
Italiani: poeti, santi, navigatori. E “onorevoli in pectore”. Con buona dose di fantasia e di tenacia.
Sarà anche per sfiducia nei confronti della Casta, montata come non mai in questi anni: di fatto, in soli quindici mesi (dall’inizio della XVI legislatura) il popolo dei legislatori “fai da te” ha depositato, ai sensi dell’articolo 50 della Costituzione (che recita: “Tutti i cittadini possono rivolgere petizioni alle Camere per chiedere provvedimenti legislativi o esporre comuni necessità ”), raffiche di petizioni (per l’esattezza 1.532 qui l’elenco dal sito della Camera) ai palazzi del potere sugli argomenti più disparati: dall’abolizione del divieto di ricostituire il partito fascista al marchio ‘Totally in Italy’.
E sarà interessante vedere come si comporterà la commissione Affari costituzionali di Montecitorio quando, alla fine della lunga pausa estiva, tornerà a riunirsi e si troverà a valutare la petizione di tale Giovanni Bello di Ferrara che chiede l’abolizione del divieto di ricostituire il partito fascista e contestualmente di conferire al presidente della Repubblica il potere di sciogliere i partiti politici.
Un numero consistente di petizioni giunte alla Camera e al Senato da ogni parte d’Italia riguardano temi classici del dibattito politico, dal lavoro alla scuola, allo sviluppo del Mezzogiorno, dal fisco alla sanità , dai costi della politica alle riforme istituzionali, all’insegnamento della religione cattolica.
Tra i cittadini più attivi, il vercellese Matteo La Cara, autore di decine di petizioni: il ripristino del servizio di leva obbligatorio (anche se ridotto a soli 7 mesi); l’introduzione di un certificato che attesti le buone condizioni psicofisiche dei parlamentari. Una legge che dichiari Roma ‘Capitale d’Europa’ e, dulcis in fundo, il riconoscimento della qualifica di pubblico ufficiale e benefici economici per i cittadini che presentano petizioni.
Non mancano, né sono mai mancate tuttavia, richieste abbastanza stravagati come quella depositata a Palazzo Madama dal signor Fabio Ratto Trabucco, da Chiavari (Genova), che chiede norme in favore dei pazienti incontinenti.
Non è raro, per i funzionari di Camera e Senato chiamati a dare una valutazione preventiva delle petizioni (per verificare che non vi siano frasi ingiuriose, per esempio), trovarsi sulla scrivania grappoli di richieste provenienti dalla stessa persona. Uno di questi è proprio quel Giovanni Bello (di Ferrara) che chiede di abolire il divieto di ricostituire il partito fascista. La sua firma è infatti in calce a numerose altre proposte: l’abolizione dei servizi segreti, del segreto di Stato, del Concordato con la Chiesa cattolica, delle norme in materia di assunzione obbligatoria di persone disabili; la riduzione del numero di ministri e sottosegretari; sanzioni per la violazione “del dovere di fedeltà alla Repubblica”; la regolamentazione della pratica del naturismo.
Spot pubblicitari in perfetto italiano, chiede Moreno Sgarallino di Terracina (sul litorale di Latina), che vuole “limitare l’utilizzo di inflessioni dialettali nella pubblicità televisiva” (chissà cosa ne pensano Bossi &C.). E a proposito di piccolo schermo, alla Camera è arrivata anche la petizione del ligure Fabio Ratto Trabucco che chiede disposizioni di legge per la valorizzazione delle emittenti televisive “comunitarie e di quartiere”, insieme a tante altre richieste come la legalizzazione delle droghe leggere, la reintroduzione della scala mobile, il riconoscimento della professione di autista soccorritore, l’istituzione del marchio “Totally in Italy”.
Il romano Salvatore Acanfora, altro creativo stakanovista delle petizioni, vorrebbe invece il rientro in Italia delle salme di tutti i componenti della famiglia Savoia, ma anche la separazione delle carriere tra magistrati giudicanti e inquirenti, sanzioni pecuniarie per chi non va a votare alle elezioni, l’istituzione, presso la Camera e il Senato, di “un organo a garanzia del dialogo con gli elettori”, l’istituzione del ministero per i Comuni.
Non manca mai nel calderone delle petizioni la richiesta di una riforma costituzionale per l’elezione diretta del presidente della Repubblica: questa volta giunge dall’anconetano Eros Corradetti.
Il toscano Salvatore Germinara, invece, vorrebbe veder nascere un giornale pubblico, interamente finanziato dallo Stato. Curiosa, infine, la richiesta di uno dei più ‘produttivi’ tra i cittadini che hanno scritto al Parlamento, Matteo La Cara. Ci vogliono, a suo dire, misure “per ridurre i rischi di ingerimento accidentale dei prodotti igienico-sanitari”.
Alle commissioni Parlamentari l’ardua sentenza.
“Una scelta di vita, non tornerò indietro”, dice l’ex pm di Catanzaro Luigi De Magistris spiegando perché si candiderà per le prossime elezioni europee con l’Italia dei Valori. E mentre il vicepresidente del Csm, Nicola Mancino, commenta: “I magistrati che scelgono la politica non dovrebbero più tornare in magistratura”, è lungo l’elenco degli ex-magistrati che hanno scelto di fare il salto e in politica: sia a sinistra (molti) sia a destra (alcuni). Ricoprendo anche incarichi politici tra i più alti dello Stato.
Tra i più famosi Oscar Luigi Scalfaro, magistrato solo dal 1942 al 1946, che iniziò la sua carriera politica nel 1946 come membro dell’Assemblea Costituente, per poi essere eletto in Parlamento dal 1948 al 1992, anno in cui è prima presidente della Camera, per due mesi, e poi presidente della Repubblica.
Altri nomi eccellenti: Luciano Violante, magistrato fino al 1979 quando diventa deputato per il Pci e poi presidente della Camera; Franco Frattini, ex magistrato amministrativo diventato vicesegretario alla presidenza del Consiglio nel 1993 e poi ministro degli Esteri e commissario Ue; Antonio Di Pietro, ex pm di “Mani pulite”, che lasciò la toga nel 1994 in diretta tv per diventare poi ministro dei Lavori pubblici nel Governo Prodi, senatore dell’Ulivo e infine fondatore dell’Italia dei valori; Gerardo D’Ambrosio eletto per Ds quando era già in pensione, dopo una prestigiosa carriera giudiziaria che lo ha visto protagonista delle inchieste sulla strage di piazza Fontana, sul Banco Ambrosiano, fino al pool ‘mani pulite e all’incarico di procuratore capo di Milano.
Ma i nomi da citare sono tantissimi, dall’andreottiano Claudio Vitalone recentemente scomparso a Enrico Ferri, il ministro dei lavori pubblici famoso per il limite dei 110 all’ora e segretario Psdi; dal pretore d’assalto Gianfranco Amendola (eletto per i Verdi) a Ferdinando Imposimato (eletto in varie liste di sinistra); da Tiziana Parenti, passata dal pool di “Mani pulite” a Forza Italia e diventata presidente della commissione Antimafia, a Felice Casson, che dalle indagini su Gladio è passato alla candidatura a sindaco di Venezia e poi all’elezione in Parlamento nelle liste dei Ds prima e del Pd poi, ad Adriano Sansa, eletto sindaco di Genova e poi rientrato in magistratura.
L’elenco completo sarebbe troppo lungo, ma non si può fare a meno di nominare Francesco Nitto Palma, eletto in Forza Italia e sottosegretario all’Interno; Anna Finocchiaro, capogruppo del Pd in Senato; Giuseppe Ayala, eletto senatore Ds e poi tornato in magistratura come consigliere alla Corte d’appello di L’Aquila; Alfredo Mantovano, parlamentare di An e sottosegretario all’Interno.

Si accendono i primi fuochi e volano le prime parole pesanti nella campagna elettorale 2008. Protagonisti dello scontro Gianfranco Fini e Walter Veltroni. Che se le sono dette di santa ragione sui soldi (stipendio, diaria, pensione) dei parlamentari. Argomento tabù, finora. Cioè fino a quando, qualche mese fa, il club anti-casta non lo ha tirato fuori dal limbo.
Casus belli? Prima la proposta lanciata dal segretario del Pd di ridurre gli stipendi dei parlamentari, poi la pubblicazione da parte di Montecitorio e Palazzo Madama dei redditi di deputati e senatori. Così la giornata politica è stata caratterizzata dai botta e risposta tra leader ed esponenti politici dei diversi schieramenti. Il più duro, appunto, quello tra Veltroni e Fini, a colpi di denunce dei redditi.
Parlando in Piemonte, il candidato premier del Pd, ha sollevato lo scandalo rappresentato dai sostanziosi compensi percepiti dai parlamentari a fronte di un paese in cui tanti elettori devono stringere cinghia e denti per arrivare a fine mese.
Una proposta subito criticata dalla Sinistra Arcobaleno che lo ha accusato di fare propaganda senza aver mai fatto nulla di concreto per ridurre certe spese: “Veltroni si è dimenticato che proprio i suoi parlamentari si sono opposti all’approvazione delle proposte di legge che sono depositate in Parlamento, a partire da quelle di Rifondazione Comunista”, gli rimprovera il giovane capogruppo di Prc Gennaro Migliore.
Ma chi ha fatto saltare i nervi (anche questa una prima volta) all’ex sindaco di Roma, è stato il leader di An, che scorgendo nei tabulati resi noti dal Palazzo i 296 mila euro lordi dichiarati da Veltroni, a Porta a Porta, non si è lasciato sfuggire l’occasione: “Ci deve essere un limite alla propaganda”, ha esordito. “C’è una cosa che mi indigna, e voglio mettere da parte il politicamente corretto: chi è quel pensionato di 52 anni che percepisce 5.216 euro di pensione ogni mese? Credo che gli italiani debbano saperlo”. Il “privilegiato, manco a dirlo è il candidato premier democratico, che, ironizza Fini magari “dirà che li manda in Africa, ma non può dichiarare cose così ipocrite. Il suo è un caso emblematico di faccia tosta”.
E stavolta super Walter incassa e non gradisce. A metà del suo tour elettorale si trova costretto a rispondere alle accuse, venendo meno alla linea di non replicare agli attacchi: “Ho usato i soldi delle mie pensioni per fare del bene al prossimo”. Il leader del Pd afferma di aver cercato di rinunciare al vitalizio, “ma non si poteva. Allora ho fatto una cosa: ho speso i soldi delle mie pensioni per le cause in cui credo”. Il numero uno di An, dice insomma, “ha perso un’occasione per stare zitto”. Poi, tentando di rientrare nel clima di “fair play”politico, chiosa: “Potrei dire molte cose sullo stile di vita di molti leader del centrodestra, ma non lo farò. Dico soltanto che quei soldi li ho usati per fare del bene al prossimo”.
Spiegazione tardiva, insiste Fini: “Se Veltroni, prima di avanzare la sua proposta, avesse premesso di essere un cinquantaduenne che percepisce 5.216 euro di pensione nette, non avrei detto nulla. Ma questa sua risposta dimostra che l’ho preso col sorcio in bocca”.
Dulcis in fundo la nota diffusa dall’ufficio stampa del loft di piazza Sant’Anastasia con cifre dettagliate per far sapere che “Fini guadagna il doppio di Veltroni”, per aver ricoperto anche la carica di vicepremier e ministro degli Esteri. Ma se Veltroni ha versato “più di 100mila euro per progetti e associazioni del volontariato” nella fattispecie, 25mila euro alla Caritas, 25mila a Sant’Egidio, 25mila all’Amref per una scuola in Africa, 25mila per un progetto di sostegno a ragazzi autistici, segnala il Pd “siamo certi che l’onorevole Fini, guadagnando il doppio del segretario Pd, avrà certamente contribuito con cifre doppie delle sue ad aiutare chi è meno fortunato e che sarà in grado di documentarle al più presto”.
Ora, stando ai redditi pubblicati, non sembra che Fini guadagni il doppio di Veltroni: il reddito imponibile del numero uno di An è di 146mila euro (solo 17mila euro dell’indennità di parlamentare sono tassabili, diaria e rimborsi per le spese il collegio no) contro i quasi 300mila dell’ex sindaco. Che nella sua dichiarazione dei redditi deve conteggiare anche i tanti diritti d’autore, avendo l’ex sindaco fatto, in questi anni, anche lo scrittore.