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Paolo-Ferrero

Tremonti-Brunetta: i ministri contro fanno bene alla storia, meno ai governi

Renato Brunetta, ministro della Funzione Pubblica, con Giulio Tremonti, ministro dell'Economia

Renato Brunetta, ministro della Funzione Pubblica, con Giulio Tremonti, ministro dell’Economia


L’ultimo attacco contro il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, a capo di un dicastero costantemente sotto assedio, è stato messo a tiro da un collega che di certo non le manda a dire: il veneziano Renato Brunetta. “Sono un economista, lui no”, la battuta del ministro per la Pubblica amministrazione, a proposito dell’ipotesi di tagli alla burocrazia nella finanziaria 2010. Continua

La crisi e i partiti: a sinistra è profondo rosso

Paolo Ferrero

di Stefano Brusadelli

Ironia della sorte (e della politica): sempre sprezzanti verso il primato del dio denaro, le forze italiane della sinistra radicale rischiano di chiudere bottega non perché mancano gli elettori (che peraltro negli ultimi tempi si sono ristretti), ma perché mancano i soldi. “La situazione” confessa a Panorama il tesoriere di Rifondazione, Sergio Boccadutri, “è drammatica. I soldi incassati alle elezioni del 2008 li abbiamo già tutti spesi per le europee. Dalle quali però, disgraziatamente, non ci arriveranno rimborsi”. E se il partito di Paolo Ferrero è alla canna del gas, sono preoccupanti anche le condizioni degli altri “nanetti” accampati alla sinistra del Pd, ossia i comunisti italiani di Oliviero Diliberto, Sinistra e libertà di Nichi Vendola, i Verdi di Grazia Francescato, i socialisti di Riccardo Nencini. L’incubo, per tutti, è rimanere senza più un soldo già nel 2010.
Per capire la situazione occorre ripassare il machiavello del finanziamento dei partiti (qui la Legge 3 giugno 1999, n. 157, qui le nuove norme per il finanziamento dei partiti europei). Che in verità sarebbe stato abolito da un referendum nel 1993, e che invece venne resuscitato 8 mesi dopo travestito da “rimborso “; con inganno anche lessicale, perché l’erogazione avviene senza bisogno di documentare le spese e dunque di finanziamento si tratta e non di rimborso. Le (ricche) torte a disposizione sono quattro: elezione della Camera, del Senato, elezioni europee e regionali. Per accedere alla spartizione delle prime due basta raggiungere l’1 per cento. Per la torta europea l’asticella è più in alto, sta al 4 per cento.
Ogni torta vale all’incirca 250 milioni di euro, e le fette, distribuite in rate annuali, sono proporzionali ai voti conseguiti. Va aggiunto che, grazie alla generosità che i partiti dimostrano sempre verso se stessi, i rimborsi per Camera e Senato vengono erogati per 5 anni anche nel caso la legislatura (come accadde a quella scorsa) duri di meno.
Il guaio per la sinistra radicale è che ormai colleziona un flop elettorale dietro l’altro. Alle politiche del 2008, tutti intruppati nella Sinistra arcobaleno, Rifondazione, Comunisti italiani, Verdi e Sinistra democratica (un gruppo di scissionisti ds guidato da Fabio Mussi) hanno raccolto un misero 3 per cento. Non sono quindi riusciti a eleggere né deputati né senatori (il che ha la sua importanza perché le trattenute sugli stipendi degli eletti sono un’importante voce di entrata), ma hanno almeno incassato i rimborsi; i quali però, divisi in quattro parti, si sono rivelati una miseria. Speravano di rifarsi alle europee succhiando voti al Pd e si erano baldanzosamente divisi in due squadre, ciascuna convinta di superare lo sbarramento del 4 per cento.
È andata male di nuovo: la Lista comunista (Prc e Pdci) si è fermata al 3,3 per cento mentre Sinistra e libertà (gli scissionisti del Prc capitanati da Nichi Vendola, Verdi, Socialisti e Sd) al 3,1. Niente eletti e, stavolta, zero finanziamento.
Con le banche che, non vedendo entrate certe per i prossimi anni, cominciano ad alzare i ponti levatoi. Conseguenza: crisi nera e rischio di finire l’ossigeno già l’anno prossimo, quando invece ci sarà da tirare fuori un mucchio di soldi per la campagna regionale. A viale del Policlinico, sede del Prc, girano cifre da brivido. La curva delle entrate è quella di un’azienda in crisi: 21 milioni di euro nel 2007, 15 nel 2008, 9,5 milioni nel 2009, 6,5 nel 2010, per finire a “zero euro” a partire dal 2011. Le uscite (mettendo da parte il buco di Liberazione, il quotidiano ufficiale) non scendono altrettanto velocemente: 13 milioni nel 2008, 10 milioni nel 2009 e altrettanti nel 2010. Quanto a Liberazione, le perdite ammontano, solo per il 2008, a 3 milioni. “Negli ultimi 5 anni ” si dispera Boccadutri “gli abbiamo dato 10 milioni: ora basta!”.

Come si fa ad andare avanti? La risposta è una drastica ristrutturazione, maneggiata con imbarazzo comprensibile da un partito che ha sempre condannato i licenziamenti fatti dagli altri. Per Liberazione è stato decretato il ridimensionamento: contratti di solidarietà per sei-otto giornalisti e cassa integrazione per tutti gli altri, una quarantina compresi i poligrafici. Ci si accontenterà di un giornale ridotto a quattro pagine. Ma saranno i dipendenti della direzione a dover subire i tagli più pesanti: dai 125 in organico, un’enormità, bisognerà scendere a non più di 40.
I lavoratori sono sul piede di guerra e minacciano azioni eclatanti. Il partito ha offerto 7 mila euro di buonuscita più una mensilità per ogni anno di anzianità. Finora nessuno ha accettato.

Dalle parti dei comunisti di Diliberto la situazione è meno allarmante solo perché i dipendenti sono solo una ventina. “Non ci saranno licenziamenti” dice il tesoriere Roberto Soffritti “ma chi va in pensione non verrà sostituito”. Il bilancio 2008 si è chiuso con un disavanzo leggero, “però i problemi arriveranno già dal consuntivo 2009″. Anche qui c’è un macigno, il settimanale La Rinascita della sinistra, con 15 tra giornalisti, grafici e amministrativi.
I vendoliani si salvano (per ora) solo perché molti dei funzionari che hanno fatto lo strappo dal Prc sono in carico ai sindacati, non esiste un giornale e nemmeno una sede. Il tesoriere, Francesco Ferrara, confida in una sottoscrizione tra militanti e simpatizzanti. Problemi seri, invece, in casa dei Verdi, dove oltre alle entrate è in calo anche il numero degli iscritti e il bilancio 2008 si è chiuso con 1 milione di disavanzo. L’amministratore, Marco Lion, annuncia il taglio di un organico già scheletrico: “Abbiamo sei dipendenti e quattro lavoratori a progetto: li dimezzeremo”. Tutti i soci di Sinistra e libertà possono almeno sperare che la vittoria di Pier Luigi Bersani e Massimo D’Alema al congresso Pd riapra le porte o del partito (è il caso di vendoliani e Sd) o almeno porti a una riedizione dell’Unione sotto il cui simbolo superare le future soglie di sbarramento. Ma Rifondazione e Pdci non possono nutrire neppure questa speranza.

(ha collaborato Vasco Pirri)

Dal Prc a Rps, l’impresa di Vendola: l’ennesima scissione a sinsitra

Giordano, Vendola, Sansonettii

Non poteva andarsene da solo dal Prc, Nichi Vendola. Era nelle cose, era solo questione di tempo: infatti oggi ha chiamato i “suoi” a seguirlo. Se quella Comunista è una Rifondazione che non si può più perseguire perché sta in mano a Paolo Ferrero, meglio rifondarne un’altra, poco più in là: Rifondazione per la Sinistra.
Lì approderanno quelli del “vecchio” giro, che gravitava intorno al governatore della Puglia, e, soprattutto all’ex leader, il Subcomandante Fausto Bertinotti (Gennaro Migliore, Franco Giordano, Piero Sansonetti su tutti). All’ultimo congresso di Rifondazione (quello vinto da Paolo Ferrero, a luglio, proprio qui sul palco di Chianciano Terme, Siena) erano il 47% del partito, quasi la metà. Con quei numeri, pensavano addirittura di averlo vinto il congresso, di aver sistemato il delfino di Bertinotti alla segreteria, seguendo la linea della continuità. E invece…
E invece, sei mesi dopo (mesi di minoranza, di battaglie aspre - soprattutto intorno al giornale Liberazione - di polemiche e strappi), il governatore pugliese ha consumato l’annunciata scissione della sua componente.
Riuscendo in un’impresa straordinaria: dividere l’indivisibile. Dal Prc (sorta dalla scissione di undici anni fa che diede vita anche al Pdci di Armando Cossutta e Oliviero Diliberto) è nato, per mitosi, un nuovo partito della sinistra radicale: Rps. E se le facce sono già viste, nuovo è il nome e nuovo è il simbolo (che i più maligni trovano simile a quello di una nota radio): sfondo bianco, le tre lettere della sigla (le prime due in nero e la terza rossa) con la presenza di una piccola stella rossa. C’è già anche il sito: segno ulteriore che per il divorzio in casa di Prc mancava solo la firma.

Un congedo senza acrimonia ma non indolore, quello di Nichi Vendola. Parlando del suo addio al partito guidato da Paolo Ferrero, ha detto: “Non provo acrimonia verso Ferrero e il suo gruppo dirigente; sono sereno perché faccio ciò che sento sia giusto fare. Rifondazione è stata la mai casa, e questo addio non è un partire indolore. Voglio augurare ogni successo al mio ex partito. E a noi, quelli di noi che condivideranno la mia scelta, voglio dire che non vogliamo sentirci avversari di Rifondazione”. Anzi, il governatore della Puglia ha invitato anche i compagni che restano nel Prc a “battersi perché nasca una sinistra nuova, una sinistra del lavoro e delle libertà”.

Anche perché di avversari, in quella porzione di campo, ce ne sono già. E Vendola li ha subito menzionati e bacchettati: il Partito democratico di Walter Veltroni, cioè “l’altra sinistra, mirata al centro, che sembra persa nei propri contorcimenti tattici”, accusa il neo leader di Rps “incapace di un pensiero che non sia subalterno al piano inclinato del governare in sintonia esibita con i poteri forti. Il veltronismo si presenta ormai come un mix compiuto di radicalismo etico e di moderatismo sociale, che pratica la prospettiva di una alternanza senza alternativa”.
No, l’alternativa per Vendola è quella che viene dalla sinistra vera, compresi gli esponenti della sua stessa area che hanno scelto di rimanere dentro il Prc, se si batteranno per un fine comune: “Ingaggiare un corpo a corpo contro la paura e la solitudine, che ritrova l’ago e il filo con cui cucire nuovi legami sociale, pezzi di comunità, movimenti che fanno politica coinvolgendo e accogliendo”. In questo senso, per l’oramai ex esponente del Prc, le prossime elezione europee possono essere “una tappa nel processo di avvicinamento alla costituente del nuovo soggetto della sinistra”, a patto che “non sia la confezione di un partitino”.

Non sente ragioni, il presidente pugliese. E al segretario Ferrero (che cerca invece di scongiurare i vendoliani dal voler attuare una “ennesima scissione”, per il timore che “la gente andrà a casa schifata e perché non comprendo che senso abbia fare una scissione - verso destra - in nome dell’unità”), risponde di lasciar perdere con gli esercizi di galateo: “La scissione è avvenuta già, è avvenuta nei fatti” ha quindi spiegato “perché quando in una comunità si rompono i vincoli di solidarietà, quando le linee politiche si divaricano in maniera così radicale, e quando si introduce una rottura nella concezione dello stare assieme, com’è avvenuto con la vicenda della cacciata di Piero Sansonetti dalla guida di Liberazione, quella è la scissione”.

Il logo di Rps

Via con le prossime sfide, quindi. E saranno sfide dure: quelle elettorali del giugno prossimo, le amministrative (a Bologna, Sansonetti sarà il candidato sindaco di Rps?) e le europee (sulle quali pesa lo spauracchio della soglia di sbarramento). Quanto valga, in termini di voti e consenso, l’ennesimo cespuglio dell’albero della sinistra (che dovrà far breccia nella base e, persa Liberazione, dovrà trovare altri canali di comunicazione) lo si vedrà presto. Certo che aver creato un partito spaccandone un altro che alle elezioni di aprile 2008 ha racimolato, e non da solo ma in coalizione con altri tre, solo il 3%, non è un buon viatico per l’avventura vendoliana.

Sansonetti: la mia Liberazione? Fare il sindaco di Bologna

Piero Sansonetti

Fino a qualche giorno fa, la situazione sembrava definita: a Bologna, per il dopo Cofferati lo scontro tra Pd e Pdl si sarebbe giocato tra il prodiano Flavio Del Bono e l’ex patron della squadra di calcio rossoblu Alfredo Cazzola. Terzo incomodo Giorgio Guazzaloca, sostenuto dall’Udc, della cui candidatura qualcuno iniziava persino a dubitare.

Come al solito, però, in casa Pdl sono arrivati i sondaggi, che hanno riservato più di una sorpresa. In uno, commissionato il 15 gennaio, sarebbe emerso che tra gli elettori del centrodestra il gradimento di Guazzaloca doppierebbe quello di Mister Motorshow (56% contro il 24%). Le idee si sono fatte meno nette: il gradimento del Presidente del Consiglio nei confronti dell’imprenditore (“mi piace, ha lo stesso tipo di temperamento che ho io” avrebbe commentato il premier) resta sempre alto, ma il Pdl bolognese si è comunque preso qualche giorno di tempo per decidere. Anche perché la rivelazione risale a più di una settimana fa, quando la campagna di Cazzola non era neppure iniziata.

Ha poi integrato la proposta elettorale la lista indipendente “Bologna città libera”, ideata da Bifo e Valerio Monteventi, che a lasciare scoperta la parte politica alla sinistra del Pd proprio non ci sta. Decidendo di schierare tre nomi assai noti all’elettorato bolognese (e non solo a quello): il poeta Nanni Balestrini, lo scrittore Valerio Evangelisti e il giornalista Piero Sansonetti, da poco sostuito alla direzione di Liberazione da Dino Greco.

“Una scelta” dice Sansonetti a Panorama.it  “che per il momento è una generica disponibilità a condividere quel progetto e che non so ancora come si tradurrà concretamente”.
Dunque, non è impensabile che lei possa candidarsi a sindaco.
Stiamo a vedere. Di sicuro, per ora, non si è parlato di una mia candidatura, io resto comunque un giornalista e vorrei continuare a fare quello.
“Bologna città libera” correrà da sola o si alleerà con Rifondazione Comunista?
Su questo deve decidere il partito. Certo è che i primi contatti con questo gruppo sono nati proprio attraverso il Prc: mesi fa, quando ero direttore di Liberazione, infatti, stabilimmo di pubblicare un settimanale abbinato al quotidiano che doveva sostenere il progetto della lista di Monteventi. Del resto, la campagna del partito di Ferrero è tutta incentrata nel messaggio: ripartire in basso a sinistra. E questa iniziativa mi sembra proprio che coincida con quel messaggio.
A proposito: la situazione in casa Rifondazione non sembra molto rosea. Due giorni fa, Nichi Vendola ha dato l’annuncio che sabato abbandonerà Rifondazione.
Le prospettive, per tutta la sinistra, sono difficilissime. Le uniche possibilità passano per la necessità di ricominciare a fare politica, di trovare luoghi dove ci si possa unire. La linea “esistiamo solo noi, evviva il comunismo, evviva il Muro di Berlino” non va in questa direzione. Vendola ne ha preso atto e fatto l’unica scelta possibile.

Vendola e lo strappo annunciato: “Lascio Prc, casa snaturata”

Nichi Vendola

Sabato prossimo “chiuderemo una stagione politica e faremo i conti con la crisi travolgente della politica”. E ancora: “Rifondazione Comunista è una casa snaturata e per questo mi dedicherò a ricostruire una sinistra curiosa del mondo che cambia”. Parola del governatore pugliese Nichi Vendola, che poche ore fa ha annunciato di lasciare Rifondazione Comunista.
Lo strappo, di cui si parlava ormai da settimane, alla fine si è attuato. Per il momento, l’abbandono dal partito è individuale: “
Io parlo per me” ha detto Vendola, “non voglio una leva militare, non chiedo un reclutamento. Ognuno deve fare i conti con la propria coscienza”. Ma è impensabile che le dimissioni del presidente della regione pugliese non si trascinino dietro via almeno una parte della dirigenza del partito.

Teatro del nuovo psicodramma della sinistra radicale sarà l’assemblea di Rifondazione che si svolgerà a Chianciano durante il fine settimana. Una decisione, quella di Vendola, nata dalle recenti vicende congressuali del partito, svoltosi proprio a Chianciano nel luglio scorso, che aveva portato alla segreteria Paolo Ferrero.
L’ex ministro della Solidarietà Sociale dell’ultimo governo Prodi aveva sconfitto ai punti proprio Nichi Vendola, forte dell’appoggio dell’area bertinottiana. Il governatore pugliese si era presentato al congresso con una maggioranza relativa, ma non era bastato: tutto il resto del partito si era infatti coalizzato contro la sua elezione, appoggiando proprio la mozione di Ferrero e determinando un risultato (51% contro 49%) che non aveva affatto lasciato presagire armonia in casa comunista.

E proprio subito dopo l’elezione, erano sorti i primi dissidi: Ferrero aveva immediatamente lasciato intendere che il progetto della Sinistra Arcobaleno, che era costato ai rifondaroli l’esclusione dal parlamento, andava considerato morto e sepolto. Opinione opposta a quella dell’area vendoliana, che invece sperava ancora in una riunficazione della sinistra radicale e in un “dialogo costruttivo” con il Pd di Veltroni.
Una crisi, questa, proseguita con le vicende interne al quotidiano di riferimento, Liberazione. Dopo una lunghissimo braccio di ferro, il direttore del gironale Piero Sansonetti era stato sostituito dal sindacalista Dino Greco, per otto anni a capo della Camera del lavoro di Brescia.

La frattura non ha evidentemente aiutato la coesistenza delle due anime del partito. Ed infatti proprio ieri, Vendola, aggiungeva: “bisogna fare politica per passione e anche per divertimento. Vivere in un luogo come separati in casa, gli uni in contrasto con gli altri, mi pare un non senso. Quando quella non è più casa tua è importante prenderne atto e mettersi a cercare una casa nuova”.
Quasi certa, a questo punto, la costituzione di un nuovo partito che tenti una federazione con verdi, socialisti e sinistra democratica. Dopo la scissione di undici anni fa (che diede vita al Pdci di Armando Cossutta e Oliviero Diliberto), Rifondazione si trova di fronte a un nuovo bivio che potrebbe costarle caro. Anche perchè le elezioni europee sono ormai dietro l’angolo: a giugno si capirà quanto abbiano effettivamente pesato le ultime scelte dei dirigenti comunisti.

Prc: Ferrero licenzia Sansonetti e avvia le pratiche del divorzio dai vendoliani

Ferrero caccia Sansonetti
A che prezzo. La battaglia per la direzione Liberazione è vinta da Paolo Ferrero: il neo segretario del Prc licenzia il direttore “eretico” Piero Sansonetti accoglie Dino Greco, ma accelera una scissione già annunciata.
Ecco la fotografia della riunione della Direzione del Prc, convocata proprio per chiudere la partita con il numero uno del quotidiano del partito. L’opposizione interna, che fa capo a Nichi Vendola e a Franco Giordano, si è dimessa in massa dal parlamentino dei neo comunisti, prefigurando in questo modo una spaccatura: non si è trattato solo di un gesto di solidarietà al giornalista, ma soprattutto di uno scontro politico su due opposte idee per il futuro della sinistra.
Ferrero, uscito vittorioso dal congresso con una risicata maggioranza del 53%, punta a difendere l’identità politica del Prc, pur nel confronto aperto con gli altri spezzoni dell’ex Arcobaleno; Vendola guarda invece all’unità della sinistra, principio da difendere, malgrado l’ultimo naufragio elettorale. Nel suo intervento in Direzione, il segretario ha sostenuto che non è in discussione la libertà del quotidiano, ma la scelta politica del suo direttore di schierarsi apertamente con la minoranza, in pratica di puntare alla scomparsa del Prc: “Tutto questo” ha detto Ferrero “è legittimo, ma non si può fare con i soldi del partito, anche perché Liberazione ha accumulato un debito di tre milioni e mezzo di euro”. Vendola ha contestato da Bari, con una dichiarazione, i “metodi brutali” di Ferrero, dimettendosi dalla Direzione per protesta: “È un partito in cui non riesco più a riconoscermi”. I toni del confronto hanno confermato una grande tensione, anche perché lo stesso segretario ha ammesso che una scissione ora rischierebbe di distruggere il partito. Nei corridoi della Direzione è volata più volte, e con la stessa reciproca durezza, un’accusa infamante: “Stalinista”. Più velate le accuse pronunciate dal palco, ma sempre alludenti agli orrori del socialismo reale. Così Giordano, poco prima di annunciare le sue dimissioni, ha accusato la maggioranza di “usare metodi ed argomenti che appartengono a tradizioni politiche e culturali del passato”.
La risposta del segretario è stata più diretta: “Stalinista io? Staliniano è questo modo della minoranza di usare la storia per legittimare o delegittimare il gruppo dirigente del partito”. Alla fine, il voto ha sancito la vittoria di Ferrero e il conseguente allontanamento di Sansonetti. L’ordine del giorno della maggioranza ha ottenuto 28 voti su 33 presenti. Due gli astenuti. Tre voti sono andati ad un documento di Franco Russo, in difesa del direttore del giornale del Prc. Il successore di Sansonetti sarà Dino Greco, sindacalista bresciano. Non essendo un giornalista dovrà essere affiancato da un vicedirettore iscritto all’albo, che la maggioranza deve ancora individuare. E Sansonetti? “Una situazione paradossale e un po’ grottesca” replica poco dopo il voto della Direzione. “Non hanno ancora trovato un giornalista che possa firmare il giornale… Mi dispiace molto, è la scelta di un partito che si sta rinchiudendo in una identità un po’ sovietica”.
La spaccatura del Prc non potrebbe essere più evidente, malgrado che Ferrero, al termine della Direzione, abbia invitato i ‘vendoliani’ a tornare sui loro passi. Ma l’appello è già caduto nel vuoto. Tutti gli occhi del Prc sono puntati ormai al convegno che la minoranza ha organizzato a Chianciano il 24 e 25 gennaio. Per ora è previsto solo un ampio confronto politico, ma tutti nel partito pensano che saranno le prove generali per la scissione.

Idv, Prc e un milione di firme contro il Lodo Alfano

Antonio di Pietro e Paolo Ferrero

Sono arrivati in Cassazione due furgoni carichi di… 212 scatoloni. Con dentro le firme dei cittadini che chiedono il referendum per l’abolizione del cosiddetto “Lodo Alfano”, la legge del luglio scorso che sospende i processi in corso nei confronti delle quattro più alte cariche dello Stato.
A trasportarle, appunto, due furgoni tappezzati dai manifesti di Antonio Di Pietro. Due furgoni e una strana alleanza: quella tra l’Idv dell’ex pm e il Prc dPrci Paolo Ferrero.
I documenti, a quanto si è appreso da fonti dell’Italia dei valori, “sono almeno 850 mila, quindi dallo scrutinio della Cassazione non ci aspettiamo alcuna obbiezione sul raggiungimento del quorum delle 500 mila necessarie per andare alle urne”.
Il grosso delle firme è stato raccolto dal partito di Antonio Di Piero. Circa sessantamila, invece, sarebbero state raccolte dal Prc di Paolo Ferrero. Un contributo alla raccolta, molto modesto e non quantificato, è stato dato anche dalla sinistra democratica di Claudio Fava.
“Le firme che abbiamo raccolto contro il lodo Alfano non sono solo un fatto tecnico, ma un fatto politico importante, perché ci sono milioni di cittadini che dicono ‘no’ al governo che si fa le leggi per non farsi processare, e ’sì’ a una giustizia sociale uguale per tutti. Per questa ragione, noi dell’Idv, con il deposito di queste firme, apriamo l’anno 2009 con l’intenzione di fare opposizione chiara nel linguaggio e determinata nell’azione a questo governo Berlusconi che toglie ai poveri per dare ai ricchi”, ha scritto sul suo blog il leader dell’Italia dei Valori, Antonio Di Pietro. “Pensiamo” annuncia in conclusione Di Pietro “che il tempo tecnico per il referendum sia per la primavera del 2010, ma da adesso al 2010 altri referendum saranno nel organizzati dall’Italia dei Valori, fra questi sicuramente l’abolizione dei finanziamenti ai partiti”.
Al deposito delle firme erano presenti, oltre ad Antonio Di Pietro anche numerosi parlamentari e senatori dell’Idv tra i quali Massimo Donadi, Elio Lannuti, Felice Belisario e Stefano Pedica. Per Rifondazione era presente il segretario Paolo Ferrero (insieme a Giovanni Russo Spena). Che commentando la consegna al Palazzo di Giustizia di Roma delle firme a sostegno del referendum ha detto: “la ritirata è finita”. “In questi mesi gli italiani sono scesi in piazza per la giustizia sociale” ha aggiunto Ferrero intrattenendosi con i giornalisti all’esterno della Cassazione “e con queste firme si potrà dire la propria anche sulla giustizia e le riforme istituzionali”.
Ma l’iniziativa delle firme non convincere gli (ex) alleati del Pd: “L’intento di eliminare una legge incostituzionale è giusto, lo strumento è sbagliato”, commenta il senatore e costituzionalista del Pd Stefano Ceccanti, perché “C’è già una causa pendente di fronte alla Corte Costituzionale. Quindi sembra precipitosa la strada del ricorso alla raccolta delle firme”.

Il VIDEO servizio:

Guerra per Liberazione: la testata “rossa” in crisi d’identità

Paolo Ferrero, ministro della Solidarietà Sociale

Non c’è pace nella sinistra. E non si respira una bella aria a Liberazione. Il conflitto interno ruota attorno ad un nome: Luca Bonaccorsi, direttore editoriale del settimanale Left, interessato a rilevare il quotidiano guidato oggi da Piero Sansonetti. Apriti cielo, non se ne parla proprio, no allo “spauracchio di un compratore-choc”, non andremo mai con il “discepolo dello psicanalista Massimo Fagioli”, recita una nota del giornale.
Il cui direttore, ospitato da Repubblica, domenica si sfogava così: “Bonaccorsi accusa il manifesto di voler cancellare Liberazione, ma può essere lui il vero affondatore”. E ancora: “So che punta a una svolta a destra del quotidiano con una linea antifemminista e omofoba”. La soluzione migliore, per lui, poco gradito - diciamo così - al nuovo leader del partito, Paolo Ferrero, sarebbe un’altra: “Sto lavorando a un’associazione di chi lavora qui”, perché “possiamo prenderlo noi, il giornale”. Un’associazione che gestisca la testata, “insieme con un comitato di garanti, composto da figure illustri”.
Non si fa attendere la replica di Bonaccorsi: “Il comportamento di Sansonetti mi sembra inqualificabile e le sue affermazioni, che spero smentirà, gravissime. Io antifemminista e omofobo? Ormai siamo alle bugie palesi e alla diffamazione”. A questo punto, aggiunge, “è evidente che anche dentro Rifondazione c’è un caso Villari”. Cioè, Sansonetti rimane “aggrappato alla poltrona” pur “mettendo a rischio i lavoratori”.
A contendersi il quotidiano del Prc, ci sono insomma due diverse generazioni: quella del ‘68, guidata dal 60enne Sansonetti e quella che rifiuta il ‘68, pilotata dal 40enne Luca Bonaccorsi. “La mia battaglia la farò fino in fondo: posso vincere o perdere, ma non mi tiro indietro e spero che Ferrero consideri l’offerta formulata da me e altri colleghi alla pari con quella di Bonaccorsi”, dice Sansonetti. “Piero ha già perso, è l’unico che non se ne è ancora reso conto: la sua proposta d’acquisto? Come può essere credibile la proposta di risanamento fatta da chi ha portato Liberazione al disastro, a perdere 3,5 milioni di euro l’anno?”, nota Bonaccorsi vicino sia a Fausto Bertinotti che a Massimo Fagioli.

Non poteva mancare nel “dibattito” la voce del segretario del Prc. Sempre intervistato da Repubblica, Ferrero respinge le accuse dei suoi detrattori. Oggetto del contendere, il legame tra Bonaccorsi e lo psichiatra-guru Massimo Fagioli, “che debbo rispondere” attacca Ferrero “che siamo alla schizofrenia? Quanto è figo il guru Fagioli se Bertinotti va nella sua libreria ‘Amore e psiche’ nientemeno che ad aprire la campagna elettorale. Ma quanto è stronzo se invece incoraggia Bonaccorsi, che tratta con Ferrero per Liberazione”.
Ma l’ira di Ferrero non si ferma qui: “E non basta”, aggiunge. “Bonaccorsi” ricorda il leader del Prc “è l’editore di Alternative per il socialismo, la rivista di Bertinotti, bravissimo allora. Ha finanziato la riunione della minoranza, a Roma, a metà dicembre. Un grande. E fa Left, punto di riferimento per i vendoliani. Eccezionale. Poi, ne parlo io, e patatrac, tutti questi stessi compagni mi massacrano. Stalinista. Affossatore del giornale. Imbroglione”.
Ferrero non arretra nemmeno nel giudizio sull’attuale direzione del quotidiano, affidata a Piero Sansonetti, considerato un pasdaran dell’area Vendola: “Il buco di tre milioni e mezzo è già al netto del contributo per l’editoria”, sottolinea, e ricorda che “prima di Sansonetti del resto eravamo a diecimila copie. Ora circa a metà”.
Al di là di come andrà a finire, non è certo un bel viatico. Tanto più che ieri mattina, proprio sotto la redazione di viale del Policlinico, a dissentire sul progetto c’era pure la vincitrice dell’Isola dei famosi - osannata proprio per questo dal quotidiano del Prc - insieme al circolo di cultura omosessuale Mario Mieli. “Bonaccorsi e Fagioli” attacca Luxuria “hanno criticato, tra l’altro, il fatto che Liberazione si sia occupata troppo di sesso. Non vorremmo ora essere costretti a rivolgerci all’Osservatore romano o all’Avvenire per parlare di questi temi, bensì continuare ad avere uno spazio su un giornale di sinistra, che ha sempre considerato la libertà sessuale come parte integrante della grande lotta per l’uguaglianza”.

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