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Una badante con il suo assisito
Il suo nome è Svetlana, lui la chiamava Lucia. Si sono conosciuti in una banca di paese: lei era appena arrivata dalla Moldavia, cambiava i pochi soldi che aveva portato con sé, con l’aiuto di un’italiana che l’aveva chiamata in Italia. Lui era un vedovo infelice, senza figli, ritiratosi in campagna dopo una vita in Svizzera. Le ha chiesto di fargli da badante. Lei ha accettato. Tre mesi dopo l’ha domandata in moglie. Continua
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L’Aquila e il suo tragico terremoto faranno finalmente partire la prevenzione? Gli esperti vivono con frustrazione questi momenti, uguali a quelli seguiti a ogni sisma senza che nessuno abbia ascoltato le loro indicazioni. Anche perché mezza Italia rischia di essere distrutta come il capoluogo abruzzese, se non si interviene.
Non si tratta di spicciolo allarmismo perché sono dati forniti da Franco Barberi, docente al Dipartimento di scienze geologiche dell’Università Roma Tre e presidente vicario della commissione grandi rischi della Protezione civile: “Le zone sismiche più pericolose coprono il 45 per cento del territorio e solo il 14 per cento degli edifici presenti in queste zone è stato costruito con criteri antisismici” spiega l’ex sottosegretario alla Protezione civile. Perciò “l’unico modo per difendersi dai terremoti è realizzare interventi antisismici di prevenzione sugli edifici vecchi, cioè costruiti prima della classificazione antisismica”, che risale al 1984.
Solo allora, 4 anni dopo il disastro dell’Irpinia, si cominciò a parlare di prevenzione. L’Italia venne divisa in tre zone a pericolosità decrescente, salite a quattro con l’aggiornamento della classificazione del 2003. Dopo la prima indagine di vulnerabilità sismica all’indomani delle scosse registrate in Garfagnana nel 1985, un punto fermo resta il corposo lavoro coordinato dall’allora sottosegretario Barberi e concluso nel 1999, che dice tutto nell’altrettanto corposo titolo: Censimento di vulnerabilità degli edifici pubblici, strategici e speciali nelle regioni Abruzzo, Basilicata, Calabria, Campania, Molise, Puglia e Sicilia. Il Gruppo nazionale difesa terremoti censì quasi 41.300 edifici nella parte d’Italia più a rischio. In Puglia venne valutata solo la provincia di Foggia e in Sicilia la parte orientale dell’isola. Nel 2000 seguì un censimento a campione dell’edilizia privata e nel 2001 quello sugli edifici monumentali. Il migliaio di pagine del 1999 fu inviato a tutti gli enti locali. Quanti amministratori l’hanno letto? Quanti si sono rimboccati le maniche?
Dallo studio si scopre che mediamente gli edifici pubblici in cemento armato sono più a rischio di quelli in muratura. “E più passa il tempo più si aggrava la situazione” spiega Barberi a Panorama. “Sugli edifici degli anni Cinquanta il problema riguarda la vita del cemento armato, a prescindere dalla qualità che spesso lascia a desiderare. Se ne stanno occupando tecnici a livello europeo. Le vecchie case in muratura reagiscono a un terremoto meglio dei primi edifici in cemento armato”.
Facciamo qualche esempio portando come paragone L’Aquila, la cui prefettura, ora distrutta, era in muratura e classificata a rischio medio-alto. A Napoli sono a rischio medio di vulnerabilità il Palazzo Reale in piazza del Plebiscito, il teatro San Carlo, due padiglioni dell’ospedale Cardarelli, la sede della divisione Ogaden dei carabinieri. Tutti in muratura. Tra quelli in cemento armato, sono a rischio alto la prefettura di via De Gasperi e decine di scuole, a rischio medio-alto gli ospedali Loreto Mare e Nuovo Pellegrini, le poste di via Matteotti e l’intendenza di finanza.
A Potenza sono a rischio alto o medio-alto quasi tutti i palazzi in cemento armato: scuole, questura, poste, carcere (costruito dopo il 1981), municipio, ospedale.
Solo nelle zone sismiche più pericolose classificate nel 1984 ci sono 7 milioni di abitazioni pari ad almeno 600 milioni di metri quadrati costruiti prima della classificazione sismica. Migliorare le strutture di abitazioni, edifici pubblici e monumenti in queste zone costerebbe circa 200 miliardi di euro. Una cifra solo apparentemente enorme visto che, aggiunge Barberi, “è appena il doppio del costo delle ricostruzioni post terremoto negli ultimi 40 anni”.
Interventi per la riduzione del rischio cominciarono con una legge toscana nel 1986 dopo il sisma in Garfagnana e con un accordo regione-Protezione civile. Quindi la Finanziaria 1998 stabilì il parziale recupero dell’iva e la detrazione fiscale del costo degli interventi, mentre un’ordinanza del ministro dell’Interno Giorgio Napolitano elencava i comuni a rischio. C’era anche San Giuliano di Puglia, in Molise, dove nel 2002 morirono 27 bambini nel crollo della loro scuola. Nella Sicilia orientale fra il 2000 e il 2001 la Protezione civile e la regione vararono il primo intervento sull’edilizia privata utilizzando 129 milioni di euro avanzati da una legge del 1991. Si arriva così, dopo il sisma in Molise, alla Finanziaria 2003 che stanziò 500 milioni per interventi sulle scuole e all’ordinanza del 2004 del capo della Protezione civile Guido Bertolaso: 200 milioni per indagini di vulnerabilità e messa a norma di edifici di importanza strategica da realizzarsi a cura di regioni e amministrazioni dello Stato.
Gocce nel mare, vista la situazione. A Reggio Calabria, mentre gli edifici in muratura censiti sono tutti a vulnerabilità medio-bassa o bassa (come il rettorato dell’università, molte scuole e alcuni plessi ospedalieri), sono invece a rischio alto o medio-alto quelli in cemento armato: facoltà di architettura, caserma della polizia stradale, ospedali, sedi dei vigili del fuoco e dell’Inps. A Crotone sono a rischio alto decine di scuole, il comando dei carabinieri, l’ospedale S. Giovanni di Dio, la questura, la capitaneria di porto, la nuova sede dei vigili del fuoco, costruita dopo il 1981. Tutti in cemento armato.
Né si può insistere sulla prevedibilità dei terremoti, pur se gli studi continuano. In un documento del 18 aprile, Warner Marzocchi dell’Istituto di geofisica e vulcanologia ha considerato gli elementi disponibili prima del sisma aquilano di magnitudo 5,8 della scala Richter del 6 aprile. La conclusione è che “la probabilità di un terremoto di magnitudo 5,5 o maggiore per il 6 aprile in tutta l’area era pari allo 0,01 per cento”.
A questo punto è bene distinguere le responsabilità private da quelle pubbliche. Dice Barberi: “Qualunque famiglia prima o poi decide di migliorare la propria abitazione: basterebbe spendere un po’ meno sulle maioliche e di più sulla struttura. Si impedirebbe il crollo in caso di sisma”.
Interventi raffinati costerebbero troppo. Per questo, nella riunione della commissione Grandi rischi del 22 aprile, Barberi ha proposto di fare subito “le cose più elementari e a basso costo, come le catene ai muri delle strutture in muratura o le tamponature in quelle in cemento armato”. Si dovrebbe cominciare dall’Abruzzo “estendendo i lavori alle zone dove gli studi ci dicono che è più probabile un forte terremoto nei prossimi 15 anni”.
Nelle tabelle, fornite da Franco Barberi, l’età degli edifici pubblici nelle sette aree a maggiore rischio sismico e lo stato di rischio degli edifici in cemento armato e in muratura secondo il rapporto del 1999.
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A due settimane esatte dal terremoto in Abruzzo, la terra continua a tremare. L’Istituto di Geofisica e vulcanologia ha registrato due scosse nella notte: la prima, di magnitudo 2.9, è stata registrata alle 3.20 (le località vicine all’epicentro sono state L’Aquila, S. Panfilo d’Ocre e Fossa); la seconda, di magnitudo 3.0, è stata avvertita dalla popolazione alle 4.22 (le località prossime all’epicentro sono state Scoppito, Pizzoli e L’Aquila).
La giornata di oggi si annuncia importante soprattutto per l’inchiesta della procura dell’Aquila sulle eventuali responsabilita nei crolli. Gli investigatori dovrebbero ascoltare alcuni dei responsabili delle strutture e tecnici.
Saranno sentiti come persone informate dei fatti, ma non è escluso - se emergeranno elementi di responsabilità a loro carico - che possano essere invitati a ripresentarsi accompagnati dagli avvocati. Gli accertamenti della procura sono focalizzati soprattutto sulla casa dello studente, sull’ospedale e su uno stabile di via XX settembre, nel centro della città.
A fare il punto sull’inchiesta appena avviata è, in un’intervista a Epolis, ripotata dall’Adnkronos, il procuratore capo della Repubblica dell’Aquila, Alfredo Rossini: “È un lavoro molto difficile ma abbiamo cominciato a muoverci già dalla mattina successiva ai crolli e da allora non ci siamo fermati un attimo. Insieme con me e con il collega Fabio Picuti, sono al lavoro altri tre magistrati dell’Aquila che erano andati via da qui perché hanno perso le case e gli affetti. Inoltre ho chiesto che ci vengano dati dei pubblici ministeri applicati da altre procure. Penso che nel giro di quattro mesi potremmo arrivare a dei primi risultati”. Poi il procuratore capo mette l’accento - seguendo il filo già tracciato dal capo dell’Antimafia, Piero Grasso - sulla ricostruzione: “All’Aquila arriverà un fiume immenso di denaro per la ricostruzione” ha proseguito Rossini “e storicamente le mafie sono attratte dai soldi. Con Grasso non solo ci siamo sentiti ma abbiamo messo a punto anche un programma di controllo contro le infiltrazioni. Significa che tutte le imprese che vorranno partecipare alla ricostruzione, dalla più grande alla più piccola, saranno monitorate e controllate affinché non ci sia nemmeno l’ombra di un loro possibile legame con la criminalità organizzata”.
Rossini, continua Adnkronos, dopo aver sottolineato l’intenzione di dare “delle risposte certe agli abruzzesi e agli italiani”, ridimensiona le polemiche sorte in seguito all’affermazione del premier sulle troppe inchieste sui giornali: “Il giorno dopo il terremoto, il ministro della Giustizia Alfano mi ha contattato e insieme abbiamo fatto il punto della situazione. Il Tribunale era ed è inagibile, la Procura inaccessibile, tutti gli atti sepolti tra le macerie e c’era il rischio di una paralisi dell’amministrazione della giustizia. Bene, nel giro di 24 ore ci è stata trovata una sede e da subito abbiamo potuto riprendere l’attività nei nostri uffici. Non solo con l’inchiesta sulle responsabilità dei crolli, ma anche su tutto il resto, casi di sciacallaggio compresi. E ciò è stato possibile grazie anche al ministro, che penso abbia lavorato in stretto contatto con Berlusconi. Tempo non se n’è perso e non sarà una perdita di tempo”.
A proposito, il pool è pronto. Ed è composto da quattro i magistrati che vigileranno sulla ricostruzione post terremoto per scongiurare infiltrazioni mafiose nella gestione degli appalti. Come ha annunciato il Procuratore Antimafia Piero Grasso il pool, questa mattina, diverrà immediatamente operativo e lavorerà in contatto diretto col Viminale. “Non c’è ancora un allarme ma una legittima attenzione” ha detto Grasso “perché vogliamo evitare che gli sciacalli delle case si trasformino in sciacalli delle casse dello Stato”.
A comporre il pool sono stati chiamati tre uomini e una donna, tutti magistrati esperti di indagini sulla criminalità organizzata. Saranno a disposizione del procuratore e del prefetto dell’Aquila e, ha aggiunto Grasso, prenderanno contatti con il ministro dell’Interno “per mettere a disposizione banche dati, esperienza e informazioni”. L’obiettivo è quello di agire a monte per evitare di arrivare a dei processi che si trascinino per anni e anni come è avvenuto per il terremoto dell’Irpinia. “Dobbiamo agire prima” conferma Grasso “ed evitare di fare i processi”. Il compito primario dei magistrati sarà innanzitutto quello di individuare possibili prestanome per le organizzazioni criminali. Un’indagine che, conclude Grasso, “può essere fatta solo con le intercettazioni e i collaboratori di giustizia”. “Proprio questa mattina ho firmato il provvedimento” ha aggiunto “ci incontreremo con il ministro Maroni per vedere come impiegare il pool e mettere quindi a disposizione le nostre banche dati e l’esperienza del mio ufficio”.
Per il procuratore nazionale Antimafia, è, dunque, necessario ora vigilare sulla ricostruzione per “evitare in futuro i processi” come invece è avvenuto per il terremoto dell’Irpinia. Per questo sono necessari dei controlli molto più approfonditi che non si limiteranno solo al “certificato antimafia” che spesso è “raggirabile” e bisognerà individuare invece “i prestanome con macro indagini, intercettazioni o collaboratori di giustizia”.
Tornando alla “madre di tutte le inchieste”, è stato lo stesso procuratore aquilano Rossini a spiegare a Epolis il senso della sua affermazione: “Significa una cosa semplice” sottolinea il capo della Procura dell’Aquila “che indagheremo, con dei parametri comuni e alla ricerca di una responsabilità unitaria, su tutti gli stabili in cui ci sono stati i decessi. Ma vuol dire anche che per ognuno di questi edifici trasformati in “assassini” verranno aperte delle inchieste differenti e parallele”.
Oggi, intanto riaprono le scuole dopo la pausa di Pasqua durata in Abruzzo forzatamente più a lungo, ma tra mille difficoltà.
Per i più piccoli sono state allestite aule-tende, mentre per gli studenti delle medie sfollati in seguito al sisma dovrebbero unirsi ai loro compagni di città ritenute più sicure, dove però le paure non mancano. Stamani, al suono della campanella, davanti ad alcune scuole ci saranno anche i tecnici della protezione civile per rassicurare, insegnanti, allievi e genitori. Sempre oggi ci saranno anche i primi laureati del post-sisma: le prime tesi le discuteranno due candidati della facoltà di Fisioterapia in una tensostruttura realizzata accanto alla sede della facoltà di medicina a Coppito. Resta infine stabile, ad ora, la quota delle case dichiarate agibili: il 57% delle 6.000 controllate. Anche oggi proseguiranno le verifiche, ma tornare a casa e tornare alla normalità non è così facile: ancora troppo fresco il ricordo della notte del 6 aprile.
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di Bianca Stancanelli
Shaula adesso è tranquilla. Se ne sta accucciata davanti alla tenda. Oppure gioca con Laura, che ha spento una candelina sulla sua prima torta di compleanno due giorni prima della scossa grande ed è l’unica, in quest’angolo di tendopoli, a ridere beata. “Di questi giorni lei non ricorderà più nulla” prevede suo padre, Vincenzo Breia, 44 anni, napoletano, da cinque anni all’Aquila.
Lui, invece, ricorderà ogni momento di quella notte. E ricorderà, soprattutto, come sia stata Shaula, pastore tedesco di 7 mesi, a salvare la vita a tutta la famiglia, guaendo, smaniando, ululando, dando musate al vetro della camera da letto, alle 3 del mattino di lunedì 6 aprile, mezz’ora prima della catastrofe. Grazie a quel cane impazzito d’angoscia Vincenzo ha capito che qualcosa di mostruoso stava per accadere, che doveva svegliare la sua compagna, Chiara, 32 anni, che dormiva semivestita, sfinita da una notte di scosse e allarmi, afferrare la piccola Laura addormentata, correre verso la porta, scappare. Lasciandosi tutto alle spalle: la casa con le pareti che si aprivano e si chiudevano, come in un incubo, i mobili che crollavano al suolo, i lampadari a terra e i vetri infranti. E Shaula sul balcone, prigioniera.
“Siamo andati a prenderla tre giorni dopo, sfidando i divieti, attraversando la città in macerie” racconta Vincenzo, davanti alla tenda numero 36 del campo più grande dell’Aquila, in piazza d’Armi. È stata Chiara a salire con cautela al terzo piano del palazzo di piazza della Lauretana, nel centro, nell’appartamento devastato. “Per tre giorni” racconta Chiara “avevo chiesto a un vecchietto che aveva la casa lì, intatta, di chiamarla, di rassicurarla. Poi non ce l’ho fatta più: sono andata a prenderla. Se fossimo stati noi a restare chiusi in casa, Shaula non ci avrebbe pensato due volte a venirci a cercare”. Mentre lei si arrampicava sulle scale pericolanti, come sganciate dal corpo del palazzo, Vincenzo aspettava al portone, in ansia.
Storie da una catastrofe. Che ha spazzato via tutto. “Stiamo soffrendo” dice Vincenzo. “Casa, lavoro, non c’è più niente. Se dovessi comprare il latte a mia figlia, non saprei come fare. Siamo in balia degli altri”. Lo dice con una strana serenità. “In 20 secondi ho capito il valore della vita. Ho capito che l’unica cosa che conta è avere Chiara accanto, crescere mia figlia. L’ho capito quando ho sentito che un mostro invisibile stava cercando di togliermi tutto quello che amo”.
Aveva già visto in faccia una volta il mostro terremoto. A Secondigliano, periferia di Napoli, il 23 novembre 1980, quando l’inferno si scatenò in Irpinia (qui un VIDEO di allora). Vincenzo Breia allora aveva 16 anni. “Stavo per strada con i miei amici, davanti a un circolo ricreativo: parlavamo, scherzavamo. All’orizzonte c’era un cielo rosso come per un incendio. Di colpo arrivò la scossa grande. Come all’Aquila. C’era un ragazzo che giocava al biliardo: il tavolo gli si scatenò addosso, lo schiacciò contro la parete, spezzandolo in due. Provammo a liberarlo: era incastrato. Io vedevo il palazzo venirci contro e tornare indietro. Fuggimmo, lasciando quel ragazzo lì, morto”.
Per anni Vincenzo si è portato dentro il rimorso per quella fuga e l’angoscia del terremoto. La vita l’ha portato lontano da Napoli: in Germania, per 15 anni, a fare l’operaio metalmeccanico, il saldatore, il manovale; poi all’Aquila, a dare l’intonaco nei palazzi freschi di costruzione. “Li ho visti, adesso, alcuni di quei palazzi. Pieni di crepe. E con i cartelli “vendesi” ancora appesi”. Scuote la testa: “I palazzi vecchi sono caduti perché dovevano cadere. Ma quelli nuovi? Perché di due palazzi identici, uno accanto all’altro, uno cade e uno no? Chi lo va a spiegare alle madri di quegli studenti perché sono morti i loro figli? Chi lo spiega che qualcuno ha mangiato sulle fondazioni?”.
Il figlio maggiore di Vincenzo, Nicola, avuto da un primo matrimonio, era a Roma la notte del terremoto. È un ragazzo di 18 anni, gioca nell’Aquila rugby. Il sisma gli ha portato via un amico: Lorenzo Sebastiani, un campione. ““Papà, è morto Ciccio” mi ha detto al telefono. “Quello che mi insegnava la touche”” ricorda Vincenzo.
Breia guarda sua figlia Laura: “Quando si svegliava, la mattina, si sedeva accanto a noi, nel letto grande, e batteva le mani”. Nella tenda numero 36 non l’ha mai fatto.
Vincenzo pensa al suo futuro: “Sfortunatamente è uscito tanto lavoro dove prima non ce n’era. Io lo so come nasce una casa e so che qui il lavoro si troverà. Ma non volevo trovarlo così: con 300 morti, con tanti bambini uccisi. Non volevo”.
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Banche, scuole, negozi, caserme. L’Aquila cerca un disperato ritorno alla normalità: soldi, consumi, aule nelle tende, lenti a contatto. Tutto concorre a cercare di riportare la vita più avanti del 6 aprile.
A partire dalla ricostruzione degli alloggi per gli sfollati con la precisa richiesta del Difensore Civico aquilano di far lavorare le aziende del posto e non importare case di legno dall’estero. Muovere l’economia, smuovere le macerie psicologiche dell’apparato produttivo.
Ha riaperto oggi i battenti all’Aquila la Carispaq, la Cassa di Risparmio della Provincia dell’Aquila, il maggior istituto di credito della zona. La sede centrale della banca, in corso Vittorio Emanuele, è stata gravemente lesionata dal sisma ed è inagibile: la Carispaq si è quindi insediata in via Strinella, in un complesso di nuova costruzione che ha retto al sisma. Anche la Bnl ha riaperto oggi lo sportello della frazione di Pettino, lo stesso istituto spiega che da ieri è operativo anche uno sportello nella ”cittadella delle istituzionì’ allestita presso la scuola sottufficiali della Guardia di Finanza a Coppito.
Stessa cosa per Unicredit, che ha aperto uno sportello anche in un centro commerciale.
Dopo le banche ecco i negozi: il primo negozio di ottica che ha riaperto in città è l’Ottica Lao. Attesa domani inoltre la riapertura del supermercato Gallucci nei pressi dell’ospedale San Salvatore a Coppito. E si sposta anche il Comando Militare Esercito Abruzzo che ha trasferito la propria sede operativa presso il 33/o reggimento Artiglieria dell’Aquila.
Sul fronte scuole si riaprono i battenti a Pianella e il ministro Gelmini ha assicurato che tutti gli istituti saranno attivi da lunedì prossimo. Il tutto nel giorno in cui il Presidente del Consiglio Berlusconi e il Ministro hanno dato il là alla simbolica riapertura delle tre tende a Poggio Picenze, dove ci sono 30 bambini delle scuole materne e elementari.
La normalità passa anche se non soprattutto attraverso il lavoro. Alcune ditte dell’Aquila saranno tra i 250 espositori, in rappresentanza di 600 aziende, che partecipano alla 48/a fiera nazionale dell’Agricoltura che si svolgerà dal 24 al 27 aprile prossimi a Lanciano; anche alcune ditte dell’Aquila, con enormi sacrifici, saranno presenti nel settore agroalimentare.
E sempre sul fronte dell’agroalimentare anche Slowfood ha organizzato un gruppo di acquisto da 5 euro per partecipante da destinare all’acquisto di agnelli da pastori aquilani che saranno poi cucinati alle mense che ospitano i cittadini dalla provincia di L’Aquila.
Slowfood di Pescara ha organizzato l’acquisto per supportare gli allevatori e permettere loro di ritornare il prima possibile ad una normalità produttiva, compromessa prima del sisma anche dall’arrivo nei supermercati di prodotti proveniente dal mercato dell’est Europa a prezzi insostenibili per i pastori aquilani.
A ricominciare ci prova anche l’Università. Dal futuro dell’ateneo aquilano dipendono anche l’economia della città e la vivacità culturale che da sempre anima sia il centro storico che le zone periferiche ( dei 70mila abitanti, ben 30mila sono studenti, 13mila quelli fuori sede). Dopo il terremoto, che ha reso inutilizzabili gran parte delle strutture in centro e anche molti laboratori si cerca di fare un punto della situazione da cui ripartire. Il 15 aprile presso la sede di Coppito 1 il Senato Accademico si è riunito per decidere le modalità di ripresa delle attività’ didattiche. Tutte le informazioni si possono leggere sul sito web dell’Università, riattivato il 9 aprile scorso, e dal quale, attraverso un video, il rettore Ferdinando Di Orio fa appello agli studenti iscritti al suo ateneo a “continuare a credere nell’istituzione accademica aquilana, che è ancora vitale e in grado di corrispondere alle loro attese di formazione professionale”.
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La procura dell’Aquila, che indaga sui crolli del terremoto, procede nel suo lavoro, stilando un primo elenco di costruttori da interrogare “nelle prossime ore”: sono tutti quelli (una ventina) che hanno realizzato gli immobili sottoposti a sequestro. Gli interrogatori avverranno una volta acquisiti tutti i documenti utili a ricostruire la “vita” degli edifici e non appena saranno pronti i primi risultati delle perizie sui reperti sequestrati, in modo da poter muovere contestazioni specifiche.
Intanto, il fascicolo degli inquirenti si ingrossa degli esposti dei cittadini. “Non è giusto, mio fratello non doveva morire così”, denuncia una giovane che ha perso il fratello nel crollo della Casa dello studente.
Le denunce sono decine e aumentano ora dopo ora. Parlano di allarmi sottovalutati, di crolli “assolutamente inspiegabili”, oppure “annunciati”. Anche un comitato di circa 80 giovani ospiti della struttura, “Casa dello studente parte civile”, ha presentato un esposto in procura: “Ho deciso di aderire per avere giustizia” spiega Marilena Faragasso, studentessa originaria di Agri (Cosenza). “C’erano tante cose che non andavano e sono state prese alla leggera. Quanto da noi denunciato doveva costituire un campanello d’allarme, ma nessuno ci ha ascoltati”. Quella notte Marilena dormiva nella casa dello studente e si è salvata scendendo in strada con un gruppo di giovani che si sono aiutati a vicenda.
In un altro degli esposti presentati agli inquirenti si legge: “Ho comprato una casa tre mesi fa, i soldi di una vita. Mi avevano detto, assicurato, che era antisismica, invece è crollata”.
Numerose denunce, secondo quanto si è appreso, riguardano case costruite in cemento armato che sono crollate mentre altre, lì vicino, non hanno fatto una piega, o anche edifici regolarmente collaudati eppure lesionati in modo tale da renderli del tutto inagibili. Molto spesso, questi esposti sono corredati da foto e filmati di come era l’immobile prima del terremoto e, in alcuni casi, anche delle fasi di costruzione.
Accanto a questi, ci sono poi quei cittadini che hanno perso dei parenti nei crolli e che, durante il lungo sciame sismico che ha preceduto il terremoto del 6, avevano ricevuto più di una segnalazione di allarme da parte dei loro cari. Segnalazioni alle quali erano seguite altrettante rassicurazioni da parte di soggetti che vengano puntualmente indicati. Sono esposti, questi ultimi, carichi di rabbia per “una tragedia che si poteva evitare”.
Tra chi ha denunciato la “sottovalutazione dei ripetuti allarmi” lanciati c’è la giovane che piange il fratello morto nella Casa dello studente ed anche alcuni che hanno perso dei figli nello stabile crollato in via XX Settembre 79 (7 morti). Gli investigatori hanno già sentito sommariamente alcune di queste persone, probabilmente la stessa ragazza.
Altre si apprestano invece a sentirne nelle prossime ore.
Sono i costruttori che hanno realizzato gli immobili crollati.
Questo atto istruttorio è delegato in primis alla Gdf che ha già acquisito molti documenti relativi agli stabili: sulla base di queste carte e dei primi esiti delle perizie sui reperti raccolti verrà appunto chiesto conto a chi ha costruito case e palazzi della rispondenza alla normativa antisismica e dei materiali adottati.
Il sostituto procuratore Fabio Picuti ha fatto il punto ieri sera con tecnici e investigatori: il punto centrale, al momento, è quello di ricostruire il modo in cui gli immobili hanno reagito al sisma. Per questo gli inquirenti hanno già acquisito i video girati dalle tv locali subito dopo la scossa e le immagini riprese dalle telecamere a circuito chiuso delle banche o che guardano sulle strade. L’obiettivo è vedere come hanno reagito i palazzi, come hanno oscillato, come sono crollati. “Sarà molto utile ai nostri periti”, si limita a dire il pm.
Uno degli altri aspetti della “madre di tutte le inchieste” e poi quello che riguarda il rischio di infiltrazioni mafiose.
Il presidente della Regione, Gianni Chiodi, ha ribadito ieri che “non esiste l’equazione Abruzzo uguale mafia”, ma gli investigatori stanno comunque prendendo ogni contromisura affinché i tentacoli della piovra stiano lontani dall’affare miliardario della ricostruzione. Il procuratore nazionale antimafia, Pietro Grasso, ha annunciato la creazione di una apposita task force di supporto al procuratore dell’Aquila e proposto una lista di grandi aziende “pulite” che dovranno avere il ruolo di organizzatori di quello che c’è da fare. Un monitoraggio in questo senso è già stato avviato dalla Guardia di Finanza, mentre un occhio particolare è riservato ai detenuti al 41 bis, il carcere duro, nei penitenziari abruzzesi: il sospetto, affermano gli investigatori, è che possano costituire un “punto di riferimento” sul territorio per le organizzazioni mafiose e che possano veicolare informazioni e “direttive” anche attraverso i colloqui con i familiari.
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