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Paola-Binetti

Tutto poteva immaginare Walter Veltroni, tranne trovarsi tra i piedi, nel bel mezzo della campagna elettorale, la questione cattolica. Eppure il titolo di Famiglia Cristiana (settimanale tornato sotto l’osservanza delle gerarchie ecclesiastiche dopo anni di occhieggiamenti a sinistra) non lascia dubbi: l’alleanza tra Pd e radicali è “Un pasticcio veltroniano in salsa pannelliana”. Un paradosso per il candidato premier, che nei sue due mandati di sindaco di Roma, pur guidando una coalizione con tutta la sinistra, è sempre stato attentissimo a non urtare il Vaticano al punto di far cadere nel dimenticatoio, tra gli ultimi atti romani, una sorta di registro amministrativo delle coppie di fatto. E che nel congegnare a tavolino la stessa architettura del Partito democratico aveva piazzato in posizioni strategiche esponenti ex Margherita del mondo cattolico, a cominciare dal suo numero due, Dario Franceschini. La stessa staffetta per il Campidoglio con Francesco Rutelli, che da anni si è spostato su posizioni filo-Chiesa, andava in questa direzione.
I ponti d’oro indubbiamente riservati a radicali hanno per ora compromesso questo feeling. È noto che chi si mette in casa i discepoli di Marco Pannella ne guadagna in principi ma anche in guai. D’altra parte i radicali sembravano indispensabili a Veltroni per guadagnare quei voti marginali che, specie nel Lazio e in Piemonte, possono illudere di un pareggio a Senato. L’arrivo della pattuglia radicale ha coinciso con un documento dell’Ordine dei medici in difesa della legge 194 sull’aborto, ma soprattutto con un’intervista decisamente hard di Silvio Viale, ginecologo radicale e ultra-abortista. Viale, tra le altre cose, ha proposto di legalizzare l’aborto anche oltre i termini di legge, fino al quinto o sesto mese, per tutelare le esigenze psichiche della donna.
Entrambi, Ordine dei medici e Viale, hanno poi chiesto l’introduzione per legge della pillola abortiva Ru486. Un po’ troppo per la Chiesa. Soprattutto per la Chiesa attuale, che dall’Italia alla Spagna ha deciso di difendere anche in politica le proprie trincee.
In particolare in Italia, sia la Cei sia il Vaticano hanno mal sopportato il ruolo minoritario cui si è condannato Pier Ferdinando Casini. Ed ora premono perché gli ex Dc diano vita almeno ad polo di centro con Rosa Bianca e Udeur. Tuttavia sanno benissimo che anche se questo conglomerato si organizzasse avrebbe poche chance di influire sui futuri equilibri parlamentari, e perfino di raggiungere il quorum per eleggere dei senatori. Un ruolo di pura testimonianza non basta alla Chiesa.
Dunque le attenzioni delle istituzioni cattoliche sono concentrate su Pdl e Pd. Dal primo non possono attendersi nessuna sorpresa negativa: Silvio Berlusconi ha detto che la 194 non sarà materia di campagna elettorale, il che coincide con la frontiera attuale della Chiesa. I timori vengono tutti dal Pd. Radicali, medici abortisti, perfino una candidatura di prestigio come quella di Umberto Veronesi, con le sue aperture alla fecondazione assistita e all’eugenetica, hanno fatto scattare l’allarme. La risposta veltroniana è per ora improntata al buon senso (”Le istituzioni sono laiche ma ognuno, anche i cattolici, ha diritto di far sentire la propria opinione”) ma nulla più: la Chiesa vuol sapere quanto il Pd è disposto a spingersi non tanto sui diritti civili ma, appunto, su terreni impervi come l’eugenetica e l’aborto. E questo il “programma snello” ma inevitabilmente vago di Veltroni non lo dice.
La pattuglia ultracattolica nel Pd, capitanata da Paola Binetti, Giorgio Tonini e Luigi Bobba, lancia l’allarme. Se vogliamo, un già visto con il governo Prodi, ai tempi della legge sui Dico. Ma ora ai teodem si uniscono ex Dc come Rosy Bindi, Pierluigi Castegnetti, Beppe Fioroni o Enzo Carra, cioè esponenti organici della sinistra antiberlusconiana. Pezzi da novanta con molti consensi sul territorio. I loro attacchi ai radicali suonano come critiche a Veltroni: e la gioiosa macchina da guerra di Walter rischia di incepparsi di fronte a questa inopinata riedizione della guerra tra guelfi e ghibellini. Qualcosa che Veltroni, che aveva organizzato tutto, non aveva previsto.

Le granitiche certezze, oltre che i sondaggi (davvero bulgari), di cui disponeva fino alla settimana scorsa Francesco Rutelli, potrebbero essere intaccate in queste ore dalla discesa in campo per la poltrona di sindaco di Roma di Gianni Alemanno. La scelta di An, dopo un balletto di possibili nomi, è arrivata proprio perché le distanze nelle rilevazioni tra Rutelli e Giorgia Meloni o Maurizio Gasparri erano siderali. Oltretutto, nelle indiscrezioni che filtrano da Alleanza Nazionale, il colonnello di An potrà contare, qualora si arrivasse al secondo turno, sui voti che prenderà La Destra di Francesco Storace.
Ma a turbare l’inizio settimana del neocandidato sindaco di Roma, Rutelli, si aggiunge la possibile/probabile discesa in campo anche di Mario Baccini. Il leader della Rosa Bianca, sarebbe pressato dagli ambienti cattolici, movimenti e gerarchie, per candidarsi al Campidoglio.
Sebbene Rutelli, con la sua storia recente, sembri essere in grado di dare molte garanzie al Vaticano - tanto che Franco Grillini, candidato sindaco in polemica con Rutelli, considerato “troppo moderato e vicino ad ambienti di Oltretevere” ha scelto come slogan della propria campagna “voti Rutelli, scegli Ruini” - le recenti polemiche scoppiate dopo l’accordo con i Radicali e la candidatura di Umberto Veronesi hanno molto allarmato la Cei e le gerarchie ecclesiastiche.

Ambienti che per l’appunto starebbero spingendo l’esponente centrista Baccini, politico che a Roma dispone di un ampio bacino di voti, a candidarsi. Baccini interpellato da Panorama.it conferma l’intenzione della discesa in campo: “Confermo e deciderò nei prossimi giorni. Sono molto impegnato con la Rosa Bianca. Ma fin d’ora dico che le nostre liste correranno per il Campidoglio”. Quindi Rutelli non garantisce i cattolici? Baccini aggiunge: “Certamente no. Ma i cattolici non mi pare che li garantisca nessuno del Pd”. Quindi il segretario della Rosa Bianca chiude con una frase che è prodromica alla candidatura: “L’offerta delle candidature e dei progetti politici è molto carente nei confronti di una città che vuole uscire dal neo paganesimo e dalla città della Romanella costruita in questi 12-13 anni”.
E se i centristi cercano un loro candidato, da ambienti vicini al loft del Pd si apprende che il lavoro di ricucitura con i cattolici è ampiamente iniziato: a garanzia non soltanto il lavoro quotidiano del vicesegretario, Dario Franceschini, ma anche un pacchetto di candidature (dal fondatore della comunità di Sant’Egidio, Andrea Riccardi, al rafforzamento della corrente teodem di Paola Binetti) di stretta marca cattolica.


Ma l’accordo trovato nella notte tra Pd e Radicali è davvero da considerare chiuso? Che alla senatrice teodem Paola Binetti non piacesse, si sapeva. Non però che ne mettesse in dubbio la validità. Cosa manca perché Emma Bonino &C. entrino a far parte dei Democratici, la senatrice cattolica lo spiega in questa intervista.
Senatrice Binetti, accordo fatto: i Radicali si candidano nelle vostre liste.
Non hanno ancora sottoscritto la carta dei valori, il codice etico e il nostro statuto.
E quindi non vale il patto?
Dico solo che noi del Pd abbiamo messo sul piatto della bilancia molte cose e loro invece ancora nulla. Se vuole che la diciamo tutta…
Dica senatrice…
Sappiamo solo quello che gli abbiamo dato noi: 9 posti. E loro a noi?
I commentatori dicono che riequilibrano l’asse giustizialista che avete stabilito con Di Pietro. E portano i loro voti in dote.
I sondaggi dicono che il Pd sommato ai Radicali prende meno voti che senza.
Il suo suona come un attacco ai massimi vertici del Pd: se avete fatto un accordo lo avrete fatto per guadagnarci, mica per perdere.
Io leggo solo i giornali e i sondaggi. E comunque mi pare che l’atmosfera che circonda i Radicali non sia positiva.
Ammetterà che anche lei ha qualche nemico a sinistra.
Confermo: ho una posizione chiara. Raccolgo grandi simpatie e anche grandi ostilità. Il Pd è fatto di tante anime e io ne rappresento una.
Lei sarà ricandidata al Senato?
Credo di sì. Ma non dipende da me.
Ci saranno 9 radicali nelle liste elettorali. Potrebbe averne uno sopra o sotto di lei in lista. Sarebbe un problema?
Le persone per me non sono mai un problema. La persona merita sempre la massima stima e ogni apertura di credito. Certo potrei entrare in collisione con le sue idee.
E che succederebbe?
Sarà il programma a decidere. Per questo esigo che il punto di valenza sia quello definito dal programma e dal manifesto dei valori.
Ma nel Pd lei stessa su alcune scelte valoriali è in minoranza.
Ne è sicuro?
Beh, su alcune tematiche, ammetterà di non essere proprio un modello per la donna di sinistra.
Esiste un valore straordinario delle minoranze: ci sono organi in medicina piccoli piccoli che hanno una grande importanza. Pensi all’ipofisi.
Entrano i Radicali ed esce De Mita. Si sposta l’asse del Pd verso sinistra? E i Popolari?
Mi fa simpatia questo “grande vecchio” ottantenne tenace, pugnace, che forse porterà i suoi 60mila voti alla Rosa Bianca.
Senatrice, spieghi meglio, altrimenti rischia di essere fraintesa.
De Mita non vuole abbandonare la politica. Assume la sfida e se la gioca. Per essere uno che ha 80 anni mi sembra molto giovane.
Alcuni l’hanno trovato, diciamo così, “attaccato” alla poltrona.
Ma se uno la poltrona la difende con i denti e si mette in discussione, per me, è un coraggioso.
Usa un aggettivo rutelliano…
Io sono rutelliana. Sono una teodem.
Rutelli se ne va in Campidoglio, Franceschini fa il numero due di Veltroni. Rifaccio la domanda: Popolari in minoranza nel Pd?
Ma no. Siamo tanti: Beppe Fioroni, Cristina De Luca, Luigi Bobba, Emanuela Baio. E siamo molto determinati.
Che battaglie promette se tornerà a palazzo Madama nella prossima legislatura?
Mi occuperò ancora di vita e famiglia. Di ricerca e sanità. In particolare di tutte le politiche inclusive e della natalità.
Ricercherà maggioranze trasversali per cambiare la legge sull’aborto?
Non ci sarà un dibattito trasversale sull’aborto, ma su tutte le politiche di prevenzione dell’aborto. Per garantire, come recita il titolo della 194, la tutela sociale della maternità.
Senatrice guardi che così andrà allo scontro con i Radicali. Quando firmeranno programma e statuto sarete nello stesso partito.
Io prego molto…

Le donne della politica e non solo hanno risposto all’appello lanciato dal ministro della Salute di Livia Turco, che oggi ha dichiarato “È necessario che voi donne - prendiate la parola. Inventatevi qualcosa per parlare sul diritto alla vita, sulla maternità, per difendere la legge 194 e dire cosa significa l’esperienza della maternità”. In risposta al documento dei neonatologi romani che afferma la necessità di rianimare i prematuri anche contro il consenso della madre sono state soprattutto loro a scendere in campo.
Per Arcidonna ”Il movimento delle donne c’è ed è forte.
Ciò che manca invece, è l’attenzione della politica e dei media. Di ingerenze vaticane parla Elettra Deiana (Rc):”I continui tentativi di attacco alla legge 194, le continue ingerenze della Chiesa nella vita politica italiana danneggiano le condizioni di vita ed il senso di sé delle donne. La politica - continua Elettra Deiana - invece di essere subalterna alle richieste Vaticane, dovrebbe ribadire la propria autonomia”.
Dello stesso tono la dichiarazione di Emma Bonino:”Penso che la politica debba fare il proprio mestiere senza rincorrere le agende dettate da altri”. Anche per la vicepresidente dei Deputati Verdi, Luana Zanella, questa “È una nuova tappa della crociata contro l’autonomia delle donne e la legge 194″, mentre per Maria Luisa Boccia, senatrice Rc, ”andare contro il volere delle madri, nel caso di un feto abortito, rientra in una concezione astratta della vita in quanto tale”.
Più sfumate le posizioni degli esponenti del Pd: secondo Franca Bimbi ”il documento dei medici di Roma è degno della massima attenzione per quanto riguarda l’approfondimento del dibattito scientifico sulle capacità di sopravvivenza dei neonati molto prematuri”, mentre secondo Vittoria Franco ‘’sostenere la legittimità di fare a meno del consenso della madre sembra un primo passo verso lo svuotamento del principio fondamentale della legge 194, la maternità responsabile e consapevole”.
Sull’altro fronte la prima a difendere la presa di posizione dei medici è la senatrice teodem Paola Binetti, secondo cui è ‘’sorprendente che occorra un incontro di tutti i direttori delle cliniche ostetriche per ristabilire quello che sembrava un diritto già acquisito anche a norma della legge 194, che dice che quando un bambino nasce vivo occorre rianimarlo”.
D’accordo con la senatrice sono soprattutto gli esponenti del centrodestra:”Quando la gravidanza viene interrotta - ha affermato il presidente dell’Udc Rocco Buttiglione - il diritto della donna sulla propria gravidanza si è esaurito”. D’accordo il suo collega di partito Luca Volonte’: ”I genitori non sono padroni, il figlio neonato non è una proprietà - sostiene il deputato - diversamente, si introdurrebbe l’eutanasia neonatale”. A difendere Binetti anche la senatrice Laura Bianconi (Fi), secondo cui le polemiche sul caso sono “del tutto fuori luogo”, e Isabella Bertolini, vicepresidente dei Deputati di Forza Italia, che ha dichiarato che ”la legge 194 non può più essere considerata un totem”. Secondo Alfredo Mantovano (An), ”l’art. 7 della 194 impone di adottare tutte le misure necessarie per garantire la permanenza in vita del feto dopo un aborto”.
Unica voce fuori dal coro nel centrodestra quella di Chiara Moroni (Fi): ”Non è possibile inserire nell’agenda politica il tema dell’aborto e la revisione della legge 194. La politica - sottolinea Moroni - deve rivendicare il suo primato e non deve farsi condizionare dalla posizioni della Chiesa”.
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Mancava solo la sua. E infatti è arrivata: la benedizione della senatrice Paola Binetti contro la legge 194. Per nulla intimorita da chi la voleva fuori dal Pd per aver votato contro, lo scorso dicembre, al primo e pasticciato pacchetto sicurezza voluto da Veltroni; per nulla imbarazzata dalla lettera che lo stesso segretario le ha inviato per dirle che affermare che “i gay vanno curati” è “pericoloso e sbagliato”, ora la cattolica Binetti interviene nel dibattito sulla revisione della legge sull’aborto.
E c’è poco da sorprendersi, visto che la senatrice non è nuova nel giocare ruoli di rottura, sui temi etici, con le posizioni laiche della sinistra della propria maggioranza.
Esponente di punta dei teo-dem - corrente del Partito Democratico di stampo democristiano e cristiano-sociale (ne fanno parte Luigi Bobba, Emanuela Baio Dossi, Enzo Carra e Marco Calgaro), molto vicina alle posizioni dottrinali propugnate dalla Chiesa sulla procreazione assistita e sui Dico - alla vigilia di Natale, per far capire di che pasta è fatta, la Binetti ha rincarato la dose contro le dure critiche del suo leader e le accuse di “nazismo” delle associazioni Lgbt: “È grave che Veltroni, spinto dalle pressioni degli omosessuali, voglia soffocare il confronto su temi così importanti. No, Walter, non è con i diktat su unioni civili e omosessuali che si costruisce il partito Democratico”. E a conferma della sua tesi, la Binetti ha rispolverato i suoi trascorsi professionali. La senatrice, che in passato non ha nascosto di usare il cilicio come forma di penitenza, altri non è che una neuropsichiatra. Una scienziata, insomma. “Ho esperienza decennale di omosessuali che si fanno curare” scriveva sulla Stampa “non sono andata a cercarli io, sono loro che sono venuti in terapia da me”.
Veltroni o non Veltroni, scienza o non scienza, comunque Paola Binetti le idee chiare le ha sempre avute: “La mia coscienza resta qua”. Senza uscire o farsi cacciare, come vorrebbero in tanti, dal Pd. Ma ora la posizione della senatrice si è fatta ancor più estrema, dicendosi pronta non solo a sostenere la crociata lanciata dal direttore de Il Foglio, Giuliano Ferrara e dal Cardinale Ruini, ma anche di essere disposta a votare con Forza Italia e con una formazione trasversale in Parlamento: “Sulla salvaguardia della vita” spiega “non valgono logiche di schieramento o posizioni di partito”. Altro che inciucio, insomma: “Sono convergenze alla luce del sole”.
A raccogliere politicamente le proposte del giornalista e del cardinale, è stato Sandro Bondi, coordinatore nazionale di Forza Italia, che ha confermato di aver presentato, già tre mesi fa, una mozione parlamentare per”l’istituzione di linee guida (attualmente non previste dalla 194) per permetterne un’applicazione piena, coerente e omogenea”. E la Binetti si è accodata: “Nel Pd e in Parlamento” rivela “siamo in più di quanti si creda a ritenere indispensabile la rivisitazione della legge 194″.
Un numero che non contempla certo Marina Sereni, vice capogruppo del Pd alla Camera: “La legge 194 è stata un’ottima legge che ha contribuito a sconfiggere l’aborto clandestino e a dare alle donne tutele e aiuti per una maternità consapevole. Mi auguro” ha aggiunto Sereni “che l’iniziativa a titolo personale dell’onorevole Bondi, che sa tanto di speculazione politica, resti assolutamente tale”. Dice sì al dialogo, ma no alla modifica della legge, il ministro della Salute Livia Turco. Che ha lanciato un messaggio forte e chiaro: “È una legge applicatissima”. La legge sull’interruzione volontaria di gravidanza, infatti, “ha fatto sì che da trent’anni ad oggi gli aborti si siano praticamente dimezzati riducendosi del 45% e sia stato cancellato l’aborto clandestino e la conseguente altissima mortalità materna”.
Va dritta al bersaglio, invece, la capogruppo del Pdci al Senato Manuela Palermi: “La senatrice Binetti sta coprendo di vergogna e di ridicolo l’intera coalizione di governo. Affermare di essere pronta a sottoscrivere la mozione di Forza Italia contro la 194, significa insultare tutte le donne”. Ma non è solo vergogna, è totale incompatibilità: “Il suo incredibile comportamento” prosegue ancora la Palermi “rende incompatibile la sua presenza in un centrosinistra che nel suo programma ha riaffermato la laicità dello Stato. che Veltroni intervenga”.
Ma, essendo lei una senatrice, con i numeri risicati che il governo si trova a Palazzo Madama, a dover intervenire per quietare gli animi e accontentare tutti i riottosi alleati, sarà, come al solito, Romano Prodi. Che non aveva messo in conto una tegola di queste proporzioni, nella già delicata agenda d’inizio anno.
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Il VIDEO servizio:
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Ancor prima che finisse un’altra giornata passata sul limite di una crisi di governo, sono iniziate le grandi manovre. Definite le regole con le quali, il 14 ottobre, gli elettori del Partito Democratico potranno scegliere segretario e Assemblea costituente del nuovo soggetto (liste bloccate collegate ad un unico candidato), i big di Ds e Margherita cominciano a darsi da fare. Così, dopo la discesa in campo di Walter Veltroni, ecco arrivare il “manifesto di Rutelli”. Un documento che, nelle intenzioni del vicepremier, servirà per sostenere la candidatura del sindaco di Roma. Un documento che farà discutere visto che ipotizza una rottura netta con la sinistra radicale, visto che vi si si legge che “se la maggioranza non saprà governare i cambiamenti” il Partito democratico dovrà “proporre un’alleanza di centrosinistra di nuovo conio”. E dovrà farlo “per non riconsegnare l’Italia alle destre, ma soprattutto per non essere imprigionato dal minoritarismo e dal conservatorismo di sinistra”.
Dunque si tratta dell’atto di nascita di una nuova corrente, la prima del nuovo partito, in cui già si mescolano i rutelliani della Margherita (Renzo Lusetti, Rino Piscitello, Ermete Realacci e Antonio Polito, i ministri Paolo Gentiloni e Linda Lanzillotta, il leader dell’Italia di mezzo Marco Follini, i teodem Paola Binetti e Luigi Bobba,) e i liberal dei Ds, compresi sindaci (quello di Venezia Massimo Cacciari, quello di Torino Sergio Chiamparino).
Il vicepremier è dunque ufficialmente in campo e il suo manifesto, che in un primo momento avrebbe dovuto essere la base per il varo di una sua lista alle primarie di ottobre, sembra comunque una vera e propria piattaforma per un area riformista del nuovo Partito democratico. E la vera novità non sta nemmeno nell’ipotesi di “un’alleanza di centrosinistra di nuovo conio”, ma innanzi tutto nell’esplicito richiamo a quel “Walter Veltroni che a queste ragioni si ispira”. Il predestinato leader del Pd, dopo il 14 ottobre, potrebbe dunque farsi promotore di una nuova maggioranza. Il che comporta, almeno nel 99,9 per cento dei casi, anche un nuovo presidente del Consiglio.
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I commenti dei politici sulla famiglia, sul Family day del 12 maggio e sulla manifestazione del Coraggio laico che si terrà contemporaneamente in Piazza Navona
Gianfranco Fini: “Attenzione a pensare che chi sabato va a piazza San Giovanni lo faccia in ossequio al volere delle gerarchie cattoliche, e chi al contrario va a piazza Navona lo faccia per difendere la laicità delle istituzioni. Sarebbe questo un modo barbaro e infame di concepire un problema molto più importante”. “La famiglia sta a cuore a tutti, a chi crede e a chi non crede. Andare in piazza non deve diventare la cartina al tornasole per vedere chi è attento a cosa dice la Cei e chi no. Questo è l’approccio più largo nel senso più bello”. (8 maggio Kataweb)
Manuela Palermi, capogruppo Verdi-Pdci a Palazzo Madama, ha annunciato l’adesione alla manifestazione a favore dei Dico che si terrà a piazza Navona il 12 maggio. “Sono molto preoccupata della cultura che iniziative come il Family Day possono produrre. Più che a difesa della famiglia, il Family Day è contro la libertà individuale”. (Da La Stampa 07 maggio 2007)
Antonio Di Pietro, ministro delle infrastrutture: “Sono un cattolico credente e penso che un buon cristiano debba adoperarsi per far soffrire meno gli altri”. Tutti hanno il diritto, secondo il ministro, di “manifestare i propri pensieri, sia a favore dei Dico sia del matrimonio tradizionale”. L’Italia dei Valori ha comunque dato libertà di coscienza ai propri militanti. (da Il Giornale 7 maggio 2007)
Clemente Mastella, ministro della Giustizia, andrà al Family day: “Io ci sarò e invito tutti a partecipare”. (Da Repubblica 7 maggio 2007)
Rosy Bindy: “Alla Conferenza nazionale sulla Famiglia non ho invitato le associazioni gay, ma i genitori di omosessuali. (…) A me il discorso delle priorità quando si parla di diritti delle persone non piace, su qualunque diritto siamo sempre in ritardo. Ma alla conferenza nazionale sulla Famiglia gli omosessuali non hanno legittimazione a partecipare”. Paola Concia co-portavoce di Gayleft (la consulta LGBT dei Ds) commenta: “Ne avevamo parlato, avevamo chiesto di invitare l’associazione Arcobaleno, lei ha fatto una scelta di mediazione. Poco fa ha parlato della necessità di non fare distinzioni tra famiglia e famiglie e poi ha escluso i gay. Loro, i cattolici, sono fatti così. Non capisco la necessità di questo annuncio plateale”. Franco Grillini presidente onorario di Arcigay commenta invece: “Per Rosy Bindi quella omosessuale non è famiglia, e nemmeno quella eterosessuale convivente, visto che non sono state invitate nemmeno le associazioni delle coppie di fatto. (da L’Unità 07 maggio 2007)
Francesco Rutelli: “La priorità va alla famiglia - spiega Rutelli - perchè oggi chi progetta di avere figli è svantaggiato. Allo stesso tempo, tenendo ben conto delle priorità, è giusto riconoscere diritti e doveri alle persone conviventi”.
(3 maggio 2007)
Enrico Boselli, segretario dello Sdi, sarà a piazza Navona: “Non vogliamo fare una gara con l’altra piazza, vogliamo semplicemente non lasciarli soli. Dimostrare che c’è un’altra Italia, credente ma anche laica, quella dei diritti civili. E il 12 maggio sarà in piazza a chiedere che l’Italia non torni indietro. A piazza San Giovanni manifesterà la Controriforma, mentre a piazza Navona ci sarà la Riforma”. (La Repubblica 29 aprile 2007)
Paola Binetti, senatrice della Margherita è convinta che il Family Day “sarà un successo totale. Non sarà una piazza nè di destra nè di sinistra ma bipartisan. Non sarà cattolica nè laica. È una piazza in cerca di pace allegra, festosa, costruttiva, contro nessuno”. (Il Giornale 7 maggio 2007). Definisce invece quella di piazza Navona: una “manifestazione contro la famiglia”, che muove da “anacronistici presupposti ideologici”. (La Repubblica 29 aprile 2007)
Silvio Berlusconi: “Di fronte ai Dico e ai non-Dico, dobbiamo riaffermare con vigore che per noi la famiglia e’ l’istituzione tra un uomo ed una donna che si vogliono amare e che vogliono procreare dei figli”. (21 aprile 2007)
Pier Ferdinando Casini: “Il tema che abbiamo di fronte oggi non è quello di evocare improbabili parallelismi tra la famiglia e nuove forme di convivenza. Il problema è invece quello di mettere finalmente al centro della politica economica del Paese la tutela delle famiglie, soprattutto di quelle numerose”. “Attraverso la difesa della famiglia intendiamo difendere una visione del nostro Paese che si basa sulla forte connotazione della difesa dell’identità cristiana dell’Italia, in un momento in cui in tanti cercano di disperdere e far dimenticare quelle che sono le nostre radici” (gennaio 2007)
Gianfranco Rotondi, segretario della Dc: “È sciocco sparare su Prodi a proposito delle coppie di fatto: un conto è la difesa della famiglia, che è solo quella formata dalla mamma e dal papà e dai loro bimbi; altra cosa sono i diritti delle persone conviventi, e mi pare che Prodi abbia ben chiara la distinzione fra i due piani”. (da La Repubblica 12 settembre 2005)
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“È un vero peccato”.
Scusi, quale? Lo chiediamo a Monsignor Mauro Cozzoli, ordinario di Teologia morale alla Pontificia Università Lateranense.
È un vero peccato rifiutarsi, anche oggi, di coniugare fede e ragione. Due espressioni dell’uomo che non sono in contrasto. La fede poi è una scelta di vita che non comporta un minus di intelligenza ma un più di maturità.
La sua tesi va controcorrente. Per molti (a partire dal matematico Piergiorgio Odifreddi nel suo ultimo libro Perché non possiamo essere cristiani, ospite anche di un FORUM sul nostro sito), oggi vale la vecchia questione: “Per chi crede non esistono domande, per chi non crede non esistono risposte”.
Ma noi dobbiamo sforzarci di trovare un dialogo. Certo, se si parte da giudizi preconcetti come fa il professor Odifreddi, fede e ragione saranno sempre non solo due mondi paralleli ma anche in contrasto. L’atteggiamento di Odifreddi è tipico di chi non vuol accettare la tesi dell’altro: nonostante il suo laicismo, parte da un atteggiamento fideistico e partigiano. E pensare che essendo non credente dovrebbe avere il dubbio come guida. Invece non prende mai in esame le aporie insite nelle sue tesi che solo con la fede si possono colmare. Anche perché di questo dialogo oggi si sente un forte bisogno: sono sempre migliaia le persone alle udienze del Pontefice.
Anche quando Benedetto XVI richiama i politici a non avallare “leggi contro natura”…
Il richiamo del Papa è alle coscienze. E la coscienza non riguarda solo i credenti: è l’intelligenza morale della persona e inerisce alla sua capacità di decidere per il bene. Attraverso le azioni o il loro esame.
Sta parlando dell’esame di coscienza, Monsignore?
Sì, visto il periodo quaresimale. Intorno a questo tema c’è un po’ di confusione. Farsi l’esame di coscienza è come, usando una metafora moderna, scannerizzare le proprie azioni, valutarle in ordine alla loro bontà o alla loro malvagità. E in questo senso la scannerizzazione non è esclusiva dei cattolici.
Legato al tema della coscienza è quello della penitenza…
Esatto. Ma anche qui, usiamo prudenza. La penitenza non è un’azione particolare ma un valore, una virtù: è accogliere o compiere volontariamente qualcosa che costi privazione per elevarmi a Dio. Facendo penitenza, io non subisco un torto ma faccio un sacrificio.
Come il privarsi della carne al venerdì?
Sì. Anche se la Chiesa richiama, ripeto, ai valori. Che non vanno sacralizzati ma calati nella quortidianità. La prima opera richiesta è la carità: tutto va ad essa rapportata
Quindi non ha senso la protesta dei genitori della scuola di Ponzano Veneto perché alla mensa della scuola i propri figli hanno mangiato spezzatino il primo venerdì di Quaresima?
Non ho seguito il caso. Ma l’importante è che la penitenza sia rapportata allo stile della propria vita. E poi c’è un canone del Diritto Canonico che esenta dall’astinenza dalle carne i bambini…
Se la penitenza è un sacrificio, il cilicio di Paola Binetti, pacato medico psichiatra e pasionaria senatrice Teodem e numeraria dell’Opus Dei, vale di più della rinuncia quaresimale ai dolci e al vino della cattolica di sinistra Rosy Bindi, ministro firmatario dei Dico?
L’invito di Gesù è chiaro: “Guardatevi dal praticare le vostre buone opere davanti agli uomini per essere da loro ammirati”.