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Paolo-Ferrero

Lotta continua in Prc sul futuro di Liberazione. E Vendola pensa di andarsene

Il presidente della regione Puglia Nichi Vendola

Non c’era proprio bisogno di mettere sul tavolo un altro motivo per ampliare la sempre più grave frattura tra i sostenitori del segretario Paolo Ferrero e quelli di Nichi Vendola, dentro Rifondazione. E che motivo: l’ultimo asset di Prc, il quotidiano Liberazione, diretto da Piero Sansonetti, messo in vendita.
Dopo l’ennesima lite sulla questione del quotidiano del partito, gli ex bertinottiani ora vendoliani, guidati dal governatore della Puglia se ne vanno dalla riunione e la maggioranza approva da sola un documento che potrebbe portare al rilancio, ma anche - sospettano i vendoliani - al fallimento e alla vendita del quotidiano del Prc.
La direzione, con all’ordine del giorno proprio il tema del giornale, che vive un periodo di rosso profondo, era stata convocata dopo che il comitato politico nazionale dello scorso weekend aveva in sostanza “sfiduciato” il direttore e chiesto un piano di ristrutturazione editoriale per portare il bilancio in pareggio nel 2009. Piano che poi è stato rigettato dalla direzione.
Non solo: sempre in direzione il segretario Ferrero ha avanzato l’ipotesi di una vendita del giornale spiegando che un editore “in queste settimane ha avanzato al sottoscritto l’intenzione di fare un’offerta per acquistare Liberazione, segnalando la propria disponibilità a mantenere gli attuali livelli occupazionali, a rilanciare la testata e mantenerlo giornale del Partito della Rifondazione comunista”.
Ferrero, attaccano però i vendoliani, non ha voluto rivelare l’identità di questo eventuale acquirente (”Tranquilli, non è Berlusconi”, avrebbe detto il segretario cercando, invano, di smorzare i toni) e chiedendo carta bianca per valutare la sua proposta, senza alcuna garanzia. Di qui l’abbandono della direzione e la denuncia da parte dell’area di “Rifondazione per la sinistra” di un atteggiamento “lesivo dei più ovvi criteri di trasparenza e persino legalità”. Non solo, i vendoliani denunciano la “scelta gravissima” che rivelerebbe la volontà di sfiduciare Sansonetti e far fallire il giornale. Tutta demagogia, è la risposta della segreteria (”Noi vogliamo il rilancio di Liberazione” e il nome dell’editore non è stato fatto in quella sede “per questione di riservatezza”, assicura Ferrero), che va avanti e fa approvare un documento che da mandato al segretario di valutare l’offerta avanzata. Documento che per i vendoliani è, puntualmente, nullo. La questione verrà nuovamente esaminata in direzione dopo che la segreteria avrà approfondito i termini di una eventuale offerta per la vendita del quotidiano. Certo è che, al di là del merito, il tema rischia di accelerare e rendere senza ritorno il percorso verso la scissione, già più volte ventilata dal gruppo guidato da Nichi Vendola.
Anche se un altro dei Betinotti boys, Gennaro Migliore replica: “Non siamo noi a volere la scissione, sono loro che ci vogliono cacciare…”.
Insomma, è “lotta continua”. Intanto oggi Liberazione non esce per sciopero e decide un pacchetto di altri quattro giorni di protesta se non ci sarà chiarezza su tutto, sulla bocciatura del piano industriale presentato, sull’offerta di acquisto, sul futuro della testata.

Settimana corta anti-crisi: piace a destra e a sinistra. E la Cgil apre

Operaio al lavoro

Piace, sia di qua che di là. Ai politici e anche ai sindacati. Ultima apertura (in ordine di tempo) quella della Cgil. Che per bocca del segretario Guglielmo Epifani dice “sì” all’utilizzo dei contratti di solidarietà a patto che “siano inseriti in un quadro di tutele che evitino il distacco dei lavoratori dai posti di lavoro, non escludano i lavoratori precari e non costituiscano una furbizia per evitare al soggetto pubblico di investire tutte le risorse necessarie”.
Ecco una delle poche proposte in grado di ricevere un plauso, e un sostegno, bipartisan: “La settimana di quattro giorni lavorativi, proposta da Angela Merkel, è sul tavolo”. A fare da apripista in Italia è stato proprio il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, che nel corso della conferenza stampa di fine anno sembrava quantomeno considerare l’ipotesi al vaglio in Germania. E così Maurizio Sacconi, ministro del Lavoro, fa subito sapere che la proposta “lavorare anche meno, pur di lavorare tutti” è anche la sintesi del piano del governo per salvare i posti di lavoro messi a rischio dalla crisi. E anche dall’opposizione arriva il plauso per questa proposta.
Sacconi sintetizza così, in un’intervista a La Repubblica, il piano del governo per salvare i posti di lavoro messi a rischio dalla crisi. E sull’ipotesi che il Governo intenda quindi seguire la strada della settimana corta indicata dal Cancelliere tedesco, Angela Merkel, Sacconi afferma ancora: “A differenza della Germania noi abbiamo già un robusto sistema di ammortizzatori sociali che ci consente di spalmare un minor carico di lavoro su più persone. Questa è la funzione della cassa integrazione a rotazione e non a zero ore, e della stessa cassa integrazione ordinaria”. Sacconi inoltre conferma che il piano prevederebbe che una persona potrebbe lavorare quattro giorni e gli altri due restare in cassa integrazione, e spiega: “Sì, si può andare in cassa integrazione per una parte della settimana e lavorare per la restante. Ma penso anche ai contratti di solidarietà”. Questo “vuole dire anche -continua Sacconi- meno salario ma non dimentichiamoci che ci sarà l’integrazione del sostegno al reddito. Alla fine la perdita sarà minima”. E se i contratti di solidarietà non hanno avuto mai successo, Sacconi sottolinea che “è andata” un po’ così “perché nel passato sono stati utilizzati solo quando per l’azienda non c’era alternativa al ridimensionamento”. “Vogliamo evitare esattamente questo. Per farlo si deve ancorare il lavoro alle imprese”.
Se il governo pensa a una settimana corta sul modello adottato da Angela Merkel in Germania è “un’ottima idea perché mantiene il posto di lavoro, riduce a tutti l’orario ed evita l’emarginazione e il licenziamento”: a sostenere l’idea c’è anche (oltre a Cisl che si dice pronta al confronto) il segretario del Prc, Paolo Ferrero. Che promuove a pieni voti la misura ripresa dal presidente del Consiglio nella conferenza stampa di fine anno per difendere i posti di lavoro messi a rischio dalla crisi economica. In una intervista al Corriere della Sera, il leader di Rifondazione spiega però che “il nostro sistema produttivo è fatto di piccolissime imprese” che saranno quelle “più colpite. Bisognerebbe estendere il provvedimento anche a loro, anche alle partite Iva, anche ai garzoni”. Per reperire i fondi, l’ex ministro della Solidarietà Sociale suggerisce di “rimettere la tassa di successione e introdurre una patrimoniale sopra i 500mila euro”. E poi “aumentare le aliquote fiscali al di sopra dei 100mila euro e le imposte sulle rendite finanziarie al 20% sopra i 200-300mila euro”.

Per affrontare la crisi, il goveno ipotizza - come in Germania - la settimana di 3-4 giorni lavorativi finanziata con le risorse della cassa integrazione. Sindacati e sinistra sono d’accordo. Voi?

I compagni in crisi e la rianimazione comunista

Ferrero e Vendola, e due anime del Prc

Di Carlo Puca

La sinistra è malata grave. Il tempo dirà se le cure saranno vane, ma tutto, proprio tutto l’ex Arcobaleno vive giorni di grandi fibrillazioni. Giorni di riorganizzazione. Prendiamo il Prc. Cianotico all’esterno, ipertrofico all’interno, il partito di bertinottiana memoria è un malato da terapia intensiva. Più che rifondazione sembra la rianimazione comunista. Il problema è che i medici sono tanti, ognuno con la sua personalissima ricetta. A partire dai primari: il segretario Paolo Ferrero e il governatore pugliese Nichi Vendola. Ma per la teoria dei due galli nel pollaio, uno dei due è destinato a soccombere, prima o poi. Per fortuna loro e di ciò che resta della sinistra il prima sta prendendo il sopravvento sul poi. I presunti assi stanno per essere calati: Ferrero dissimula interesse, ma è tentato dalla costituente comunista con il Pdci di Oliviero Diliberto; Vendola ha già pronto un nuovo partito (nome ipotetico: Rifondazione della sinistra), da costituire con la Sd di Fabio Mussi e Claudio Fava, una parte del Pdci e, forse, i Verdi di Grazia Francescato. A conferma dell’eterna storia della sinistra italiana, fatta di illusioni ma soprattutto di fusioni e scissioni. Poche fusioni e tante scissioni.

E così i nemici di un tempo finiscono per diventare amici, e viceversa. Martedì 23 settembre, a Gubbio, Diliberto ha incontrato Ferrero sul palco della festa di Essere comunisti, la corrente di Claudio Grassi che ha permesso al segretario di battere Vendola all’ultimo congresso. Grassi è stato chiaro: “I motivi della scissione tra Rifondazione e Pdci non ci sono più. Oggi non ha alcun senso avere due partiti comunisti in Italia. Finiamola con questa storia dei fratelli separati”. Diliberto? Eccolo: “Noi siamo pronti da ieri. Vogliamo fare non dico un grande partito comunista, ma almeno uno piccolo”. Viva la sincerità. Quanto a Ferrero, da un lato frena, dall’altro è consapevole che una nuova legge elettorale per le europee con lo sbarramento al 5 per cento costringerebbe i simili a stare con i simili. Intanto dice che il suo primo obiettivo “è ricostruire il movimento operaio, non solo Rifondazione”. Un modo, insomma, per prendere tempo.
In effetti quello del Prc è un percorso lento, più che faticoso. Il congresso di Chianciano è finito il 27 luglio, il partito si è costituito formalmente soltanto lunedì 22 settembre. Ci sono voluti quasi 2 mesi per comporre il quadro di “aree di lavoro” e “dipartimenti” nazionali, dopo estenuanti trattative che hanno condotto a risultati surreali. Per esempio, il celebre compagno Guido Cappelloni, ex tesoriere ultrasettantenne, uno per intenderci che con Armando Cossutta fece più di un viaggio nella ex Unione Sovietica a caccia di finanziamenti, guida adesso il settore Lavoro non salariato, altrimenti detto Ceto medio. Come Cappelloni sia arrivato a interessarsi di liberi professionisti rimane un giallo. Anzi, un mistero molto rosso. Per di più, causa divergenze, a Rifondazione mancano ancora i responsabili per il Mezzogiorno e la lotta alla mafia. Il che, per un partito che punta sul radicamento sociale, è perlomeno sorprendente. Tutto questo mentre le aree di lavoro sono diventate otto, i dipartimenti 51. Un’enormità organizzativa, per accontentare tutti e nessuno. Il Pci storico, con il 30 per cento dei voti, di dipartimenti ne aveva meno della metà. Rifondazione, al momento, vale meno del 2,5 per cento. Appunto: un partito anemico e ipertrofico allo stesso tempo.

Nel frattempo, com’è noto, la corrente vendolian-bertinottiana va per conto suo: organizza manifestazioni e feste di corrente, ha un’altra linea politica, non è entrata in segreteria. In sintesi, si considera il “nuovo” rispetto a un segretario “vecchio”. E però non esita a cadere in antichi vizi. Lunedì 22, alla direzione nazionale, i bertinottiani si sono attardati a discutere per ore, contro i ferreriani, sul “campismo”. Fa nulla che l’italiano medio, e anche colto, non sappia cosa sia “la necessità di fare sempre e comunque una scelta di campo” (la definizione è di Liberazione, il quotidiano di Rifondazione). Nel caso della direzione del Prc, la battaglia politica era sulle responsabilità di russi e/o americani sulla crisi georgiana. La classe operaia, stremata, ringrazia sentitamente per il dibattito. Insomma, l’unica vera novità vendoliana all’orizzonte sembra l’accelerata imposta da Fabio Mussi, privatamente e pubblicamente, sul progetto di fusione con la Sinistra democratica e Unire la sinistra, la corrente del Pdci che fa capo a Katia Bellillo. Molto interessata è una parte consistente dei Verdi, quella guidata da Paolo Cento, mentre la leader Francescato è più attendista. Questa riedizione vendoliana dell’Arcobaleno risulterebbe più compatta rispetto a quella, fallimentare, delle politiche 2008. Soprattutto, sarebbe a vocazione governativa. Al punto che pure il segretario del Partito socialista, Riccardo Nencini, dopo un primo contatto non si è mostrato ostile. Considerando poi i rapporti di Vendola con Walter Veltroni e (soprattutto) Massimo D’Alema, il rassemblement diventerebbe di fatto la gamba sinistra del Partito democratico, compatibile persino con l’Udc. Un compromesso storico bonsai.

Prima, però, ci saranno dei test. Anche importanti. Il primo è previsto per le elezioni regionali in Abruzzo del 30 novembre. In attesa di capire quale sarà il candidato governatore di riferimento, alcuni accordi sono già stati chiusi. E riflettono le strategie nazionali. La lista Sd-Verdi è cosa fatta, con i socialisti in trattativa attraverso il mediatore nazionale Lello Di Gioia; quella Prc-Pdci sta per chiudersi. E i vendoliani? Le voci di popolo, che in Abruzzo sono, dicono, la voce di Dio, raccontano di un disimpegno mascherato utile per dare una mano alla lista rosso-verde. Dovessero andare bene le elezioni, la scissione da Ferrero sarebbe questione di settimane. Anche se il sogno, nemmeno tanto segreto, rimane quello di destituire il segretario con un colpo di mano. La linea politica non cambierebbe di una virgola, ma con in mano la cassa di Rifondazione sarebbe tutto più facile. Pure a sinistra i soldi, talvolta, curano i malati.

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Rifondazione: la vittoria di Ferrero scuote la sinistra e crea gelo col Pd

 Paolo Ferrero

“Auguri di buon lavoro al segretario Ferrero, ma ritengo che abbia vinto chi ha avuto le posizioni più estreme, più lontane da una cultura riformista. È un dato di fatto: ci sono differenze molto profonde tra l’attuale gruppo dirigente di Rifondazione comunista e i riformisti”. Il fair play non manca a Walter Veltroni. E neanche la sincerità nel manifestare tutta la sua amarezza.
Dentro Rifondazione si apre l’era Ferrero, ma il giorno dopo la svolta di Chianciano emergono interrogativi sui rapporti futuri tra sinistra riformista e sinistra rifondarola.
In realtà, la vittoria di Ferrero è una buona notizia per l’ex sindaco. Dimostra in sostanza che la scelta del leader del Pd di separazione consensuale con Rifondazione è stata azzeccata. E che la strada intrapresa da Massimo D’Alema, che si era speso per Vendola, di ricostituire un’intesa con il Prc, si è rivelata sbagliata.

Ora però si aprono diverse incognite. Cosa succederà nelle Giunte locali? E sorprattutto in vista delle Europee del 2009? “Valuteremo caso per caso” continua a ripetere il neosegretario Ferrero, che bolla come una sciocchezza l’idea che la sua vittoria voglia dire, innanzi tutto, l’uscita di consiglieri e amministratori “rossi” dalle giunte in cui Prc sta al governo con il Pd e gli altri partiti dell’ex Unione. Faccenda non semplice. Visto che riguarda 3.500 consiglieri ed amministratori locali in tutto il paese con una presenza radicata in tutte le venti regioni italiane. Rifondazione governa in 13 regioni su 20, praticamente tutte quelle amministrate dal centrosinistra tranne Toscana, Basilicata e Calabria. Ha un governatore, sia pure “sconfitto”, Nichi Vendola, 13 assessori e 51 consiglieri. A livello provinciale il partito conta un presidente a Ascoli Piceno, 70 assessori e 160 consiglieri (compresi quelli di Milano dove Filippo Penati non è mai stato risparmiato dalle critiche aspre dello stesso Ferrero: “noto dalemiano oltre che uno dei volti peggiori della linea legge&ordine che oggi va di gran moda”, lo aveva definito). Nei comuni capoluogo Rifondazione conta su 150 consiglieri comunali e circa 40 assessori.
Insomma un esercito di amministratori che, qualora continuasse ad aumentare “la distanza” di cui parla Veltroni si troverebbero all’opposizione. E il rischio potrebbe essere proprio questo. Lo ribadisce anche Antonello Soro: a Chianciano ha vinto “la sinistra a vocazione minoritaria che rinuncia a governare le sfide del nostro tempo e si limita a coltivare una nicchia autoreferenziale”. Stessa opinione espressa dal senatore “dalemiano” Latorre: ora “è più difficile coabitare nelle giunte locali”. Anche perché dentro Rifondazione, i trotzkisti di Claudio Bellotti, con Ferrero in maggioranza, al congresso hanno chiesto proprio una presa di distanza uscendo dalle giunte.
Meglio per il Pd puntare ad accordi con i vendoliani, sia pure sconfitti. Meglio, cioè, che il Pd provi ad allargare le proprie mire verso i Verdi, la Sinistra democratica e i Socialisti. Quei partiti che speravano in una vittoria di Vendola e nel suo progetto di formare un nuovo partito della Sinistra radicale, una nuova Sinistra Arcobaleno capace di superare la sogli di sbarramento elettorale (tra il 3 e il 5 per cento). Festeggiano infatti i Verdi che intravedono una possibile alleanza futura con i bertinottiani sconfitti al congresso di Chianciano. “Massimo rispetto per le decisioni del congresso e auguri a Ferrero”, ma “ora Vendola ha le mani libere per costruire il futuro di una sinistra fuori dagli schemi e all’altezza delle sfide del prossimo millennio, cosa che se fosse diventato segretario con una maggioranza risicata, non gli sarebbe stata permessa”, spiega il neoportavoce del “Sole che ride” Grazia Francescato.
Ma oltre gli spazi a sinistra potrebbe anche esserci un tentativo al centro, per tentare di unire forze e prospettive con l’Udc di Casini, come vorrebbero i rutelliani e i teodem di Luigi Bobba? “Noi pensiamo a noi stessi. Le alleanze non si faranno con il giochino delle sigle, ma si valuteranno sui contenuti di innovazione riformista”, ha detto il segretario del Pd. “In questo momento dobbiamo pensare a consolidare la fisionomia di un’opposizione riformista, anche attraverso la grande manifestazione del 25 ottobre, dobbiamo coltivare la nostra identità”. E dopo il 25 ottobre? Si vedrà.
Sempre che nei prossimi tre mesi non succeda qualcosa di irreparabile nelle giunte dove Prc e Pd governano insieme. O qualcosa di irreparabile non accada dentro Rifondazione…

Rifondazione a pezzi. Ferrero segretario di un partito dimezzato

Paolo Ferrero

Paolo Ferrero è il nuovo segretario e Nichi Vendola è il leader della minoranza.
Sempre che a sinistra ci sia ancora un partito e i cocci provocati da questo congresso-rissa si possano rimettere insieme. E pensare che il titolo dell’assise era “Ricominciamo”

Ci proverà il neo segretario Paolo Ferrero, valdese, ex operaio, ex sindacalista, ex ministro della Solidarietà sociale del governo Prodi. Compito difficile, complicato: lo scenario che alla vigilia del VII congresso di Prc era dato da tutti gli osservatori come quello impossibile, si è invece avverato. Sulle note di Bella Ciao, l’Internazionale e Bandiera Rossa cantate dai delegati, il VII congresso si è concluso come in pochi si aspettavano alla vigilia. A guidare un partito ai minimi storici dopo la batosta elettorale e la scomparsa dalle Aule parlamentari non sarà il governatore della Puglia, il favorito, addirittura il candidato unico fino a qualche giorno fa, “benedetto” anche da Fausto Bertinotti; ma l’ex alleato di maggioranza che ha saputo trovare un’intesa con tutte le correnti del partito riuscendo ad ottenere 142 voti di maggioranza. Fallito ogni tentativo di trovare un accordo, Rifondazione è andata alla conta (cioè al “chi sta con chi”, praticamente una spaccatura), prima per la votazione dei due documenti politici, quello che raccoglieva le minoranze intorno all’ex ministro e il documento presentato dai Vendoliani e poi nella scelta del segretario.
È successo tutto in una notte: archiviata ogni ipotesi di accordo verso quella pace interna invocata dal padre nobile (e commosso) Fausto Bertinotti (qui il VIDEO dell’intervento), è andato in scena uno scontro a muso duro. Con la mozione due, quella vendoliana, forte del 47%, diventata di colpo minoranza per la coalizzazione attorno alla numero uno, quella di Ferrero (aveva il 40%), delle altre tre. Le più piccole, affarini visibili soltanto al microscopio, roba da fecondazione assistita considerato il loro peso in un partito che di per sé, oggi, varrà sì e no l’1%. Il risultato ufficiale arriva poco prima delle 16: Ferrero è segretario con 342 voti su 646: “La nostra scelta non è il rifugiarsi in un fortino, vogliamo ripartire dai problemi reali della società e magari con meno apparizioni in tv”, ha detto l’ex ministro, a caldo.

Per la prima volta ci saranno i trotzkisti di Claudio Bellotti mentre farà ritorno Claudio Grassi, leader della corrente di Essere Comunisti che negli anni passati ha ricoperto l’incarico di tesoriere. Insieme a loro ci saranno poi i rappresentanti dell’Ernesto, la minoranza di Fosco Giannini. La “rabbia” dei “vendoliani” era difficile da nascondere, anzi, il ragionamento che si faceva a caldo era che l’accordo tra Ferrero e le altre mozioni era chiuso da mesi. Sepolta l’ipotesi di una costituente di sinistra con il cambio di casacca della maggioranza interna, la nuova Rifondazione di Ferrero ripartirà “dal basso” costruendo “un’opposizione sociale al governo Berlusconi”.
Nessuna ipotesi di superamento del partito o scioglimento in altri soggetti della sinistra, anzi, ripartire il prima possibile con il rilancio del partito che dovrà presentarsi alle Europee con il suo simbolo. Ma soprattutto “autonomia” dal Partito Democratico. Il neo segretario poi tende la mano alla minoranza guidata da Vendola ribadendo l’intenzione di procedere ad “una gestione unitaria del partito” e facendo intendere di considerare anche i “vendoliani” parte della segreteria.
Gli sconfitti però non sembrano pensarla allo stesso modo: “Continuo la battaglia nel partito”, dice Vendola. “Questo congresso è la fine della storia di Rifondazione fino a qui, una regressione per il partito ma non un colpo mortale”, attacca il governatore pugliese, da oggi alla guida della minoranza del partito che con il 47,7% e l’appoggio dell’ex gruppo dirigente: Gennaro Migliore, Franco Giordano, Fausto Bertinotti. A ferirlo di più, in questi tre giorni di congresso segnato da accuse, applausi e fischi, sono stati - al di là della sconfitta - come ha confidato ai suoi compagni di mozione, le accuse personali al suo “leaderismo poetico” e le allusioni velate alle pratiche di clientelismo dovute alle origini pugliesi. E a chi lo ha accusato di aver gonfiato le tessere per vincere, risponde sfidando “i compagni del nord di venire al sud a vedere come si combatte l’illegalità, come si sfida la mafia a viso aperto”. Il governatore pugliese non riconosce più il partito che ha contribuito a creare sempre in ruoli di dirigenza. “A vincere il congresso è una coalizione - sottolinea - che ha un accordo su una base politica”.
A settembre, a quanto si apprende, ci sarà l’assemblea nazionale della corrente “vendoliana”, si parla già di iniziative con le altre forze della sinistra radicale per ricostruire l’unità a sinistra e Vendola ha oggi annunciato una manifestazione di piazza: “Noi non intendiamo abbandonare la battaglia, siamo in campo, non arretreremo di un millimetro”. I compagni, che oggi sembrano sempre più ex, sono avvertiti.

Il VIDEO servizio:

Alla Sapienza tornano gli anni ‘70. Rissa politica: sei in cella

Scontri alla Sapienza di Roma

Scontri tra diverse fazioni politiche, antifascisti da una parte e militanti di estrema destra dall’altra, questa mattina alla Sapienza. Dopo le aggressioni dei giorni scorsi agli stranieri del quartiere Pigneto, gli incidenti si sono verificati all’università, dove hanno acquistato una chiara matrice ideologica.

Tre ragazzi sono rimasti feriti e sono stati medicati per alcune lesioni al policlinico Umberto I. Sei sono stati fermati e saranno processati per direttissima. Intorno ai disordini, intanto, infuria lo scontro politico. Un gruppo di studenti antifascisti ha denunciato un’aggressione da parte di “un gruppo di fascisti armati di mazze, tirapugni, bastoni”. La denuncia è arrivata poco prima delle 14 da un’organizzazione di “Studenti e studentesse antifascisti della Sapienza”, che hanno precisato che le persone aggredite stavano affiggendo dei manifesti in via De Lollis. “L’aggressione”, si legge in una nota, “durata oltre dieci minuti, è avvenuta in pieno giorno, davanti a centinaia di persone, a testimonianza del clima di impunità assoluta di cui i neofascisti godono in questa citta”.

Paolo Ferrero, del Prc, ha subito parlato di violenza a sfondo politico. “A Roma una cosa è certa: siamo in piena emergenza sicurezza”, ha dichiarato. “Il motivo però non è quello avanzato dalle destre come dal Pd ma molto più tragico: l’emergenza è data dalle violenze e dai raid dei fascisti. È successo al Pigneto, l’altro giorno, succede di nuovo - e in forma palese, dunque ancora più preoccupante - all’Università la Sapienza oggi. Lo Stato, il ministro dell’Interno, le forze di polizia e il Comune devono intervenire immediatamente per affrontare quella che ormai sta diventando una vera e propria questione di ordine pubblico. Le violenze fasciste infatti, al di là della gravità con cui si sono manifestate con l’accoltellamento di alcuni giovani dei collettivi di sinistra avvenuto oggi all’Università, non devono essere solo immediatamente arginate e fermate, devono diventare anche motivo di ferma e netta condanna politica. I fascisti e le loro squadracce devono essere subito isolati. Ecco perché il sindaco di Roma Gianni Alemanno, che si fregia di portare una croce celtica al collo, deve condannare immediatamente questo genere di violenze e deve fare chiarezza su come intende davvero governare la capitale”.

Già ieri la tensione all’università era salita e il pro rettore vicario della Sapienza Luigi Frati aveva revocato l’autorizzazione data a una conferenza sulle Foibe, in programma giovedì prossimo, alla quale doveva partecipare il segretario nazionale del movimento di destra Forza Nuova, Roberto Fiore. Per protesta gli studenti di sinistra avevano occupato per ore l’ufficio di presidenza della facoltà di Lettere e Filosofia. Gli studenti chiedevano che non non venisse data la parola “al leader di un partito che alimenta un clima di xenofobia e razzismo”, in particolare dopo il raid contro gli immigrati nel quartiere Pigneto.

Il pro rettore ha motivato la decisione con “la preoccupazione che disordini prendano il posto di un libero dibattito”, preoccupazione che purtroppo oggi ha preso corpo comunque e, spiega Frati in un comunicato, dovuta alla concomitanza dei gravi episodi d’intolleranza avvenuti in questi giorni a Roma. Proprio questa situazione induce a ritenere possibile che l’evento possa essere caratterizzato, anziché da un libero dibattito, da posizioni e contrasti tali da sfociare in altrettanti deprecabili episodi di intolleranza”. Gli “Studenti e le studentesse antifascisti” e il Coordinamento dei collettivi della Sapienza avevano parlato di vittoria e tolto l’occupazione, annunciando per domani un’assemblea e per giovedì una mobilitazione a Lettere. “L’università pubblica”, hanno detto gli studenti, “non può e non deve concedere alcuno spazio ad iniziative ed organizzazioni di chiara marca neofascista come Forza Nuova”.

Ma l’annullamento del convegno ha scatenato dure reazioni politiche. “Non credo di essere molto simpatico all’onorevole Roberto Fiore, ma il veto posto allo svolgimento di un convegno sulle foibe organizzato nell’ateneo romano da Forza Nuova mi indigna e molto. Credo che il sindaco di Roma debba spendere una parola: l’Università non deve essere zona franca”, ha affermato il segretario nazionale de La Destra e consigliere comunale di Roma, Francesco Storace, nel suo blog. Per Storace, “è il caso di proporre la convocazione di una seduta del consiglio comunale alla Sapienza, magari proprio sul tema della libertà e del rispetto delle idee altrui. O ci sarebbe problema di ordine pubblico anche per i consiglieri comunali?. C’è un angolo importante di Roma che non si chiama Pigneto, un luogo dove non ci sono le baracche rom, e che dovrebbe rappresentare il sapere, la cultura, la tolleranza. È l’università La Sapienza dove non ha potuto parlare il Papa e dove si continua a negare diritto di parola”.

Guarda la GALLERY degli scontri

Un VIDEO sugli scontri politici degli anni Settanta:

Cannabis, tolleranza zero sul balcone. La Cassazione: è sempre reato coltivarla

Nell'immagine d'archivio, alcune piantine di Cannabis coltivate sul balcone di una casa privata | Ansa
È comunque, e sempre, reato. Coltivare la cannabis in casa ha rilevanza penale. Non passa in Cassazione la linea antiproibizionista: si rischia il processo - punito con carcere e multa - a far crescere qualche piantina di marijuana, per uso strettamente personale, sul balcone o in giardino. Lo hanno deciso oggi le Sezioni Unite penali della Suprema Corte, presiedute dal Primo presidente Vincenzo Carbone, nonostante il sì alla depenalizzazione delle coltivazioni “fai da te” espresso dalla Procura del “Palazzaccio”, rappresentata da Vitaliano Esposito.
Nel sancire questo orientamento - al quale adesso si dovranno uniformare tribunali, corti d’appello e la stessa Cassazione che pure, a partire dal 1994, aveva assolto qualche ‘coltivatore diretto’ con pronunce della Sesta sezione penale - i supremi giudici hanno confermato la condanna a quattro mesi di reclusione e mille euro di multa nei confronti di Vincenzo D.S., un piccolo “coltivatore” milanese sorpreso con le piantine in veranda. Gli “ermellini” hanno, inoltre, dato il via libera al processo che porterà sul banco degli imputati un giovane di Savona, D.V., prosciolto dal gip che, nel 2006, lo aveva ritenuto non punibile per i pochi esemplari di “maria” tenuti in casa. Piazza Cavour ha cassato l’ordinanza assolutoria.
Già lo scorso novembre c’era stata un’avvisaglia della sterzata “proibizionista” impressa oggi dalle Sezioni Unite, quando Carbone era intervenuto ad arginare la portata delle sentenze “liberal” della Sesta sezione affermando, in un comunicato, che coltivare canapa indiana è legittimo “solo quando siano specificamente provate, in fatto, l’irrilevante quantità e l’assenza di destinazione all’uso di terzi”. Adesso l’intransigente orientamento assunto dalla Cassazione, come risulta dalla massima provvisoria diffusa a tutti i supremi giudici, ha stabilito che “costituisce condotta penalmente rilevante qualsiasi attività di coltivazione non autorizzata”.
Dunque, tolleranza zero anche se, sul balcone, la piantina è una sola e priva di semi con effetto drogante. Ovviamente il “verdetto” delle Sezioni Unite - che intervengono per risolvere le oscillazioni del diritto - non è piaciuto ai Radicali che, pure, avevano nutrito qualche speranza dopo il parere del pg Esposito. “Dall’assemblea dei mille di Chianciano” ha annunciato Rita Bernardini, neo eletta nel Pd “rilanceremo l’antiproibizionismo e la disobbedienza civile contro la criminalità della politica e dei mercanti di droga: la Cassazione istiga a comprare cannabis dai trafficanti”.
Sulla stessa linea, il ministro della Solidarietà sociale uscente Paolo Ferrero ritiene che “la possibilità per i consumatori di coltivare la cannabis, non alimentando così il mercato illegale, può invece costituire un passo avanti nella lotta alle narcomafie”. Positivo, invece, il giudizio di Luca Volontè (Udc): “Era ora - ha detto - che un organo giurisdizionale si esprimesse contro la diffusione dilagante di sostanze stupefacenti con buona pace di chi, insistendo su improbabili distinguo tra droghe pesanti e leggere, contribuisce a rovinare i giovani e a favorire l’illegalità”. Dal Pdl Isabella Bertolini - che ha definito “devastante” il parere di Esposito - ha fatto sapere che “il governo è intenzionato a combattere, con vigore e determinazione, la diffusione delle droghe”
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“Cannabis? Coltivarla in casa è sempre reato”. Così ha deciso la Cassazione. Siete d’accordo?

Rifondazione chiude l’era Bertinotti. Vince Ferrero, Vendola è pronto alla sfida

Il leader del Prc Franco Giordano (D) e il presidente della Regione Puglia , Niki Vendola si abbracciano in occasione della riunione del comitato politico del partito | Ansa
Cala il sipario sulla stagione del Prc segnata da Fausto Bertinotti. Nel giorno della resa dei conti in Rifondazione, va in scena l’ultimo atto della “tragedia” politica iniziata con la batosta elettorale.
Si dimette il gruppo dirigente guidato da Franco Giordano, prevale una nuova maggioranza capitanata da Paolo Ferrero d’intesa con Claudio Grassi, leader di Essere comunisti. A guidare il partito, in vista del congresso straordinario fissato per il 17-20 luglio, sarà un comitato di garanzia, frutto di un compromesso tra le diverse anime del Prc, dove ad avere la maggioranza di rappresentanti è il duo Ferrero-Grassi. Il d-day di Rifondazione inizia molto presto. Anzi, a vedere le facce stanche di molti dirigenti, la discussione non si è mai interrotta. Dopo il nulla di fatto di ieri, la trattativa per evitare la spaccatura è proseguita nella notte. In una lunga riunione a cui hanno partecipato rappresentanti delle due fazioni si è cercato fino a un attimo prima del voto di trovare un accordo. Ma senza successo.
A tentare l’ultima mediazione ci ha provato alla fine lo stesso segretario uscente, chiamando in un angolo Ferrero. Venti minuti di discussione e l’ennesimo nulla di fatto.

L’unico compromesso raggiunto tra i contendenti riguarda il dispositivo comune ai due documenti, con le regole per la gestione del partito fino al congresso di luglio. Poi, arriva il momento del voto, che consegna la vittoria alla nuova maggioranza di Ferrero, 98 voti contro 70. Un risultato meno netto di quanto non dicano i numeri, visto che a pesare sull’esito della conta è il contributo dato da Claudio Grassi, leader della minoranza di Essere Comunisti: 38 voti sui 98 totali. E così i ‘bertinottiani’, malgrado i 70 voti ottenuti, vedono il bicchiere mezzo pieno: “Sono fiducioso per il congresso” dice Giordano “il documento di Ferrero non contiene i capisaldi della nostra cultura, mi sembra più un cartello elettorale”. Il vincitore preferisce mettere uno stop alle polemiche e concentrarsi sul risultato: “Da oggi il partito ha una linea politica dobbiamo lavorare per rilanciare Rifondazione”. Per la neo maggioranza però il cammino si preannuncia in salita. Grassi ci tiene a sottolineare il contributo di Essere Comunisti, ma Alfio Nicotra, uomo vicino a Ferrero, mette le mani avanti: “Noi puntiamo al dialogo e il risultato di oggi non delinea l’alleanza del congresso.

Credo che sia difficile un’alleanza con Grassi perché proveniamo da culture diverse”.
Prima di lasciare la prima linea, è però Giordano a togliersi qualche sassolino. Il segretario che lascia difende la linea politica dettata da Bertinotti al congresso di Venezia e respinge al mittente le accuse che nel corso della giornata sono rivolte all’ex candidato premier della Cosa rossa, assente alla riunione e da giorni in un silenzio assoluto. “Io mi dimetto per la sconfitta elettorale”, dice emozionato dal palco Giordano. E poi, rivolgendosi a Ferrero, attacca: “Paolo, te lo dico con sincerità: non posso dimettermi a causa di una cultura del sospetto”. Bocciata l’idea di una costituente comunista con Oliviero Diliberto, Giordano invita a un’ultima riflessione: “Il problema non è conservare l’esistente ma investire in un progetto nuovo a partire dal Prc”.

La battaglia quindi è rinviata a luglio, quando a sfidare Ferrero ci sarà con ogni probabilità il governatore della Puglia Niki Vendola.
Un passaggio di consegne che Giordano sottolinea dal palco, al momento dell’addio, quando dedica a Vendola l’abbraccio più lungo.

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