
Massimo Ciancimino in tribunale | (Ansa/Daniel Dal Zennaro)
“Che questo rimanga fra noi, ma è una preoccupazione di fratello maggiore… Io sono preoccupato, professore! Lo sa per cosa? Di mio fratello! Perché io vedo barche da un miliardo e mezzo… macchine da milioni di euro… Io, io, io faccio l’impiegato di banca e ho il vespone 150 e la Smart… stop! E un gommoncino lì… Mio fratello Roberto pure, che è notaio. Lui mi dice che fa affari, ma affari… Non sono soldi, non è che sono soldi ufficiali…”.
Giovanni Ciancimino se ne era reso conto già nel 2004, in una conversazione col tributarista Gianni Lapis, intercettata, trascritta e depositata solo di recente. Prima di andare a confermare le parole del fratello Massimo, sostenendo davanti ai giudici del processo Mori di avere visto pure lui il famoso “papello” in mano al padre, il maggiore dei figli di Vito Ciancimino aveva chiaramente espresso tutti i dubbi sul “pericolo” rappresentato, per il patrimonio di famiglia, dall’ostentazione senza freni del lusso da parte di “Massimuccio”. Continua
- Lunedì 1 Febbraio 2010

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