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Sono pagati meglio dei loro colleghi a Strasburgo ma disertano gli scranni, non conoscono le lingue, sono incapaci di fare lobby e, appena possono, tornano a casa.
È questa la fotografia dei nostri eurodeputati scattata dal giornalista Alessandro Caprettini e raccontata in un libro edito dalla Piemme (in libreria dal 5 maggio). Titolo: L’eurocasta italiana. Sottotitolo: Assenteisti, inefficienti, trasformisti, inaffidabili, eppure sono i più pagati di tutti. Ecco perché l’Europa non si fida di molti politici italiani.
Un ritratto non edificante che descrive i “mali” degli europarlamentari, molti dei quali purtroppo ampiamente noti e più volte denunciati. A cominciare dal malcostume di fare la “cresta” sui rimborsi dei biglietti aerei. Approfittando del sistema in uso al Parlamento europeo, che prevedeva un forfait calcolato in base alla distanza e alle più alte tariffe praticate dalle compagnie, per anni gli eurodeputati hanno viaggiato in economy incassando però una cifra più alta (quella spettante per la business class). Pratica ormai superata dalle nuove regole, che stabiliscono il rimborso a piè di lista, cioè dietro presentazione della ricevuta del biglietto di viaggio.
Ma il trucchetto, secondo i calcoli di Caprettini, ha fruttato alle tasche dei parlamentari fino a 14 mila euro l’anno. O anche di più nel caso di chi ha viaggiato con le compagnie lowcost da scali secondari, affrontando qualche scomodità a fronte di maggiori risparmi, poi tradotti in guadagni.
La seconda nota dolente riguarda i tanto vituperati stipendi. Gli eurodeputati italiani sono i più pagati dell’Unione. Un privilegio che deriva dalla situazione nazionale, dato che finora i paesi Ue fornivano agli eurodeputati lo stesso trattamento dei rispettivi parlamentari nazionali. Anche in questo caso la pacchia è finita: il nuovo statuto parlamentare prevede dalla legislatura che inizierà a luglio un trattamento economico uguale per tutti (se non si farà ricorso al regime transitorio, possibile ancora per due mandati).
A fronte di questo, la presenza degli italiani a Strasburgo e Bruxelles lascia molto a desiderare. E così anche l’efficacia della loro azione politica e il peso della pattuglia tricolore. Secondo quanto ricostruito da Caprettini, una prima analisi della legislatura 2001-2004 (prima dell’allargamento dell’Unione a est) relegava gli italiani in fondo alla classifica dei 15 paesi Ue con appena il 68,64 per cento di presenze. Un secondo esame della legislatura ancora in corso rivela che le cose non sono cambiate granché. Se in passato l’Italia ha contato al Parlamento europeo, ora è in affanno. “Da 30 anni non si ottiene più la presidenza, ma nemmeno si parla di un italiano come possibile candidato, se si esclude l’ipotesi che riguardava l’ex sindaco di Bologna Renzo Imbeni”.
Il cahier des doléances non finisce qui. “I nostri eletti fanno ben poco per imparare una lingua straniera” lamenta Caprettini. “E sono quindi in somma difficoltà non solo in aula o nei lavori in commissione ma anche di fronte a giornalisti stranieri e ai lobbisti, sempre presenti in gran numero”.
Non va meglio sul fronte della fedeltà politica. Gli italiani, mantenendo forse abitudini prese nel Parlamento italiano, sono inclini a cambiare casacca. La transumanza registra svariati casi di politici eletti con uno schieramento e poi passati a un altro, una volta a Strasburgo. Senza contare quella che l’autore evoca come la “sindrome Malfatti”: non appena si presenta l’occasione, gli europarlamentari abbandonano le istituzioni Ue, come fece Franco Maria Malfatti, scelto nel 1970 come presidente della Commissione delle Comunità economiche europee, che lasciò dopo neppure due anni di mandato in vista delle elezioni politiche del maggio 1972.
Attualissima, vista l’imminenza delle europee di giugno e le liste alle quali si lavora in questi giorni, la parte dedicata alla selezione dei candidati da mandare a Strasburgo. “C’è un altro dato che può spiegare lo scarso apprezzamento: la poca familiarità con l’istituzione europea”. Nell’ultimo voto del 2004, per esempio, oltre ai soliti politici più o meno di professione l’Italia ha privilegiato atleti, cantanti e personaggi televisivi, mentre negli altri paesi dominavano cattedratici ed esperti.
“Nella Penisola invocavano la preferenza, a sinistra, l’anchorwoman del Tg1 Lilli Gruber e con lei Michele Santoro e il disegnatore Vauro. A destra si replicava con Iva Zanicchi, Marcella Bella, Alessandro Cecchi Paone, Solvi Stubing, nota per essere la protagonista dello spot “Chiamami Peroni”, l’ex fondista azzurra Manuela Di Centa e persino l’attrice Clarissa Burt… Da noi la caccia alla preferenza punta a imbarcare veline e calciatori”. Caprettini continua: “Se a Bruxelles e a Strasburgo porti soubrette, politici bolliti o capetti di bande corporative, è logico che si finisca tagliati fuori dai giochi”.
Vanno ricordati naturalmente gli eurodeputati corretti. Un esempio: nella penultima legislatura Franz Turchi (eletto con Alleanza nazionale nel gruppo Uen) fu nominato vicepresidente alla commissione Bilancio, svolgendo un buon lavoro. Ma, come ricorda lo stesso eurodeputato, nella più completa indifferenza dell’Italia. “Dovevo quasi supplicare 20 righe ai direttori dei giornali per far uscire la notizia che avevamo ottenuto importanti finanziamenti. E quando a Roma passavo alla Camera o al Senato, un sacco di amici mi chiedevano cosa mai si discutesse da noi in commissione, concludendo con un inevitabile: ma che ce vai a fa’?”.
I NUMERI
Busta paga e rimborsi dell’eurodeputato (tratti dal libro).
140.436 euro l’anno, pari a 11.703 euro al mese, è l’indennità annua di base degli eurodeputati italiani (cifre lorde).
287 euro al giorno, forfettari, di presenza alle sedute di aula o in commissione.
15.496 euro al mese per reclutare uno o più assistenti parlamentari.
4.052 euro al mese di spese generali (segreteria e gestione di ufficio).
8.153 euro mensili lordi percepiscono ogni mese gli austriaci, al secondo posto in classifica dopo gli italiani.
7.339 euro mensili prendono i tedeschi, al terzo posto. Ancora meno guadagnano i francesi (6.952 euro), gli inglesi (6.336) e gli spagnoli (3.126).
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Chi tocca la casta si brucia. Anche se si tratta dello scalino più basso degli eletti della politica, quello delle circoscrizioni, tema di un’inchiesta sul numero 13 di Panorama, titolo “Una casta piccola piccola”.
L’articolo si è occupato anche di Reggio Calabria, dove ci sono ben 315 consiglieri per 15 quartieri. “Non hanno nessun compito e uno stipendio spropositato” ha raccontato Michele Marcianò, capogruppo di FI in consiglio comunale e titolare della delega al decentramento. “Dietro di loro c’è sempre un referente politico di primo piano: li usano come galoppini elettorali e poi li ricompensano con una poltrona comoda e discretamente retribuita”. Dichiarazioni che hanno scatenato ira.
Riunitosi d’urgenza, il cooordinamento dei presidenti di circoscrizione ha firmato un documento per chiedere le dimissioni di Marcianò dal partito e la revoca dei suoi incarichi. “Mi hanno bersagliato solo per avere detto la verità” racconta il consigliere comunale, che ora annuncia la remissione delle deleghe.
A guidare la rivolta dei capi rione, Antonio Eroi, presidente della V circoscrizione, e Giuseppe Eraclini, a capo della VI. Poltrone remunerate: poco meno di 2 mila euro al mese. A cui i due aggiungono i gettoni di presenza di consigliere provinciale, carica a cui sono stati eletti nel 2006. Piccole (e permalose) caste crescono.
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A Messina gli ingegnosissimi consiglieri di una circoscrizione a nord della città hanno escogitato la “seduta notturna”. Oberati da ordini del giorno impellenti e votazioni improcrastinabili, gli indefessi si ritrovano sempre più spesso poco prima delle 23.30. Frementi, cominciano a dipanare questioni da cui dipendono vita e morte del quartiere, come i sopralluoghi per verificare eventuali discariche abusive. Incursioni lampo, che durano poco più di una mezz’ora. Nottambuli travolti dagli impegni civici? No, solo scaltri: intascano due gettoni di presenza e possono assentarsi dal lavoro per due giorni. Una doppia beffa per le già malconce casse comunali che pagano gli “impegni istituzionali” del devoto servitore e rimborsano pure il datore.
Un caso limite? Mica tanto: in molte città d’Italia le circoscrizioni sono diventate un meccanismo che alimenta piccoli ma pervicaci potentati. Sono obbligatorie solo nei comuni con oltre 250 mila abitanti, però moltissimi capoluoghi di provincia non riescono a farne a meno. Creando situazioni paradossali. A Gorizia ci sono 10 zone, una più di Milano, e 132 consiglieri, tre meno che a Bari. Beati quindi i 36.110 cittadini della città friulana: possono contare su un eletto ogni 273 abitanti, praticamente un amministratore di condominio. Altrove non va meglio: a Perugia ci sono 13 assemblee e 208 rappresentanti. A Reggio Calabria le 15 circoscrizioni danno sostentamento a 315 persone. E in Italia complessivamente sono più di 10 mila quelli a cui viene pagata un’indennità per l’impegno profuso nel risollevare le sorti dei rioni. Un esercito indolente e disarmato, che costa almeno 120 milioni di euro soltanto di retribuzioni. Per questo Mario Valducci, deputato di Forza Italia, ha presentato una proposta per mantenere in vita solo quelle nelle 14 aree metropolitane. Programma che incontra resistenze tenaci e trasversali.
Costano tanto le circoscrizioni? Dipende: al Nord normalmente vengono date ricompense simboliche, con l’eccezione di Trento e Rovereto. Nelle città meridionali, invece, spese strabilianti e retribuzioni cospicue generano meccanismi ai limiti della legalità.
Ma il punto è soprattutto un altro: sono utili? “Nella maggior parte dei casi non fanno nulla” sostiene l’ex senatore della Sinistra democratica Massimo Villone, costituzionalista e coautore del libro Il costo della democrazia. “È solo il primo passo del professionismo politico. Sono organismi svuotati di potere ma costosissimi”.
A Napoli ci sono dieci municipalità, altrettanti presidenti, 300 eletti e perfino 30 assessori. Sulla carta trottano tutti: in media due consigli, tre riunioni di giunta, nove commissioni e una conferenza di capigruppo a settimana. Ferie estive e natalizie comprese. Attivismo che permette di scansare ogni incombenza lavorativa. Per fare cosa, in cambio? Poco o niente, secondo Norberto Gallo, consigliere della V municipalità di Napoli, quella del Vomero. “Appena insediati abbiamo scoperto che le scuole le gestisce la provincia, la cartellonistica è in appalto a una società privata, lo stadio è della regione, di strade si occupa il comune. A noi restano praticamente solo i vicoli ciechi”.
In teoria il lavoro è frenetico: “Ma tutto è organizzato per ottenere il rimborso massimo” spiega Gallo. Nel 2007, l’ultimo dato disponibile, il comune ha pagato 5.669 gettoni di presenza ai 30 consiglieri del Vomero. Ognuno costa 54,10 euro: in totale sono 307 mila euro l’anno. Considerato che le municipalità sono dieci, il costo arriva a 3 milioni.
Ma a Napoli, e in molte altre città del Sud, lo spreco è ben più sostanzioso. Tutti i prodi hanno diritto al rimborso delle giornate lavorative, perlomeno quando risultano oberati da sedute e commissioni. Cioè sempre. Morale: nella V circoscrizione in un anno sono state rimborsate 6.231 ore di assenza dall’impiego. Vale a dire più di 600 mila euro. Anche qui i costi vanno moltiplicati per dieci. Così il conto del sistema napoletano arriva, per difetto, a 10 milioni di euro.
In alcuni casi, ritiene Gallo, i consiglieri vanno oltre lo sfruttamento parassitario del meccanismo. “Molti colleghi sarebbero stati assunti da imprese compiacenti poco dopo l’elezione e non sono mai andati in ufficio. La magistratura aveva aperto un’inchiesta, ipotizzando la divisione dei rimborsi del comune fra loro e il datore”.
Sprechi e illeciti quasi istituzionalizzati, reiterati e apparentemente irrimediabili. “Non c’è alcun controllo. Ognuno può fare quello che vuole” lamenta Ferdinando Pinto, che insegna diritto degli enti locali alla Federico II di Napoli. “L’indennizzo della giornata lavorativa è aberrante, ha prodotto uno stuolo di fannulloni. E di aspiranti tali: il più grande concorso pubblico fatto a Napoli sono state le elezioni nelle municipalità”.
A Messina le cose non vanno diversamente. Il comune l’anno scorso ha pagato 1,6 milioni di euro di rimborsi. “Si dovrebbe indagare su un meccanismo che ormai sarebbe frequente: il neoeletto viene assunto da una cooperativa” spiega Alessandro Russo, 30 anni, presidente della V circoscrizione. “Firma la presenza alle sedute, poi va a lavorare. A fine mese l’amministrazione paga gli oneri previdenziali per la sua assenza. Lui ha il gettone. E l’azienda gli oneri previdenziali, che poi decide se dividere con il consigliere. Un gioco delle tre carte fatto in maniera lampante, che conviene a tutti. Tranne che ai contribuenti”.
In Sicilia le circoscrizioni negli ultimi dieci anni si sono trasformate in stipendifici: luoghi dorati dove siedono capibastone di ogni schieramento. “Sono quelli che devono controllare il territorio. Portano il verbo dei vari potentati locali e assicurano che funzioni la macchina del consenso” sostiene Russo. Anche qui le incombenze sarebbero sterminate.
Il Comune di Messina nel “Regolamento per il decentramento” dell’ottobre 2005 permette ai quartieri di intervenire su tutto: verde, manutenzioni, sport, spettacolo, piccole opere, servizi sociali. E nel 2008 ha passato alle circoscrizioni 110 mila euro. Somma considerevole, soprattutto per un comune prossimo al dissesto finanziario. Ogni euro però è stato destinato ad “attività e manifestazioni ricreative e aggregative, culturali e di socializzazione del territorio”. Tutti soldi finiti ad associazioni ricreative o culturali più o meno vicine ai vari referenti politici. Per farne cosa? Saggi di danza, sagre della salsiccia, emolumenti per la banda musicale della parrocchia e panettoni alle famiglie a Natale. Consegnati personalmente dagli amministratori rionali, ovvio.
E le attività istituzionali? Procedono, seppure un po’ a rilento. Come Penelope, capita di dover tessere e poi disfare. Due settimane fa un consiglio messinese si è riunito in fretta e furia per l’intitolazione di una via. Alla fine tutti d’accordo, chinati sui fogli a firmare la delibera. Peccato che la strada in questione fosse “area di cantiere” e quindi non intitolabile. Due sedute e quattro ore di discussione sul nulla.
Lo stesso consiglio, qualche tempo prima, aveva ingaggiato una disputa su un cassonetto: va spostato di 30 metri? Segue dibattito: due ore di sudori freddi, mozioni e repliche. Ma si fatica anche sul campo. C’è una piccola buca in una strada? Gli amministratori partono in missione. Si dispongono attorno al pertugio e lo fissano per sei ore. E il giorno dopo si chiudono in aula per altre quattro, per discutere sul modo migliore per segnalare al comune di intervenire.
Ovviamente a pagare sono i cittadini: ogni gettone di presenza costa. E pure salato: 60 euro a consigliere, 20 volte quanto veniva elargito solo otto anni fa. Un presidente può arrivare a guadagnare 1.805 euro al mese, un consigliere la metà. L’unica, rigidissima, prescrizione è che ci si ritrovi almeno una volta ogni 30 giorni.
Del resto la Regione Siciliana alle circoscrizioni è sempre più riconoscente. Il 16 dicembre 2008 ha approvato una legge dal titolo promettente: “Misure di contenimento della spesa pubblica sullo status dei componenti delle giunte esecutive degli enti locali”. Ma ai propositi è seguita un’applicazione sbalorditiva. Consiglieri e presidenti di Palermo, Messina e Catania si sono visti praticamente raddoppiare lo stipendio. A dire il vero, nella pratica si è distinta pure una regione del lembo opposto: il Trentino-Alto Adige. Anche qui una legge regionale ha moltiplicato per due i compensi. A
Trento, dove ci sono 12 circoscrizioni e 195 consiglieri, il costo complessivo dei gettoni è salito a 1,5 milioni di euro. A Rovereto, che ha 37 mila abitanti e sette quartieri, a 800 mila euro.
Un premio giustificato dall’aumento di beghe rionali da risolvere? Macché, tutto è rimasto uguale. Come a Palermo, dove nulla è cambiato. “Facciamo perlopiù da passacarte. Abbiamo compiti solo propositivi” sintetizza Marco Frasca Polara, capogruppo del Pd dell’VIII circoscrizione. “Chiediamo di potare un albero, di invertire un senso di marcia, di sostituire una lampada fulminata o dei pali della luce. È avvilente. E la cosa peggiore è che a tutti va bene così: il consiglio comunale è il primo a non volere delegare niente, temendo di perdere potere”.
Pure Palermo largheggia negli sperperi: fino a qualche mese fa tutti i presidenti avevano diritto all’auto blu, oggi invece si devono accontentare di uno stuolo di segretarie, del cellulare di servizio e di poter viaggiare nelle corsie preferenziali. Solo i capi rione l’anno scorso sono costati al comune 169 mila euro. Un’indennità in cambio della quale, anche loro, hanno l’insostenibile onere di convocare almeno una seduta al mese.
Non va male nemmeno ai presidenti delle circoscrizioni di Reggio Calabria: guadagnano poco meno di 2 mila euro al mese, indipendentemente dalla loro attività. Qui davvero non si lesina. La città ha 185 mila abitanti e 15 quartieri. Gli eletti sono 315. Strapuntini ambitissimi: nel 2007, alle ultimi elezioni, si sono presentati in 3.400. In palio c’erano 600 euro al mese e pochi pensieri.
“Non hanno nessun compito e uno stipendio spropositato” ammette Michele Marcianò, di Forza Italia, il consigliere comunale delegato al decentramento. “In più sono tanti, e ogni tentativo di ridurne il numero incontra resistenze inaudite. Dietro di loro c’è sempre un referente politico di primo piano: li usano come galoppini elettorali e poi li ricompensano con una poltrona comoda e discretamente retribuita”.
Anche nella città dello Stretto è previsto che il comune paghi le imprese pubbliche e private in cui lavorano consiglieri e presidenti alle prese con un tourbillon di sedute e commissioni. L’anno scorso l’amministrazione ha liquidato decine di migliaia di euro alle Ferrovie dello Stato, a banche, ad aziende sanitarie, ai policlinici, all’Enel e all’Unione coltivatori italiani.
In cambio di cosa? Di disquisizioni sul nulla, nella maggior parte dei casi. Altre volte gli eletti del rione si risparmiano pure quelle. Lo scorso novembre la procura di Reggio Calabria ha rinviato a giudizio 17 persone, accusate di aver trescato per percepire illegalmente i gettoni di presenza nella zona di Ortì, nella periferia della città. I reati contestati sono eloquenti: “falsificazione dei verbali delle commissioni”, “contraffazione”, “false attestazioni”, occultamento”. I magistrati hanno scoperto consiglieri con il dono dell’ubiquità: capaci di partecipare contemporaneamente a diverse commissioni. Riunioni su riunioni, perfino ad agosto, per proporre, deliberare, richiedere. Non c’era tema su cui si astenessero.
Uno sforzo di fantasia che non risparmia alcun quartiere. Una circoscrizione si è vista costretta a convocare una seduta con la massima urgenza. Argomento indifferibile: acquisto di gomme e matite per la segreteria della medesima circoscrizione.
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E adesso che hanno preso forma anche i gruppi parlamentari, da martedì 6, a partire dalle 16, il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano inizierà le consultazioni per la formazione del nuovo governo. Lo riferisce una nota del Quirinale. Si comincia, come da prassi, con il presidente del Senato, Renato Schifani, e il presidente della Camera, Gianfranco Fini; seguiranno i rappresentanti dei gruppi parlamentari. Fino al pomeriggio di mercoledì 7 maggio, quando le consultazioni si concluderanno con i presidenti emeriti della Repubblica.
E nel pomeriggio di venerdì 9 maggio, secondo fonti qualificate, il nuovo governo potrebbe anche giurare davanti al capo dello Stato. È prevedibile, infatti, che Napolitano dia l’incarico a Silvio Berlusconi già la sera di mercoledì. Il premier incaricato avrà quindi ulteriori 48 ore per mettere a punto la sua squadra, presentandosi al Quirinale per sciogliere la riserva. Una volta sciolta, è previsto che il neopremier con i suoi ministri torni al Colle, per giurare e dunque avviare il governo della XVI legislatura.
Tornando al Parlamento, va registrato che saranno sei, a meno di deroghe che però non appaiono probabili, i gruppi parlamentari alla Camera dei deputati nella XVI legislatura: meno della metà del record di quattordici nella legislatura precedente.
A far la parte del leone, ovviamente, il gruppo del Pdl: avrà 275 deputati (presieduto dal ticket Fabrizio Cicchitto e Italo Bocchino), seguito da quello Pd che ne avrà 217. Il gruppo dei democrats di Veltroni (con Soro riconfermato alla guida) avrebbe potuto toccare quota 246 se i 29 deputati dell’Italia dei valori avessero deciso di non costituire un proprio gruppo. Il terzo gruppo alla Camera è quello della Lega con 60 deputati, seguito dai 35 dell’Udc e, appunto, dai 29 di Idv. Chiude la classifica il gruppo Misto, cui aderiscono i deputati dell’Mpa e delle Minoranze linguistiche.
Anche a Palazzo Madama è andato in scena il taglio dei gruppi parlamentari: sono quasi dimezzati, sei rispetto agli 11 della precedente legislatura: il “ciclone” elettorale del 13 aprile ha di fatto cancellato dalla geografia parlamentare i gruppi dei Verdi - Pdci, Prc, Sinistra democratica e Udc (mentre An è confluita nel Pdl con Forza Italia). Ora in Senato il gruppo più consistente è quello del Pdl con 147 senatori (guidato da Maurizio Gasparri, con Gaetano Quagliariello vice); Pd, con 118 senatori, capogruppo Anna Finocchiaro; Lega Nord, 25 con capogruppo Federico Bricolo; Idv, 14 con capogruppo Felice Belisario; a questi vanno aggiunti il Gruppo delle Autonomie e il gruppo Misto. Questi ultimi due gruppi sono ancora in via di definizione e non hanno ancora designato il proprio presidente.
Il gruppo delle Autonomie, peraltro, potrebbe anche non formarsi perché sulla carta ha 9 senatori rispetto ai 10 necessari per la sua formazione. Hanno dato l’assenso al gruppo delle Autonomie: i tre senatori dell’Udc Antonello Antinoro, Salvatore Cuffaro e Giampiero D’Elia; i quattro senatori altoatesini Manfred Pinzger, Helga Thaler, Oskar Peterlini e Claudio Molinari, il valdostano Antonio Fosson e il senatore a vita Emilio Colombo. Il decimo potrebbe essere il senatore a vita Giulio Andreotti che dovrebbe sciogliere la riserva in serata.
Per quanto riguarda il gruppo Misto, presente in tutte le legislature perche’ raggruppa quei senatori che non hanno aderito ad altri gruppi, i componenti dovrebbero essere otto: Giovanni Pistorio e Vincenzo Oliva della lista Movimento per l’Autonomia che è federato con il Pdl, la senatrice Mirella Giaia del Movimento Italiani nel Mondo (collegato al Pdl), eletta in Sudamerica e i senatori a vita Carlo Azeglio Ciampi, Oscar Luigi Scalfaro, Francesco Cossiga, Rita Levi Montalcini e Sergio Pininfarina. Il gruppo Misto torna ad essere, come è prassi, il gruppo più piccolo mentre nella precedente legislatura era salito da 23 a 31 senatori, diventando il quarto gruppo grazie all’aumento di senatori dissidenti della maggioranza che erano usciti dal gruppo dell’Ulivo quando era nato il Pd.
Il VIDEO servizio:
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L’avranno fatta tutti i partiti, per capire da dove sono entrati (e usciti) i voti degli elettori. Si chiama analisi dei flussi. E ci è cimentato anche il Censis, mettendo in luce come, all’ultima tornata elettorale, ci sia stata una consistente fuoriuscita di elettori dal centro sinistra, intercettata dalla coalizione del centro destra e anche dall’Udc.
La capacità del Centro Sinistra di attirare ex-votanti della coalizione opposta, così come la sua capacità di mobilitare elettori che nel 2006 non avevano espresso un voto, si legge nella nota riassuntiva dell’indagine, non è riuscita a compensare la fuga di consenso verso gli avversari, sia quelli tradizionali del centro-destra che in misura maggiore verso l’Udc, il cui elettorato maggioritariamente proviene dall’Unione, con tutta probabilità dall’area di Centro del Centro-sinistra.
In buona sostanza, secondo il Censis, “fatto 100 l’elettorato del 2008 di ciascuna coalizione, nel Centro sinistra oltre il 93% aveva già espresso il proprio consenso nel 2006, il 3% aveva votato per la Casa della libertà e lo 0,8% per l’Udc, mentre il 2,9% aveva votato scheda bianca o nulla o si era astenuto”. La coalizione di Centro-destra ha invece l’83,9% di elettori che gli hanno rinnovato il consenso, il 12,6% che aveva votato per la coalizione opposta, il 2,2% per l’Udc e l’1,1% si era astenuto o aveva votato scheda bianca o nulla. Infine, nell’elettorato dell’Udc solo il 18,3% rappresenta elettori che avevano dato il proprio consenso all’Udc nel 2006, il 24,7% proviene dalla Casa delle Libertà e ben il 57% dall’ex Unione.
I fatti più rilevanti, fa notare l’istituto di ricerca, riguardano il quasi raddoppio di consenso alla Lega Nord, l’aumento consistente dei consensi all’Italia dei Valori e la riduzione a meno di un terzo dell’elettorato della Sinistra Arcobaleno. L’attuale elettorato della Lega è composto per il 43,3% di persone che avevano votato per questo partito alle elezioni del 2006, mentre ben il 56,7% è fatto di elettori che avevano votato per altri soggetti. In particolare, il 27,5% aveva dato il suo consenso a due dei partiti componenti l’attuale Popolo delle Libertà (Forza Italia e Alleanza Nazionale), il 20,4% aveva dato il suo consenso a Ulivo + Rosa nel Pugno + i socialisti, mentre l’8,7% si era addirittura schierato con gli attuali componenti della Sinistra arcobaleno (e che gli elettori abbiano abbandonato il cartello Rifondazione Comunista, Comunisti italiani e Verdi per saltare sul Carroccio, lo avevano già testimoniato una trasmissione di Radio Popolare e un articolo di Panorama.it) ed un residuale 0,1% è arrivato da altri soggetti.
L’elettorato dell’Italia dei Valori è composto dal 29% di elettori che ha confermato il proprio consenso rispetto al 2006, del 37,3% che aveva votato per l’Ulivo, del 12,9% che aveva votato per uno dei partiti dell’attuale Sinistra Arcobaleno e da un residuale 4% che aveva votato per Forza Italia o Alleanza Nazionale. Riguardo a dove siano andati i voti della Sinistra Radicale, dai flussi emerge che, di coloro che nel 2006 avevano espresso il proprio consenso a Rifondazione Comunista, Comunisti Italiani e Verdi (e hanno espresso il voto nel 2008), oltre il 37% si sono accasati nel Partito Democratico, il 19,3% sono rimasti nella Sinistra Arcobaleno, ben il 16,2% si sono spostati verso il Popolo delle Libertà, il 5,6% ha scelto l’Italia dei Valori, il 3,9% la Lega Nord e poco meno del 18% hanno votato altri partiti, oppure scheda bianca/nulla. Una migrazione sparsa del consenso del 2006, con addirittura una quota superiore al 20% che è saltata nella coalizione di centro-destra.
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Alle 22 l’affluenza si è ridotta del 4% rispetto alle precedenti consultazioni: domenica ha votato il 62,54% degli elettori, nel 2006 era andato alle urne il 66,53% degli aventi diritto. I seggi riaprono oggi alle 7 e chiudono alle 15.
Ieri molti politici sono andati alle urne già in mattinata. Il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, accompagnato dalla moglie Clio, si è recato al seggio elettorale di via Panisperna qualche minuto prima delle undici, bruciando sul tempo candidati premier e leader politici. Il presidente è stato salutato dal caloroso applauso degli elettori in quel momento presenti al seggio. Intorno alle undici hanno raggiunto i rispettivi seggi elettorali alcuni dei principali protagonisti della campagna elettorale. Il candidato premier del Pd Walter Veltroni, accompagnato dalla moglie Flavia e dalle due figlie, si è messo ordinatamente in fila nel seggio vicino piazza Fiume dove qualche minuto dopo si è recato il leader di Alleanza nazionale Gianfranco Fini. Negli stessi minuti, a Curno, in provincia di Bergamo, si è presentato al seggio elettorale il ministro delle Infrastrutture e leader dell’Italia dei Valori Antonio Di Pietro. Deposta la scheda nelle urne, il ministro ha fatto uno strappo alla regola del silenzio per criticare l’elezione-referendum e polemizzare, senza mai citarlo, con il leader del Pdl Silvio Berlusconi. Vicino Bologna, a Casalecchio di Reno, ha votato intorno alle undici il candidato premier del Partito socialista Enrico Boselli.
Domenica a Milano è stata Daniela Santanché la prima candidata premier a recarsi alle urne. Visto l’imponente schieramento di fotografi che l’attendeva li ha salutati augurandosi che tanta attenzione le porti bene. “Sorriderò domani, oggi è soltanto la vigilia”, è stato il commento fin troppo allusivo sulle attese del voto.
Intorno a mezzogiorno è andato a votare il leader del Pdl Silvio Berlusconi. Stesso seggio di sempre, a poche centinaia di metri dall’appartamento dove abitava la madre. Nella scuola media Dante Alighieri che ospita il seggio, Berlusconi è stato salutato calorosamente da alcuni elettori che erano in fila. Non è mancato il grido “Silvio salvaci”, lanciato da una signora, e un “forza Milan”, incitamento senz’altro più neutro almeno sul piano politico. Le attenzioni sono state però tutte per un bambino di 3 anni, tenuto in braccio dalla mamma e già tifoso milanista.
Quasi nella stessa ora, a Roma, si è recato a votare il candidato premier dlel’Udc. Pier Ferdinando Casini, accampagnato dalla moglie Azzurra Caltagirone e da due figli, si è messo in fila nel seggio di via Lovanio. Casini ha rispettato scrupolosamente il silenzio elettorale. Si è concesso soltanto ai flash dei fotografi e ai saluti degli elettori. Il presidente del Consiglio uscente Romano Prodi e la moglie Flavia hanno votato intorno a mezzogiorno nel loro seggio di Bologna. Il ministro della Difesa Arturo Parisi ha votato nel seggio allestito alla scuola elementare San Giuseppe a Sassari. Al presidente della Regione Lombardia Roberto Formigoni, che ha votato a Milano, è scappato un commento nella forma di augurio: “Speriamo” ha detto “che non ci siano impedimenti, ostacoli, pasticci di nessun tipo”. Il ministro dell’Ambiente e leader dei Verdi Alfonso Pecoraro Scanio ha votato a Bari, nel seggio allestito in una scuola. Prima di entrare nella cabina il ministro ha consegnato al presidente il proprio cellulare dotato di fotocamera.
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Ha votato il 48,69% degli elettori: due anni fa l’affluenza, alla stessa ora, era il 52,16%. Le operazioni di voto per il rinnovo del Parlamento sono in corso regolarmente da questa mattina alle ore 8, e proseguiranno oggi fino alle ore 22. I seggi riapriranno domani alle 7 per chiudere alle 15.
Molti politici sono andati alle urne già in mattinata. Il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, accompagnato dalla moglie Clio, si è recato al seggio elettorale di via Panisperna qualche minuto prima delle undici, bruciando sul tempo candidati premier e leader politici. Il presidente è stato salutato dal caloroso applauso degli elettori in quel momento presenti al seggio. Intorno alle undici hanno raggiunto i rispettivi seggi elettorali alcuni dei principali protagonisti della campagna elettorale. Il candidato premier del Pd Walter Veltroni, accompagnato dalla moglie Flavia e dalle due figlie, si è messo ordinatamente in fila nel seggio vicino piazza Fiume dove qualche minuto dopo si è recato il leader di Alleanza nazionale Gianfranco Fini. Negli stessi minuti, a Curno, in provincia di Bergamo, si è presentato al seggio elettorale il ministro delle Infrastrutture e leader dell’Italia dei Valori Antonio Di Pietro. Deposta la scheda nelle urne, il ministro ha fatto uno strappo alla regola del silenzio per criticare l’elezione-referendum e polemizzare, senza mai citarlo, con il leader del Pdl Silvio Berlusconi. Vicino Bologna, a Casalecchio di Reno, ha votato intorno alle undici il candidato premier del Partito socialista Enrico Boselli.
A Milano è stata Daniela Santanché la prima candidata premier a recarsi alle urne. Visto l’imponente schieramento di fotografi che l’attendeva li ha salutati augurandosi che tanta attenzione le porti bene. “Sorriderò domani, oggi è soltanto la vigilia”, è stato il commento fin troppo allusivo sulle attese del voto.
Intorno a mezzogiorno è andato a votare il leader del Pdl Silvio Berlusconi. Stesso seggio di sempre, a poche centinaia di metri dall’appartamento dove abitava la madre. Nella scuola media Dante Alighieri che ospita il seggio, Berlusconi è stato salutato calorosamente da alcuni elettori che erano in fila. Non è mancato il grido “Silvio salvaci”, lanciato da una signora, e un “forza Milan”, incitamento senz’altro più neutro almeno sul piano politico. Le attenzioni sono state però tutte per un bambino di 3 anni, tenuto in braccio dalla mamma e già tifoso milanista.
Quasi nella stessa ora, a Roma, si è recato a votare il candidato premier dlel’Udc. Pier Ferdinando Casini, accampagnato dalla moglie Azzurra Caltagirone e da due figli, si è messo in fila nel seggio di via Lovanio. Casini ha rispettato scrupolosamente il silenzio elettorale. Si è concesso soltanto ai flash dei fotografi e ai saluti degli elettori. Il presidente del Consiglio uscente Romano Prodi e la moglie Flavia hanno votato intorno a mezzogiorno nel loro seggio di Bologna. Il ministro della Difesa Arturo Parisi ha votato nel seggio allestito alla scuola elementare San Giuseppe a Sassari. Al presidente della Regione Lombardia Roberto Formigoni, che ha votato a Milano, è scappato un commento nella forma di augurio: “Speriamo” ha detto “che non ci siano impedimenti, ostacoli, pasticci di nessun tipo”. Il ministro dell’Ambiente e leader dei Verdi Alfonso Pecoraro Scanio ha votato a Bari, nel seggio allestito in una scuola. Prima di entrare nella cabina il ministro ha consegnato al presidente il proprio cellulare dotato di fotocamera.

Affluenza in leggero calo rispetto alle precedenti consultazioni: per il Viminale alle dodici ha votato il 16,35% degli elettori, a differenza del 17,63% alla stessa ora nel 2006. Inoltre, per le provinciali l’affluenza è stata finora del 14,28% e per le comunali del 15,56%.
Stamattina a Roma tra gli applausi della folla sono arrivati al seggio il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e la moglie Clio. Il leader del Pdl Silvio Berlusconi è andato a votare poco dopo mezzogiorno, a un centinaio di metri dalla casa dove abitava la mamma, e dove quasi sempre si reca alle urne. È stato accolto da un lungo applauso: una donna ha anche gridato “Silvio salvaci” mentre un altro ha urlato “forza Milan”. A Roma, in mattinata, il candidato premier del Pd Walter Veltroni è arrivato al seggio accompagnato dalla moglie Flavia e dalle due figlie Martina e Vittoria. Nello stesso istituto scolastico romano è giunto, mezz’ora dopo Veltroni, il leader di Alleanza Nazionale Gianfranco Fini, ma è andato in un’altra sezione. Il candidato premier dell’Udc, Pierferdinando Casini, ha votato al quartiere Parioli, insieme alla moglie Azzurra Caltagirone, alla figlia Caterina e a Francesco, nato la settimana scorsa. A chi provava a fargli qualche domanda Casini ha risposto: “Non parlo di politica ai seggi perché rispetto le leggi”. Il candidato premier del Partito socialista Enrico Boselli è arrivato a Ceretolo di Casalecchio di Reno, alle porte di Bologna: nel seggio accanto al suo, casualmente, l’attrice Gloria Guida stava consegnando le preferenze elettorali. A Milano Daniela Santanchè, candidata premier per La Destra prima di entrare nella cabina elettorale ha scherzato con i fotografi.
Il candidato sindaco del Pd Francesco Rutelli è andato alle urne stamani a Roma accompagnato dalla moglie Barbara Palombelli e dalle due figlie, una delle quali ha votato per la prima volta. In via Giancarlo Bitossi, alla Balduina, ha votato Gianni Alemanno, candidato sindaco di Roma per il Pdl , in compagnia della moglie Isabella Rauti. A Catania i due rivali alla carica di presidente della Regione Sicilia sono andati entrambi alle urne, accompagnati dalle loro famiglie: per il centrosinistra Anna Finocchiaro, con il marito e dalle due figlie, e per il centrodestra Raffaele Lombardo con la moglie.
Le operazioni di voto per il rinnovo del Parlamento sono in corso regolarmente da questa mattina alle ore 8, e proseguiranno oggi fino alle ore 22. Si vota anche per l’elezione del presidente e di due assemblee regionali, in Sicilia e in Friuli-Venezia Giulia, di otto province, tra cui quella di Roma, e di 423 comuni, compreso il Campidoglio. I seggi riapriranno domani alle 7 per chiudere alle 15.