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Politici gay ma omofobi? I parlamentari coinvolti scelgono l’ironia

I nomi dei dieci parlamentari gay ma omofobi secondo i blogger di listaouting

I nomi dei dieci parlamentari gay ma omofobi secondo i blogger di listaouting

Alla pubblicazione del suo nome nella lista di 10 politici che, secondo un blog pirata, sarebbero omofobi ma segretamente gay, Massimo Corsaro, vicepresidente vicario del gruppo Pdl alla Camera, l’ha presa nell’unico modo possibile: con una battuta fulminante: «Mi era giunta notizia - ha dichiarato all’Ansa - che il mio nome sarebbe stato strumentalmente inserito in un elenco infamante. Per un attimo ho temuto che mi inserissero in quello degli interisti occulti. Tutto sommato meglio così…».  Maurizio Gasparri racconta che si è fatto qualche risata con gli amici, e aggiunge, le amiche. Elenco pesante, con nomi di primissimo piano, «sputtanati» sulla pubblica piazza  non perché gay, sostengono i pirati di Listaouting, ma perché gay e per di più omofobi. Elenco pesante e iniziativa discutibile  secondo gran parte del movimento omosessuale, con l’Arcy Gay in prima fila (contrarissima  da sempre  alla pratica dell’«outing», leggasi «sputtanamento» altrui) che definisce l’iniziativa «un rigagnolo miserevole di pettegolezzi».  Ecco le voci che Panorama.it ha raccolto (e continuerà a raccogliere durante la giornata) dei protagonisti chiamati in causa dagli anonimi curatori di questo sito che annuncia, nei prossimi giorni, la pubblicazione di altri nomi, questa volta di «cardinali e alti prelati omofobi e omosessuali». Continua

L’autunno caldo di Veltroni: “Da Berlusconi insulti e bugie”

Il segretario del Pd Walter Veltroni
E il muro contro muro continua. Tra il leader dell’opposizione e il capo del governo. L’attacco del leader del Pd è totale. La nuova puntata, dopo l’intervista di domenica scorsa a Il Corriere della Sera, è andata in scena al seminario sul federalismo dei senatori del Pd in corso a Frascati, dove Veltroni, torna a parlare di “preoccupazione democratica”. E di balle (nel senso di bugie).
Per la precisione quelle che, secondo l’ex sindaco di Roma, “Berlusconi” usa - “passando metà del suo tempo ad insultare l’opposizione” - per ingannare gli italiani” in una strategia di contrapposizione frontale con chi la pensa in modo diverso da lui”.
E allora, le “tre balle” di cui parla Veltroni riferite a Berlusconi riportano alla vicenda Alitalia. “Berlusconi dice che Epifani voleva firmare l’accordo e che io avrei fatto da New York il diavolo a quattro per non farglielo firmare e ancora che D’Alema mi telefona per chiedermi se sono impazzito e quindi io cambio linea su Alitalia” spiega Veltroni ai senatori. “Tre balle per ingannare gli italiani e poi quei giochini di utilizzare me e D’Alema finiscono lì perché nessuno di noi due è disposto a prestarsi”. Mentre, aggiunge Veltroni, è che “in un sistema democratico si convive con le opposizioni, non le si insulta e non le si aggredisce. Il governo scambia il governare con la presa di potere e quindi tutto ciò che non è omogeneo è un fastidio da rimuovere”.
Veltroni fa poi un esplicito invito al premier, chiedendogli “moderazione, pensando a governare non a insultare l’avversario”.
Anche Massimo D’Alema nega la veridicità delle dichiarazioni del presidente del Consiglio dicendosi “stupito per le frasi false”: “I fatti descritti non sono mai accaduti, io ero in America ad occuparmi di altre faccende nei giorni in cui si è chiuso l’accordo per cui si è adoperato anche Walter. Berlusconi rispetti il Pd e dialoghi con Veltroni” ha concluso D’Alema.
Ma non è solo Alitalia il tema che scalda il leader dell’opposizione: che anzi non si risparmia e attacca su tutti i fronti: “Il presidente del Consiglio ha una certa propensione per le bugie: è giusto che il Paese lo sappia”. Per Veltroni il punto debole di Berlusconi è la mancanza di “rispetto delle istituzioni: il governo riduce il Parlamento a una situazione per la quale sarebbe bastata la votazione del 14 aprile per riceverne il mandato a fare quello che vuole. Il governo deve ricordare però che non ha il consenso del 50% degli italiani. Pretendiamo un clima di rispetto istituzionale”.
Veltroni poi passa ad un altro tema di stretta attualità: la magistratura. L’attacco del presidente del Consiglio Silvio Berlusconi al giudice Nicoletta Gandus è, per il leader del Pd, “inammissibile” perché denota una “mancanza di senso delle istituzioni” testimoniato anche dal messaggio lanciato dal premier nei confronti della Corte Costituzionale, chiamata a esprimere un parere sulla legittimità del lodo Alfano. “Berlusconi ha aggredito, citandola per nome e per cognome, un magistrato chiamato a giudicarlo e pensate a cosa ha detto in questi giorni sulla Corte Costituzionale”.

La risposta da parte del governo alle parole di Veltroni è arrivata dal sottosegretario alla presidenza del Consiglio Paolo Bonaiuti, portavoce del premier. Che replica con un’alzata di spalle all’attacco del leader del Pd: “Il governo sta governando bene e gli italiani lo sanno. Tanto che la fiducia in Berlusconi è al massimo storico per un presidente del Consiglio. Perciò” dice Bonaiuti “non cadiamo nel giochetto di Veltroni che vuole portarci allo scontro e lo lasciamo sproloquiare da solo”.
Rincara la dose Fabrizio Cicchitto, presidente dei deputati del Pdl: “Veltroni, rovesciando la linea politica sulla quale si fece eleggere come leader del Pd, ha preso l’abitudine di insultare circa tre volte al giorno Berlusconi a orario fisso, in tempo utile per apparire sui Tg”. “Non contento di ciò” prosegue “se Berlusconi si permette di replicare allora lo paragona a Putin, affermando che vuole bastonare l’opposizione. Queste quotidiane scenate stanno diventando imbarazzanti nonché ridicole. Quanto più si avvicina il 25 ottobre Veltroni alza i toni e ci aspettiamo, prima o poi, anche l’evocazione di Francisco Franco e dei colonnelli greci”.

Ai giornali di partito contributi per un miliardo. In sette anni

Giornali in Parlamento

di Laura Maragnani e Mario Sechi

Roma, piazza Colonna, ore 9.00 del 12 agosto: l’edicola davanti a Palazzo Chigi sta preparando le mazzette dei giornali per gli uffici parlamentari. Domanda a bruciapelo: scusi, ha una copia della Discussione? L’edicolante si consulta con un suo collaboratore: “Mi sa che è in ferie…”. E una copia di Linea? “Vacanza”. E un paio di pagine del Campanile? “In questi giorni nun ce sta’”. Notizie dell’Opinione? “È a riposo. La Voce Repubblicana è missing, il Secolo d’Italia è ai bagni, il Denaro oggi non è arrivato, di Rinascita dottò ce n’hanno mannato ’na copia sola e me dispiace ma è prenotata. Capirà, ’sti giornali piccoli”.
Piccoli come foliazione (in genere non superano le quattro pagine) e con la redazione (quando c’è) ai minimi termini, ma con grande appetito e una capacità incredibile di battere cassa. Ne sa qualcosa la presidenza del Consiglio e assai meno il contribuente italiano.

Solo per il 2006 lo Stato ha stanziato186 milioni di euro di contributi diretti per l’editoria. Nel 2000 erano “soltanto” 106 milioni: una crescita di 80 milioni in sette anni, altro che tasso d’inflazione programmata. Incassare il contributo è facile: basta dichiarare la tiratura, presentare un bilancio e poi aspettare la liquidazione della fattura. E le vendite? Non sono indispensabili.
Almeno fino a oggi: in autunno il sistema subirà una rivoluzione. Al Dipartimento per l’Editoria il trio composto da Gianni Letta, Paolo Bonaiuti e Mauro Masi sta lavorando a uno schema di regolamento che sarà supervisionato dal ministro per la Semplificazione Roberto Calderoli e sarà presentato nei primi giorni di settembre (qui la bozza in .pdf).
Due le parole d’ordine: snellire la procedura e cambiare i parametri per l’assegnazione della parte variabile del contributo pubblico. Non sarà più la tiratura ma la diffusione certificata (vendite e abbonamenti) a stabilire l’importo dell’assegno. Questa semplice regola darà un taglio alle vendite in blocco delle copie stampate (oggi praticate da tutti i gruppi editoriali) e ai non isolati casi di giornali che esistono solo sulla carta e non hanno mai visto un’edicola o un giornalista regolarmente retribuito. Il timore di molti editori non è dunque per i tagli dei fondi, ma per un futuro molto più severo in cui i giornali devono essere imprese vere e i pirati della carta dedicarsi a un altro mestiere.
Il conto complessivo dell’attuale sistema-groviera è da tachicardia. Secondo le elaborazioni di Panorama sui dati forniti dal Dipartimento per l’editoria, dal 2000 al 2006 lo Stato ha staccato assegni per oltre 1 miliardo di euro. Nei prossimi tre anni l’esborso previsto per le casse pubbliche è di oltre mezzo miliardo di euro. Dal 2010 invece potrebbe andare a regime la riforma complessiva del settore che stabilirà nuovi criteri per l’ammissione agli aiuti. E i beneficiati già tremano.
Chi sono? L’elenco è sterminato: giornali di partito, testate legate a movimenti politici, cooperative (vere e presunte) di giornalisti, quotidiani editi da società controllate da fondazioni o enti morali… Una giungla che anche il più sprovveduto esploratore capisce aver bisogno di una radicale sfoltita. Fuori il machete, allora. C’è chi si accontenta di 6.320 euro di contributo all’anno, come L’amore vince edito dalla Fondazione di Culto e Religione Piccolo Rifugio, e chi incassa 6,3 milioni di euro, come l’Avvenire, quotidiano della Cei. Ci sono Motocross (517 mila euro) e Sportsman-Cavalli & Corse (2,5 milioni), Chitarre (296 mila) e Ti saluto fratello (44.960 euro), Rassegna sindacale (517 mila euro), Civiltà cattolica (66.700 euro), L’aurora della Lomellina della diocesi di Vigevano (45.197 euro). Fin qui siamo al censimento dei cespugli. Vegetazione bassa. Poi arrivano querce e sequoie, i pesi massimi del contributo di Stato: gli organi di reali o immaginari partiti e movimenti politici.
La Discussione? Difficile da trovare in edicola, ma nei decreti di stanziamento è sempre presente: 15,148 milioni di euro in 7 anni. Merito di due europarlamentari Udc e dell’attivismo di un deputato Pdl, Giampiero Catone, che per qualche anno è riuscito a bissare il contributo facendo l’editore del Quotidiano sociale. Linea, un mistero editoriale da quasi 16 milioni di euro, si presenta come organo del Msi-Fiamma Tricolore ma perfino la paternità è duramente contestata. Il Campanile nuovo non fa din don ma bingo: nelle solide mani dei figli di Clemente Mastella, Pellegrino ed Elio, ha incassato già quasi 6 milioni di euro. L’Opinione delle Libertà, diretta da Arturo Diaconale, ha messo in cassaforte 13.542.856 euro.
E che dire della diaspora editoriale socialista? L’Avanti! ha macinato quasi 15 milioni di euro. L’Avanti! della domenica, ovviamente settimanale, dal 2000 al 2003 ha messo in banca 2.360.545 euro. Il Socialista Lab, quotidiano della cui esistenza in pochi si sono accorti, in tre anni di euro ne ha ottenuti 758 mila. La Gazzetta politica, settimanale, dal 2002 al 2005 ha superato 1,6 milioni di euro. Il garofano è appassito, ma il portafoglio è sempre verde.
E che dire degli alfieri del mercatismo? La Voce repubblicana, ectoplasma da edicola, tra aperture e chiusure ha presentato un conto da 2,263 milioni di euro. Liberal ha un’etichetta politica lontana dal Leviatano dello Stato, ma vicina alla cassa di Palazzo Chigi: dal 2003 al 2006 ha incassato oltre 3 milioni di euro.
Persino chi fa la faccia feroce contro la casta, come Tonino Di Pietro, non è sfuggito alla tentazione di passare all’incasso: al minicontributo per Orizzonti Nuovi, la fanzine del partito in stile anni Settanta, 62 mila euro nel solo 2005, l’anno dopo ha preferito i 2,036 milioni di euro per il quartino di Italia dei valori, in cui casualmente è stata assunta la figlia Anna come praticante.
Una foresta politicamente trasversale in cui spiccano un paio di giganti. Il quotidiano Libero si contende la palma d’oro con l’Unità. La testata fondata e diretta da Vittorio Feltri ha avuto accesso ai contributi grazie “al Movimento monarchico che ci aveva appoggiati in questa iniziativa” aveva spiegato lo stesso Feltri a Report nel 2006. Libero tuttora gode del finanziamento come organo di movimento politico e in sette anni ha incassato 39,247 milioni.
Grande la soddisfazione dell’editore di riferimento, la famiglia Angelucci, che raddoppia il piatto con l’assegno del Riformista, organo del movimento Ragioni per il socialismo (10 milioni a partire dal 2003). L’anticomunismo perde la partita all’incasso contro l’Unità, quotidiano fondato da Antonio Gramsci, organo dei Ds: 43 milioni di euro in 7 anni. Il nuovo editore, il presidente della Regione Sardegna e tycoon di Tiscali, Renato Soru, ha annunciato che rinuncerà ai contributi pubblici, per la gioia di Europa, quotidiano della Margherita (l’83 per cento delle quote è detenuto da Luigi Lusi, tesoriere del partito), che così sembra destinato a restare l’unico organo di stampa del Partito democratico. Europa è un foglio smilzo ma al totalizzatore segna 14 milioni di euro in 4 anni.
Smilzo non è mai stato l’Elefantino, alias Giuliano Ferrara, che con Il Foglio agganciato alla Convenzione per la giustizia ha finora incassato oltre 25 milioni di euro. Il direttore del Foglio è già in prima linea contro la riforma e il taglio dei contributi annunciati dal governo (vedi il botta e risposta con Maurizio Belpietro nelle Opinioni).

Al suo fianco, in questa saga bipartisan, s’è levato l’eterno grido di dolore del Manifesto che gode dei contributi (circa 30 milioni in sette anni) in quanto cooperativa di giornalisti. La galassia comunista annovera poi Liberazione (25,5 milioni), Rinascita (11 milioni) e La Rinascita della sinistra (6 milioni). Anche Notizie Verdi, ex Sole che ride (9 milioni) sta per transitare a sinistra con il passaggio di proprietà a Luca Bonaccorsi, editore di Left-Avvenimenti (mezzo milione l’anno).
Roma ladrona? Non quando si tratta di sbancare i contribuenti: il quotidiano leghista La Padania infatti si è assicurato 28 milioni in sette anni, circa 4 milioni ogni 12 mesi. E dal Nord al Mezzogiorno il refrain è sempre lo stesso. Il meridionalissimo Movimento Europa Mediterraneo porta a casa soldi per Il Denaro: quasi 14 milioni di euro. Quanto a Magna Grecia Sud Europa, che con la cooperativa Balena Bianca, made in Avellino, pubblica la rarissima Democrazia cristiana (un milione), non resta certo indietro rispetto ai duri e puri del profondo Nord. Le Peuple valdotain, settimanale di Aosta, in sei anni ha battuto cassa per un milione e mezzo; e il mensile Zukunft in Südtirol, edito dalla Svp, veleggia ormai oltre quota 5 milioni.

Fa tenerezza, allora, la Porziuncola di Assisi, mensile della Provincia Serafica di San Francesco dell’Ordine dei Frati Minori, che nel 2006 ha chiesto, e ottenuto, solo 8.995 euro. Una violetta all’ombra delle grandi sequoie, certo. Ma quante sono le diocesi italiane? Quante le case generalizie, le fondazioni, le pie società che editano, stampano, sopravvivono grazie ai contributi pubblici? Fuori dalla giungla comincia una sterminata prateria di carta.
E quelli che galoppano non sono todos caballeros.

LE CIFRE DEL FINANZIAMENTO
L’Avanti! (cooperativa giornalisti) 14.785.628
L’Avvenire (organo Cei; testata ammessa dal 2001) 37.184.896
Il Campanile nuovo 5.982.930
Il Denaro 13.732.251
Democrazia cristiana (2003-06) 997.757
La Discussione 15.148.169
Europa (dal 2003) 14.182.307
Il Foglio 25.262.522
Italia dei Valori (solo 2006) 2.036.107
Liberazione 25.409.676
Linea 15.954.509
Il Manifesto (cooperativa) 30.470.955
Nuovo Riformista (dal 2003) 10.199.005
L’opinione delle libertà 13.542.856
Libero (ex Opinioni Nuove) 39.247.110
La Padania 28.198.541
Il Popolo (2000-2002) 4.513.686
Rinascita (cooperativa) 11.254.824
Roma 18.736.909
Secolo d’Italia 21.691.187
Sole che ride (dal 2005 Notizie verdi) 9.045.304
L’Unità 43.023.213
La Voce repubblicana (non uscita nel 2002-3) 2.263.898

…CI SONO ANCHE I PERIODICI

Gazzetta politica (’02-05), settimanale, 1.610.178
L’Avanti! della domenica (2000-2003), settimanale, 2.360.545
Le Peuple Valdotain (fino al 2005), settimanale, 1.560.526
Liberal (dal 2003), bimestrale, 3.162.237
La Rinascita della sinistra, settimanale, 6.047.086
Zukunft in Südtirol, mensile, 5.117.223

Leadership del Pdl. Dopo Berlusconi? Sempre e solo Berlusconi

Roberto Calderoli e Silvio Berlusconi

Dopo il Cavaliere? Solo il Cavaliere.

Non c’è spazio per nessun altro: “Berlusconi è lì, è il leader del Pdl, non c’è nessuna guerra e nessuna successione”. Anche perché il premier in fatto di appeal sta andando a gonfie vele: “ha fatto ciò che aveva promesso”, e il gradimento dell’opinione pubblica è “al 63,8% mentre quello del governo è poco sotto il 60%”.
Lo dice Paolo Bonaiuti, in un’intervista a Il Tempo. Il sottosegretario alla presidenza e portavoce di Silvio Berlusconi frena anche sull’apertura che Gianfranco Rotondi ha rivolto all’Udc di Casini: “Porte aperte a tutti” dice “ma mi sembra un gelatone di Ferragosto che si squaglia al sole. Il dibattito” conclude “sarà finito tra qualche giorno”.
Le questioni economiche e le riforme “sono entrambi temi sui quali sarebbe più che logico dialogare. Noi avevamo creduto che il Pd sarebbe stato quello che Veltroni aveva disegnato al Lingotto di Torino, ci eravamo illusi che fosse quello delle promesse elettorali”, afferma Bonaiuti. E invece, continua Bonaiuti: “Veltroni si è messo a rincorrere Di Pietro sulla strada del giustizialismo che si è conclusa con il grande scivolone di piazza Navona”.
Il portavoce del premier spiega che i temi economici saranno nell’agenda del governo alla ripresa dell’attività, a settembre: annuncia che l’esecutivo “combatterà l’inflazione” e sottolinea che “il sostegno ai redditi fissi, quello dei dipendenti, dei pensionati, soprattutto delle fasce più deboli sarà l’obiettivo fisso del governo nei prossimi mesi”. Ma su queste questioni, continua, servirebbe “un diverso atteggiamento dell’opposizione”.
“Di fronte a una crisi mondiale” dice “oppositori come Bersani sparano a zero sulla manovra del governo che per tre anni non metterà le mani nelle tasche dei cittadini e si limiterà a tagliare spese inutili, sprechi e privilegi. E il leader della Cgil Epifani lancia addirittura la mobilitazione. Possono protestare, è un loro diritto. Ma dall’opposizione mi aspetterei un altro atteggiamento”, ovvero che “si dialogasse, si discutesse e magari si cercassero insieme le soluzioni giuste per il paese”.

Dialogo Berlusconi Veltroni. Al loft in tanti ora studiano diplomazia

Il leader del Partito Democratico Walter Veltroni con Goffredo Bettini | Ansa
di Stefano Vespa

E ora si scoprono le carte. Se ci limitassimo alle dichiarazioni del prima e del dopo voto, sarebbe legittimo un minimo di ottimismo sulla possibilità che si arrivi presto alle riforme istituzionali. La larga vittoria del Pdl e gli impegni confermati da Silvio Berlusconi a favore di un dialogo con il Pd costringono il partito di Walter Veltroni ad assumersi una responsabilità più difficile del previsto, perché la sconfitta è stata più netta di quanto si pensasse. Sconfitta che ha fatto riemergere le diverse anime del Partito democratico, interne agli ex Ds e alla cattolica Margherita.
Può apparire strano, ma la maggiore disponibilità al dialogo potrebbe arrivare dagli ex diessini. Conosciuto ormai anche dal grande pubblico, Goffredo Bettini, coordinatore del Pd e braccio destro di Veltroni, sembra destinato a rivestire ufficialmente i panni dell’alter ego (a sinistra) di Gianni Letta.

Non a caso Berlusconi già martedì 15, a Radio anch’io, gli ha confermato l’appuntamento preso “tramite un comune amico”, Gianni Letta appunto. Bettini ha il mandato di Veltroni, che fin dalla sera di lunedì 14 aveva confermato la disponibilità al confronto. Ma nel Pd chi rema a favore e chi contro? Tra i primi rispunta, inevitabile, la figura di Massimo D’Alema, primo interlocutore del Cavaliere fin dai tempi della Bicamerale.
Un importante ruolo da ufficiale di collegamento potrebbe dunque averlo il fido dalemiano Nicola Latorre, rieletto senatore. In questo contesto potrebbe essere importante anche Mauro Masi, alto funzionario dello Stato dalle esperienze e amicizie bipartisan, capo di gabinetto del vicepremier uscente D’Alema, ma nel 2005 nominato da Berlusconi segretario generale di Palazzo Chigi, casella che potrebbe ricoprire nuovamente. Dopo il voto il sottosegretario uscente alla presidenza del Consiglio, Enrico Letta, ha scelto il riserbo, ma si sa come la pensa. Il 5 aprile, al Workshop Ambrosetti di Cernobbio, l’esponente della ex Margherita lanciò un patto sulle riforme a prescindere da chi avrebbe vinto: legge elettorale, fine del bicameralismo perfetto, riforma delle autorità indipendenti e della Costituzione nella parte in cui vanno riportate allo Stato centrale alcune competenze.
Sul piano tecnico da tempo gli esperti del Pdl, come Gaetano Quagliariello, si confrontano con i costituzionalisti dell’opposizione Salvatore Vassallo e Stefano Ceccanti. Quest’ultimo, sull’Unità del 15 aprile, ha ribadito che il Pd deve “trovare le necessarie intese per stabilizzare il sistema istituzionale, andando a vedere i possibili veti della Lega”. La disponibilità di altri sembra inferiore. Arturo Parisi, prodiano della prima ora, rinfaccia a Berlusconi i mancati accordi degli anni Novanta. Né recentemente Dario Franceschini ha parlato di dialogo, mentre è Enzo Bianco a insistere su una nuova legge elettorale. Sono giorni di analisi e anche di scelte: il Pd non ha molto tempo per lanciare segnali veri.

Veltroni-Berlusconi: incontro segreto? Smentite chiare

La parola d’ordine è: non ci risulta. Gli stati maggiori del Pd e del Pdl si sono affrettati a smentire la notizia trapelata mercoledì sera di un incontro segreto tra Silvio Berlusconi e Walter Veltroni per concordare una linea condivisa su alcune questioni di interesse nazionale.

Un rendez-vous vero e proprio, sotto forma di faccia a faccia tra i due leader, potrebbe non esserci stato, tuttavia è molto accreditata l’ipotesi che tra i due un colloquio su temi impellenti, quali il futuro di Alitalia o la nomina del commissario italiano nella Ue, vi sia comunque stato. Via telefono o attraverso i contatti tra le rispettive “diplomazie”.
La nota dell’ufficio stampa del Pd precisa in ogni caso che nessun incontro o colloquio è in programma tra il segretrio del partito e il leader del Pdl. Secondo gli addetti alla comunicazione del Loft, le voci riportate dai giornali “sono prive di fondamento”. Anche il braccio destro di Veltroni, Goffredo Bettini, prende le distanze e, parlando con Maurizio Belpietro a Panorama del giorno, su Canale 5, spiega che “di solito Walter mi informa se avvengono questi incontri, io non ne so nulla e quindi presuppongo che l’incontro non ci sia stato”. “Nel futuro potrebbe esserci certamente” ha però aggiunto Bettini, “non credo che sia una cosa didsdicevole che il capo dell’opposizione incontri il capo del governo, credo accada in tutti i Paesi democratici. Non starei tanto appresso agli incontri, ma alla sostanza delle posizioni”.
Sul fronte opposto tocca a Paolo Bonaiuti, portavoce del futuro premier, smentire che l’incontro si sia effettivamente svolto. “Ma quale incontro, ma quando, ma dove?”, ha detto al telefono Bonaiuti. “Non c’è stato nessun incontro e non riesco a capire neanche come sia nata questa voce”. Nonostante la smentita del portavoce e l’impossibilità di verificare l’indiscrezione con le fonti ufficiali del Pd, in alcuni ambienti parlamentari - riporta l’Ansa - si è insistito sul fatto che i due leader si siano effettivamente incontrati. Il faccia a faccia, sempre secondo gli stessi ambienti, sarebbe avvenuto la sera di martedì, dopo la conferenza stampa tenuta da Berlusconi all’auditorium della tecnica, all’Eur.

Sempre secondo le voci raccolte l’incontro sarebbe avvenuto a casa di Gianni Letta, e vi avrebbe partecipato anche lo stesso Bettini.
Al centro del colloquio ci sono stati infatti anche altri temi: dal “caso Alitalia”, che passa nelle mani del prossimo governo, fino al sostituto di Frattini alla Commissione europea, nomina che invece Prodi rivendica e non vuol lasciare a Berlusconi.
“Casa Letta” evoca la stagione della Bicamerale, del “patto della crostata” e dei rapporti “normali” tra il Cavaliere e D’Alema sulle riforme istituzionali. Ma il segno del presunto colloquio dell’altro ieri tra Berlusconi e Veltroni è assai diverso rispetto a quello di qualche anno fa, anche perché il tema della legge elettorale, ad esempio, sarebbe stato per ora accantonato.

Il duello tv non spaventa Silvio e Walter ma gli altri candidati premier

Walter Veltroni da Bruno Vespa, sullo sfondo il leader del Pdl, Silvio Berlusconi | Ansa
La proposta di un faccia a faccia tv tra i due maggiori candidati premier aleggia come un fantasma dall’inizio della campagna elettorale. Silvio Berlusconi e Walter Veltroni – complice anche il clima di fair play di queste settimane – non si sono mai detti contrari.

Ma a remare contro è, o sembra essere, la legge in vigore, ovvero la par condicio. Quella stessa che il Cavaliere ha promesso di abolire “perché rende tutti uguali”. In pratica Pd e Pdl, lo ha spiegato lo stesso Berlusconi più volte, a causa della legge 28 del 2000 “si indeboliscono a scapito degli altri partiti anche minuscoli che hanno lo stesso trattamento (in termini di minutaggio) mediatico”. In realtà un recente richiamo dell’Agcom chiede un riequilibrio, sia nelle tv pubbliche che private, in favore delle liste partecipanti alla campagna elettorale, sottolineando il vantaggio a favore del Popolo della Libertà.
Il punto è che essendo i candidati premier tanti si dovrebbero tenere tantissimi faccia a faccia. Nei giorni scorsi è sceso in campo il ministro delle Comunicazioni, Paolo Gentiloni, che prima sul suo blog poi sul sito del Pd ha sostenuto che non è vero che la legge obblighi a tanti faccia a faccia e che l’incontro tra i due big “si può fare, anzi si farà”.

Per il centrodestra in questi giorni ha risposto più volte il portavoce del Cavaliere, Paolo Bonaiuti, che ha ribadito la precondizione al sì al dibattito tv: “prima abolire la par condicio”. E proprio martedì 25 i telespettatori di Sky hanno assistito ad un duello tra i due. Tra Bonaiuti e Gentiloni.
Il primo, spavaldo, ha sostenuto che il Cavaliere “non ha certo paura e non può che vincere in maniera altisonante. Ma abbiamo l’impressione che il Pd stia menando il can per l’aia parlando di confronto tv e sapendo che con queste regole non si può fare perché avete fatto una legge, la par condicio, fatta per mettere il bavaglio e limitare i nostri spazi. Siamo favorevolissimi al duello tv ma prima cancelliamo questa legge. Non abbiamo paura del confronto, ma voi siete così farisei che in Vigilanza non avete fatto nessuna richiesta di faccia a faccia”.
Parole a cui il ministro del Pd ha risposto: “La Vigilanza non regola i programmi giornalisti ma le tribune elettorali. Il confronto Tv si può fare basta assicurare l’equilibrio tra le forze politiche. Si è sempre fatto, l’unica differenza è che oggi uno dei due non vuole”. Poi la stoccata: “In queste settimane ci sono stati tanti faccia a faccia tra candidati premier. Come mai l’unico vietato è quello tra Berlusconi e Veltroni?”.
A Panorama.it il deputato Radicale, Marco Beltrandi - membro della Commissione di Vigilanza Rai - spiega: “Non c’entra nulla il regolamento recentemente varato dalla Vigilanza. È proprio la legge sulla par condicio che lo vieta”, perché aggiunge: “Nella seconda parte della campagna elettorale, cioè ora, tutti i candidati premier devono avere pari trattamento assoluto. Si potrebbero fare confronti con cinque candidati per volta estratti a sorte come negli Usa. Nel nostro caso, visto che i candidati premier sono circa 15, ne servirebbero tre. Fattibile”. Eppure durante il fine settimana pasquale alcuni giornalisti (da Giovanni Floris a Bruno Vespa fino ad Enrico Mentana) si sono fatti avanti per ospitare i due leader nelle loro trasmissioni e sono quindi pronti a “disubbidire”.

Che succederebbe? Beltrandi è netto: “Se ci fosse un faccia a faccia Berlusconi-Veltroni, basterebbe una denuncia all’Agcom che farebbe una delibera di ripristino della parità delle condizioni”. E se il faccia a faccia si facesse negli ultimissimi giorni? “Verrebbe fregata la par condicio” conclude Beltrandi “ma l’azienda potrebbe pagare una multa di 100-150mila euro”.
Multa che il direttore di Sky Tg 24, Emilio Carelli, dice di esser pronto a pagare “perché l’importante per noi è affermare la validità giornalistica di un dibattito tv tra i due candidati maggiori”. In ogni caso rivela il direttore dell’emittente all news: “Noi li abbiamo invitati tutti e 15 per il 6 aprile ad un dibattito comune”.

Spifferi dal Transatlantico
Ingiustizia, di Maurizio Tortorella
Uno contro tutti, di Carlo Puca
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Il voltagabbana, di Paolo Guzzanti
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Politicamente (S)corretta, di Annalisa Chirico
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