
Un momento della convenzione nazionale del Partito Democratico
Una valanga di schede, ma bianche. Questo è il timore dei dirigenti del Pd riguardo alle primarie del prossimo 25 ottobre. Continua
- Lunedì 19 Ottobre 2009
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Un momento della convenzione nazionale del Partito Democratico
Una valanga di schede, ma bianche. Questo è il timore dei dirigenti del Pd riguardo alle primarie del prossimo 25 ottobre. Continua
La GALLERY: Chi sono e quanto guadagnano “gli intramontabili”
Quella di Giuliano Amato, neopresidente dell’Enciclopedia italiana (per 150 mila euro all’anno), è solo l’ultima nomina di peso che ha riportato in sella aspiranti parlamentari ed ex di ogni genere e stazza: ex ministri, sottosegretari, talvolta semplici peones di Montecitorio, trombati alle politiche o alle europee, di destra e di sinistra, di grandi e piccoli partiti. Per tutti la politica ha trovato una sistemazione. Tutti chiamati a occupare incarichi pubblici, sempre accettati con ammirevole spirito di servizio. E spesso lautamente retribuiti. Soldi che, in alcuni casi, i fortunati cumulano con robuste pensioni maturate per gli anni passati a Montecitorio e a Palazzo Madama. Sono i riciclati della politica.
Per carità, spesso si tratta di persone di alto profilo, vedi il caso di Amato. Ma quello che impressiona è il metodo: un fedele servitore della patria non si lascia digiuno di cariche e potere. Mai.
Da Giuliano Amato a Giuseppe Zamberletti (in rigoroso ordine alfabetico), chi sono e quanto guadagnano.
La GALLERY: Chi sono e quanto guadagnano “gli intramontabili”

Il lupo perde il pelo, ma non il vizio. E Mariotto Segni anche nel 2009 ci riprova ancora. A fare che? A istituzionalizzare il sistema “maggioritario” in Italia: chi vince governa, chi perde sta all’opposizione. Semplice. Due i partiti in gioco, all’americana. Addio all’arte dell’inciucio, insomma, tanto cara alla politica italiana e alle coalizioni che si formano sotto elezioni per posi sfaldarsi una volta giunti in Parlamento. Ma tra il dire e il fare, ci sono di mezzo i partiti. E le poltrone, soprattutto. Se vincerà il “sì” al referendum abrogativo di domenica 21 e lunedì 22, il nostro paese somiglierà sempre di più agli Stati Uniti. Staremo a vedere.
Professor Segni, sin dal 1991 ha sempre sostenuto il sistema maggioritario. E ora, 18 anni dopo, vuole “picconare” il Porcellum, una legge nata male - Calderoli che l’ha scritta, l’ha definita pubblicamente “una porcata” -, ma che è riuscita lo stesso a garantire alle ultime elezioni una maggioranza solida in grado di governare il Paese. Testardaggine sarda o un referendum davvero importante per l’Italia?
Ricordo che la legge Calderoli non ha garantito una maggioranza solida, che è dovuta solamente ai grandi numeri ottenuti dal Pdl, perché nel 2006 ha portato in Parlamento ben tredici partiti. Il Porcellum, insomma, spinge alla frammentazione e aumenta la rissosità nella coalizione, come ha dimostrato il continuo braccio di ferro degli ultimi mesi tra la Lega e Berlusconi.
Dal 2006 a oggi il quadro si è semplificato: ormai abbiamo due pesi massimi che contano, il Pdl e il Pd, e tre pesi medi: la Lega, l’Udc e l’Idv. C’è proprio bisogno del referendum?
Certo, abbiamo bisogno di una maggiore governabilità e stabilità, eliminando gli attriti e i ricatti all’interno delle coalizioni, come quelli recenti di questo Governo sulle ronde o su Guantanamo. La nuova legge non toglierà, per esempio, alla Lega la possibilità di presentarsi all’interno di una coalizione con altri partiti: potrà farlo, ma sotto l’insegna di un solo simbolo della coalizione, di un solo programma e di una sola lista comune. Insomma, non ci saranno più i miei e i tuoi elettori, cui rendere conto, come ha ricordato Maroni di recente a proposito delle ronde.
Lei sostiene che il referendum rafforzi, appunto, il bipartitismo. Com’è poi che non ha scelto né di entrare nel Pdl né nel Pd?
Sono fuori dalla politica dei partiti da alcuni anni e non ho intenzione di rientrarci. Sono scelte personali. Ho scelto di continuare a fare politica attraverso la promozione del referendum.
Insomma, le piace il bipolarismo, ma non i due principali contenitori dell’elettorato italiano, ossia il Pdl e il Pd?
Ci sarebbero tante cose da dire sia dell’uno sia dell’altro. Tuttavia è un fatto positivo per l’Italia che si siano formati due grandi formazioni, una di centrodestra e una di centrosinistra. E questo trova conferma, per esempio, nell’ultimo appello, lanciato da Piero Sansonetti alla sinistra radicale, a entrare tutti nel Pd.
Eppure c’è chi sostiene, come l’onorevole Casini, che “il bipartitismo è fallito e favorisce i populismi”. È d’accordo?
Casini sostiene, e lo fa coerentemente da molti anni, l’esatto opposto di quello che sostengo io. Ma si sbaglia.
L’Italia verso il bipolarismo, ma alle europee hanno vinto la Lega e l’Idv. Come mai?
È normale che accada quando vi sono tanti partiti in gara alle elezioni. Tuttavia in Italia il bipartitismo ha retto meglio che in altri grandi paesi, con minori perdite dei consensi dei grandi partiti.
Ci sarà dopo il referendum una rottura tra Fini, che andrà a votare al referendum e voterà sì, e il nuovo asse Lega – Berlusconi, che non ci andranno?
Se non passa il sì, credo che i prossimi mesi saranno molto duri per la tenuta interna sia del Pdl sia del Pd. Una vittoria, invece, li rafforzerebbe.
Un partito che prende il 20% dei voti, ma risulta lo stesso il primo in Italia, conquisterà il 55% dei seggi in parlamento, se passa il sì. Non è antidemocratico?
No, è il principio secondo il quale, chi ha la maggioranza, ha il pieno diritto di governare, mentre chi perde sta all’opposizione. Avviene così in Gran Bretagna, che non è di certo una democrazia in pericolo.
Tanti referendum dagli anni novanta a oggi (eecone qui un elenco), molti dei quali non hanno raggiunto il quorum. Non pensa che agli italiani forse non interessino più?
Gli italiani vivono un periodo di rassegnazione. Il nostro vero nemico non è il fronte del “no” al referendum, tantomeno la Lega che ha fatto di tutto per farlo saltare, ma è la profonda sfiducia che domina gli italiani.
Ma i referendum costano…
Vero e noi avevamo proposto di votare in occasione delle elezioni europee, risparmiando 400 milioni di euro. La Lega ha fatto saltare tutto.
Se fallirà anche questo referendum, ha intenzione di promuoverne altri in futuro per introdurre il maggioritario in Italia, o deporrà le armi una volta per tutte?
Io ci credo sul serio a questo referendum e continuerò a battermi. Non mi rassegno.

“Tutti a votare per picconare il porcellum, la peggior legge elettorale della storia repubblicana”, si sgola il promotore Giovanni Guzzetta, sotto la sede Rai di Milano.
Per picconare il “porcellum”
L’appuntamento con il “suo” referendum sulla legge elettorale si avvicina e il presidente del comitato promotore è impegnato a evitarne fallimento. Per questo quarantareenne professore di istituzioni di Diritto pubblico all’Università di Tor Vergata sarebbe la conclusione peggiore di un progetto che porta avanti da tre anni, precisamente dal giorno dopo quello in cui divenne legge la riforma elettorale (la legge 21 dicembre 2005, n. 270 dal titolo “Modifiche al sistema di elezione della Camera dei deputati e del Senato della Repubblica”) di Roberto Calderoli, poi ribattezzata (dallo stesso ministro, in una ormai famosa puntata di Matrix: qui il VIDEO), una “porcata”.
Si sgola Guzetta perché a pochi giorni dal voto, a cui in teoria sono chiamati 47,5 milioni di elettori, nei fatti un italiano su due ignora che 21 e 22 giugno si vada ai seggi per un referendum e un numero altissimo non ne conosce i contenuti.
Eppure in 30 città ci sono i ballottaggi (per il sindaco e/o la provincia). Ma il meteo darà una mano ai promotori? Sole, caldo: cosa mai di meglio per andare al mare e disertare le urne?
Battaglia tra micro-partiti trasversali
E comunque, la battaglia politica è apertissima e, come sempre ad ogni appuntamento referendario, è fatta di micro-partiti trasversali che si affrontano spesso dimenticando la loro appartenenza. Così può capitare che Antonio Di Pietro inviti a votare no, dopo aver raccolto le firme per il referendum (come questa GALLERY testimonia); che Gianfranco Fini e Silvio Berlusconi siano per il sì, ma con accenti diversi; mentre parte del Pdl e Lega hanno già la macchina pronta per una bella scampagnata domenicale.
I quesiti delle tre schede
I quesiti del referendum sono sostanzialmente due anche se l’elettore riceverà tre schede: due quesiti sono infatti la stessa cosa e la duplicità si spiega perché uno riguarda la Camera e l’altra il Senato. Scheda viola e scheda beige, rispettivamente, ma identica materia: premio di maggioranza alla lista (e non alla coalizione) più votata. Insomma, si chiede all’elettore se abolire la possibilità per i partiti di aggregarsi tra loro e guadagnare il premio di maggioranza per il polo vincente. Ne consegue che verrebbero penalizzati i gruppi più piccoli (la percentuale di sbarramento diventerà del 4% alla Camera e dell’8% a Palazzo Madama) e soprattutto cambierebbe radicalmente l’attuale geografia politica fatta di coalizioni di partiti.
Scheda verde invece per decidere se togliere ai politici la possibilità di presentare la propria candidatura in più di un collegio. Il quesito si rivolge ai leader che si presentano in varie zone d’Italia pur sapendo di doverne poi scegliere una sola.
Cosa cambia
Se vinceranno i sì ogni candidato potrà essere in lista in una sola circoscrizione elettorale e il premio di maggioranza andrà soltanto al partito più votato; in caso di successo dei no, oppure di mancato raggiungimento del quorum, resta in piedi il “porcellum” e tutto rimane come è attualmente. Si voterà per due giorni: domenica 21/06 dalle 8 alle 22, lunedì22/06 dalle 7 alle 15. Sarà necessario avere con sé la tessera elettorale (eventualmente da richiedere all’ufficio elettorale del proprio Comune di residenza) e un documento di identità valido. Per esprimere il proprio voto occorre tracciare una croce sul sì oppure sul no nel caso si voglia abrogare (cioè abolire) l’attuale normativa oppure lasciarla invariata.
Le posizioni in campo
Il PDL ha praticamente lasciato libertà di coscienza sul voto. Il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, che pure andrà a votare (e voterà sì), ha detto che non avrebbe fatto campagna elettorale in favore del referendum. Anche il presidente della Camera Gianfranco Fini andrà, più convinto, a votare sì.
Diversi esponenti del Pdl, tra l’altro, fanno parte del comitato promotore del referendum. Tra gli altri i ministri Renato Brunetta e Stefania Prestigiacomo e Gianni Alemanno Martino e Gaetano Quagliariello. Anche il coordinatore del partito e ministro della Difesa Ignazio La Russa andrà a votare sì. Il presidente dei deputati del Pdl Fabrizio Cicchitto invece non andrà votare. I Popolari Liberali di Carlo Giovanardi si asterranno.
PD
Nell’estate 2007, quando il referendum venne presentato, il primo obiettivo era abolire la frammentazione dei partiti, favorendo il bipolarismo. Era molto prima del discorso del Lingotto di Veltroni. Il neosegretario Pd però non firmò perché gli allora “cespugli” di sinistra dell’Unione prodiana minacciarono rappresaglie contro il governo Prodi.
Che cadde comunque, a gennaio del 2008. E a dare una bella sforbiciata ai partiti ci pensarono gli elettori, nel voto di aprile 2008, lasciandone in Parlamento solo cinque: Pdl, Pd, Lega, Udc e Idv.
Oggi che il Pd non è più ricattabile dai piccoli, la scelta dei Democrats è stata fatta: lasciando isolato Francesco Rutelli, tutti gli altri sono rientrati nei ranghi e hanno detto Tre volte sì” ai quesiti di Guzzetta e Segni. Ma un nuovo timore serpeggia infatti nell’opposizione. Lo sintetizza per tutti Antonio Di Pietro: “Con la norma che esce dal referendum, un partito del 30% può occupare il 55% e farsi maggioranza da solo”. Ergo, l’Idv voterà no, dopo aver battuto le città d’Italia per giorni, due anni fa, a raccogliere le firme.
LEGA
Contrarissima a un referendum dall’esito fortemente bipartitico, la Lega ha dato ai propri elettori, in particolare quelli che andranno a votare ai ballottaggi, indicazione di non ritirare le tre schede relative ai referendum. Il partito ha chiesto che nei seggi vengano messi dei cartelli per indicare l’opzione dell’astensione, mentre il ministro dell’Interno Roberto Maroni ha sottolineato la necessità che i presidenti di seggio spieghino che c’é anche questa possibilità di scelta.
MPA
Stessa linea anche per il Movimento per le Autonomie di Raffaele Lombardo che ha dato indicazione ai propri elettori di astenersi o, nel caso di concomitanza con i ballottaggi, di non ritirare le schede dei referendum.
UDC
Il partito di Pier Ferdinando Casini si è da subito schierato per l’astensione con l’obiettivo di far mancare il quorum. La sua tesi è che l’attuale legge uscirebbe di fatto rafforzata da una vittoria del sì.
RADICALI
Forza referendaria per eccellenza, i Radicali, contrari alla legge che emergerebbe se vincesse il sì, hanno formato un comitato per il “no”: andranno dunque a votare ma metteranno la crocetta sul ‘no’.
SINISTRA
Dal Prc al Pdci a Sinistra e Libertà sono tutti schierati per l’astensione. Già con questa legge non sono riusciti a entrare in Parlamento. Con la nuova legge, la soglia di sbarramento sarebbe quasi certamente inaccessibile ai singoli partitini della galassia della sinistra
DESTRA
Anche la Destra di Storace e Buontempo è per l’astensione: “Solo battendo i quesiti referendari si potrà sperare che il Parlamento approvi una nuova legge elettorale, possibilmente dopo la agognata riforma costituzionale di cui l’Italia ha estremo bisogno”. Modello alternativo a quello dell’attuale legge elettorale? Quello del “sindaco d’Italia”.
I tre quesiti referendari sul sito de Il Giornale

Le trattative sono appena cominciate e la partita si annuncia tutt’altro che facile.
Dopo la vittoria del centrodestra in Europa, la riconferma del popolare José Manuel Barroso alla guida della Commissione europea appare più facile. Ma nel vertice europeo del 18-19 giugno l’ex premier portoghese potrebbe incassare dai 27 leader Ue solo una fiducia politica, senza una designazione formale.
L’incertezza è legata al secondo referendum irlandese sul trattato di Lisbona, ormai quasi certo per ottobre: se approvato, comporterebbe un secondo voto sulla Commissione europea da parte dell’Europarlamento. Senza contare, a quel punto, l’intreccio con le nuove cariche di presidente europeo e ministro degli Esteri della Ue.
L’avvio dei lavori parlamentari è fissato per il 29 giugno, quando inizieranno le prime sedute ufficiali dei 736 neoeletti in vista della sessione inaugurale del 14 luglio. Ma già da questa settimana gli eurodeputati si incontrano per sciogliere alcuni nodi. Primo fra tutti la costituzione dei gruppi. Regola vuole che per formarne uno occorrano almeno 25 parlamentari di sette differenti paesi Ue.
La novità potrebbe essere il debutto di un nuovo gruppo destinato a raccogliere un consistente blocco di antieuropeisti. Soprattutto si attende di sapere cosa faranno i 27 conservatori britannici, che hanno annunciato di staccarsi dal Partito popolare europeo (Ppe).
Nella sessione costitutiva di luglio saranno eletti presidente, vicepresidenti e questori, poi le commissioni parlamentari. Un’assegnazione calibrata su base proporzionale secondo una sorta di manuale Cencelli, che in Europa si chiama metodo d’Hondt, e per la quale i giochi sono appena cominciati.
I popolari, usciti vincitori dal voto con 264 seggi, voteranno il 23 giugno il presidente di gruppo. L’uscente Joseph Daul, francese alsaziano, punta a essere riconfermato. E qui si innesca la partita italiana per la poltrona più alta dell’Europarlamento.
I candidati del Ppe alla presidenza sono due: l’ex premier polacco Jerzy Buzek e l’italiano Mario Mauro.
In assenza di un accordo, il Ppe sceglierà un nome con un voto interno nella riunione di gruppo prevista ad Atene il 29 giugno. Buzek fa pesare la sua provenienza, visto che la Polonia è uno dei nuovi partner dell’Ue, e il fatto di essere protestante, elemento spendibile per conquistare un più ampio consenso dell’aula che dovrà poi votare il gradimento. Mauro è alla terza legislatura a Strasburgo, è già stato vicepresidente dell’Europarlamento, ha un record di presenze e produttività, oltre a essere più giovane (a luglio Buzek compirà 70 anni, Mauro 48). Soprattutto, l’Italia è l’unico grande paese fondatore senza la presidenza dal 1979. E ha avuto un’affluenza del 67 per cento di elettori contro appena il 24,5 della Polonia.
I popolari dovranno decidere il futuro asse politico, scegliendo se seguire la consuetudine di dividere i cinque anni di presidenza con il secondo maggiore gruppo, cioè una staffetta con il candidato socialista Martin Schulz, o appoggiare un tandem con i liberali di Graham Watson, come avvenne già nel 1999 fra Nicole Fontaine e Patrick Cox. E questo anche in ragione delle priorità di questa legislatura che vedono al primo posto i temi economici, come pure la strategica questione ambientale, con l’accordo post Kyoto.
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Anche nella prossima legislatura gli eurodeputati fannulloni saranno salvi, almeno a metà. È quanto paventa il radicale (eurodeputato uscente) Marco Cappato.
Oggi il computo delle presenze viene fatto solo sui dati delle sessioni plenarie a Strasburgo (una al mese) disponibili presso l’ufficio registro del Parlamento europeo.
Non vengono invece conteggiate le presenze nelle commissioni, che si riuniscono praticamente ogni settimana a Bruxelles e sono altrettanto importanti ai fini del lavoro parlamentare.
La proposta di mettere su internet tutti i documenti degli eurodeputati e le relative presenze (relatore lo stesso Cappato), pur raccogliendo il consenso della stragrande maggioranza dell’aula, è slittata. Di fronte al dissenso di alcuni, il bureau del Parlamento europeo ha preso atto e ha rinviato la questione.
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Si è chiusa mercoledì 29 aprile, alle ore 20, la corsa per la presentazione delle liste dei candidati che si presenteranno per le elezioni europee in programma il 6 e il 7 giugno. Cinque le circoscrizioni, tanti i candidati anche se chi si aspettava novità significative è rimasto deluso; nessuna sorpresa rilevante nelle liste.
ITALIA NORD OCCIDENTALE - Sono in tutto 20 le liste presentate alla corte d’appello di Milano. Ultima in ordine di tempo è arrivata la lista del Pdl dove figurano ai primi due posti Silvio Berlusconi e il ministro della Difesa, Ignazio La Russa. Dopo di loro figurano gli altri candidati in ordine alfabetico con in testa l’ex sindaco di Milano, Gabriele Albertini, e la presidente della commissione cultura della Camera, Valentina Aprea, e in coda Iva Zanicchi. Il primo ad arrivare questa mattina è stato Marco Ferrando per il Partito Comunista dei Lavoratori, seguito dai Liberaldemocratici che hanno messo in lista fra gli altri Daniela Melchiorre e Piera Levi Montalcini. L’Udc è arrivata con un lista dove spiccano i nomi di Magdi Cristiano Allam e del principe Emanuele Filiberto di Savoia. Sinistra e Libertà, invece, ha scelto come capilista due eurodeputate uscenti: Monica Frassoni e Pia Locatelli. Ma può contare anche sulla candidatura dell’attore e comico Bebo Storti. Forza Nuova ha candidato Mario Sossi, il magistrato rapito dalle Br nel 1973 e liberato l’anno dopo.
ITALIA NORD ORIENTALE - Sono 18 le liste di candidati per la circoscrizione del nord est. Consegnate, tra le altre, le liste del Partito democratico, della Lega nord, dell’Italia dei Valori lista Di Pietro, di Rifondazione e Comunisti italiani, del Movimento sociale fiamma tricolore, della Lista Emma Bonino e Marco Pannella, della Sudtiroler Volkspartei e del Parlamentare indipendente (nome unico) Lamberto Roberti. Ultimi ad essere depositati i 13 nomi dei candidati del Pdl: dopo Silvio Berlusconi, ci sono l’avvocato bellunese Maurizio Paniz, noto per aver difeso Elvo Zornitta nell’inchiesta Unabomber, e la riconfermata Elisabetta Gardini. Per l’Udc anche Antonio Guadagnin, l’amministratore veneto a capo del movimento dei sindaci che chiede per i Comuni il 20% dell’Irpef. A sorpresa, al quinto posto della lista della lista “L’Autonomia” (Mpa di Lombardo, la Destra, Alleanza di Centro) figura il comandante del Ris di Parma dei carabinieri, Luciano Garofano.
ITALIA CENTRALE - Sono 13 le liste presentate per la consultazione: sono Popolo della Libertà, Partito Democratico, Italia dei Valori, Rifondazione Comunista, Liberaldemocratici, Partito Comunista dei Lavoratori, Lega Nord, Udc, Lista Emma Bonino-Marco Pannella, Forza Nuova, L’Autonomia (Mpa-Pensionati-La Destra-Alleanza di Centro), Sinistra e Libertà e Movimento Sociale Italiano-Fiamma Tricolore. Capolista del Pdl è Silvio Berlusconi, Barbara Mannucci, 27 anni, la più giovane candidata della lista. L’Italia dei Valori candida Carlo Rossetti, ex presidente dell’associazione per i disabili Aisa. La giornalista del Manifesto Giuliana Sgrena, l’astrofisico e astronauta Umberto Guidoni, europarlamentare uscente, e il vignettista Sergio Staino sono alcuni dei candidati per la lista Sinistra e Libertà con l’europarlamentare uscente Alessandro Battilocchio, “il più giovane italiano al Parlamento Europeo” e il dirigente scolastico Simonetta Salacone, della scuola romana Iqbal Masih, capofila delle proteste contro la riforma Gelmini.
ITALIA MERIDIONALE - 17 le liste presentate alla Corte d’Appello di Napoli per la circoscrizione sud. Sono Partito comunista dei Lavoratori; Italia dei Valori; Liberal democratici con Melchiorre; Rifondazione e Comunisti Italiani; Destra Sociale- Fiamma Tricolore; Autonomisti; Udc di Casini; Lega Nord; Partito Democratico; Lista Pannella; Lamberto Roberti, parlamentare indipendente; Forza Nuova; L’autonomia con Adc, La Destra ed Mpa; Socialisti uniti per l’Europa; Popolo della Libertà; Nuovo Psi. Il Pdl è stato tra gli ultimi a consegnare la lista alle 19.30; nella lista, con Silvio Berlusconi numero uno, ci sono Salvatore Tatarella, Franco Malvano, Clemente Mastella e Barbara Matera. Per l’Udc si candidano Ciriaco De Mita e Angelo Sanza, per la Lega Nord Umberto Bossi e Francesco Speroni, per il Partito Democratico Paolo De Castro e la giornalista Rosaria Capacchione, per la Lista Pannella Aldo Loris Rossi e Marco Pannella. In lista per Autonomia Mpa Francesco Pionati e Francesco Storace. Nell’elenco di Sinistra e Libertà i primi due candidati sono Nichi Vendola e Marco Di Lello.
ITALIA ISOLE - Sono in tutto 14 le liste presentate per la circoscrizione Italia insulare. Il sindaco di Salemi Vittorio Sgarbi è candidato con il Movimento per l’Autonomia di Raffaele Lombardo, mentre per Sinistra e Libertà in lista sono Nichi Vendola, presidente Regione Puglia, e Claudio Fava, europarlamentare uscente, segretario nazionale di Sinistra Democratica.

Sono pagati meglio dei loro colleghi a Strasburgo ma disertano gli scranni, non conoscono le lingue, sono incapaci di fare lobby e, appena possono, tornano a casa.
È questa la fotografia dei nostri eurodeputati scattata dal giornalista Alessandro Caprettini e raccontata in un libro edito dalla Piemme (in libreria dal 5 maggio). Titolo: L’eurocasta italiana. Sottotitolo: Assenteisti, inefficienti, trasformisti, inaffidabili, eppure sono i più pagati di tutti. Ecco perché l’Europa non si fida di molti politici italiani.
Un ritratto non edificante che descrive i “mali” degli europarlamentari, molti dei quali purtroppo ampiamente noti e più volte denunciati. A cominciare dal malcostume di fare la “cresta” sui rimborsi dei biglietti aerei. Approfittando del sistema in uso al Parlamento europeo, che prevedeva un forfait calcolato in base alla distanza e alle più alte tariffe praticate dalle compagnie, per anni gli eurodeputati hanno viaggiato in economy incassando però una cifra più alta (quella spettante per la business class). Pratica ormai superata dalle nuove regole, che stabiliscono il rimborso a piè di lista, cioè dietro presentazione della ricevuta del biglietto di viaggio.
Ma il trucchetto, secondo i calcoli di Caprettini, ha fruttato alle tasche dei parlamentari fino a 14 mila euro l’anno. O anche di più nel caso di chi ha viaggiato con le compagnie lowcost da scali secondari, affrontando qualche scomodità a fronte di maggiori risparmi, poi tradotti in guadagni.
La seconda nota dolente riguarda i tanto vituperati stipendi. Gli eurodeputati italiani sono i più pagati dell’Unione. Un privilegio che deriva dalla situazione nazionale, dato che finora i paesi Ue fornivano agli eurodeputati lo stesso trattamento dei rispettivi parlamentari nazionali. Anche in questo caso la pacchia è finita: il nuovo statuto parlamentare prevede dalla legislatura che inizierà a luglio un trattamento economico uguale per tutti (se non si farà ricorso al regime transitorio, possibile ancora per due mandati).
A fronte di questo, la presenza degli italiani a Strasburgo e Bruxelles lascia molto a desiderare. E così anche l’efficacia della loro azione politica e il peso della pattuglia tricolore. Secondo quanto ricostruito da Caprettini, una prima analisi della legislatura 2001-2004 (prima dell’allargamento dell’Unione a est) relegava gli italiani in fondo alla classifica dei 15 paesi Ue con appena il 68,64 per cento di presenze. Un secondo esame della legislatura ancora in corso rivela che le cose non sono cambiate granché. Se in passato l’Italia ha contato al Parlamento europeo, ora è in affanno. “Da 30 anni non si ottiene più la presidenza, ma nemmeno si parla di un italiano come possibile candidato, se si esclude l’ipotesi che riguardava l’ex sindaco di Bologna Renzo Imbeni”.
Il cahier des doléances non finisce qui. “I nostri eletti fanno ben poco per imparare una lingua straniera” lamenta Caprettini. “E sono quindi in somma difficoltà non solo in aula o nei lavori in commissione ma anche di fronte a giornalisti stranieri e ai lobbisti, sempre presenti in gran numero”.
Non va meglio sul fronte della fedeltà politica. Gli italiani, mantenendo forse abitudini prese nel Parlamento italiano, sono inclini a cambiare casacca. La transumanza registra svariati casi di politici eletti con uno schieramento e poi passati a un altro, una volta a Strasburgo. Senza contare quella che l’autore evoca come la “sindrome Malfatti”: non appena si presenta l’occasione, gli europarlamentari abbandonano le istituzioni Ue, come fece Franco Maria Malfatti, scelto nel 1970 come presidente della Commissione delle Comunità economiche europee, che lasciò dopo neppure due anni di mandato in vista delle elezioni politiche del maggio 1972.
Attualissima, vista l’imminenza delle europee di giugno e le liste alle quali si lavora in questi giorni, la parte dedicata alla selezione dei candidati da mandare a Strasburgo. “C’è un altro dato che può spiegare lo scarso apprezzamento: la poca familiarità con l’istituzione europea”. Nell’ultimo voto del 2004, per esempio, oltre ai soliti politici più o meno di professione l’Italia ha privilegiato atleti, cantanti e personaggi televisivi, mentre negli altri paesi dominavano cattedratici ed esperti.
“Nella Penisola invocavano la preferenza, a sinistra, l’anchorwoman del Tg1 Lilli Gruber e con lei Michele Santoro e il disegnatore Vauro. A destra si replicava con Iva Zanicchi, Marcella Bella, Alessandro Cecchi Paone, Solvi Stubing, nota per essere la protagonista dello spot “Chiamami Peroni”, l’ex fondista azzurra Manuela Di Centa e persino l’attrice Clarissa Burt… Da noi la caccia alla preferenza punta a imbarcare veline e calciatori”. Caprettini continua: “Se a Bruxelles e a Strasburgo porti soubrette, politici bolliti o capetti di bande corporative, è logico che si finisca tagliati fuori dai giochi”.
Vanno ricordati naturalmente gli eurodeputati corretti. Un esempio: nella penultima legislatura Franz Turchi (eletto con Alleanza nazionale nel gruppo Uen) fu nominato vicepresidente alla commissione Bilancio, svolgendo un buon lavoro. Ma, come ricorda lo stesso eurodeputato, nella più completa indifferenza dell’Italia. “Dovevo quasi supplicare 20 righe ai direttori dei giornali per far uscire la notizia che avevamo ottenuto importanti finanziamenti. E quando a Roma passavo alla Camera o al Senato, un sacco di amici mi chiedevano cosa mai si discutesse da noi in commissione, concludendo con un inevitabile: ma che ce vai a fa’?”.
I NUMERI
Busta paga e rimborsi dell’eurodeputato (tratti dal libro).
140.436 euro l’anno, pari a 11.703 euro al mese, è l’indennità annua di base degli eurodeputati italiani (cifre lorde).
287 euro al giorno, forfettari, di presenza alle sedute di aula o in commissione.
15.496 euro al mese per reclutare uno o più assistenti parlamentari.
4.052 euro al mese di spese generali (segreteria e gestione di ufficio).
8.153 euro mensili lordi percepiscono ogni mese gli austriaci, al secondo posto in classifica dopo gli italiani.
7.339 euro mensili prendono i tedeschi, al terzo posto. Ancora meno guadagnano i francesi (6.952 euro), gli inglesi (6.336) e gli spagnoli (3.126).