi c’era)) ha avuto successo; i Grillo-boys o grillini sono alcune centinaia di migliaia, soprattutto su internet; i partiti sono preoccupati, anche se non lo dicono. Da destra, ma soprattutto da sinistra, è tutto un susseguirsi di aperture e distinguo: “teniamone conto, “segnale importante e positivo, “purché non trionfi il qualunquismo e l’antipolitica”, ecc, in perfetto stile politichese.

La curiosità principale è: Beppe Grillo può far più male alla destra o alla sinistra? C’è un precedente lontano ma illuminante, quello dell’Uomo Qualunque, il partito populista-moderato fondato nel 1946 da Guglielmo Giannini, che all’Assemblea costituente ottenne il 5,3% dei voti, divenendo la quinta formazione nazionale. Benché dichiaratamente anticomunista, Giannini - che propugnava la rivolta fiscale e la pulizia nella “politica corrotta” - fu combattuto soprattutto dai politici di centrodestra, Dc in testa, ed anche dalla Confindustria. Temevano, a ragione, che sottraesse loro voti: alla fine Giannini accettò di appoggiare la Dc; poi i Qualunquisti confluirono nel Msi, a quei tempi fuori dai giochi di governo.

L’Uomo Qualunque lanciò il termine “qualunquista”, lo stesso appioppato oggi a Beppe Grillo. Ma le analogie non finiscono qui. Così come Giannini preoccupava la destra di allora, oggi è la sinistra ad avere più timori. Benché la piazza, virtuale e non, del comico genovese sia in grandissima parte orientata a sinistra, e benché le sue parole d’ordine, a cominciare da quelle sui precari e sulla legge Biagi (che sono costate al comico risentite polemiche) , siano tipiche della sinistra.

[i](Credits: [url=http://uberg.ods.org/]Gianfranco Uber[/url])[/i]
Il fenomeno-Grillo rischia innanzi tutto di offuscare il lancio del Partito democratico. Tanto la piazza di Grillo si presenta spontanea e tutta all’insegna della partecipazione popolare, tanto il Pd appare, finora, un’operazione di palazzo, distante dalla gente. Non a caso tra i bersagli dei grillini c’è Walter Veltroni.

Secondo punto: nonostante il movimento si definisca trasversale, gran parte delle idee e delle parole d’ordine sembrano appartenere all’area della sinistra radicale, in una sorta di riedizione dei girotondini che tanto hanno bersagliato la nomenklatura diessina nei primi anni 2000.

Terzo: Beppe Grillo ce l’ha, magari confusamente, con la classe dirigente. E oggi, per il semplice fatto di essere al governo e al potere, la classe dirigente viene identificata con il centrosinistra. Non bastavano la case vip, i mutui regalati, le consulenze d’oro, insomma la casta. Ora c’è Grillo.

Il problema è: come e quanto si tradurrà il grillismo in termini elettorali? Molti prevedono un aumento dell’astensione. Che certamente, in parte, colpirebbe anche il centrodestra. Ma, come è dimostrato da alcune elezioni a questa parte, si diffonderebbe soprattutto tra i delusi e gli “incazzati” della sinistra. Si attende, a breve, un invito a Beppe Grillo da parte di qualche esponente del Pd, se non da Veltroni medesimo. A condizione che l’invitato accetti.

Guarda la GALLERY del V-DAY di Milano.
Il VIDEO con l’intervento di Elio Veltri:


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Uno contro tutti, di Carlo Puca
Gattopardi,
Il voltagabbana, di Paolo Guzzanti
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