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Parma

Tommy, ergastolo per Alessi. Trent’anni alla Conserva

Mario Alessi

Ergastolo. È il verdetto della Corte d’assise di Parma, che ha accolto la richiesta dell’accusa, per Mario Alessi, giudicato l’assassino del piccolo Tommaso Onofri. La pena prevede anche l’isolamento diurno per i primi due anni. Antonella Conserva, l’ex convivente di Alessi che partecipò al rapimento, è stata condannata a 30 anni.

Alla lettura della sentenza, pronunciata dal presidente della Corte d’assise Eleonora Fiengo, il pubblico in aula ha risposto con un fragoroso applauso, che il giudice ha prontamente fermato. Presenti in aula i genitori di Tommy, Paolo e Paola, accompagnati dai loro avvocati. Mario Alessi non ha assistito alla pronuncia della sentenza, mentre era in aula, nella gabbia di protezione, Antonella Conserva.

L’ultima udienza del processo per il rapimento e l’omicidio di Tommaso Onofri (marzo 2006), riservata alle controrepliche della difesa e alle dichiarazioni degli imputati, è cominciata questa mattina. In rito abbreviato Salvatore Raimondi, ritenuto complice di Alessi, era stato condannato a 20 anni e Pasquale Barbera assolto.

“Signora Paola, chiedo scusa e perdono”, ha dichiarato in aula Alessi rivolgendosi alla madre di Tommy. Il presidente del tribunale Eleonora Fiengo lo ha interrotto, invitandolo semmai a scrivere una lettera ai familiari della vittima, senza usare l’aula della Corte d’assise. Paola Pellinghelli, occhiali da sole a coprire il volto, si è alzata e ha lasciato l’aula. “Non voglio parlare”, ha detto poco dopo, “mi tremano le gambe”. Un “pentimento”, quello di Alessi, che però non si associa a un senso di colpa. “Io ho partecipato al rapimento, ma sulla morte di Tommaso Onofri mi sento la coscienza pulita”, ha sottolineato l’imputato sempre durante la dichiarazione spontanea.

Parole inaccettabili per il padre di Tommy. “Abbiamo toccato il fondo, l’abisso dell’indegnità”, ha detto Paolo Onofri. In particolare quelle relative a suo figlio: “È un nome che non si deve permettere di far uscire da quella fogna che si ritrova al posto della bocca. Arrivare ad affermare che io progetto il rapimento di mia moglie è una cosa che supera ogni limite. Credo che sia ora che cominci a vergognarsi”, ha concluso.

“Ho fatto io il sequestro”, ha ribadito Alessi, “ma non ho ucciso io il piccolo Tommy. Io mi sono assunto le mie responsabilità, ho detto sempre la verità che è stata sempre ignorata. Fin dal primo giorno il pubblico ministero mi disse ‘ti porterò in Corte d’assise’. Ci sono ancora fuori dei criminali come me, mentre mia moglie era all’oscuro di tutto”. Alessi ha confermato il memoriale presentato alla Corte, in cui accusa Salvatore Raimondi di aver materialmente ucciso Tommaso Onofri. Alessi ha chiamato in causa anche Giacomo Raimondi, fratello di Salvatore, accusandolo di aver partecipato al primo tentativo di sequestro. E su Pasquale Barbera, il capomastro assolto con rito abbreviato: “È stato lui la mente delle informazioni sulla famiglia Onofri”, ha detto, “l’ultima che mi ha detto è stata che Onofri era al corrente del tentativo di sequestrare la moglie”.

Poi è stata la volta di Antonella Conserva. “Ho convissuto con Alessi sia in Sicilia, sia a Parma. Ho sempre creduto in lui e non ho mai pensato che fosse un poco di buono. Ero innamorata”, ha detto all’inizio della sua deposizione spontanea. “Vedevo di lui solo il lato positivo. Con le sue parole riusciva a farmi vedere tutto rosa. Non ho mai dubitato neanche per un solo istante di lui. Assolvetemi, sono innocente”, ha concluso la donna.

Il VIDEO servizio:

Scudetto all’Inter. Botta e risposta, senza fair play, tra romanisti e nerazzurri

Com’era ampiamente nelle previsioni, al fischio finale del campionato 2007/2008 sono arrivate immancabili le polemiche: Maicon e De Rossi hanno messo “pepe” ai festeggiamenti nerazzurri per il sedicesimo scudetto.
“Sarò un rosicone, come si dice a Roma: per non dimentico che nei due mesi di difficoltà dell’Inter, loro hanno vinto come tutti sanno”. Queste le parole di De Rossi. Altrettanto diretto è stato Maicon, pronto a “provocare” il rivale giallorosso: “Dedico lo Scudetto a De Rossi, lo meritavano”.
Insomma, ancora una volta Inter e Roma hanno dimostrato di non poter vivere senza polemiche. Ad innescarle, subito dopo il fischio finale dell’ultima di campionato, è stato da Catania il centrocampista della Roma e della Nazionale: “È stato un campionato falsato. Queste cose non le abbiamo subite solo noi, basti pensare al Parma che oggi doveva vincere per forza mentre all’andata, fino all’85′, aveva vinto la partita”. Sfogo comprensibile, dopo aver sognato di vincere lo scudetto per 60′, quello di De Rossi: “Voglio sottolineare che non vedo nessuna associazione a delinquere, ma solo una sudditanza”. De Rossi parla dei tifosi nerazzurri al Tardini e degli errori arbitrali che hanno fatto la differenza: “Credo che durante l’anno è stato usato un metodo di giudizio che, a mio parere, doveva essere usato anche in questa circostanza. Non ne ho mai parlato durante la stagione per non alimentare altre polemiche, non l’ho detto in settimana per non attaccare ulteriormente l’Inter che era stato già attaccato per cose che non c’entrano nulla con il calcio. Abbiamo fatto una grande stagione, abbiamo creato un gruppo stupendo. Per il prossimo anno puntiamo su questo e anche sulla professionalità degli arbitri”. La differenza l’hanno fatta gli scontri diretti? La differenza l’hanno fatta un paio di mesi - dice in sostanza il giallorosso: l’Inter faceva fatica e su dieci partite ne ha vinte nove e tutti quanti sapete perché.
Un urlo quello del capitano (a Catania mancava Totti) che scuote e investe tutta la truppa giallorossa. Tanto che il tecnico Spalletti si dice d’accordo: “Daniele ha detto cose sensate e io le condivido”, così il tecnico della Roma accerchiato dalle accuse che gli piovono da Empoli.
E alle proteste romaniste tenta di dare risposta, dopo una notte di festeggiamenti, l’ad nerazzurro, Ernesto Paolillo: “Ho ricevuto sms di congratulazioni dai dirigenti della Roma e mi hanno fatto un piacere incredibile. Le dichiarazioni di De Rossi invece mi hanno lasciato tanta amarezza. Un campione come lui” ha spiegato il dirigente interista “non può non sapere che questo è stato un campionato corretto. Se lui poi la pensa in altro modo, si assume le responsabilità di quello che dice”. “Il merito della squadra- ha aggiunto “è stato quello di riuscire a isolarsi da tutto e da tutti in questa settimana. Che non sapremo mai se è stata architettata o è iniziata spontaneamente, ma lasciatemi dire che è stato tutto molto strano. Dal gatto nero, una storia non vera, alle intercettazioni, che poi si è visto cosa erano… Nulla”.
Ma a tenere banco, in casa Inter, è ora il futuro del tecnico, a detta di molti con le valigie pronte, magari per l’Inghilterra. “Mancini non va discusso come tecnico, questa squadra, assieme a Moratti, l’ha costruita lui, l’ha guidata lui” dice a proposito Paolillo. “Quello che si discuterà è una visione generale che dovranno mettere a posto insieme, un programma che dovranno condividere. C’è sintonia di obiettivi, di vedute, sotto il profilo tecnico non c’è nessun problema. Ma Mancini ha dei bisogni di chiarimenti, questi bisogni li ha anche il presidente ed è giusto che si chiariscano tutti e due. Quando? Penso che già durante questa settimana o immediatamente dopo la coppa Italia troveranno il tempo di fare questa lunga chiaccherata insieme, il tutto si chiarirà a breve, con serenità”. Ma in percentuale, quanto è sicuro che il Mancio resti sulla panchina interista anche il prossimo anno? “Diciamo che ci sono più dell’80% di possibilità che tutto si chiuda con una programmazione comune insieme” è la sua previsione. “Il restante 20% e forse anche meno dipende dalle visioni future del mister, anche dalle eventuali richieste d’investimento che dovranno essere compatibili con quelle della società. Credo comunque che sia così in tutti i club, quando si programma un campionato ci si siede a un tavolo, confrontando le richieste del tecnico e le visioni della società”.

Il VIDEO servizio:

Mago Ibra regala all’Inter il sedicesimo sigillo. Moratti: “Tutti contro di noi”

Al centro di San Siro un grande scudetto con il numero 16. E alle 22.33 la Coppa alzata al cielo da Javier Zanetti, il capitano dei campioni d'Italia dell'Inter | Ansa
Festa Inter, delusione Roma. L’ultima giornata della Serie A 2007/08 ha decretato i giudizi definitivi. Si è deciso tutto nell’ultima mezz’ora di campionato: a vincere è stata la sponda nerazzurra di Milano, a perdere Roma e, come dice il presidente Moratti, “Tutti gli altri”. Ecco chi sono stati i protagonisti della stagione interista, conclusasi con la conquista del 16/mo scudetto.

Il protagonista assoluto
Con quella faccia un po’ così, gli si perdona quasi tutto quello che dice. Con quei piedi, invece, può fare proprio tutto quello che vuole. Per Massimo Moratti, è “senza dubbio l’uomo simbolo dello scudetto”, e la definizione non fa una piega. Con lui è una grande Inter, senza è semplicemente un’altra squadra. Molto più debole.

E così, dopo quasi due mesi di assenza, Zlatan Ibrahimovic da Malmoe, mezzo slavo e mezzo svedese, è tornato in tempo per far vincere alla sua squadra lo scudetto. E per lui si tratta del quinto consecutivo, contando quello conquistato con l’Ajax nel 2004 e anche i due revocati alla Juventus. Raggiungendo con la doppietta odierna quota 17 reti in campionato, il suo record da quando è in Italia. “Voi scrivete, io gioco, dedico lo scudetto al Corriere dello sport“, dice dopo avere vinto lo scudetto. È stata per lui un’annata difficile per colpa del tendine rotuleo del ginocchio sinistro. Si è sempre fatto capire bene nel suo italiano sintetico ma efficace, mentre in campo il suo piede n.47 ha fatto male a tante squadre. Sarà il sangue un po’ zingaro, sarà l’infanzia trascorsa in un quartiere difficile, sarà la cintura nera di taekwondo, di certo Ibrahimovic non ha il carattere di un giocatore qualsiasi e non si è mai nascosto dietro alle frasi fatte del calcio.
Senza provare mai nemmeno a farlo. Dopo qualche brutta prestazione e l’arrabbiatura successiva alla sostituzione contro il Palermo, ha capito di non poter essere utile alla squadra e ha chiesto e ottenuto di andarsene in Svezia dal suo medico di fiducia per tornare in una forma decente. Detto fatto, dopo l’ultima partita contro la Lazio del 29 marzo, se n’è andato a casa sua per recuperare quella vena realizzativa che, nel primo mese della stagione, sembrava devastante, con nove gol in cinque partite tra campionato e coppa. È tornato pensando di assistere alla festa scudetto, ma poi i suoi compagni hanno avuto bisogno di lui. Allora ecco super-Ibra tornare in campo e mettere subito paura agli avversari. Due tiri fuori, due tiri dentro, e storia finita. Con la solita esultanza a braccia larghe in attesa dell’abbraccio dei suoi compagni. Che questa volta è stato decisamente più forte del solito.

Mancini da record: tecnico tre volte campione
Ha litigato e polemizzato, ha mollato e ripreso ma, alla fine, ha vinto anche quest’anno. Perché la sua Inter è stata in testa praticamente dall’inizio alla fine. E così Roberto Mancini ha avuto ragione ancora una volta di tutti i critici e ha confermato di saper far bene l’allenatore, esattamente come sapeva giocare bene al calcio. A modo suo, sempre, perché il carattere si è solo in parte ammorbidito e perché resta comunque un personaggio originale nel mondo del pallone. Basta fare il conto delle palesi litigate viste nei pressi della sua panchina per capire che il suo compito è stato tutt’altro che facile.
Una rosa ampia fatta di campioni può dare grandi vittorie ma anche grandi problemi, soprattutto se bisogna gestire uomini come Figo e Vieira, Ibrahimovic e Adriano, gente di classe e di carattere. Come Mancini, peraltro. Ma mentre i suoi predecessori sono stati spesso travolti dallo spogliatoio nerazzurro, lui ne è venuto a capo, forse perché ha lo stesso carattere e le stesse reazioni dei suoi giocatori. L’anno scorso aveva vinto in carrozza, uccidendo il campionato senza mollare un colpo dall’inizio alla fine. Quest’anno ha sofferto molto di più arrivando allo scudetto solo all’ultima giornata, perché ha avuto l’infermeria costantemente piena di giocatori e alcuni li ha persi definitivamente già a dicembre.
Ma quando mezzo centrocampo è finito ko, non ha avuto problemi a far giocare il giovane Pelé; e quando Ibrahimovic ha ceduto al dolore al ginocchio, ha avuto il coraggio di mettere in campo un esordiente di 17 anni come Balotelli, e di far sedere in panchina Crespo e Suazo, non proprio gli ultimi arrivati. Prima ha dovuto gestire un caso complicato come quello di Adriano, trovando assieme alla società una soluzione che accontentasse tutti. Poi si è smarcato a modo suo dalle accuse di favoritismi arbitrali, chiudendosi per 10 giorni in silenzio stampa.
Zlatan Ibrahimovic esulta dopo la doppietta che ha regalato il 16/mo scudetto all'Inter | Ansa
Ha saputo risollevare la squadra da un mese difficile tra fine febbraio e fine marzo, quando aveva perso sette punti di vantaggio sulla Roma, e ha saputo ricompattarla nella partita decisiva, dopo che tutti gli strascichi polemici e le incertezze lasciate dalla sconfitta nel derby e dal pareggio contro il Siena ma anche dalla vicenda poco calcistica delle intercettazioni. E’ stato, quindi, più difficile, anche perché quest’anno si partiva tutti alla pari, senza penalizzazioni e senza assenti illustri come la Juventus. Il risultato è stato lo stesso, in Italia e, purtroppo per lui, anche in Europa.
La sconfitta con il Liverpool e alcune incomprensioni interne lo avevano convinto che fosse il caso di lasciare al termine del suo quarto anno sulla panchina nerazzurra. Il nome di Mourinho sempre accostato all’Inter, un tasso di litigiosità eccessivo con alcuni giocatori unito all’incomunicabilità totale con lo staff medico sono state delle costanti della stagione. Ma poi ha cambiato idea, ha deciso di restare e di riprovare a vincere tutto. Se, e così pare, anche Moratti non avrà cambiato idea, l’anno prossimo toccherà ancora al tecnico di Jesi (Ancona) guidare i nerazzurri. Perché dominare è bello, ma vincere tra mille difficoltà dà ancora più soddisfazione: “È per gli interisti, è solo per gli interisti”, urla in mezzo al caos successivo al fischio dell’arbitro Rocchi, mentre faticosamente cerca di raggiungere gli spogliatoi. Poi si ricuce la bocca, perché è fatto così e, anche nel giorno della festa, non dimentica le critiche ricevute da tutte le parti sulla sua stagione comunque ancora vincente in Italia. C’è ancora una partita da giocare e un trofeo da vincere a Roma contro la rivale di questi ultimi mesi, poi il suo futuro sarà più chiaro.

Il presidente
“È stato fantastico perché ha resistito a tutte le balle che si dicono in giro”, dice di lui il presidente Massimo Moratti. Felice con la sua maglia bianca celebrativa del 16/o scudetto. Ma “credo di sì, cominciamo a festeggiare” è poi la sua risposta un po’ ambigua a chi gli chiede se si ripartirà con Mancini la prossima stagione. Più sicuro Gabriele Oriali: “Resterà al 101%, ve lo posso assicurare”. Ci sarà tempo e modo per riparlarne, ora è il momento di festeggiare uno “scudetto speciale vinto soli contro tutti” perché anche Moratti non dimentica in fretta un anno come al solito vissuto pericolosamente dalla sua squadra sotto il consueto mare di critiche che accompagna ogni passo falso dell’Inter. “Siamo felicissimi” aggiunge Moratti. “I ragazzi hanno stravinto un campionato difficilissimo, malgrado tutta l’Italia non interista abbia tifato contro. Questo ci rende ancora più fieri e orgogliosi. La squadra meritava questa vittoria, è stata veramente formidabile”. “Sofferto e meritato” è invece la definizione di Marco Tronchetti Provera, anche lui in tribuna d’onore al Tardini per seguire la sua Inter.
Roberto Mancini, il tecnico dei record: tre campionati consecutivi vinti con l'Inter | Ansa

E “sofferto” è l’aggettivo più usato anche dai giocatori, che ricordano “le gufate e le critiche avverse: siamo i più forti di tutti - spiega Dejan Stankovic - e non a caso siamo in testa alla classifica da due anni”.

La classifica del Campionato di Serie A 07/08:
Inter 85 > Campione d’Italia
Roma 82 (in Champions League)
Juventus 72 (preliminari di Champions League)
Fiorentina 66 (preliminari di Champions League)
Milan 64 (Coppa Uefa)
Sampdoria 60 (Coppa Uefa)
Udinese 57 (Coppa Uefa)
Napoli 50
Atalanta 48
Genoa 48
Palermo 47
Lazio 46
Siena 44
Cagliari 42
Torino 40
Reggina 40
Catania 37
Empoli 36 (retrocessione in B)
Parma 34 (retrocessione in B)
Livorno 30 (retrocessione in B)

Il VIDEO servizio: Ibra gol

Il VIDEO servizio: la festa e gli sfottò

I VIDEO di YouTube:

I gol dell’Inter nel 2008

Le magie di Ibrahimovic:

Gli scontri a Parma:


Inter Campione:

Festa in Duomo

I Carretta? Per l’anagrafe sono vivi

Ferdinando Carretta, che ha confessato di aver ucciso i suoi genitori e suo fratello nel 1989. Qui è nella sua casa di Londra quando venne rintracciato, nel 1998 |foto Ansa

La burocrazia è in ritardo perfino sulla giustizia. Non basta la morte di Giuseppe, Marta e Nicola Carretta nel 1989. Né la confessione di Ferdinando, loro figlio e fratello, che nove anni dopo ammise di averli uccisi. E neppure il suo internamento per sette anni, nonostante l’assoluzione per incapacità totale di intendere e di volere, nell’ospedale psichiatrico di Castiglione della Stiviere e la concessione questo febbraio della libertà vigilata. Per l’anagrafe, e quindi per la legge, i Carretta non sono morti.

Secondo la Gazzetta di Parma infatti, nessuno ha mai fatto la dichiarazione di morte presunta (i corpi dei Carretta non sono mai stati ritrovati) e quindi nessun certificato la attesta. Un paradosso che diventa un inghippo per le pratiche di spartizione dell’eredità delle vittime, che tra immobili, titoli e soldi vale circa 700 mila euro. Sull’assegnazione è in corso una causa tra Ferdinando e le zie. L’uomo, che oggi ha 46 anni, è legittimo erede, visto che è stato assolto dall’accusa di omicidio e quindi reclama la sua parte.

Il fatto che i Carretta risultino ancora vivi e quindi proprietari dei beni allungherebbe i tempi per la soluzione della contesa legale. Pare infatti che Ferdinando e le zie avessero finalmente raggiunto un accordo sulla spartizione. A lui sarebbe toccata proprio la casa della strage, in via Rimini a Parma. Anche se non avrebbe intenzione di tornarci a vivere, ma di venderla. E di rimanere nella comunità del forlivese dove si trova.

Maria Antonietta, Silvia e le altre: molestate da morire

Maria Antonietta Multari viene trasportata in ambulanza dopo che Luca Delfino l'ha accoltellata |foto Ansa

Pedinate, molestate, minacciate, tormentate. Alla fine uccise. Aveva paura del suo ex fidanzato, e suo futuro assassino, Maria Antonietta Multari. Luca Delfino non si rassegnava alla fine del loro rapporto e la cercava di continuo. Era ossessivo, così come lo era stato con la sua precedente fidanzata, Luciana Biggi, uccisa nell’aprile del 2006 (Delfino è indagato per il delitto). Già quando stavano insieme lui picchiava Maria Antonietta e lei l’aveva denunciato. Ora i genitori della ragazza non si danno pace. Si chiedono perché tutte quelle segnalazioni alle forze dell’ordine non siano servite.

C’è un’altra casa ancora senza pace, a Parma, dove la televisione è sempre accesa per sentire le notizie che arrivano da Sanremo. La famiglia di Silvia Mantovani, uccisa a 28 anni 11 mesi fa dal suo ex ragazzo, non può fare a meno di ripensare a quella sera. Il 12 settembre scorso Aldo Cagna, coetaneo della ragazza, la aspetta fuori dalla fabbrica di pomodori dove lei lavora per pagarsi gli studi in medicina. La segue in auto, la sperona. Quando lei si ferma e abbassa il finestrino, lui la accoltella 15 volte, a morte.

Quando Silvia non risponde al cellulare ed è già mezzanotte, papà Carlo deve aver subito pensato a quel ragazzo con precedenti per spaccio e reati contro il patrimonio di cui tutta la famiglia aveva paura. Silvia e Aldo erano stati insieme ai tempi del liceo. Una relazione difficile, lei lo aveva denunciato per percosse. Erano più di quattro anni che non ne voleva più sapere di lui. Aveva trovato un nuovo fidanzato, un bravo ragazzo. Il suo ex però la perseguitava. Le amiche di Silvia hanno raccontato che la seguiva, si nascondeva nel solaio del suo condominio oppure stava sotto casa e fischiettava, solo per farle sapere che lui era sempre lì.
Silvia Mantovani (a sinistra nella foto), uccisa a 28 anni 11 mesi fa dal suo ex ragazzo, Aldo Cagna, coetaneo della ragazza. L'ha aspettata fuori dalla fabbrica di pomodori dove lei lavorava per pagarsi gli studi in medicina. L'ha seguita in auto, l'ha speronata. Quando lei si è fermata e ha abbassato il finestrino, lui l'ha accoltellata 15 volte, a morte.

Carlo Mantovani, 72 anni, non ha troppa voglia di parlare. Undici mesi sono così pochi. Lui e la moglie continuano a gestire il bar latteria di via D’Azeglio a Parma. “Questa disgrazia ci è piombata addosso”, dice, “noi non sapevamo nulla di diritto e di giustizia. Ho sentito che la madre della ragazza di Sanremo ha dato la colpa al giudice che non ha arrestao l’omicida un anno fa. Io non posso giudicare di chi sia la colpa. So solo che il nostro dolore non si allevierà mai, mentre l’uomo che ha ucciso nostra figlia potrebbe presto avere un alleggerimento della pena. I suoi avvocati stanno cercando di dimostrare che al momento del delitto era incapace di intendere e volere”.

LEGGI ANCHE: Sanremo, le mani sporche di sangue del ragazzo che ossessionava le donne

Gli universitari danno i voti alle città. Quelle emiliane si laureano a pieni voti

Il portone dell'entrata dell'Università di Firenze
La città vista attraverso gli occhi dei giovani. Come la vedono, come la vivono? Offre loro abbastanza?
156mila neolaureati, usciti nel 2006 da 41 atenei atenei italiani, hanno risposto a questa domanda inserita nell’indagine del consorzio interuniversitario Almalaurea: “Sei soddisfatto dei servizi presenti nella città sede del tuo corso di studi?”, riferita alla gestione dei trasporti, della sanità, della cultura e del tempo libero in ben 73 comuni italiani.

Il potere di dare i voti non ha fatto prevalere negli ex-studenti lo spirito di rivalsa. Le valutazioni sono state infatti per la gran parte positive (68 per cento), soprattutto per quanto riguarda i centri con più di 250mila abitanti e le regioni del Nord Est.
Bologna la dotta ha preso il massimo dei voti insieme a Parma: sono le uniche città italiane insignite delle cinque stelle (con la differenza che per Bologna va un po’ meno bene la voce “trasporti”, mentre gli studenti di Parma non sono soddisfatti al 100 per cento delle attività ricreative).
I comuni di grandi dimensioni hanno conquistato quattro stelle. Parliamo di Roma, Torino, Genova, Firenze, Catania e Venezia. Bari però non supera le tre stelle.
Oltre ad aver messo in evidenza le “classiche” differenze a livello territoriale, a favore del Nord (soprattutto del Nord-Est) rispetto all’Italia centrale e in particolare al Mezzogiorno, l’indagine ha detto che le città sono apprezzate soprattutto per i loro servizi culturali, soddisfacenti per il 75% dei laureati, e per i servizi sanitari (71%), seguiti da quelli ricreativi (65%) e dai trasporti (60%): l’offerta culturale raggiunge il massimo dei consensi a Roma, Torino e Venezia, mentre Bologna è l’unica città premiata con cinque stelle sui servizi sanitari.

I trasporti sembrano essere, per tutti i 73 comuni esaminati, la nota dolente: Torino e Bologna arrivano a quattro stelle, mentre Roma, Genova, Firenze, Bari, Catania e Venezia si fermano a tre.
Non va dimenticato infine che le città universitarie sono state guardate dalla lente d’ingrandimento dei “fuori-sede”, ossia giovani che spesso provengono da una realtà più svantaggiata, con uno spirito più pronto all’entusiasmo, mentre sono giudicate in modo molto più severo da chi ci ha sempre vissuto.

Genova all’Unione, ma la Lanterna indica una nuova rotta per il dopo-voto

Scrutinio per i ballottaggi del 10 e 11 giugno 2007
L’Unione riesce a tenere la provincia di Genova, ma arretra ancora nei rimanenti ballottaggi per le amministrative 2007: si è votato domenica e oggi fino alle 15, con un calo di affluenza di circa il 10 per cento (meno 12 a Genova). Il centrodestra si conferma a Parma, Lucca, Latina e Oristano. E, stando ai sondaggi, strappa al centrosinistra Matera, fatto che accelera la crisi delle giunta regionale della Basilicata, governata dall’Unione, che oggi si è dimessa. Mentre a Taranto, con due candidati di sinistra, trionfa quello più radicale, Ippazio Stéfano, a danno dell’avversario ulivista Giovanni Florido. Restano invece in mano al centrosinistra Piacenza e Pistoia.
Sono proiezioni e dati certi a scrutinio già a buon punto. A Parma, con la giunta uscente della Cdl, Pietro Vignali prevarrebbe con il 56%. A Lucca Mauro Favilla con il 52. A Latina Vincenzo Zaccheo, di An, con il 60%. Ad Oristano, Angela Nonnis (Cdl) prevale su Sergio Marchi, che da sinistra si era alleato con l’Udc. A Piacenza si conferma per l’Unione Roberto Reggi; ed a Pistoia Renzo Berti. A Matera invece ci sarebbe il sorpasso di Emilio Buccico, della Cdl, su Franco Dell’Acqua. Le previsioni sono state formulate dall’Istituto Piepoli per Sky Tg 24.
In tutti questi casi, tranne al momento a Matera, si è dunque confermato il candidato che si era piazzato in testa al primo turno. In attesa soprattutto del dato definitivo di Genova piovono i primi commenti politici. Ancora autocritica a sinistra: “Le amministrative impongono all’Unione un cambio di rotta, ma il risultato non investe direttamente il governo” afferma il ds Massimo Brutti. “Nessuno vuole sottovalutare o nascondere il risultato, ma queste sono amministrative parziali. Bisogna tenerne conto e cambiare rotta, ma è un risultato che non investe direttamente il Governo, che c’è e ha la maggioranza”.
Quanto al centrodestra, Silvio Berlusconi deve decidere se salire o meno al Quirinale per chiedere a Giorgio Napolitano un governo diverso. E soprattutto, se lo farà, se parlare o meno a nome di tutta la Cdl. “Credo che andrà a nome di tutti” è la previsione di Sandro Bondi, coordinatore di Forza Italia.

Il video servizio:

Ballottaggi: chi conquista Genova, vince la posta in gioco

Gli sfidanti al ballottaggio per la conquista della provincia di Genova
Una provincia, importante, Genova. E sei comuni capoluogo: Parma, Lucca, Latina, Oristano, Piacenza, Pistoia, Matera, Taranto. E la posta in gioco, almeno a livello locale, dei ballottaggi per le amministrative di domenica 9 e lunedì 10. A Genova la giunta uscente è di centrosinistra e si ricandida il presidente Alessandro Repetto (Margherita), che al primo turno ha preso il 49,1%. Contro di lui Renata Olivieri, della Cdl, che parte dal 46,4.
Il leader della Cdl con la candidata del centrodestra per la provincia di Genova
Match clou quello di Genova, ma impresa difficilissima quella della Olivieri che non pensava neppure di giungere al secondo turno. Ragion per cui sotto la Lanterna e in provincia si sono impegnati tutti i leader nazionali, con passerella finale di Silvio Berlusconi che ha deciso di infilarsi nella tana del lupo, cioè nel Ponente tradizionalmente rosso, e in particolare a Sestri, cittadella operaia. È evidente che qui a rischiare è soprattutto la sinistra: se perdesse Genova (dopo la vittoria risicata al comune) si aprirebbe l’ennesimo caso nazionale.
Il segretario dei Ds con il candidato del centrosinistra alla provincia di Genova
Ma neppure il centrodestra può dormire sonni tranquilli. Parma, prima ex roccaforte rossa conquistata negli anni Novanta, era diventata il simbolo del buongoverno moderato sotto il sindaco Elvio Ubaldi. Terminati i suoi due mandati, partiti e assessori della Cdl si sono divisi tra varie liste civiche. Comunque il candidato di centrodestra Piero Vignali parte da un buon 45% contro il 37,6 dello sfidante Alfredo Peri. Lucca, invece, benché di tradizioni cattoliche e moderate, un mese fa veniva data quasi per persa dalla Cdl, sempre a causa delle divisioni interne, ma il suo condidato Mauro Favilla è giunto al 48,2 al primo turno contro il 42,7 di Andrea Tagliasacchi. A Latina Vincenzo Zaccheo (An) ha sfiorato la vittoria con il 49,5%. Non avercela fatta subito è un segnale delle faide interne al partito di Gianfranco Fini. Il suo sfidante Naurizio Mansutti (22,7%) non ha comunque chances. Ad Oristano governava il centrodestra, si è andati al ballottaggio con il candidato della Cdl (Angela Eugenia Nonnis) in vantaggio del 37,4% rispetto a Marino Marchi (30,5). Motivo, l’Udc ha corso da sola.

E veniamo ai capoluoghi già governati dalla sinistra. Piacenza è il caso più clamoroso, visto che il sindaco uscente Roberto Reggi, sicuro della conferma al primo turno, si è invece fermato al 48,7% contro il 44,3 dello sfidante Dario Squeri. Il vento del Nord che ha portato la Cdl a trionfare due settimane fa ha lambito perfino Pistoia, tradizionale città rossa, dove c’è ballottaggio tra l’unionista Renzo Berti (48,1) e Alessandro Capecchi. E veniamo a Matera, dove la sinistra governava con Michele Porcari, che non si è ricandidato: risultato, vanno al ballottaggio Franco Dell’Acqua, centrosinistra (38%) e Emilio Nicola Buccico (28,6).

Infine Taranto, città governata già dalla Cdl, poi commissariata, primo grande comune ad aver dichiarato bancarotta. Un caso abbastanza unico di disfatta moderata, e infatti i candidati sono entrambi di centrosinistra: Ippazio Stefàno (37,3), sostenuto dall’ala radicale, e l’ulivista Giovanni Florido (20,1). Ma determinate sarà il peso di Giancarlo Cito, il potente di sempre.
Previsioni? Che ognuno mantenga le proprie posizioni, il che farebbe tirare un sospiro di sollievo soprattutto all’Unione. Un minimo spostamento (soprattutto a Genova) diverrebbe un caso.

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