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Parma

Picchiarono Bonsu: a Parma dieci vigili sospesi, quattro arrestati

 Emmanuel Bonsu

Il colpo di scena è arrivato ad indagini ormai concluse. Quattro dei dieci vigili urbani accusati di aver pestato e umiliato il giovane ghanese, Emmanuel Bonsu, 22 anni, scambiato per un pusher nel settembre scorso e trascinato al comando municipale, sono agli arresti domiciliari.
I provvedimenti di custodia cautelare sono stati adottati dal giudice Pietro Rogato su richiesta del sostituto Roberta Licci, che coordina l’inchiesta della Procura. Alla base dei provvedimenti c’è il pericolo di inquinamento delle prove.
Il sindaco di Parma, Pietro Vignali, appena saputo degli arresti ha “dato mandato agli uffici di provvedere alla sospensione immediata” dal corpo di tutti gli agenti coinvolti nell’inchiesta. La giunta comunale di Parma, aveva già provveduto a trasferire ad altre funzioni tutti e dieci i vigili indagati, sospendendoli in via cautelativa, da ogni servizio. Anche la magistratura ha chiesto ulteriori provvedimenti cautelari nei confronti degli altri sei agenti indagati: il Gip dovrà decidere se sospenderli dai pubblici uffici. Gli interrogatori sono stati fissati per venerdì.
Giovanni Maria Jacobazzi, nominato a capo della Polizia Municipale subito dopo il caso Emmanuel, commenta: “Non ci aspettavamo questi provvedimenti da parte del magistrato. I quattro agenti non era più operativi da tempo”.
Gli interrogatori di garanzia sono previsti domani, venerdì. La Procura ha inoltre chiesto ulteriori provvedimenti nei confronti degli indagati: e sarà ancora il Gip a dover decidere sulla richiesta di sospensione dai pubblici uffici.
Fu lo stesso Bonsu a fornire agli inquirenti, nel corso di un lungo interrogatorio, la descrizione degli agenti più violenti, che stando alla denuncia presentata dal ragazzo, lo avevano malmenato e insultato con frasi razziste durante il blitz antidroga al parco e nelle ore passate nella centrale del corpo di Polizia municipale.
Emmanuel frequenta un istituto tecnico, non ha precedenti penali e presta volontariato in una comunità antidroga. I genitori, padre operaio e madre che lavora nel settore delle pulizie, si sono da tanti anni stabiliti e inseriti a pieno nella comunità cittadina.

L’aggressione è avvenuta la sera del 29 settembre, in un parco del centro città, in attesa dell’inizio delle lezioni scolastiche. Una versione confermata da più di un testimone. Ore da incubo per il 22enne che dovette ricorrere alle cure in pronto soccorso (qui il verbale degli agenti al loro superiore). Gli agenti, secondo le accuse, lo apostrofarono con offese tipo “scimmia” e gli consegnarono una busta con i documenti sulla quale compariva la scritta “Emmanuel negro”.

Emmanuel Bonsu

Carretta riscuote l’eredità dei genitori che uccise: “Vivo nel rimorso”

Ferdinando Carretta

La casa dove il 4 agosto ‘89 uccise a colpi di pistola il padre Giuseppe, la madre Marta Chezzi e il fratello Nicola è di nuovo sua. Come era stato deciso a maggio con l’accordo che chiuse la querelle sull’eredità con le zie. Ma quella casa per Ferdinando Carretta è piena di vecchi fantasmi.
Lui stesso spiega infatti, in un’intervista alla Gazzetta di Parma, di aver pensato molto ultimamente ai suoi familiari, ma sa che “quello che è stato non potrà mai essere cancellato”. Non solo: “La tragedia poteva essere evitata. Se io mi fossi curato, quello che è successo non sarebbe mai accaduto”.

L’uomo nel ‘99 fu assolto perché incapace di intendere e volere al momento del fatto. La sentenza dispose il suo ricovero nell’ospedale psichiatrico giudiziario di Castiglione delle Stiviere, nel mantovano, dove è rimasto sette anni e mezzo. Ora è in libertà vigilata: vive da due anni in una comunità riabilitativa a Barisano, nel forlivese, lavora come impiegato.

Ieri ha firmato davanti al notaio di Parma Carlo Maria Canali i documenti che sanciscono definitivamente il suo possesso della casa della strage nell’ambito dell’accordo trovato con le zie Paola Carretta, Adriana e Carla Chezzi. Accordo che chiuse nei mesi scorsi la causa civile innescata anni fa per l’eredità di famiglia. Un “mix” di appartamenti e denaro per 700.000 euro. A Ferdinando, oltre alla casa, andranno circa 40.000 euro.

Ferdinando Carretta però non tornerà a vivere nella casa di via Rimini a Parma che rischia di essere ricordata per sempre come quella della strage. “Non me la sento”, ha spiegato.
L’appartamento è in affitto, e Carretta ha detto che riscuoterà il canone. Forse la venderà. Ma Ferdinando non ha nemmeno intenzione di tornare a Parma. Pensa di restare nel forlivese. In comunità, ha spiegato, non è libero. “Non posso fare quello che voglio” ha detto”anche se c’è chi pensa il contrario. Devo rispettare gli orari imposti dalla comunità.
Posso lavorare, naturalmente, ma se desidero allontanarmi dalla città o assentarmi negli orari non previsti devo chiedere il permesso. E la notte, devo dormire in comunità”. Nel suo futuro Carretta vede “un lavoro stabile, ma anche una famiglia”. Anche figli, ma “quando avrò trovato la persona giusta”. Perché, spiega, è uscito con alcune ragazze, ma “non ho ancora la fidanzata”.

Carretta fu trovato dai carabinieri nel ‘98 a Londra, dove lavorava come pony express, e confessò alle telecamere del programma di Raitre Chi l’ha visto? di aver ucciso in casa i familiari e di averne occultato i cadaveri in una cava della provincia. È questo, ha detto, l’altro peso enorme con cui deve fare oggi i conti: il fatto che quei corpi non siano mai stati ritrovati.

Caso Bonsu, parlano i vigili di Parma: “Non siamo il Ku klux klan”

Polizia municipale di Parma

La verità sul presunto pestaggio di Emmanuel Bonsu in un parco di Parma forse è ancora lontana. Ma iniziano a chiarirsi i ruoli di tutti i protagonisti. Come Panorama può ricostruire in esclusiva.
Partiamo dal punto più importante: la ferita all’occhio del ventiduenne ghanese che ha impressionato l’opinione pubblica. Ecco che cosa scrive nella relazione del 2 ottobre al suo comandante, il trentenne Pasquale F., ex studente di scienze naturali, agente scelto del Nucleo di pronto intervento della polizia municipale: “Dato il modo energico e violento di divincolarsi non posso escludere di aver urtato involontariamente al volto Emmanuel Bonsu durante la collisione con lo stesso”.
Il più giovane dei vigili coinvolti nella discussa operazione antidroga che ha portato al fermo di Bonsu sembra ammettere implicitamente che potrebbe essere lui l’uomo che ha colpito il ragazzo africano.
Ora le relazioni di Pasquale F. e dei colleghi che hanno partecipato il 29 settembre al parco Falcone e Borsellino di Parma all’arresto di uno spacciatore e alla ricerca dei complici sono in mano al sostituto procuratore emiliano Roberta Licci. I vigili hanno dato quasi un’unica versione: Pasquale F. si sarebbe avvicinato a Bonsu, gli avrebbe mostrato il tesserino di riconoscimento e lui avrebbe iniziato la fuga. Nelle versioni degli agenti poche differenze: c’è chi dice che Bonsu era seduto, chi lo ricorda in piedi, per qualcuno è stato strattonato da F., per altri ha iniziato subito a scappare. Ma su una cosa sono tutti d’accordo: pensavano che il “signore di colore” fosse uno spacciatore e gli avrebbero intimato l’alt al grido “fermo, polizia!”.
I racconti concordano anche sul fatto che il primo a placcare Bonsu sarebbe stato Pasquale F., subito aiutato da tre colleghi che dopo essere caduti “rovinosamente” a terra con Emmanuel lo avrebbero ammanettato. I tre uomini, notati da diversi testimoni, sono gli agenti scelti Giorgio A., 39 anni, laurea in lettere e aspirante professore, e Ferdinando V., 48 anni, ex autista di autobus e titolo di dottore in legge, e l’agente semplice Andrea S. Quest’ultimo sarebbe stato il primo a ostacolare la fuga del giovane ghanese, come ricorda lo stesso vigile: “Riuscivo a fargli perdere momentaneamente l’equilibrio tanto che lo vedevo andare a ridosso della recinzione della struttura sportiva”.
Dopo questa mischia i tre sarebbero stati aiutati a bloccare lo studente da altri due colleghi: Marcello F., 32 anni, ex muratore, e Mirko C., 34 anni, ex operaio. Tra questi sei vigili gli inquirenti stanno cercando i colpevoli delle presunte violenze contro Bonsu.
I carabinieri del Ris dovranno stabilire anche chi avrebbe scritto sulla busta degli effetti personali del ragazzo “Emmanuel negro”. Un aiuto alle indagini potrebbe venire ancora una volta dalla relazione di Pasquale F. che scrive: “Giunti al comando mi occupavo in parte del piantonamento del Bonsu presso l’ufficio pronto intervento con l’ausilio dei colleghi (…) e nel frattempo provvedevo alla stesura del verbale di identificazione e di elezione domicilio”.
Il ragazzo ha pure denunciato di essere stato maltrattato in auto. Chi viaggiava con lui? Le relazioni concordano: davanti c’era Pasquale F., dietro, insieme con Bonsu, Marcello F. e un minorenne, A. M., portato al comando per un controllo.
Tutti i vigili protagonisti di quella missione hanno accettato di incontrare Panorama per spiegare le loro ragioni, in gruppo, senza entrare nel dettaglio delle singole responsabilità. Andrea S. si presenta all’appuntamento zoppicando. Dice di essersi fatto male nel tentativo di fermare Emmanuel. Il referto medico parla di una prognosi di 20 giorni. L’altro contuso nell’inseguimento è Marcello F., mosca sul mento, che nella relazione ha dato questa versione: “Tentavo di afferrare Bonsu per il braccio sinistro, ma questi si divincolava con violenza e accusavo un dolore acuto al polso destro che mi costringeva a lasciare la presa”. Inizialmente preferisce non rispondere alle domande del cronista: “Con quello che hanno scritto i giornali come possiamo fidarci?” dice con tono duro.
A vederli tutti insieme, questi vigili non assomigliano alla locandina degli Intoccabili. L’incontro sembra una terapia di gruppo e i più loquaci sono Andrea S., zazzera spettinata e maglione azzurro, e Stefania S., ispettrice, la veterana della squadra con 15 anni di servizio. Quel lunedì guidava l’operazione antidroga, “la seconda degli ultimi mesi”. Ma il ragazzo nella denuncia non se la prende con lei. Cita tre uomini: uno sarebbe alto 1,65, occhiali da vista con montatura rotonda, 30-40 anni, pizzo; un altro avrebbe 26-27 anni e quella sera avrebbe indossato pantaloni e giubbotto di jeans; un terzo, 30-35 anni, viene descritto come robusto e palestrato. Al magistrato il compito di identificarli. I vigili sotto osservazione hanno tutti i capelli corti, qualcuno ha il pizzetto e un paio il fisico di chi passa qualche ora in palestra. Niente di eccezionale. A vista nessun tatuaggio.
Con Panorama i vigili del Nucleo respingono l’accusa di essere picchiatori e razzisti. Un sospetto che li costringe a vivere in questi giorni in modo quasi clandestino. Infatti, dopo l’esplosione del caso, i loro cognomi sono stati pubblicati su alcuni siti di estrema sinistra e su un quotidiano. “Mia madre è agitatissima, da quando è uscita la notizia non perde un telegiornale e non dorme la notte” racconta Stefania S.
Adesso i vigili sono preoccupati, ma dieci giorni fa i testimoni li hanno visti scambiarsi il cinque, esultare, gridare. “Erano molto adrenalinici” ricorda Francesca Zara, campionessa di basket (ascolta l’AUDIO della testimone). Il dirigente del settore sicurezza e comandante dei vigili in via di insediamento, Giovanni Maria Jacobazzi, già capo dei carabinieri del Nas di Parma, li descrive così: “Qui nessuno è razzista, nessuno è iscritto al Ku klux klan e se si è verificato qualche errore è stato fatto in buona fede”. E dopo aver ascoltato la testimonianza raccolta da Panorama.it di Zara che assicura di aver visto pistole per aria e calci, ribadisce: “Se queste cose sono successe davvero, qualcuno dovrà risponderne. Per me sono inaccettabili”.
I poliziotti difendono il loro operato: “Nessuno nega che nel fermo di Emmanuel ci sia stata una fase concitata, di contatto. Ma i ragazzi non hanno dato calci e pugni” afferma convinta l’ispettrice Stefania S. E la pistola agitata in aria? Nella stanza c’è uno scambio di sguardi. “Una cosa è certa: nessuno ha picchiato Emmanuel né in macchina né in caserma” puntualizza Marcello F., che sedeva a fianco di Emmanuel durante il trasporto. “In auto c’era anche una persona estranea che potrà testimoniare la verità”. Il jolly dei vigili sarebbe A. M., il minorenne inizialmente sospettato di essere un cliente del pusher arrestato.
Il discorso passa alla politica. “Non siamo di estrema destra. Qui siamo apartitici, apolitici, asindacali. Siamo solo tutti cattolici e sputiamo sangue per 1.300 euro al mese con gli straordinari” rivendica sempre Marcello F.
“Tra di noi c’è gente che ha salvato sei o sette vite umane” aggiunge Andrea S. Che nei prossimi giorni dovrà presentarsi in tribunale per un’altra denuncia: “Ma non si tratta di una rissa, come ha scritto qualcuno. C’è stata una persona che ha sbagliato e per questo è stata arrestata. Dirò la mia dopo la decisione del giudice”.

Emmanuel Bonsu con la madre

Alla fine qual è l’aspetto più negativo di questa storia? “L’accusa di razzismo” rispondono tutti insieme. Pasquale F. è indignato: “Hanno paragonato questo caso al massacro dei ghanesi di Castel Volturno, è incredibile. Quando sequestriamo nei mercati merce contraffatta agli extracomunitari, c’è sempre qualcuno che ci accusa di discriminazioni” sospira.
Alcuni ricordano un inseguimento sulla via Emilia in mezzo agli insulti. “La stranezza è che nessuno ci attacca quando fermiamo i cinesi” nota Stefania S. I sei poliziotti municipali dell’operazione antidroga non sopportano più il presunto “doppiopesismo”.
Ferdinando V. si toglie l’ultimo sassolino dalla scarpa: “Durante un sequestro un extracomunitario mi ha fratturato il setto nasale con un calcio. Ho dovuto curarmi a mie spese, visto che non siamo assicurati per questi incidenti. Però non ho letto titoloni sui giornali. Forse perché un vigile ferito non fa notizia”.

Caso Bonsu: la relazione dei vigili al loro comandante

Ecco le parti salienti delle relazioni “relative ai fatti accaduti al parco Falcone e Borsellino il 29 settembre 2008″. Le hanno scritte e consegnate il 2 ottobre al loro comandante i vigili della polizia municipale di Parma che hanno partecipato al presunto pestaggio del ventiduenne ghanese Emmanuel Bonsu. All’interno la versione dei fatti di quella sera dei presunti aggressori. Sei di loro fanno parte del Nucleo di pronto intervento, uno (Giorgio A.) dell’ufficio Commercio.

Agente scelto Pasquale F.
(…) Avendo notato un movimento che mi faceva presupporre l’inseguimento da parte di alcuni colleghi dello spacciatorte e avendo notato che nel corso dell’operazione il giovane successivamente identificato come Bonsu Emmanuel stazionava nei pressi delle panchine teatro dello spaccio, mi avvicinavo per procedere alla sua identificazione. Dopo uno sguardo con il collega A. S. e contando sui colleghi presenti alcuni metri alle mie spalle mi portavo nei pressi del suddetto soggetto. Estraendo il tesserino di riconoscimento mi qualificavo chiedendogli i documenti. Questi si dava immediatamente a precipitosa fuga in direzione di via Lazio e lo scrivente iniziava a inseguirlo. I colleghi presenti nella vicinanza convergevano urlando anche “Fermo polizia!” all’indirizzo del fuggitivo che però non accennava a rallentare. Veniva inizialmente raggiunto da alcuni colleghi che però dato il modo brusco di divincolarsi e di sbracciarsi del ragazzo non riuscivano a fermarlo. Dopo alcuni altri metri di corsa riuscivo a raggiungerlo per primo e a rallentarne la corsa afferrandolo per i vestiti. Dato il modo energico e violento di divincolarsi non posso escludere di averlo urtato involontariamente al volto durante la collisione con lo stesso. Sono stato immediatamente raggiunto da altri colleghi, ma ormai privo di forze mi ero staccato dal gruppo per riprendere fiato stremato dalla fatica. Ricordo di avere visto alcuni colleghi cadere rovinosamente a terra insieme al soggetto in questione che
successivamente veniva accompagnato dal collega F. V. e dall’ispettore S. S. con manette ai polsi a bordo dell’auto di servizio sui sedili posteriori. (…) Il veicolo che accompagnava il Bonsu presso il comando era condotto dal collega D. Il sottoscritto sedeva anteriormente a fianco del conducente e sul sedile posteriore vi erano il collega M. F., a sinistra, il Bonsu, al centro, e, a destra, un ragazzo fermato nel frattempo dagli agenti G. C. e M.C. e condotto anch’esso al comando per accertamenti. Giunti in Comando mi occupavo in parte del piantonamento del Bonsu presso l’ufficio Pronto intervento con l’ausilio dei colleghi D. e P. (un agente mai citato prima, ndr) e nel frattempo provvedevo alla stesura del verbale di identificazione e di elezione domicilio del Bonsu.
Agente scelto Ferdinando V.
(…) Mentre con i colleghi A. S. e G. A. attraversavamo celermente il parco, il collega P. F. a circa venti metri da me, si avvicinava a un signore di colore seduto su una panchina dove prima era avvenuto lo spaccio. Mostrava il tesserino di riconoscimento al signore in oggetto, il quale iniziava a correre verso il vialetto adiacente la palestra, in direzione via Lazio. A questo punto cercavo di prenderlo, ma riusciva a scartarmi. Intercettato dall’agente A. S. che gli faceva perdere l’equilibrio, di conseguenza finiva a ridosso della rete di recinzione della palestra. Lo stesso signore di colore continuava la fuga e alcuni metri più avanti veniva raggiunto dal collega P. F. che gli rallentava la corsa e permetteva ai colleghi M. F., M. C., A. S. e G. A. di raggiungerlo. Alcuni di loro cadevano rovinosamente a terra con il fuggitivo. Premetto che il fuggitivo opponeva una forte resistenza all’immobilizzazione. Nonostante la colluttazione violenta il soggetto veniva ammanettato. (…) Successivamente il sottoscritto e l’ispettore S. accompagnavano il soggetto fermato e ammanettato alla macchina bianca. (…). Notavo un gonfiore all’occhio sinistro del soggetto fermato.

Agente Andrea S.
(…) Notavo il collega P. F. che si dirigeva verso le panchine mostrando il tesserino di riconoscimento a un ragazzo di colore che si alzava e scappava in direzione di via Lazio. Quindi provavo a raggiungerlo senza riuscirci, in quanto il ragazzo mi dribblava e fuggiva via, riuscendo solo nel mio intento a fargli perdere momentaneamente l’equilibrio tanto che lo vedevo andare a ridosso della recinzione della struttura sportiva.
Continuando a intimargli a gran voce di fermarsi perché eravamo la polizia, notavo il collega P. F. che dopo alcuni metri lo raggiungeva, ma dato il brusco divincolarsi del soggetto non riusciva a trattenerlo, ma solo a rallentarne la corsa che proseguiva nuovamente verso via Lazio. Dopo circa venti metri il collega P. F. riusciva a fermarlo. Raggiungevo immediatamente il collega che a causa del dimenarsi violento del ragazzo di colore non riusciva ad ammanettarlo. Per cui una volta raggiunto il braccio destro del ragazzo, provvedevo ad ammanettarlo porgendo successivamente la manetta libera al collega alla mia sinistra che provvedeva ad ammanettare il braccio sinistro. (…) La panchina dove era seduto il ragazzo di colore era la stessa dove avveniva prevalentemente lo scambio di sostanza stupefacente dello spacciatore (…)

Agente scelto Giorgio A.
(…) Mentre attraversavo il parco notavo a una distanza di circa quindici metri un giovane di colore che si divincolava dal collega P. F., presso due panchine nel vialetto pedonale attiguo al Palacity, proprio nel luogo dove poco prima si era svolto lo smercio di sostanza stupefacente. Il giovane sfuggiva inseguito da alcuni colleghi prontamente intervenuti in ausilio di P. F. nel vialetto pedonale in direzione via Lazio. Io ho cercato di fermarlo, al grido di «Fermo, polizia!», con il braccio destro, ma riuscendo appena a sfiorarlo, lo stesso sfuggiva e proseguiva la corsa.
Venivo superato dai colleghi che riuscivano a bloccarlo dopo circa quindici metri, sempre in direzione via Lazio. Notavo che lo stesso giovane di colore bloccato in corsa sbatteva contro la recinzione di cinta del Palacity e successivamente cadeva rovinosamente a terra. Giungevo anche io proprio mentre veniva alzato da terra e cercavo di bloccarlo, tenendogli il braccio sinistro alto essendo già stato ammanettato dai colleghi. Vista la presenza di altri agenti mi allontanavo dal posto e mi recavo in via Lazio.

Agente scelto Marcello F.
(…) Notavamo (con M. C. ndr) la presenza dei colleghi P. F., G. A., A. S. e F. V. che si avvicinavano a un individuo di colore. Quando mi trovavo a una distanza di circa venti metri dalla scena notavo il collega P. F. che si portava camminando nei pressi del soggetto, estraendo il tesserino di riconoscimento. Immediatamente, in modo repentino, l’individuo si dava a precipitosa fuga con direzione via Lazio, inseguito dai colleghi sopracitati e a breve distanza anche dallo scrivente e dal collega M. C. Mentre correvo in direzione del fuggitivo udivo chiaramente i colleghi che gli intimavano di fermarsi gridandogli«Fermo polizia!». Questi proseguiva nella fuga e veniva inizialmente bloccato dai colleghi innanzi a noi. Ma l’uomo dimenandosi fortemente riusciva a liberarsi e riprendeva la fuga correndo verso via Lazio. Alcuni metri più avanti il fuggitivo veniva nuovamente raggiunto e bloccato inizialmente dall’agente scelto P. F. e subito raggiunto dagli altri colleghi, dall’agente scelto M. C. e dallo scrivente. Ancora una volta raggiunto il soggetto poneva forte resistenza e tentava a tutti i costi di sottrarsi al controllo rendendo necessario immobilizzarlo con le manette. Tentavo di afferrarlo per il braccio sinistro, ma questi si divincolava con violenza e accusavo un dolore acuto al polso destro che mi costringeva a lasciare la presa. Veniva definitivamente immobilizzato dai colleghi presenti sul posto e poi condotto a bordo di auto di servizio senza insegne in attesa di essere condotto al Comando, dove veniva sottoposto a fotosegnalamento e risulatava essere Bonsu Emmanuel, non prima di essere stato ispezionato sommariamente per verificare che nelle tasche non avesse oggetti atti a offendere lo scrivente o altri colleghi presenti. (…) Il responsabile del servizio decideva di accompagnare i tre ragazzi di cui sopra (tre minorenni fermati per identificazione ndr) presso il Comando. Uno di questi veniva fatto salire a bordo, sul sedile posteriore ,nel medesimo veicolo dove si trovava il Bonsu. Il veicolo veniva condotto al comando dall’agente scelto D., accompagnato dal collega P. F. sul sedile anteriore e dallo scrivente al lato sinistro del sedile posteriore, con a fianco rispettivamente Bonsu Emmanuel e il M. A. (minorenne ndr), uno dei sopracitati ragazzi a bordo dei motocicli.

Agente scelto Mirko C.
(…) Notavo a circa 15 o 20 metri di distanza la presenza dei colleghi agente scelto P. F., agente scelto G. A., agente A. S. e agente scelto F. V. nelle vicinanze di un individuo di colore, al momento fermo in piedi a fianco delle panchine site in loco. Il collega P. F. si portava camminando vicino al collega di cui sopra ed estraeva il portafogli mostrandogli il tesserino di riconoscimento. Inaspettatamente, in modo brusco, l’uomo iniziava una precipitosa fuga a piedi verso via Lazio. Veniva inseguito dai colleghi sopramenzionati nonché a breve distanza dal sottoscritto e dal collega M. F. Durante la fuga udivo chiaramente che i colleghi che mi precedevano intimavano l’alt all’uomo gridando «Fermati polizia!», ma questo non desisteva e continuava a correre. I colleghi innanzi a me riuscivano a raggiungerlo in pochi metri, ma l’individuo si dimenava con estremo vigore e riusciva in più riprese a divincolarsi e a riprendere la fuga verso via Lazio. Nuovamente inseguito veniva raggiunto per la seconda volta e bloccato dall’agente scelto P. F. che veniva subito supportato dai colleghi agente scelto G. A., agente A. S., agente scelto F. V., agente scelto M. F. e dallo scrivente. Durante questa fase alcuni colleghi, compreso lo scrivente e la persona fermata, cadevano a terra L’individuo, però, continuava a opporre strenua resistenza e persisteva nel suo tentativo di sottrarsi al controllo, rendendo inevitabile da parte nostra immobilizzarlo con l’ausilio delle manette. Una volta definitivamente immobilizzato, mentre altri colleghi provvedevano ad accompagnarlo a bordo di un veicolo di servizio privo di insegne, lo scrivente si recava celermente in via Lazio per fornire eventuale supporto ai colleghi G. C. e D. (impegnati con lo spacciatore palestinese, ndr). (…) All’arrivo presso il comando notavo che il Bonsu presentava un ematoma all’occhio sinistro. (…)

Agente Graziano C.
(…) Il sottoscritto udiva delle urla strane e poteva notare a circa venti metri di distanza nel vialetto che dal parco porta al Palacity che i colleghi P. F., G. A., M. F., A. S. e M. C. erano impegnati a contenere una persona di colore perché la stessa si dimenava con forza per
divincolarsi dalla presa. (…)

Razzisti? Gli italiani non si vedono così. Lo dice un sondaggio

Un bimbo rom

Il razzismo non c’entra e nemmeno la xenofobia. E allora come spiegare gli episodi successi, da Milano a Parma, negli ultimi mesi? “Sia la definizione di razzismo sia quella di xenofobia per gli episodi accaduti in questi mesi mi sembrano inadeguate” dice a Panorama Marzio Barbagli, docente di sociologia a Bologna che ha appena mandato in libreria il suo saggio su Immigrazione e sicurezza in Italia, editore Il Mulino.

“Sono fatti molto diversi, atti di ostilità, a volte molto gravi, nei confronti di stranieri, ma non fondati sulla pretesa di una superiorità razziale o sul rifiuto di tutto ciò che viene dall’estero, come nella xenofobia. Gli italiani non sono spaventati dagli immigrati, ma sono preoccupati da due aspetti: la criminalità degli stranieri e il loro essere competitori nel sistema del welfare, dall’accoglienza nel pronto soccorso degli ospedali all’inserimento dei figli all’asilo o a scuola”.

“Il pericolo razzismo esiste e temo che possa crescere se non si agisce sul piano amministrativo e sociale” ribatte a Panorama Sergio Cofferati. Che per combatterlo vede due strade: un lavoro non da clandestino e la concessione della cittadinanza.
“Chi arriva in un certo luogo ne deve rispettare tutte le regole” dice il sindaco di Bologna. “Poi però si devono creare le condizioni per la concessione della cittadinanza”.

LEGGI ANCHE: Aumento record di stranieri nel 2007

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Discutine sul FORUM: “Siamo diventati razzisti? Discutine con la giornalista Stella Pende”

“Così malmenavano Emmanuel”. La testimonianza di una campionessa di basket

Emmanuel Bonsu Foster

Sono da poco passate le 18, di lunedì 29 settembre. È il giorno in cui scoppia il caso di Emmanuel Bonsu Foster.
Tra le mamme che aspettano i figli fuori da scuola, nei pressi del parco (luogo poco sicuro, soprattutto di sera), c’è anche Francesca Zara, 32 anni. Professione: giocatrice di pallacanestro. E di successo. Ora fa la play-ala nella Lavezzini Basket Parma, dopo aver fatto fortuna a Seattle nella Women’s National Basketball Association, poi in Russia e in Francia.
Francesca (alta, bionda, occhi azzurri) porta il cane a passeggio quella sera (il parco è proprio di fronte al campo d’allenamento della sua squadra). Tra le aiuole e le vie del parco la cestista nota una certa confusione: alcuni agenti in borghese che arrestano uno spacciatore palestinese.
Pochi minuti ancora e Francesca assiste anche al fermo di Emmanuel Bonsu Foster, il 22enne ghanese che ha accusato gli agenti della Polizia Municipale di Parma di averlo insultato e picchiato (proprio oggi il giovane è stato ricoverato per il peggioramento della ferita all’occhio sinistro per un intervento chirurgico nel reparto di chirurgia maxillo-facciale): “Ho visto Emmanuel a terra. Urlava, spaventato. Intorno a lui c’erano almeno tre persone - solo poi ho capito essere agenti in borghese - che lo malmenavano. Una di loro aveva anche una pistola”, dice la campionessa a Panorama.it

Qui, in esclusiva, il documento AUDIO con la testimonianza di Francesca Zara.

Francesca Zara

Italia razzista: sì, no, forse. E la politica litiga sull’emergenza

Antirazzismo a Roma

Sta diventando un Paese razzista, l’Italia. Sì, no, forse. Dipende.
Cioè, dipende da dove (e come) si guarda (e si legge) ai casi che negli ultimi giorni hanno riempito le pagine dei gionrali e i servizi dei Tg. Il caso di Parma, le aggressioni di Milano, il pestaggio del cinese a Roma, la denucia della donna italosomala. A metterli insieme sono episodi che fanno usare al presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, nell’incontro al Quirinale con Papa Benedetto XVI, le stesse parole di un discorso del Pontefice in cui Papa Ratzinger lanciava l’allarme per il riaffacciarsi “in diversi paesi di nuove manifestazioni preoccupanti”, invitando la politica a farsi guidare, dal “rispetto della dignità umana in tutte le sue forme e in tutti i luoghi”.
Un atteggiamento che, secondo il Capo dello Stato, implica più che mai “la coscienza e la pratica della solidarietà, cui non possono restare estranee, anche dinanzi alle questioni più complesse, come quella delle migrazioni verso l’Europa, le responsabilità e le scelte dei governi”.
E mentre gli immigrati sfilavano a Roma e a Caserta, dalla tribuna della Festa della Libertà, il presidente della Camera Gianfranco Fini attacca i naziskin che “hanno la testa vuota”; e ribadisce che “sarebbe sbagliato negare che esiste un pericolo razzismo e xenofobia”. Ricordando l’idea di costituire alla Camera un osservatorio per il razzismo, Fini richiama il ruolo della politica per combattere ogni possibilità di razzismo che, sostiene, nasce dalla diffidenza, dall’ignoranza e dalla paura nei confronti dell’altro, spesso è motivata”, ed invita a “tenere alta la guardia”. Per questo, è il ragionamento di Fini, “serve una politica chiara sull’immigrazione”.
A raccogliere l’appello del presidente di Montecitorio è stato il segretario del Pd Veltroni che viene esortato anche da un gruppo di intellettuali a inserire lotta al razzismo ed alla xenofobia tra i temi della manifestazione del Pd “Salva l’Italia” in calendario per il 25 ottobre.
E l’ex sindaco romano attacca, dai microfoni di Radio3: “C’è un’ondata di razzismo e xenofobia che viene tollerata dalla destra e che gli dà coperture. Questo governo strizza l’occhio a questa ondata per ragioni puramente di consenso”, commenta gli ultimi episodi di violenza contro stranieri in Italia. “Io sono per temperamento un moderato e se arrivo a dire che c’è un clima molto pesante è perché il governo si sente al potere e non al governo, si sente come se avesse preso il potere e non come se governasse pro tempore”, ha spiegato Veltroni.
A pensarla in maniere radicalmente diversa è invece il responsabile del Viminale: “Non penso che in Italia ci sia un’emergenza razzismo. Ci sono episodi che vanno colpiti e che saranno colpiti come ci sono delle montature, ad esempio il caso della donna somala, che vanno colpiti allo stesso modo”, dice il ministro dell’Interno Roberto Maroni arrivando alla festa del Pdl di Milano.
Rispetto al caso dell’aeroporto di Ciampino, Maroni ha poi anche annunciato che il ministero dell’Interno si costituirà parte civile contro la donna somala che nei giorni scorsi aveva accusato di maltrattamenti e perquisizioni arbitrarie la polizia dello scalo romano. “È una clamorosa montatura, fatta anche dalla stampa, che non c’entra nulla col razzismo e non c’entra nulla con la prevaricazione della Polizia. Anzi” spiega il ministro “direi che è tutto il contrario. La Polizia, infatti, ha applicato con rigore la legge. Per questo motivo è stata presentata un querela contro questa signora, alla quale io aggiungerò una richiesta di danni, costituendomi, come ministero, parte civile. Non si può permettere” continua Maroni “che si infanghi la Polizia accusandola di comportamenti razzisti. Ed è veramente incredibile che i giornali diano credito a queste affermazioni senza nemmeno riportare correttamente ciò che è stata l’azione della polizia”.
Ma Marco Minniti, ministro ombra del Pd, non chiude la polemica. Convinto che Maroni “sbagli” a sottovalutare i “rischi del diffondersi di sentimenti intolleranti e razzisti. E fa ancora più male a non raccogliere l’invito del presidente della Camera che chiede un osservatorio parlamentare su questi episodi”.
Mentre il capogruppo del Pdl al Senato Maurizio Gasparri spiega che “davanti alla dichiarazione di una donna somala e una dei poliziotti, io credo ai poliziotti”.

Dopo i neri, anche un cinese: secondo voi l’Italia sta diventando un paese razzista?

Botte sospette: a Parma, ghanese denuncia i vigili

Un’inchiesta della Procura di Parma. Una, interna, aperta dall’assessore alla sicurezza del Comune, Costantino Monteverdi. Del caso, poi, si interesserà anche l’Ufficio antidiscriminazioni del ministero delle Pari opportunità. Tre indagini per accertare la veridicità della denuncia presentata ai Carabinieri da uno studente ghanese che, secondo il suo racconto, ha subito un vero e proprio pestaggio e patito comportamenti razzisti da parte della polizia municipale.
Secondo quanto ha riferito Parma.Repubblica.it, Emmanuel Bonsu Foster, 22 anni, è stato fermato all’uscita di una scuola di Parma (dove frequenta i corsi serali), braccato e infine pestato: un piede sopra la testa, le manette e poi le botte, anche all’interno della macchina di servizio. Responsabili delle violenze, sempre secondo quanto raccontato dal giovane, sette agenti della Polizia Municipale. Foster, che, come lui stesso ha riferito, sarebbe stato scambiato per un pusher, sarebbe stato anche più volte insultato con frasi razziste. E ha mostrato la busta consegnata ai familiari con il verbale del fermo su cui era stato semplicemente scritto: ‘Emmanuel negro’. “Mi dicevano: negro muoviti” ha raccontato lo studente. “Mi hanno messo un piede in testa ed hanno continuato a colpirmi finchè non ho smesso di dimenarmi”.
Il giovane, che ha riportato un trauma cranico, un trauma toracico e ha avuto una prognosi di due giorni, per tutto è rimasto fino alle 20 nella caserma dei Carabinieri dove ha sporto denuncia e dove è stato al centro di un lungo interrogatorio per fare chiarezza sulla vicenda.
Chiarezza pretesa anche dal Comune: “L’Amministrazione intende riaffermare che la difesa della legalità rimane primaria, ma non può essere in alcun modo disgiunta dal rispetto dei diritti inalienabili della persona” ha commentato Monteverdi. “È necessario fare chiarezza oltre ogni possibile dubbio”. “Allo stato dei fatti” ha poi spiegato “i riscontri oggettivi dimostrano che si è trattato di un fermo piuttosto movimentato che ha provocato il ferimento di due agenti e, verosimilmente, anche quello del giovane”. Secondo i referti medici, ha fatto sapere l’amministrazione comunale, il primo agente ha riportato una distorsione al ginocchio, prognosi 20 giorni, il secondo invece una distorsione al polso. Nel prossimo Consiglio comunale il sindaco riferirà sull’accaduto e sui risultati dell’indagine interna.
Il comandante della Polizia Municipale di Parma, Emma Monguidi, ha invece difeso totalmente l’operato degli agenti: “Non c’è stata nessuna violenza sul giovane. Niente insulti, tanto meno in caserma. Non è mai stato spogliato e l’abbiamo trattato con rispetto, come tutti, al di là del colore della pelle. Come da prassi lo abbiamo perquisito: ma solo per verificare che non avesse oggetti per autolesionismo. La scritta ‘negro’ sulla busta? Quella busta era bianca, forse l’ha fatta lui”.
Alle prime notizie sulla vicenda si è subito scatenata la polemica politica, da sinistra con domande di chiarimento a Maroni e con allarme sul razzismo, sull’altro fronte con richieste di cercare la verità fino in fondo.

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