
Il direttore del Tg1 Augusto Minzolini e il premier Silvio Berlusconi (Ansa)
Mancano due settimane alle elezioni regionali e parte una nuova offensiva giudiziario - mediatica contro il centrodestra. Il siluro questa volta viene da Il Fatto, secondo cui la procura di Trani, con il pm Michele Ruggiero, starebbe indagando il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, il direttore del Tg1 Augusto Minzolini e il commissario dell’Authority Giancarlo Innocenzi per alcune intercettazioni della Guardia di finanza di Bari in cui il premier farebbe “pressioni” per arrivare alla chiusura di Annozero. Continua
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Non più rinviabile. La riforma della Rai va fatta subito, perché l’azienda non può competere “impacciata” dalle norme amministrativo-contabili e “paralizzata da spinte e controspinte politiche”. Chiaro e secco, ecco il monito del presidente dell’Autorità per le garanzie nelle Comunicazioni, Corrado Calabrò, che nella Relazione annuale al Parlamento avanza l’ipotesi di un provvedimento ad hoc per cambiare la governance della tv pubblica. Calabrò chiede che “alla riforma della Rai si arrivi al più presto, puntando sull’efficienza” e coniugando “il carattere imprenditoriale della governance con il perseguimento degli obiettivi di fondo di un servizio pubblico con marcate finalità d’interesse generale, svincolato dall’abbraccio dei partiti”.
Tra i principali compiti della Rai c’è il recupero della qualità, secondo Calabrò, che cita l’esempio positivo della Bbc: la nostra tv pubblica si è infatti appiattita sulla tv commerciale, con una “omologazione al ribasso che sbiadisce la missione del servizio pubblico e colloca la nostra televisione al di sotto di altre televisioni europee”. “Il contratto di servizio con la Rai” ricorda Calabrò nella Relazione “prevede l’elevazione della qualità, e si è insediato l’apposito Comitato chiamato a monitorare l’osservanza di quella indicazione”.
Ricerca di qualità che l’azienda di Viale Mazzini deve riprendere, abbandonando la “mimesi del processo” televisivo, con schemi, riti e tesi tipicamente processuali. “La giustizia viene percepita soprattutto per come appare, ed essa appare per come è rappresentata dai media”. E così finisce che dall’informazione sul processo, giustificata dal diritto di cronaca, si è passati al “processo celebrato nei mezzi di informazione: un’aula mediatica che si costituisce come foro alternativo, un modo onnivoro di raccogliere ogni conoscenza che arriva a un microfono e a una telecamera”. Per Calabrò, il paradosso è che in tale dinamica “è la sentenza pronunciata nel processo vero a risultare la meno attendibile e comunque tardiva”, perché l’opinione pubblica ha invece già registrato come “vera” la sentenza “subliminalmente propinata dal mezzo audiovisivo”.
Parlando poi dell’evoluzione del settore tv Calabrò afferma che si sta passando dal duopolio, che ancora caratterizza la distribuzione degli ascolti, al “mercato a tre” (formato da Rai, Mediaset e Sky) grazie alla crescita del satellite: “permane la concentrazione binomiale di emittenti per quanto riguarda l’audience” (Rai e Mediaset sono all’82.3% e raggiungono insieme l’84.1% dei ricavi nel mercato della raccolta pubblicitaria), ma “in un assetto economico complessivo che vede ormai tre soggetti in posizioni comparabili, per il ruolo sempre crescente assunto da Sky Italia”. Nel 2007 la Rai ha registrato ricavi per 2.739 milioni di euro, Rti per 2.411 milioni, Sky per 2.347 milioni. Fatturati che, fa notare l’Autorità, si riferiscono al mercato italiano e prendono in considerazione solo ricavi netti da pubblicità e pay tv.
Nell’ultimo anno, sottolinea Calabrò nella Relazione, si sono registrati “un ulteriore consolidamento del peso della televisione a pagamento rispetto all’ammontare complessivo delle risorse del settore, un rafforzamento delle nuove piattaforme digitali, satellitare e terrestre, a scapito della tv analogica (con oltre metà delle famiglie, il 54.3%, dotate di tv digitale), un aumento della pressione competitiva determinato da un processo di transfluenza che vede le televisioni tradizionalmente free fare il loro ingresso nella tv a pagamento e l’acquisto di crescenti quote di mercato pubblicitario da parte degli operatori di pay tv”.
Ma, ricorda l’Autorità delle telecomunicazioni, “l’auspicio è che entro i prossimi 24 mesi oltre la metà della popolazione italiana possa fruire del passaggio al digitale”. Il che, scandisce Calabrò, “può rappresentare una svolta”. In particolare, il presidente dell’Autorità si riferisce “alla gara per l’assegnazione del 40% della capacità trasmissiva dei maggiori broadcaster integrati (Rai, Mediaset e Telecom Italia)”: “Siamo ormai alle battute finali della procedura di selezione ad evidenza pubblica, che ha visto la presentazione di 25 domande da parte di 18 soggetti (molti stranieri)”, spiega. E, ancora, “per la normalizzazione del mercato sarebbe opportuno, come ho già segnalato nella passata legislaturaa, sopprimere la tassa di concessione governativa sugli abbonamenti”, conclude Calabrò.
Intanto, oltre alla riforma del sistema televisivo pubblico, va riscritta anche la legge sulla par condicio, “per adeguare la legge sia alla realtà cui intendeva riferirsi sia al mutamento tecnologico intervenuto”. Valutazioni che Calabrò fa alla luce delle “difficoltà riscontrate nell’applicazione” della normativa vigente in occasione delle ultime elezioni politiche e del fatto che, nonostante il proliferare dei nuovi media, “la campagna elettorale si fa ancora quasi interamente in televisione”. L’Autorità, spiega Calabrò, si è trovata di fronte a uno scenario “ben diverso da quello presupposto dalle leggi da applicare, vale a dire la convergenza degli attori della campagna elettorale su due coalizioni”, dovendo gestire “diciotto liste in competizione e quindici candidati premier che reclamavano tutti uguale spazio in televisione e confronti incrociati”.
L’Autorità, poi, “darà puntuale esecuzione - nei limiti della sua competenza - alle sentenze del Consiglio di Stato del 6 maggio di quest’anno sui ricorsi proposti da Europa 7 e fornirà supporto tecnico al Ministero dello sviluppo economico per gli adempimenti ad esso demandati”.
Dalla relazione del presidente Agcom emerge nuovamente la passione degli italiani per la telefonia mobile. “Lo sviluppo delle settore delle tlc - ha spiegato Calabrò - è stato, fino a tempi recentissimi, a getto continuo”. Secondo le rilevazioni dell’Autorità “siamo all’avanguardia nell’innovazione ed evoluzione tecnologica e nelle offerte innovative. Al primo posto in Europa e al secondo nel mondo per diffusione dei servizi mobili di terza generazione; leader mondiale nel mercato dei contenuti e servizi per la telefonia mobile (con un fatturato di 1,2 miliardi di euro e un tasso di crescita del 15%, quasi invariato rispetto al 2006) e in particolare per la televisione su cellulare”. “L’espansione del settore tlc con le vecchie tecnologie, che pure ha registrato tanti successi, è ormai giunta al capolinea” chiude Calabrò, secondo il quale “senza il passaggio alla banda larga il digital divide” si estenderà.
Telecom Italia mantiene il suo primato storico di ex monopolista nella telefonia fissa, ma negli ultimi tre anni la sua quota di mercato è scesa di 10 punti, dal 94 all’84%, rimanendo ciò nonostante più elevata che altrove. Tracciando il bilancio del fisso nell’ultimo triennio, dove la quota dell’84% attribuita a Telecom è riferita alla linee di accesso alla rete fissa (nella spesa totale la quota dell’operatore è invece del 70%, nei ricavi da servizi voce del 76%), Calabrò ha spiegato che in parallelo vi è stato “un deciso recupero di redditività degli operatori alternativi a Telecom, con incrementi che arrivano al 60%”.
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La proposta di un faccia a faccia tv tra i due maggiori candidati premier aleggia come un fantasma dall’inizio della campagna elettorale. Silvio Berlusconi e Walter Veltroni – complice anche il clima di fair play di queste settimane – non si sono mai detti contrari.
Ma a remare contro è, o sembra essere, la legge in vigore, ovvero la par condicio. Quella stessa che il Cavaliere ha promesso di abolire “perché rende tutti uguali”. In pratica Pd e Pdl, lo ha spiegato lo stesso Berlusconi più volte, a causa della legge 28 del 2000 “si indeboliscono a scapito degli altri partiti anche minuscoli che hanno lo stesso trattamento (in termini di minutaggio) mediatico”. In realtà un recente richiamo dell’Agcom chiede un riequilibrio, sia nelle tv pubbliche che private, in favore delle liste partecipanti alla campagna elettorale, sottolineando il vantaggio a favore del Popolo della Libertà.
Il punto è che essendo i candidati premier tanti si dovrebbero tenere tantissimi faccia a faccia. Nei giorni scorsi è sceso in campo il ministro delle Comunicazioni, Paolo Gentiloni, che prima sul suo blog poi sul sito del Pd ha sostenuto che non è vero che la legge obblighi a tanti faccia a faccia e che l’incontro tra i due big “si può fare, anzi si farà”.
Per il centrodestra in questi giorni ha risposto più volte il portavoce del Cavaliere, Paolo Bonaiuti, che ha ribadito la precondizione al sì al dibattito tv: “prima abolire la par condicio”. E proprio martedì 25 i telespettatori di Sky hanno assistito ad un duello tra i due. Tra Bonaiuti e Gentiloni.
Il primo, spavaldo, ha sostenuto che il Cavaliere “non ha certo paura e non può che vincere in maniera altisonante. Ma abbiamo l’impressione che il Pd stia menando il can per l’aia parlando di confronto tv e sapendo che con queste regole non si può fare perché avete fatto una legge, la par condicio, fatta per mettere il bavaglio e limitare i nostri spazi. Siamo favorevolissimi al duello tv ma prima cancelliamo questa legge. Non abbiamo paura del confronto, ma voi siete così farisei che in Vigilanza non avete fatto nessuna richiesta di faccia a faccia”.
Parole a cui il ministro del Pd ha risposto: “La Vigilanza non regola i programmi giornalisti ma le tribune elettorali. Il confronto Tv si può fare basta assicurare l’equilibrio tra le forze politiche. Si è sempre fatto, l’unica differenza è che oggi uno dei due non vuole”. Poi la stoccata: “In queste settimane ci sono stati tanti faccia a faccia tra candidati premier. Come mai l’unico vietato è quello tra Berlusconi e Veltroni?”.
A Panorama.it il deputato Radicale, Marco Beltrandi - membro della Commissione di Vigilanza Rai - spiega: “Non c’entra nulla il regolamento recentemente varato dalla Vigilanza. È proprio la legge sulla par condicio che lo vieta”, perché aggiunge: “Nella seconda parte della campagna elettorale, cioè ora, tutti i candidati premier devono avere pari trattamento assoluto. Si potrebbero fare confronti con cinque candidati per volta estratti a sorte come negli Usa. Nel nostro caso, visto che i candidati premier sono circa 15, ne servirebbero tre. Fattibile”. Eppure durante il fine settimana pasquale alcuni giornalisti (da Giovanni Floris a Bruno Vespa fino ad Enrico Mentana) si sono fatti avanti per ospitare i due leader nelle loro trasmissioni e sono quindi pronti a “disubbidire”.
Che succederebbe? Beltrandi è netto: “Se ci fosse un faccia a faccia Berlusconi-Veltroni, basterebbe una denuncia all’Agcom che farebbe una delibera di ripristino della parità delle condizioni”. E se il faccia a faccia si facesse negli ultimissimi giorni? “Verrebbe fregata la par condicio” conclude Beltrandi “ma l’azienda potrebbe pagare una multa di 100-150mila euro”.
Multa che il direttore di Sky Tg 24, Emilio Carelli, dice di esser pronto a pagare “perché l’importante per noi è affermare la validità giornalistica di un dibattito tv tra i due candidati maggiori”. In ogni caso rivela il direttore dell’emittente all news: “Noi li abbiamo invitati tutti e 15 per il 6 aprile ad un dibattito comune”.