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Ici e Chiesa: Don Paolo, a Genova, la paga già (e non solo)

(Ansa)

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“Forse qualcuno fa il furbo, ma non dovrebbe essere così. Se esistono immobili che fruttano soldi, è giusto che su quelle proprietà, anch se della Chiesa, si paghi l’Ici“. Ha le idee chiare, Don Paolo Farinella, il parroco di San Torpete, nel cuore della Genova di De Andrè, e soprattutto non esita a farsi sentire. “Io come parrocco ho voluto controllare che l’affitto delgi appartamenti ricavati dalla vecchia canonica fosse regolare e registrato in Questura, e sul ricavato viene pagata l’Ici” spiega il religioso che chiarisce: “Se un immobile frutta un guadagno deve essere sottoposto a tassazione; se io non pagassi l’Ici, oltre che commettere un illecito, mi sentirei immorale: con che coraggio, poi, salirei sul pulpito da far le prediche ai fedeli?”

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Tolta la moschea dal presepe a Genova. Ma restano le polemiche

Don Prospero e il suo presepe

E don Prospero Bonzani alla fine ha ceduto. Di fronte alla ragion politica, per evitare strumentalizzazioni e rischi per l’ordine pubblico, il parroco di Nostra Signora della Provvidenza di Genova, ha rimosso la moschea delle polemiche.
Moschea che dalla notte del 24 dicembre stava accanto alla capanna del presepe. Non è bastato nemmeno il sostegno del Patriarca di Venezia, cardinale Angelo Scola: “Dobbiamo fare i conti con quello che io chiamo il processo di meticciato”.
Niente da fare, ha vinto il “consiglio prudenziale” della Curia, retta dal Cardinale Angelo Bagnasco. Nonostante, inizialmente, lo stesso numero uno della Cei non avesse adombrato problemi di fronte ala scelta di don Prospero.
Tolto a malincuore il minareto, il parroco ha messo il Vangelo delle Beatitudini, con in evidenza il duro monito che non chiude la vicenda e non spegne le polemiche: “Ero straniero e non mi avete riconosciuto: via da me nel fuoco eterno”. E resta al suo posto il muro di Gerusalemme che, ha commentato il parroco, “in questi giorni è di drammatica attualità”, ha detto il parroco.
“Per me potevano venire anche con le bombe”, ha proseguito don Prospero “non avrebbe fatto alcuna differenza, ma avevo il dovere di avvertire la Curia su quello che Forza Nuova stava preparando“. I simpatizzanti di destra avevano infatti annunciato una “visita” in parrocchia il 31 dicembre con “simpatici doni”, precisando che non si trattava di una minaccia. “Come ho spiegato anche ai parrocchiani contrari alla mia decisione” ha continuato il parroco: “io sono come un lavoratore, devo vedere il mio principale che dice. La Curia mi ha consigliato di togliere la moschea e io ho obbedito”.
Alle critiche giunte nelle scorse settimane, si erano contrapposte manifestazioni di vicinanza a don Prospero: a cominciare dal sindaco Marta Vincenzi, al prete di strada don Andrea Gallo della Comunità San Benedetto al Porto e all’imam di Genova Salah Hussein. E anche alcuni parrocchiani di Nostra Signora della Provvidenza hanno in programma delle gesti di solidarietà per don Prospero. “Tra il 10 e il 15″ spiega Angelo Chiapparo, abitante del quartiere “prepareremo un momento di riflessione in piazza e inviteremo a partecipare le forze politiche, la consulta delle religioni e le comunità ebraica e musulmana”.
Di tutt’altro tono il commento della Lega Nord: “Questa è stata una vittoria non solo della Lega ma di tutti quei fedeli che nei giorni scorsi hanno manifestato il loro disappunto”. Il segretario provinciale Edoardo Rixi commenta così la decisione di togliere la moschea dal presepe di Don Prospero. “È un segnale importante” prosegue Rixi “anche per il Sindaco e la giunta comunale che da tempo cercano di edificare una maximoschea in città. I genovesi non lasceranno cancellare la loro storia e le loro tradizioni. La moschea a Genova sarebbe un affronto alla storia della Superba così come nel presepe era un affronto alla cristianità”.

Messa in latino: il rapporto segreto

Una messa secondo il rito tridentino, che risale al XVI secolo
di Ignazio Ingrao
Il ritiro della scomunica a carico dei lefebvriani: è quanto si attendono i tradizionalisti da Benedetto XVI dopo il ritorno alla messa in latino secondo il rito tridentino del XVI secolo. La scomunica a carico di Marcel Lefebvre e di quattro vescovi venne comminata da Giovanni Paolo II il 2 luglio 1988. Il ritiro metterebbe la parola fine a uno scontro durato oltre vent’anni e ristabilirebbe la piena comunione nella Chiesa cattolica dei tradizionalisti legati al “vescovo ribelle”.
Se ne discute in seno alla commissione Ecclesia Dei, presieduta dal cardinale Darío Castrillón Hoyos. Secondo i tradizionalisti, la scomunica di Karol Wojtyla fu illegittima poiché Lefebvre non aveva compiuto alcuno scisma, non avendo mai messo in dubbio l’autorità del Papa. Alcuni membri della commissione Ecclesia Dei chiedono però di subordinare il rientro dei lefebvriani nella Chiesa cattolica all’esplicito riconoscimento del Concilio Vaticano II.
In attesa di una decisione in materia, verrà reso noto nei prossimi giorni il regolamento di attuazione del motu proprio Summorum Pontificum di Benedetto XVI che dal 14 settembre ha liberalizzato l’uso della liturgia preconciliare.
Il regolamento, predisposto dalla commissione Ecclesia Dei, si propone di chiarire alcuni aspetti della normativa che in queste prime settimane di applicazione sono stati fonte di attriti e incomprensioni, in particolare nella diocesi di Milano, nella Chiesa tedesca e in quella francese. Il motu proprio del Papa impone che “nelle parrocchie in cui esiste stabilmente un gruppo di fedeli aderenti alla precedente tradizione liturgica” il parroco consenta la celebrazione della messa in latino con il vecchio rito.
Ma cosa si deve intendere per gruppo stabile di fedeli? C’è un numero minimo richiesto? Il regolamento darà risposta a questi interrogativi: senza fissare criteri troppo rigidi dal punto di vista numerico, offrirà alcuni parametri per giudicare la stabilità di un gruppo di tradizionalisti. E ribadirà che la nuova normativa voluta dal Papa si applica a tutti i riti, compreso quello ambrosiano.
Si attendono anche indicazioni in merito al calendario liturgico, poiché l’antico rito celebra festività soppresse o rese facoltative nel nuovo. Inoltre il rito tridentino presenta differenze di data nella celebrazione di alcune festività, come quella di Cristo Re, e nella durata della Quaresima. Non mancheranno chiarimenti in merito alla celebrazione del triduo pasquale e tra le preghiere del Venerdì santo potrebbe essere eliminata l’invocazione alla conversione degli ebrei duramente criticata dalle comunità ebraiche.
Nel frattempo a Venezia è stato sottoscritto un accordo tra la diocesi e i tradizionalisti. Il cardinale Angelo Scola ha affidato la comunità di tradizionalisti veneziani alla cura di un sacerdote tedesco della Fraternità San Pietro, Konrad zu Löwenstein (48 anni), al quale la Santa Sede ha riconosciuto la facoltà di celebrare esclusivamente con il vecchio rito. Ogni giorno don Konrad celebra la messa preconciliare nella chiesa di San Simeon Piccolo. “Si tratta del primo accordo in Italia e forse nel mondo per l’applicazione delle nuove norme del Papa. E riscontriamo un ottimo successo: oltre 100 persone ogni domenica partecipano alla nostra messa” riferisce Alessandro Zangrando, esponente dei fedeli veneziani che ha condotto le trattative con la curia.
I tradizionalisti attendono con trepidazione anche un altro importante evento per domenica 2 oppure 9 dicembre: Benedetto XVI potrebbe celebrare una messa in latino secondo l’antico rito di San Pio V. Un evento storico al quale parteciperebbero decine di migliaia di cattolici tradizionalisti da tutto il mondo.
Joseph Ratzinger da cardinale ha già celebrato in pubblico con il vecchio rito almeno due volte (a Wigratzbad nel 1990 e a Weimar nel 1999). La decisione non è stata ancora presa ma è stato chiesto ad alcuni autorevoli liturgisti di preparare una relazione in merito allo svolgimento di una messa papale con il vecchio rito.
È da escludere che la celebrazione possa svolgersi in San Pietro, poiché il vecchio rito prevede la presenza della corte pontificia che Paolo VI ha abolito. È stato proposto di celebrare la messa lontano da San Pietro, per esempio nella Basilica di San Paolo fuori le mura. In tal caso il vecchio rito prevede una messa papale semplificata, senza bisogno della corte. I tradizionalisti auspicano che in tale occasione il Papa annunci il ritiro della scomunica.
Questa ipotesi ha rallentato l’esodo di lefebvriani, che dopo l’annunciata liberalizzazione del vecchio rito, il 7 luglio, stanno ritornando alla Chiesa cattolica romana. Tra questi ci sono anche alcuni sacerdoti che hanno lasciato la Fraternità San Pio X fondata da Lefebvre per confluire nell’Istituto del Buon Pastore, fondato l’8 settembre 2006 su iniziativa dell’arcivescovo di Bordeaux, Jean-Pierre Ricard, e della commissione Ecclesia Dei. Per molti sacerdoti infatti, la liberalizzazione del vecchio rito ha fatto venire meno le ragioni per restare fuori della Chiesa di Roma.
Il 10 e 11 novembre a due passi dal Vaticano si terrà l’assemblea mondiale dell’associazione tradizionalista Una voce. Nel corso dell’assemblea il cardinale Georges Cottier celebrerà una messa con l’antico rito presso la Chiesa di Gesù e Maria al Corso.
La celebrazione secondo il rito tridentino sta diventando anche un business. Pietro Siffi, presidente e fondatore della Catholic anti-defamation league, ha creato un sito internet dove si possono acquistare on-line paramenti, suppellettili e arredi sacri per celebrare la messa di San Pio V.
Inoltre, per i sacerdoti che desiderano imparare il vecchio rito, la Tridentinum organizza brevi corsi a domicilio con attività di tutoraggio. “I corsi, della durata di due o tre giorni, sono completamente gratuiti e sono tenuti da esperti liturgisti. A poche settimane dal lancio di questa iniziativa abbiamo già ricevuto decine di richieste” spiega Siffi. Forse ora sarebbe utile pensare anche alle ripetizioni di latino.

Chiesa e scandali, Papa Ratzinger toglie il velo e chiede tolleranza zero

Papa Ratzinger nel suo studio
La questione morale è la nuova emergenza della Chiesa italiana.
A tre mesi dal successo del Family day la Chiesa finisce sul banco degli imputati. Sotto accusa parroci, religiosi e persino due vescovi. La Chiesa “non ha paura della verità” e “i vescovi hanno tutti gli elementi per dimostrare l’infondatezza delle accuse” contrattacca il segretario della Cei, Giuseppe Betori. Ma Papa Ratzinger chiede il massimo rigore e non fa sconti.
Il primo decreto emesso dalla Congregazione per la dottrina della fede, il 27 maggio 2005 (un mese dopo l’elezione di Benedetto XVI), è stata la condanna di padre Gino Burresi, fondatore dei Servi del cuore immacolato di Maria, per abusi sessuali, abusi nella confessione e nella direzione spirituale. La causa era ferma da anni di fronte all’ex Sant’Uffizio. Il Papa ha voluto inviare un messaggio chiaro ai vertici della Chiesa italiana: tolleranza zero, non c’è più spazio per coperture e reticenze.
Da quel momento si è voltato pagina, come testimoniano le drammatiche cronache dei mesi successivi: da padre Fedele Bisceglie di Cosenza a don Lelio Cantini di Firenze.
Abusi sessuali e malversazioni finanziarie sono i principali reati contestati a sacerdoti. In realtà si tratta di una piccolissima percentuale sul totale degli oltre 50 mila preti italiani. Ma sono casi che riempiono le cronache giudiziarie con un’inedita frequenza.
Il 7 marzo 2007 cambia la guida della Chiesa italiana. Angelo Bagnasco prende il posto del cardinale Camillo Ruini. E poche settimane dopo le cronache giudiziarie danno ampio risalto alle inchieste che chiamano in causa due fedelissimi di Ruini: l’arcivescovo di Siena, Antonio Buoncristiani, e il vescovo ausiliare di Firenze, Claudio Maniago. Il primo era stato inviato a suo tempo dal cardinale a commissariare Famiglia cristiana, ritenuta poco organica con la Cei. Il secondo è il braccio destro dell’ex segretario generale della Cei, il cardinale Ennio Antonelli.
Enfant prodige della Chiesa italiana, Maniago è stato ordinato vescovo a soli 44 anni, su indicazione del cardinale Ruini. Ora è finito sotto accusa per festini a luci rosse e malversazioni nella gestione dei beni della diocesi. Gli innocentisti gridano al complotto. I colpevolisti annunciano una “mani pulite” della Chiesa italiana. Le indagini della magistratura sono ancora in corso e le accuse restano tutte da provare.
La Chiesa italiana è divisa: c’è chi agita lo spettro degli scandali di pedofilia come negli Stati Uniti e c’è chi accusa la stampa di aver ordito una campagna denigratoria.
Massimo Camisasca
, fondatore della Fraternità sacerdotale di San Carlo Borromeo, una delle congregazioni religiose più attive e ricche di vocazioni tra quelle sorte negli ultimi trent’anni, invita a considerare entrambi gli aspetti: “Al primo posto dobbiamo mettere l’urgente necessità di una riforma della Chiesa. Al secondo posto c’è l’indubbio attacco sferrato alla Chiesa da parte di quei poteri che puntano a ridurla a una forza solo spirituale, priva di incidenza nella storia”.
Camisasca cita la denuncia fatta da Ratzinger poche settimane prima di essere eletto Papa: “Nelle meditazioni per la via Crucis del Venerdì santo 2005 il futuro Benedetto XVI ha lamentato la sporcizia che vi è nella Chiesa. La veste e il volto così sporchi della Chiesa ci sgomentano, ha scritto Ratzinger. Parole molto forti che danno idea di quanto sia chiara nella mente del Papa l’urgenza di una riforma della Chiesa. Benedetto XVI ha voluto dare un altro segnale molto forte in questa direzione: presto sarà beatificato Antonio Rosmini che denunciò le cinque piaghe della Chiesa e venne messo all’indice”.
La riforma della Chiesa per Camisasca deve partire dall’alto: “Si sente l’urgenza di porre mano a una riforma delle procedure con le quali vengono designati i vescovi. La Chiesa ha urgente bisogno di pastori: vescovi che siano capaci di prendersi cura dei propri sacerdoti, che li aiutino a discernere la propria vocazione e che seguano attentamente i seminari dove vengono formati i futuri preti”.
Una nuova tensione morale, insomma, “che coinvolga tutta la comunità cristiana senza occultare o minimizzare le mancanze e le difficoltà che oggi si presentano. Una Chiesa reticente sui propri peccati offre maggiori argomenti ai propri accusatori”.
D’altro canto il sacerdote invita a non sottovalutare “l’evidente attacco mediatico sferrato contro la Chiesa in generale e quella italiana in particolare”.
La principale ragione sta, a suo avviso, nelle posizioni assunte da Papa Benedetto XVI. Anche in questo senso si può fare un paragone con quanto accaduto negli Stati Uniti: la Chiesa americana è stata duramente attaccata sulla pedofilia per impedirle di alzare la voce contro il conflitto in Iraq voluto dall’amministrazione Bush.
“Oggi le parole di Ratzinger, che ripropone la forza dell’avvenimento cristiano contro la dittatura del relativismo, danno molto fastidio. Così come il continuo richiamo del Papa ai valori non negoziabili: vita, famiglia, libertà religiosa e libertà di educazione. Giovanni Paolo II proponeva con forza il medesimo messaggio ma la stampa e l’opinione pubblica sembravano concentrarsi più sul suo carisma mediatico che sulle sue parole esigenti. Con Ratzinger, invece, la reazione della cultura laica e dei mass media non si è fatta attendere”.
Il vescovo ausiliare di Firenze, Claudio Maniago, braccio destro dell'ex segretario generale della Cei, il cardinale Ennio Antonelli
Analoga convinzione esprime lo storico Giovanni Miccoli, autore di un recente saggio che mette a confronto il pontificato degli ultimi due papi (In difesa della fede. La Chiesa di Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, Rizzoli): “Il messaggio di Benedetto XVI si caratterizza per una decisa contrapposizione ad alcuni aspetti essenziali della civiltà odierna. In primo luogo la tradizione illuministica. A essa Ratzinger riconosce il merito di alcune acquisizioni importanti come il rispetto dei diritti dell’uomo. Ma gravissimo torto dell’illuminismo per Ratzinger è quello di aver misconosciuto le radici cristiane, escludendo Dio dalla coscienza pubblica e imponendo il relativismo etico”.
Secondo Benedetto XVI, spiega Miccoli, “l’uomo contemporaneo è minacciato da una cultura che fa della libertà la misura di tutto, aprendo la strada a conflitti devastanti, come nel caso dell’aborto o dell’eutanasia”.
A questo, osserva lo storico, si aggiunge “un’enfatizzazione del ruolo del magistero che richiede obbedienza da parte dei fedeli senza possibilità di essere messo in discussione”, come su temi quali il celibato ecclesiastico e l’omosessualità. La Chiesa di Ratzinger insomma non accetta compromessi con il mondo contemporaneo. E non fa sconti a chi non rispetta le regole.

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Ite missa est: in Chiesa torna il latino

Un momento della messa secondo l'antico rito: il celebrante si rivolge al tabernacolo, dando le spalle ai fedeli
Il Concilio Vaticano II ora è più lontano. E non solo perché un altro giorno è passato da quel 1965, in cui si chiusero i lavori di “ammodernamento” della Chiesa cattolica e che durarono ben tre anni. Ma è più lontano anche perché da oggi, 14 settembre, entra in vigore il motu proprio lanciato il 7 luglio scorso da Papa Benedetto XVI che sdogana la messa in latino: “Ciò che per le generazioni anteriori era sacro” aveva scritto il Santo Padre “anche per noi resta sacro e grande, e non può essere improvvisamente del tutto proibito o, addirittura, giudicato dannoso”.
Adesso, insomma, sarà più facile per i parrocci di tutte le diocesi cattoliche italiane e del mondo celebrare il rito nell’antica forma liturgica andata in pensione ufficialmente nel 1969 dopo oltre 1500 anni di onorato servizio. Secondo il documento pontificio i sacerdoti che vorranno, sia su propria iniziativa sia su richiesta esplicita dei fedeli, utilizzare il vecchio messale per la celebrare la messa, potranno farlo senza chiedere l’autorizzazione al Vescovo della propria Diocesi.
La messa cosiddetta tridentina, che potrà essere celebrata non soltanto nei giorni festivi ma anche il sabato e la domenica, non ha come unica caratteristica quella dell’essere in latino (con alcune parti in greco antico): il sacerdote, infatti, a differenza di quanto avveniva fino a ieri, darà le spalle ai fedeli e reciterà preghiere e salmi che tra le navate e i banchi delle parrocchie non si sentivano da quasi quarant’anni.
Profondamente intimista (prevede numerosi momenti di silenzio) e legata alla spiritualità dei credenti, la messa secondo il rito di San Pio V elimina le preghiere corali dei fedeli e prevede una sola lettura oltre quella del Vangelo: entrambe, comunque, saranno lette appunto in latino, mentre resterà la lingua nazionale per l’omelia.
Una curiosità: il rito tridentino non sarà tollerato dalla diocesi milanese. Secondo quanto comunicato dall’arcivescovo Dionigi Tettamanzi all’indomani della promulgazione del Sommorum Pontificum da parte di Ratzinger, in nessuna parrocchia cittadina è “presente uno stabile gruppo di fedeli che voglia la celebrazione in latino”.
Nell’intera diocesi, insomma, resterà in vigore il rito ambrosiano.

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