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Buttiglione, Gentiloni, e la dimostrazione: l’accanimento delle procure esiste


MAURIZIO TORTORELLA Voce dal sen fuggita… Dice Paolo Gentiloni, parlamentare del Partito democratico di cui è stato tra i fondatori: «Non credo ci sia la possibilità di bloccare i processi contro il presidente del Consiglio: siamo in uno Stato di diritto». Gentiloni risponde con queste parole alla sorprendente proposta di Rocco Buttiglione, presidente dell’Unione di centro, il quale (in un’intervista al quotidiano Avvenire) propone di offrire un «salvacondotto penale» a Silvio Berlusconi in cambio della sua uscita dalla scena politica. Continua

Per la campagna elettorale il Pd chiama i “guru” di Barack Obama

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In principio fu il guru. Oggi è il caso di dire “Yes, Week End”.
Nel 2001 il centrosinistra, che era nettamente indietro nei sondaggi nella corsa tra Francesco Rutelli contro Silvio Berlusconi, chiamò Stanley Greenberg, il sondaggista (pollster per i più fini) di Bill Clinton, per portare una ventata di novità nella campagna elettorale dell’Ulivo. Greenberg, detto il guru americano, migliorò la situazione di Rutelli e lo portò a pochi punti da Berlusconi, ma il centrosinistra andò all’opposizione.

Ora arrivano i due esperti di new media di Barack Obama a provare a risollevare il Pd. Il prossimo finesettimana per dare una mano al Partito Democratico sbarcheranno a Roma gli americani di Blue State Digital, che hanno inventato la campagna online di Obama. L’obiettivo della due giorni di “brainstorming”, voluta dal responsabile comunicazione del partito, Paolo Gentiloni (lo stesso che nel 2001 portò Greenberg) è quello di potenziare ulteriormente gli strumenti online del partito di Dario Franceschini; in particolare per quanto riguarda la mobilitazione attraverso i social network e la partecipazione dei militanti.

Venerdì 15 maggio, nel pomeriggio, a largo del Nazareno Ben Self e Dan Thain, “gli uomini del presidente” americano saliranno in cattedra per una lectio davvero magistralis: erudire i pionieri italiani del pensiero democratico nelle strategie di comunicazione politica del terzo millennio. Un millennio che è stato anticipato, come spesso accade nella comunicazione politica, negli Usa. Durante la campagna elettorale di Obama, Self si è occupato della gestione del sito internet ufficiale www.barackobama.com, quello su cui l’allora senatore dell’Illinois annunciò la sua partecipazione alla corsa alla Casa Bianca. Il portale gioca un ruolo chiave nella strategia di Obama: permette ai sostenitori del candidato di versare denaro (con la campagna online Obama ha raccolto 200 milioni di dollari e un milione di sottoscrittori), di organizzare incontri, mandare e ricevere sms, gestire enormi volumi di traffico telefonico e traffico web.

Le banche dati del versante social-network del sito, chiamato MyBo, sono in grado di trovare in una determinata zona i volontari più opportuni per un determinato evento e fornire loro nomi, indirizzo, numero di telefono delle 100 persone del quartiere che vogliono votare Obama e di quelle che sono ancora indecise. Con Self nella sede del Pd – e dal partito fanno sapere che potrebbe anche esserci Franceschini e altri big - ci sarà anche Dan Thain, “senior strategist” della Bsd, esperto di strategie email, sviluppo messaggi e contenuti video. Uno dei maggiori videogamer professionisti, Thain ha fondato la sua prima dot.com a 17 anni e, prima di approdare in BSD, era stato il manager della campagna elettorale on line del partito laburista inglese. Niente guru, dunque, tanto più che la campagna per le elezioni europee è in corso; di certo, però, qualche buon consiglio da seguire, così come sta accadendo tra i progressisti in giro per il mondo. Infatti i democrats italiani non sono i soli ad essersi rivolti a Blue State Digital: gli esperti di new media a stelle e a strisce sono stati chiamati anche dai laburisti inglesi, dai socialdemocratici svedesi, dal Labour australiano, dal Fianna Fail irlandese. E nelle prossime settimane i consulenti di Obama saranno in Portogallo e Brasile.

L’ex ministro Gentiloni anticipa a Panorama.it alcune delle tematiche che verranno sviluppate con gli esperti Usa: “Confrontarsi con l’esperienza americana è anche un modo per uscire dalla diatriba, tutta italiana, sul ‘partito leggero’ contro quello ‘pesante’. La vittoria dei democratici di Obama” dice Gentiloni “ci impone di guardare, piuttosto, al futuro, con la partecipazione ondine che rinvia al porta-a-porta, con la mobilitazione attraverso la rete che rafforza il coinvolgimento diretto di milioni di persone. Una trasformazione profonda che non riguarda solo i mezzi della politica, ma la sua identità, sempre più aperta, responsabile, plurale. In una parola, democratica”.

LEGGI ANCHE: Finocchiaro in corsa per il dopo Franceschini? “Non lo escludo”

E tra i democratici romani le primarie non vanno più di moda

Nicola Zingaretti

Democratico si, ma fino a un certo punto.
Che il rapporto fra primarie e Pd
in questi mesi non fosse stato tra i più idilliaci non era certo un mistero: nonostante le ripetute richieste di consultazioni popolari per la scelta dei candidati alla Camera e al Senato, non c’era stato infatti niente da fare. Motivo? Troppo poco tempo a disposizione, avevano commentato i dirigenti del partito di Veltroni. Così, alle scelte di segreteria, si erano aggiunte perfino le polemiche per le decine di candidati paracadutati e “imposti” dal loft (che ai democratici il 13 aprile non hanno portato fortuna, anzi).

Ora, però, il Partito Democratico sembra continuare a marciare nella stessa direzione. L’elezione che incombe, stavolta, è quella del coordinatore laziale, dopo le dimissioni di Nicola Zingaretti, rieletto presidente della provincia di Roma. E sul metodo che verrà utilizzato? Il primo stop arriva proprio da uno dei diretti interessati: “Sono contrario all’idea di selezionare e scegliere il segretario regionale attraverso le primarie” ha detto ieri Zingaretti. Al suo posto, sarebbe meglio “che venga scelto nell’assemblea regionale costituente perché legittimata dal voto popolare del 14 ottobre e che lo si faccia in tempi certi”.

Per succedergli, i candidati in lizza finora sono quattro: il senatore Luigi Zanda, il deputato Roberto Morassut, il consigliere regionale Mario Di Carlo e l’ex ministro delle Comunicazioni Paolo Gentiloni. Per loro, se verrà confermata la scelta di metodo, più che un viaggio tra “il popolo delle primarie” sarà meglio farsene uno tra i dirigenti delle varie sezioni di partito. Con ogni probabilità, saranno loro infatti a scegliere il nuovo coordinatore.

Il duello tv non spaventa Silvio e Walter ma gli altri candidati premier

Walter Veltroni da Bruno Vespa, sullo sfondo il leader del Pdl, Silvio Berlusconi | Ansa
La proposta di un faccia a faccia tv tra i due maggiori candidati premier aleggia come un fantasma dall’inizio della campagna elettorale. Silvio Berlusconi e Walter Veltroni – complice anche il clima di fair play di queste settimane – non si sono mai detti contrari.

Ma a remare contro è, o sembra essere, la legge in vigore, ovvero la par condicio. Quella stessa che il Cavaliere ha promesso di abolire “perché rende tutti uguali”. In pratica Pd e Pdl, lo ha spiegato lo stesso Berlusconi più volte, a causa della legge 28 del 2000 “si indeboliscono a scapito degli altri partiti anche minuscoli che hanno lo stesso trattamento (in termini di minutaggio) mediatico”. In realtà un recente richiamo dell’Agcom chiede un riequilibrio, sia nelle tv pubbliche che private, in favore delle liste partecipanti alla campagna elettorale, sottolineando il vantaggio a favore del Popolo della Libertà.
Il punto è che essendo i candidati premier tanti si dovrebbero tenere tantissimi faccia a faccia. Nei giorni scorsi è sceso in campo il ministro delle Comunicazioni, Paolo Gentiloni, che prima sul suo blog poi sul sito del Pd ha sostenuto che non è vero che la legge obblighi a tanti faccia a faccia e che l’incontro tra i due big “si può fare, anzi si farà”.

Per il centrodestra in questi giorni ha risposto più volte il portavoce del Cavaliere, Paolo Bonaiuti, che ha ribadito la precondizione al sì al dibattito tv: “prima abolire la par condicio”. E proprio martedì 25 i telespettatori di Sky hanno assistito ad un duello tra i due. Tra Bonaiuti e Gentiloni.
Il primo, spavaldo, ha sostenuto che il Cavaliere “non ha certo paura e non può che vincere in maniera altisonante. Ma abbiamo l’impressione che il Pd stia menando il can per l’aia parlando di confronto tv e sapendo che con queste regole non si può fare perché avete fatto una legge, la par condicio, fatta per mettere il bavaglio e limitare i nostri spazi. Siamo favorevolissimi al duello tv ma prima cancelliamo questa legge. Non abbiamo paura del confronto, ma voi siete così farisei che in Vigilanza non avete fatto nessuna richiesta di faccia a faccia”.
Parole a cui il ministro del Pd ha risposto: “La Vigilanza non regola i programmi giornalisti ma le tribune elettorali. Il confronto Tv si può fare basta assicurare l’equilibrio tra le forze politiche. Si è sempre fatto, l’unica differenza è che oggi uno dei due non vuole”. Poi la stoccata: “In queste settimane ci sono stati tanti faccia a faccia tra candidati premier. Come mai l’unico vietato è quello tra Berlusconi e Veltroni?”.
A Panorama.it il deputato Radicale, Marco Beltrandi - membro della Commissione di Vigilanza Rai - spiega: “Non c’entra nulla il regolamento recentemente varato dalla Vigilanza. È proprio la legge sulla par condicio che lo vieta”, perché aggiunge: “Nella seconda parte della campagna elettorale, cioè ora, tutti i candidati premier devono avere pari trattamento assoluto. Si potrebbero fare confronti con cinque candidati per volta estratti a sorte come negli Usa. Nel nostro caso, visto che i candidati premier sono circa 15, ne servirebbero tre. Fattibile”. Eppure durante il fine settimana pasquale alcuni giornalisti (da Giovanni Floris a Bruno Vespa fino ad Enrico Mentana) si sono fatti avanti per ospitare i due leader nelle loro trasmissioni e sono quindi pronti a “disubbidire”.

Che succederebbe? Beltrandi è netto: “Se ci fosse un faccia a faccia Berlusconi-Veltroni, basterebbe una denuncia all’Agcom che farebbe una delibera di ripristino della parità delle condizioni”. E se il faccia a faccia si facesse negli ultimissimi giorni? “Verrebbe fregata la par condicio” conclude Beltrandi “ma l’azienda potrebbe pagare una multa di 100-150mila euro”.
Multa che il direttore di Sky Tg 24, Emilio Carelli, dice di esser pronto a pagare “perché l’importante per noi è affermare la validità giornalistica di un dibattito tv tra i due candidati maggiori”. In ogni caso rivela il direttore dell’emittente all news: “Noi li abbiamo invitati tutti e 15 per il 6 aprile ad un dibattito comune”.

Alle urne: i partiti danno i numeri. Ma la guerra dei sondaggi non sposta voti


Siamo a un mese esatto dalle elezioni politiche ed è guerra di numeri, non solo come era prevedibile tra Walter Veltroni e Silvio Berlusconi, ma pure tra le case di sondaggi: Swg contro Demoskopea contro Demos.
Secondo l’ultima rilevazione Swg, il distacco tra i due poli è passato da 5,5-8 punti a soli 4-5 in cinque giorni. In pratica secondo questi dati il totale Pdl-LegaNord-Mpa oscilla tra il 42,5 e il 43%, in calo rispetto alla rilevazione del 6 marzo (43,5-44,5%). A subire una perdita consistente è il Popolo della Libertà, sceso al 34,5-35% dal precedente 36-37%. In crescita invece la Lega Nord, che passa dal 6-6,5% al 7%. Per quanto riguarda l’Mpa la percentuale è dell’1 rispetto all’1-1,5%. La coalizione Pd-Idv è salita al 38-38,5% dal 36,5-38% di cinque giorni fa. Il partito di Antonio Di Pietro si attesta al 4% dal precedente 3,5-4%. Il Pd di Veltroni da solo cresce al 34-34,5% (praticamente lo stesso valore del Pdl) dal 33-34% del 6 marzo.
Completamente differenti i dati forniti a Sky TG24, dalla società Demoskopea, secondo cui alla data di ieri sarebbero ben nove i punti che dividono il Pd dal Pdl. Rispetto alla scorsa settimana il Pdl rimane stabile al 40,5%. Lo stesso vale per Lega Nord (4%) e Mpa (0,5%). La coalizione guidata da Berlusconi si attesterebbe, quindi, in totale al 45%. E quella di Veltroni si attesterebbe al 36%: (Pd al 33,5% e Idv al 2,5%). Simili i dati di Demos per Repubblica: “Il distacco fra la coalizione guidata da Berlusconi e quella guidata da Veltroni è lievemente cresciuto. Per ora, tuttavia, la variazione assume dimensioni statisticamente trascurabili. Lo scarto, intorno ai sei punti e mezzo: Pd (34%) e Pdl (39%) arretrano, ciascuno, di circa un punto”. Anche se “a un mese dalle elezioni, aumenta anche la fascia degli indecisi”, dice Demos, che si attesta “oltre il 30%”.

Come mai numeri così diversi? E a chi credere? Dai due quartier generali arrivano risposte ovviamente opposte. Dal loft dei democratici sintetizzano con una sola frase: “Il Pdl ha paura”. Mentre dal quartier generale del Cavaliere spiegano: “Il nostro elettorato è moderato e prima del voto non si sbilancia”.
Per capire di quale sindrome matematica soffra il nostro Paese è sufficiente guardare Oltreoceano. Negli Stati Uniti lo chiamano push polling. Ovvero il modo per spingere l’opinione pubblica a rafforzare l’immagine di un candidato. Basta pensare alla vicenda politica di Barack Obama, che è arrivato all’inizio delle primarie in netto svantaggio su Hillary Clinton e dopo poche affermazioni nei primi caucus è salito nei sondaggi e poi nei voti reali.

E sebbene i rilevatori dicano che i sondaggi non influenzano l’opinione pubblica, è però vero che tutti i partiti, in Italia e nel mondo, usano i sondagi per fare training autogeno. Cioè per rafforzare l’idea di una rimonta o per far credere che il distacco sia incolmabile. Un meccanismo confermato da un recente post sul blog del ministro delle Comunicazioni, Paolo Gentiloni, che di campagne elettorali all’americana (fu lui quando era responsabile della campagna di Rutelli premier nel 2001 a chiamare i guru americani) è considerato grande esperto.
Dobbiamo quindi rassegnarci alla guerra dei numeri? Sì. Almeno fino al 30 marzo, quando a 15 giorni dal voto i sondaggi non potranno più essere diffusi.

2008, fuga da Palazzo. A sinistra è partita la corsa alla poltrona sicura

Un'auto blu in uscita dal Quirinale | Ansa
Chi non ricorda la mitica Jena Plissken di 1997 - Fuga da New York? Quello che con solo 22 ore di vita riesce a fare irruzione in una Manatthan in mano alla malavita e portare in salvo il presidente degli Stati Uniti. Oggi, in una versione casereccia (all’amatriciana), il fuggi fuggi è dai palazzi della politica e la salvezza è quella personale.
“Si salvi chi può” sta insomma diventando il motto di molti ministri e primedonne del centrosinistra. Che, fiutata l’aria di fallimento che tira su Franco Marini e data per certa la sconfitta elettorale (tanto più se Walter Veltroni poterà il Pd in splendido isolamento alle urne), sono pronti a cercarsi altre poltrone sicure.

Francesco Rutelli non sarà certo Kurt Russell, ma in queste ore potrebbe sciogliere la riserva e pensare di fuggire, anzi tornare, sul più celebre dei sette colli di Roma: il Campidoglio. E l’attesa per la decisione di Rutelli (che a sua volta attenderebbe le dimissioni di Veltroni, che a sua volta aspetta la fine del tentativo Marini), coinvolge altri due ministri, il cui nome si fa per la corsa alla successione a Veltroni a Roma: il rutelliano Paolo Gentiloni e la veltroniana Giovanna Melandri. Se l’ex leader della Margherita non dovesse correre per la carica di sindaco di Roma, gli altri due sarebbero in pole position.

La capogruppo al Senato del Pd, la siciliana Anna Finocchiaro, pare stia seriamente valutando di andare a correre per la prestigiosa, quanto difficile, carica di presidente della Regione Siciliana dove, dopo l’addio di Totò Cuffaro, si voterà tra poche settimane (tra sabato e domenica Finocchiaro e Veltroni saranno insieme a Palermo per un’iniziativa politica). Stessa possibilità, ma con tempi diluiti e sull’altra isola, per il presidente dei deputati Pd, Antonello Soro, che potrebbe andare succedere al suo quasi omonimo Renato Soru in Sardegna.
Le voci di fuga da palazzo Chigi hanno investito tutti. Anche l’inquilino più importante: se è vero che Romano Prodi tornerà a Bologna a fare il nonno per sua stessa ammissione, c’è chi, tuttavia, parla in maniera assolutamente informale, di una sua possibile candidatura alle comunali a Bologna per il post Sergio Cofferati.

La ministro della Famiglia, Rosy Bindi, e quello della Difesa, Arturo Parisi, si contenderanno le poche briciole che Veltroni lascerà alla minoranza del Pd. Poco, ma dovranno farselo bastare, aspirando a guidare la corrente minoritaria dei democratici.
Giovanna Melandri, Alfonso Pecoraro Scanio, Paolo Gentiloni | Ansa
Meno problemi avranno tutti quei ministri che sono leader di partito. Il ministro dell’Ambiente, Alfonso Pecoraro Scanio, tornerà a guidare i Verdi a tempo pieno, mentre quello delle Infrastrutture, Antonio Di Pietro, l’Italia dei Valori o la nascente Cosa Bianca in cui si mormora potrebbe finire. Fabio Mussi, leader di Sinistra Democratica, non ha ascoltato le sirene di Veltroni che lo volevano far rientrare nel Pd perché vuole costruire la Cosa Rossa. E proprio la nuova aggregazione della sinistra radicale dovrebbe essere guidata dal ticket Fausto Bertinotti (che non vede l’ora di tornare alla politica attiva e che allo scioglimento delle Camere lascerà lo scranno più alto di Montecitorio) e Grazia Francescato, oggi deputata dei Verdi.

Restano fuori le due “menti fini” oggi agli Esteri e all’Interno: Massimo D’Alema e Giuliano Amato. Baffino, che in questi anni si è ritagliato un ruolo da grande saggio e king maker del centrosinistra, mira a qualche anno di esilio per arrivare al 2013 in prima fila per salire al Quirinale. Mentre sull’ex delfino di Craxi basta riportare la voce che gira in Transatlantico: “Ad Amato hanno fatto, ancora una volta (come ai tempi dell’elezione di Napolitano al Quirinale), annusare la poltrona di premier. E ancora una volta dovrà aspettare”.

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L’Ue boccia i due poli tv. E riaccende la polemica tra i poli a Palazzo

[i](Foto: Ansa)[/i]
Tra i primi problemi del futuro governo (ma c’è chi ipotizza un forcing dell’esecutivo uscente, anche se resta da capire quale) ci sarà la questione delle frequenze televisive. E potrebbe accadere che, se vincerà il centrodestra, Silvio Berlusconi dovrà spedire sul satellite Retequattro e il suo direttore, Emilio Fede. È una delle possibili conseguenze, del tutto ipotetiche ovviamente, della sentenza della Corte di giustizia europea che ha giudicato “contrario al diritto comunitario” il sistema italiano di assegnazione delle frequenze, in particolare di quelle analogiche (cioè in chiaro).
In pratica la Corte ha accolto il ricorso Centro Europa 7, un’azienda proprietaria dell’omonimo network, che nel ‘99 ottenne dal governo l’autorizzazione a trasmettere in chiaro; ma successivamente non ebbe mai l’assegnazione delle frequenze stesse. Sulle quali trasmetteva appunto Retequattro, dopo che Mediaset le aveva regolarmente pagate.
Europa 7 fece ricorso al Tar, chiedendo di accertare i criteri di assegnazione e reclamando un risarcimento danni. Non ottenendo soddisfazione si rivolse al Consiglio di Stato che ha chiesto a sua volta l’opinione della corte Ue.
La quale ha emesso un giudizio molto estensivo, che potrebbe appunto ripercuotersi ben al di là del caso Europa 7-Retequattro, per mettere in discussione (come in effetti fa) l’intero sistema radiotelevisivo basato sulla legge Gasparri. Per la Corte di giustizia infatti il regime italiano “non rispetta il principio della libera prestazione dei servizi e non segue criteri di selezione obiettivi, trasparenti, non discriminatori e proporzionati”. Le leggi succedutesi, è la tesi dei giudici europei, “hanno perpetuato un regime transitorio, con l’effetto di non liberare le frequenze destinate ad essere assegnate ai titolari di concessioni in tecnica analogica e di impedire ad altri operatori di partecipare alla sperimentazione della televisione digitale”.
Tutto ciò “ha avuto l’effetto di impedire l’accesso al mercato degli operatori privi di radiofrequenze”. Questo effetto restrittivo “è stato consolidato dall’autorizzazione generale, a favore delle sole reti esistenti, ad operare sul mercato dei servizi radiotrasmessi, cristallizzando le strutture del mercato nazionale e proteggendo la posizione degli operatori nazionali già attivi su detto mercato”.
Il limite al numero degli operatori sul territorio nazionale, potrebbe essere giustificato da obiettivi d’interesse generale, ma “dovrebbe essere organizzato sulla base di criteri obiettivi, trasparenti, non discriminatori e proporzionati”. Conclusione: “L’assegnazione in esclusiva e senza limiti di tempo delle frequenze ad un numero limitato di operatori esistenti, senza tener conto dei criteri citati, è contraria ai principi del Trattato sulla libera prestazione dei servizi”.
Già, ma gli effetti pratici? Mediaset afferma che la sentenza “non può comportare alcuna conseguenza sull’utilizzo delle frequenze nella disponibilita’ delle nostre reti, inclusa ovviamente Retequattro”. Aggiunge l’azienda di Berlusconi: “Il giudizio cui la sentenza si riferisce riguarda infatti esclusivamente una domanda di risarcimento danni proposta da Europa 7 contro lo Stato italiano e non puo’ concludersi in alcun modo con pronunce relative al futuro uso delle frequenze. Quanto all’insinuazione che Retequattro occuperebbe indebitamente spazi trasmissivi a danno di Europa 7, Mediaset ribadisce che la rete è pienamente legittimata all’utilizzo delle frequenze su cui opera. Quindi nessun rischio per Retequattro”.
In sostanza, sembra dire Cologno Monzese, noi le frequenze le abbiamo pagate, colpa dello Stato se ne è nato un pasticcio; ed è lo Stato a dover risarcire Europa 7. Ma anche Mediaset si riserva ulteriori altri commenti quando la sentenza sarà nota in tutti i suoi dettagli.
Fin da ora però sembra di capire che i giudici europei non si limitano ad occuparsi del caso Europa 7-Retequattro, ma intervengono più in generale contro il duopolio televisivo italiano. Ecco perché, in prospettiva, in area rischio non c’è solo la rete di Emilio Fede, ma anche la Rai.
Da anni si discute se inviare sul satellite una rete Mediaset e RaiTre. La legge firmata da Maurizio Gasparri tentò di aggirare il problema accelerando i temi del digitale terrestre, che con la moltiplicazione delle frequenze disponibili avrebbe di fatto reso il mercato accessibile a tutti.
La Corte europea però sostiene che negare l’accesso alle frequenze analogiche impedisce anche la sperimentazione del digitale. E dunque c’è materia per alimentare un nuova polemica politica. Che nelle prime battute sembra circoscritta all’interno della sinistra: “Il Partito democratico non vuole capire”, sostiene il Pdci, attaccando non solo il progetto di riforma Gentiloni, ma soprattutto le aperture di Walter Veltroni a Berlusconi.
Il seguito? Alle prossime puntate. Su quale rete, è da capire.

Il VIDEO servizio:

Berlusconi avanti con le riforme. In sintonia con Veltroni, ma contro Prodi

Il leader di Forza Italia Silvio Berlusconi e il leader del Pd, e sindaco di Roma, Walter Veltroni | Ansa
E adesso tutti a dire della retromarcia di Silvio Berlusconi sulle riforme: “La legge elettorale non c’entra niente con la Gentiloni. E non sono stato certo io a collegare i due temi che sono e restano separati e distinti perché riguardano due piani diversi”.
In realtà, quello che ieri ha chiuso a Roccaraso la kermesse di Forza Italia Neve Azzurra era un Cavaliere più collaborativo e aperto al dialogo di quanto le sue (dure) parole non lasciassero trasparire. Se l’era presa con Prodi, ma aveva aperto a Veltroni, proprio sulla legge elettorale. Certo, aveva avvertito del rischio che nell’accordo trovassero spazio manovre anti-Mediaset, di fronte alle quali aveva minacciato di far saltare tutto.
Discorso tranchant, tanto che a molti il Berlusconi appenninico sembrava chiudere la porta in faccia alle riforme. Ecco perché, nel giro di 24 ore, è giunta la rettifica del Cav. in merito al presunto legame tra legge elettorale e paletti anti-Gentiloni: “Sulla Gentiloni” precisa oggi il leader di Forza Italia “ho risposto ad una domanda in coerenza con la realtà e con quanto ho sempre affermato: l’impossibilità di una futura collaborazione con un Governo che si macchiasse di una simile nefandezza, inconcepibile in una vera democrazia”.
Ma chi domenica lo ha sentito è conscio che la risposta sul conflitto di interessi era solo un inciso – certo, non secondario – alla fine di un discorso di un’ora. E per capire quanto il Cav. punti sull’asse con Veltroni basta riportare un passaggio del suo intervento telefonico alla festa di Forza Italia: “Sulla legge elettorale devono prima trovare un accordo fra loro, spero ardentemente che Veltroni ci riesca”.
E quel “ardentemente” stava a significare che il Cav. difende a spada tratta il dialogo con il Pd. Ma al tempo stesso guarda minaccioso a Palazzo Chigi e avverte: “Non potremmo trattare con delle forze politiche che mettessero in atto una decisione criminale come il disegno di legge Gentiloni”. Poi fa chiarezza sul sistema elettorale. In particolare affossando il tedesco: “Sarebbe un ritorno al passato alla politica dei due forni di andreottiana memoria”. Il francese gli piace, ma lo considera una chimera, un “vorrei ma non posso”. E allora sì a uno sbarramento almeno al 5%.

Le parole di Berlusconi hanno comunque fatto scattare le reazioni del centrosinistra. Ed è stato un diluvio di critiche. Veltroni, che in un’intervista al Corriere della Sera aveva detto che le riforme senza il Cavaliere non si possono fare, lascia parlare il suo vice, Dario Franceschini che va giù duro: “Non ci può essere nessuno scambio tra le cose che ci siamo impegnati a fare per il Paese e tra queste la riforma Gentiloni, e il dialogo sulla legge elettorale”. Certo l’asse con il Cavaliere c’è. Ma nel Pd sale la paura che una legge elettorale punitiva dei nanetti abbia ripercussioni sul governo. Stasera in Senato si annuncia un vertice dell’Unione che - da quanto filtra dal centrosinistra - dovrebbe andare verso una “tedeschizzazione” della bozza Bianco. Ovviamente per accontentare tutti
Daniele Capezzone a Panorama.it conferma un Berlusconi dialogante: “Sbaglierebbe chi considerasse le parole di Berlusconi una chiusura. Io lo vedo disponibile ad un dialogo serio che preveda una legge elettorale con uno sbarramento alto”. Poi l’ex radicale, ora nel centrodestra, spiega l’attacco al premier: “È Prodi che non deve avvelenare il clima di dialogo alzando barricate su tv e conflitto di interessi”.
A confermare che l’obiettivo degli strali berlusconiani non fosse Veltroni (e il percosrso delle riforme), ma Prodi, erano arrivate anche le parole del portavoce dell’ex premier, Paolo Bonaiuti: “Nessuno ha mai tirato né tirerà in ballo il progetto anti-Mediaset del ministro Gentiloni, che rimane un obbrobrio giuridico e un’operazione distruttiva”.

Il VIDEO servizio:

Spifferi dal Transatlantico
Ingiustizia, di Maurizio Tortorella
Uno contro tutti, di Carlo Puca
Gattopardi,
Il voltagabbana, di Paolo Guzzanti
CLAUDIA DA CONTO
Politicamente (S)corretta, di Annalisa Chirico
Giuseppe Cruciani
 
 
 
 
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