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Di Mariella Boerci
Nessun atto formale è stato ancora depositato. Ma non perché la celebre (ex) coppia si prepari a una ricomposizione dei rapporti, anzi. Andato in frantumi un matrimonio che è stato sicuramente d’amore (”Io le voglio ancora un bene dell’anima” ha dichiarato il premier a Porta a porta), i legali preparano una separazione essenzialmente d’interesse. Una partita che vale più o meno una decina di miliardi di euro, se si considerano le sole società. Proprietà immobiliari e liquidità sono infatti a parte. La cifra oversize dà anche la misura della battaglia legale che si preannuncia. Una battaglia che “dipende dalla volontà dei protagonisti ma, in gran parte, dagli avvocati a cui si sono rivolti. Che non devono gettare benzina sul fuoco” raccomanda Gian Ettore Gussani, presidente dell’Associazione matrimonialisti italiani.
In realtà, l’avvocato scelto da Veronica Lario per sancire il suo addio al marito è Maria Cristina Morelli, che nell’ambiente passa per una professionista che va sempre alla guerra, una dura, poco propensa alla mediazione (molti ricordano la brutta rottura con Laura Hoesch, matrimonialista di fama di cui è stata allieva e collaboratrice prima di aprire il suo studio).
La partita fra i coniugi Berlusconi è iniziata con un mossa di Veronica giudicata sbagliata: la sua allusione alla “minorenne” che il Cavaliere avrebbe frequentato. E malgrado l’avvocato Morelli assicuri che “il ciarpame” resterà fuori dalla porta del suo studio, né il premier né il suo entourage possono dichiararsi sereni. Tanto che proprio da lì sono filtrate voci di una possibile “querela per diffamazione”, peraltro nemmeno presa in considerazione, si dice, “dall’inquilino di Palazzo Chigi”, il quale si preoccupa, semmai, di “riportare al più presto la vicenda dentro le mura domestiche” per risparmiare “un disastro” ai figli. Unico punto sul quale concordano oggi i due coniugi.
Di certo, Veronica, per quanto “imprevedibile” e “amareggiata”, come raccontano le amiche, è attenta a non aggiungere altro dolore al dolore che, inevitabilmente, patiranno i figli.
“Qualunque sia la forma scelta dai coniugi Berlusconi per la separazione, Veronica si vedrà comunque garantita da un assegno di mantenimento correlato al tenore di vita coniugale e al patrimonio” afferma Federica Vuoli, matrimonialista che ha firmato la fine di molte unioni di noti imprenditori. E il patrimonio personale di Berlusconi constiste, secondo stime, di 752 milioni di euro in liquidità, oltre alle partecipazioni azionarie e alle proprietà immobiliari.
In più, da Veronica ai figli, tutti dispongono già di tesori personali più o meno cospicui (vedere il grafico qui sopra e lo schema nella pagina precedente).
Quanto all’eventualità dell’addebito, ricorda Vuoli, “non bastano comunque il sentito dire, la foto, o l’illazione di un giornale. Occorre il rigore supremo della prova. Il cui onere spetta, come si sa, al coniuge che ne fa richiesta”.
Alla fine di tutto, poi, non è detto che “l’infedeltà, anche se provata, venga sanzionata con l’addebito” ricorda Gussani. “Non accade, per esempio, nel caso in cui il tradimento risulti conseguenza di una crisi coniugale già in atto, come ha stabilito la Suprema corte di cassazione”. Il territorio è minato ed esporre in pubblico i panni sporchi è rischioso e non sempre porta vantaggi dal punto di vista processuale.
Diverso l’aspetto politico. Maretta Scoca, matrimonialista fra le più stimate del foro romano nonché ex sottosegretario alla Giustizia del governo D’Alema, auspica che “una privatissima querelle coniugale rimanga tale e non si trasformi in un grande processo pubblico a carico del presidente del Consiglio”.
La posta in palio è multiforme, si dice. Più di case o denaro, a Veronica, secondo le voci, starebbero a cuore gli assetti aziendali: i giovani Berlusconi crescono e lei vorrebbe per loro posti e funzioni di primo piano nelle società di famiglia, come già Marina (presidente della Fininvest e della Mondadori, casa editrice anche di Panorama) e Pier Silvio (vicepresidente della Mediaset). Ma, addebito o meno, i giudici della separazione non entreranno mai negli assetti societari: “Se non altro perché non c’è ancora un de cuius ma un padre vivo” continua Scoca. Mentre Vuoli rifiuta l’idea di un genitore che “divida i figli tra serie A e serie B”.
In questo caso, insomma, Veronica (che al momento della successione a divorzio avvenuto perderà la sua quota di legittima pari al 25 per cento del patrimonio) potrebbe ventilare l’addebito solo come deterrente per aumentare le garanzie a favore dei figli. “Non c’è legge, infatti, che possa imporre di far entrare in azienda i figli o dare loro determinate quote di controllo societario” sottolinea Gussani. “Sono scelte che dipendono dal padre titolare e non coinvolgono gli affetti”.

Un impero non solo televisivo
La mappa delle società di Silvio Berlusconi. Al centro, la Fininvest. A controllare tutto, una serie di holding in cui hanno quote anche i cinque figli.
Le mura a L’Aquila (Credits: timmenzies by Flickr)
I danni provocati dal terremoto in Abruzzo sono molto ingenti anche per il patrimonio culturale della regione e i primi sopralluoghi all’Aquila, hanno tra l’altro registrato il crollo della parte absidale della Basilica di S.Maria di Collemaggio, dal transetto sino al fondo della chiesa, della cupola di Giuseppe Valadier della chiesa delle Anime Sante, del campanile della chiesa di San Bernardino. Crollato parzialmente anche il transetto del Duomo e crollata Porta Napoli.
È il primo bilancio comunicato da Giuseppe Proietti, Segretario Generale del ministero per i Beni e le Attività Culturali, in contatto con i funzionari locali “ma solo via telefonino, perché la Direzione generale e le due Soprintendenze dell’Aquila non sono agibili”.
La fortezza spagnola che contiene il Museo Nazionale e gli uffici delle due soprintendenze ha avuto infatti ingenti crolli al terzo piano ed è pericolante anche il ponte d’ingresso, per cui vi è precluso l’accesso ed è presidiato. “Sono stati intanto già identificati i magazzini in cui mettere in sicurezza le opere danneggiate e quelle che sono in luoghi crollati o pericolanti”, annuncia Proietti, aggiungendo che si sta costituendo una squadra di supporto con personale proveniente da altre soprintendenze di altre regioni.
È crollato anche il cupolino della chiesa di Sant’Agostino, uno dei monumenti del barocco aquilano, finito sul palazzo della Prefettura che è andato completamente in rovina, luogo dove era custodito l’Archivio di Stato dell’Aquila.
“Naturalmente crolli diffusi ci sono in tutta la città, con cornicioni, mura, pezzi di tetto che spesso ostruiscono le strade, ricorda sempre Proietti, che fa notare come invece la celebre facciata quattrocentesca della basilica di Collemaggio si sia salvata perché in restauro e sostenuta da grandi ponteggi.
Ecco alcuni dati sui principali monumenti colpiti:
Basilica di Santa Maria di Collemaggio. Fondata alla fine del XIII secolo dal futuro papa Celestino V, posta subito fuori le mura della città, è costituita da tre navate divise da pilastri che sorreggono arcate ogivali. Nella cappella in fondo alla navata destra è il sepolcro di Celestino V. La celebre facciata è della prima metà del XIV secolo, ricoperta da un insieme di masselli color bianco e rosso che la decorano con motivi geometrici.
Chiesa di Sant’Agostino. E’ una delle maggiori testimonianze del barocco aquilano. A pianta centrale, sorse sul sito di un complesso del XIII secolo. A metà del Seicento venne arricchita con nuove cappelle e verso la fine del secolo trasformata da Francesco Bedeschini. Crollò per il terremoto del 1703 e venne ricostruita dall’architetto Giovan Battista Contini.
La fortezza spagnola. Fu costruita nel 1534 per volere del governo spagnolo che affidò la progettazione all’architetto Pirro Aloysio Scrivà. La struttura esterna si innalza a scarpa con mura spesse fino a 10 metri al piano di fondazione. Intorno al forte si trova un fossato. Il ponte in pietra di collegamento presenta quattro campate di cui l’ultima sostituisce l’originale tavolato a ribalta in legno.
Museo nazionale d’Abruzzo. Situato all’interno della Fortezza spagnola, nasce nei primi anni ‘50 dopo il restauro dell’architetto Umberto Chierici e unificò le raccolte del Museo Civico e di quello Diocesano, cui si aggiunse poi la collezione di dipinti dei secoli XVII e XVIII della famiglia Cappelli di Torano.
Porta Napoli. Nota anche come Arco di trionfo, fu eretta nel 1548, in onore dell’imperatore Carlo V, su disegno di Giangiacomo dell’Acajala, ed era la più bella e antica della città.
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Crolla il reddito del presidente del Consiglio Silvio Berlusconi. È quanto risulta dalla sua dichiarazione dei redditi per il 2007 (resa pubblica da lunedì 23 dalla Camera) che vede il suo patrimonio imponibile a quota 14.532.538 euro, mentre nell’anno precedente aveva dichiarato un reddito imponibile di 139.245.570 euro. Nel 2005, invece, il reddito imponibile del Cavaliere era stato di poco oltre 28 milioni di euro. Su questo reddito il Cavaliere ha versato imposte per 6 milioni 237 mila 688 euro. Berlusconi dichiara inoltre la proprietà di 5 appartamenti e due box a Milano e la comproprietà al 50% sempre di un appartamento nel capoluogo lombardo. Tra i beni mobili, Berlusconi dichiara una Mercedes 600 Sel immatricolata nel 1992 e un Audi A6 immatricolata nel 2006. Il premier ha tre imbarcazioni: la San Maurizio del 1977 (stazza 4,72); la “Principessa vai via” del 1965 (stazza 5,27) e un motoscafo Magnum 70 del 1990 (stazza 47,15). Il premier possiede anche svariate partecipazioni in società: 5.174.000 azioni nella Dolcedrago s.p.a; 4.294.342 in Fininvest; 2.548.000 nella Holding Italiana Prima s.p.a.; 2.199.600 nella Holding Italiana Seconda; 1.193.400 nella Holding Italiana Terza; 1.144.000 nella Holding italiana ottava. Il premier possiede anche 200 azioni del valore nominale di 500 euro presso la Banca Popolare di Sviluppo. Quanto ai depositi amministrati, Berlusconi dichiara di averne uno di 896mila presso la Banca popolare di Sondrio. Sempre presso la stessa banca il premier possiede un deposito di gestione patrimoniale. Il Cavaliere ne possiede uno anche presso la Banca Agricola Mantovana e uno presso la Banca Arner Italia s.p.a. Berlusconi è anche presidente della Fondazione Luigi Berlusconi Onlus, mentre da presidente del Milan dichiara di essersi dimesso l’8 maggio del 2008 per esercitare la carica di premier.
Subito dopo il Cavaliere svettano i coordinatori del Pdl: i 728mila euro per Denis Verdini e i 490mila di Ignazio La Russa. Solo 126mila euro, però, per Sandro Bondi. Nel dettaglio: Verdini possiede una Mercedes 600 a noleggio e una vecchia Fiat 500, oltre a numerosi pacchetti azionari. Punta sull’immobiliare invece La Russa, che dichiara la proprietà di un appartamento a Milano, una casa ad Alagna Valsesia in provincia di Vercelli, due a Zoagli in provincia di Genova, una a Catania, un altro fabbricato con due appezzamenti di terreno a Ragalna in provincia di Catania. L’auto è una Bmw 330 touring. Low profile per Bondi: nessun pacchetto azionario e una sola casa di proprietà: ad Arcore.
Non senza sorpresa, dalla lista dei redditi dei parlamentari si evince che Walter Veltroni segue a distanza Silvio Berlusconi e si classifica secondo, tra i leader politici. L’ex segretario del Partito democratico dichiara 477.778 mila euro di reddito imponibile, più del doppio del suo successore, Dario Franceschini, che si colloca al terzo posto con 220.419 mila euro. Veltroni non risulta proprietario di immobili, auto, pacchetti azionari. Franceschini è proprietario di un appartamento a Roma, di 100 azioni della Cassa di risparmio di Ferrara, e di due utilitarie: una Suzuki e una Fiat Idea. Al quarto posto il leader dell’Italia dei Valori, Antonio Di Pietro, con 218.080 euro. È anche proprietario della casa di Curno (Bergamo) dove risiede, di un altro appartamento a Bergamo città, un altro a Roma, metà appartamento a Bruxelles. Poi c’è la casa dei genitori a Montenero di Bisaccia, dove Di Pietro ha anche una casa colonica e un’azienda agricola. Il leader Idv è poi proprietario del 100% della An.To.Cri. spa, proprietaria di un altro appartamento a Milano. C’è poi un pacchetto azionario Enel da 17.500 azioni. La macchina è una Hyunday Santafè.
A seguire un altro democratico, Massimo D’Alema, che dichiara 171.044 mila euro. Il leader dell’Udc, Pier Ferdinando Casini (142.130 mila euro), supera di poco il leghista Umberto Bossi (134.450 mila euro).
Ultimo il presidente della Camera e leader della disciolta An, Gianfranco Fini, con i suoi 105.633 mila euro. Fini viene battuto anche dal suo “collega” presidente del Senato, Renato Schifani. Il primo inquilino di Palazzo Madama dichiara infatti un imponibile di 159.809 euro contro i 105.633 del presidente di Montecitorio.
A proposito dell’altro Palazzo, quello del Senato, in testa alla classifica dei redditi 2007, fra i capigruppo al Senato, c’è Maurizio Gasparri. Il leader dei senatori del Pdl ha dichiarato un reddito imponibile di 226.957 euro. Alle sue spalle si attesta il capogruppo dell’Idv Felice Bellisario con 184.788 euro; al terzo posto Giovanni Pistorio eletto per l’MPA e presidente del Gruppo misto con 157.522 euro; al quarto Giampiero D’Alia dell’Udc, con 127.319 euro; al quinto il capogruppo della Lega Federico Bricolo, con 124.714 euro. Chiude la graduatoria il numero uno dei senatori del Pd, Anna Finocchiaro, con 116.383 euro. Al di là dei big, spulciando l’elenco di Palazzo Madama, si scopre che è Umberto Veronesi il senatore più ricco: 1.635.427 euro. A cui va aggiunta la proprietà 19 terreni e 17 fabbricati. Dichiarata anche una Jaguar. All’estremo opposto, c’è da registrare anche la presenza di due senatori nullatenenti: Barbara Contini (Pdl) e Mirella Giai (Udc-SVP-Aut), che dichiara spese elettorali per 4.136 euro.
Guida la classifica del reddito imponibile tra i senatori a vita l’ex presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi, con 750.657 euro. A seguire Sergio Pininfarina con 531.360 euro e, di poco sotto, Giulio Andreotti con 522.710 euro. Quarto in classifica l’ex Presidente, Oscar Luigi Scalfaro, con 230.106 euro, seguito da Rita Levi Montalcini con 219.639. Penultimo e ultimo posto per Emilio Colombo con 169.740 euro e Francesco Cossiga con 134.674 euro.
Il VIDEO servizio:
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Che la tempesta fosse nell’aria si era capito. La tensione nel Pd è alta da qualche mese a questa parte e un po’ in tutta Italia. Ma a far salire la temperatura ci ha pensato l’onorevole Pierluigi Mantini. L’interventismo di questi ultimi giorni del deputato di estrazione margheritina ha letteralmente fatto perdere le staffe, e il proverbiale aplomb, a Piero Fassino. Che infatti gli ha gridato: “Sei un irresponsabile, un cretino…”. In due riprese.
Prima, l’ex segretario Ds avvicina il collega mentre lo sta intervistando Radio Radicale sulla questione giustizia, poi torna alla carica, in pieno Transatlantico, all’uscita dell’aula dopo il voto sul dl Gelmini. Una doppia “scenata” davanti a deputati e giornalisti.
Come accade spesso nelle liti domestiche, la bagarre è stata scatenata da una questione di soldi. Ad accendere la miccia è stata l’intervista dell’ex dielle a Libero in cui Mantini denuncia che solo la Margherita versa tutti i soldi sul conto comune del nuovo partito. “Hai detto un sacco di cazzate” ha aggredito Fassino “non basta dichiarare per andare sui giornali. Io mi sono rotto i coglioni” (ascolta qui l’AUDIO).
E a niente sono serviti i tentativi di difesa di Mantini “sono nel comitato tesorieri” ha detto l’ex Margherita, “ho detto cose di cui si discute pubblicamente”. Fassino è inarrestabile: “Mi sono rotto i coglioni di leggere tutti i giorni queste cazzate. Ci vediamo in tribunale” infierisce.
Nel colloquio con Libero, Mantini spiega, ad esempio, che siccome molti circoli del Pd sono nelle “ex sezioni dei Ds, che ora sono diventate proprietà delle fondazioni della Quercia, siamo al paradosso per cui il Pd paga i Ds, li finanzia, fa in modo che continuino ad esistere”. Non solo: Mantini sottolinea anche che questo è uno dei problemi per cui il Pd stenta a nascere. Di più: se la prende direttamente con Fassino e con la sua scelta di firmare il manifesto del Pse come segretario dei Ds. “Questo più gli elementi patrimoniali dimostrano che i Ds continuano ad agire”.
Della sfuriata si è detto sorpreso lo stesso Mantini: “Era fuori di sè” commenta “mi dispiace perché da sempre stimo Fassino e forse è ora di rivedere il mio giudizio perché non è possibile dare del ‘cretino’ a una persona solo perché esprime il suo pensiero. Comunque, cercherò Fassino privatamente per farlo ragionare. Quanto alla minaccia di andare in tribunale, in questa fase forse è meglio lasciare stare i tribunali…”
“Quarantacinque miliardi di euro: è questo il fatturato annuo della ’ndrangheta Spa. Quasi tre punti di Pil”. È il dato fornito dal ministro dell’Interno Roberto Maroni, intervenendo al convegno su sviluppo e sicurezza promosso a Catanzaro da Confindustria. Una fotografia del business della criminalità organizzata impietosa, quella che fa il ministro.
Questo è, ha aggiunto Maroni: “Il contesto in cui si muovono le forze dell’ordine: una straordinaria potenza economica che investe, fa innovazione, condiziona i mercati e che può contare anche su una componente militare di controllo del territorio, intimidazione. Ma non è solo questo, la ’ndrangheta è diversa dalle altre perché ci sono le ’ndranghete e per questo l’attacco deve essere attuato in modo diverso da quello che si porta avanti contro le altre consorterie. Credo che nell’ambito delle forze dell’ordine e della magistratura tutti sappiano fare bene il loro mestiere. In Calabria proprio di recente sono stati messi a segno colpi molto forti con arresti di latitanti e smantellamento di situazioni criminose con connessioni anche nel mondo delle amministrazioni”.
L’attacco vero alla criminalità organizzata “che può segnare la svolta” è l’attacco ai patrimoni, dice Maroni. “È l’insegnamento di Falcone ed è quello che abbiamo iniziato a fare con il pacchetto sicurezza che prevede norme più rapide ed efficaci per la confisca e la messa a disposizione dei beni”.
L’iniziativa di Confindustria Sicilia di espellere chi non denuncia il pizzo “è la strada giusta…”, il ministro dell’Interno non ha dubbi sul ruolo che possono giocare le imprese e loro associazioni. “Dobbiamo coinvolgere le imprese” ha aggiunto il ministro Maroni “per respingere l’attacco della criminalità. Chi denuncia il pizzo non lotta solo per non pagare, ma combatte una criminalità che vuol far passare l’idea che è in grado di garantire la sicurezza. Così non è”.
Il ministro punta poi dito sul porto di Gioia Tauro, la porta d’ingresso della droga utilizzata dalla ’ndrangheta “scelta come referente dai cartelli colombiani per il traffico di stupefacenti. Sui 45 miliardi di euro di fatturato della criminalità organizzata” ha specificato Maroni “il 60% viene dal narcotraffico”. Al riguardo Maroni ha rivolto un invito al presidente della Regione, Agazio Loiero, e a quello di Confindustria Calabria, Umberto De Rose, a “fare una riflessione insieme per focalizzare quali iniziative sono da prendere sul Gioia Tauro”.
Mantova e Sabbioneta, poi la Ferrovia Retica, che attraversa le Alpi tra Italia e Svizzera: sono da martedì “Patrimonio mondiale dell’umanità”. Le prime sono considerate “eccezionali testimonianze dell’architettura e dell’urbanistica del Rinascimento”. Con loro entrano a far parte della lista stilata dall’Unesco anche il Monte Titano e il centro storico di San Marino, portando per la prima volta la minuscola Repubblica ad ottenere il prestigioso riconoscimento. Lo ha deciso il Comitato dell’Unesco che vaglia le candidature, riunito per la trentaduesima volta nella sua storia, in Canada, a Quebec City, in una sessione fiume che terminerà domani. Tra ieri e lunedì, il Comitato ha aggiunto alla lista dei siti bollati “World Heritage” 27 località, diciannove scelte per l’importanza culturale e otto per quella naturale. Una massiccia infornata che si va ad aggiungere agli 851 siti già presenti nelle liste dell’Unesco, aperte nel 1972, e che rende più saldo il primato assoluto italiano. Con l’ingresso di Mantova e Sabbioneta — la «Piccola Atene» voluta dal duca Vespasiano Gonzaga — e della ferrovia dell’Albula e del Bernina (a metà con la Svizzera), l’Italia arriva ora ad avere 43 siti riconosciuti di “eccezionale valore universale”.
Uscendo dall’Italia, si aggiudicano un posto in lista anche due città della Malaysia — Melaka e George Town — la pianura di Stari Grad in Croazia, le fortificazioni erette in Francia da monsieur Sébastien de Vauban, ingegnere militare del Re Sole, un complesso di sei edifici costruiti a Berlino tra il 1910 e il 1933, le chiese di legno dei Carpazi, in Slovacchia. E ancora, il tempio cambogiano di Preah Vinear, il sito di Joggins in Nuova Scozia (Canada), il monte Sanqingshan in Cina, il villaggio di Camagüey a Cuba, le lagune della Nuova Caledonia francese, l’isola di Surtsey in Islanda, le steppe di Saryaka in Kazakhistan, la foresta sacra di Mijikenda Kaya in Kenya, l’arcipelago yemenita di Socotra, la regione del Sardona in Svizzera, ben tre siti messicani (San Miguel, il santuario di Jésus di Nazareth e la riserva della farfalla Mariposa Monarca), i monasteri armeni del-l’Iran, i Tulou del Fujian in Cina, la penisola di Le Morne (Mauritius) e i luoghi santi Baha’i in Israele.
Quest’anno, però, uno dei portabandiera del made in Italy ambientale rischiava di vedersi scippato il bollino Unesco: l’arcipelago delle Eolie. Scongiurata dai commissari di Quebec City l’ipotesi di cancellazione, le isole escono dalla lista dei beni a rischio ma restano comunque delle “sorvegliate speciali”.
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Di Roberto Barbolini
Dovevate vederlo, disteso cereo nella bara, la barba e i capelli tinti d’un nero improbabile, così carico da far pensare a una maschera teatrale. Come a dire subito: io fui tenore. Sì: tutti noi avremmo dovuto vederlo, serenamente composto dopo la “toilette di lunga conservazione” a opera di Gianni Gibellini, diventato di punto in bianco il “mortician” più richiesto del mondo per aver trattato la salma del tenore più famoso nel mondo, con l’aiuto d’un tanatopratico romano e dell’immancabile Veronica, abituata a truccare il Maestro per la scena e pronta a farlo anche in occasione dell’ultima recita.
“Ei fu. Siccome immobile, dato il mortal sospiro…”: solo i versi manzoniani in memoria di Napoleone, così ottocenteschi e tenorili, sembrano adeguati allo straordinario libretto d’opera che, tra romanza e telenovela, la scomparsa di Luciano Pavarotti, gigantesca Supernova del firmamento mediatico, sta scrivendo in questi giorni nell’immaginario collettivo, tra feticismi e pettegolezzi, in un fenomeno di idolatria postuma che persino certi piccoli schizzi di veleno, inoculando il sospetto di risorgenti faide familiari attorno a un’eredità valutata a spanne sui 200 milioni di euro, hanno contribuito ad alimentare, in un crescendo di voci spesso discordanti. Voci di un’unione ormai scricchiolante fra il grande tenore e la seconda moglie Nicoletta Mantovani; sussurri di dissapori fra Nicoletta e le tre figlie Cristina, Lorenza e Giuliana, nate dal primo matrimonio di Pavarotti; insinuazioni in puro stile feuilleton sull’esistenza d’un misterioso testamento segreto. E poi illazioni a non finire sui tre incontri del tenore ormai allo stremo con l’ex moglie Adua Veroni.
Si sa: “la calunnia è un venticello”, pronto però a trasformarsi in “un tremoto (sic), un temporale”, addirittura in un Giudizio universale. Tanto che le tre figlie, in una lettera letta da Cristina al Tg1 dell’11 settembre, si sono viste costrette a smentire ufficialmente il can can di congetture allestito dal gran circo mediatico. Ma è ineluttabile: l’apoteosi post mortem implica quel pulviscolo di gossip che sempre si sparge nell’etere quando muore una stella.
Il mondo intero, mai come in questo caso così globale, così locale, s’è preso una bella scossa. E quei funerali in diretta televisiva dal Duomo di Modena, 43 per cento di share alle 3 del pomeriggio d’un caldo sabato d’inizio settembre, hanno compiuto l’opera, mescolando in uno straordinario “patchwork” Bono Vox a Romano Prodi, Kofi Annan alle Frecce tricolori, il pathos del melodramma all’organizzazione teutonica di quei concittadini di Big Luciano (ma anche di Enzo Ferrari) che il “genius loci” Antonio Delfini definì fulmineo “tedeschi travestiti da inglesi”.
Risultato? Nessun dorma: le esequie non finiscono mai. Ai 50 mila della cerimonia ufficiale hanno continuato ad aggiungersi schiere di pellegrini al cimitero di Montale Rangone, dove l’artista è sepolto. Il Comune di Modena s’è visto costretto ad allestire uno spazio in piazza Grande con registri per le firme e distribuzione gratuita di foto-ricordo dell’artista, di cui sono state stampate 200 mila copie. Ciò non è bastato a frenare la speculazione: tre giorni dopo il funerale, per la gioia di chissà quale danaroso cacciatore di feticci, su eBay veniva messo all’asta il libretto della messa d’esequie a inviti esclusivi, tirato in 1.500 copie da Artestampa con logo a secco, alla strabiliante cifra di partenza di 50 mila euro. Roba da sbaragliare il fervido mercato di gadget del pianeta rock, dal plettro perduto di John Lennon alla chitarra distrattamente sfiorata da Jimi Hendrix, la mano sinistra di Dio.
Pavarotti, del resto, era stato il primo a capire che, nell’odierna mitologia di massa, il tenore e la rockstar sono due icone complementari, fatte per ribadirsi reciprocamente. Qualunque cosa si possa pensare da un punto di vista musicale dei concerti benefici nei quali tra il 1992 e il 2003 radunò il Gotha del pop-rock internazionale, bisogna dare atto al Maestro d’aver avuto una grande intuizione da artista pop. “Intendiamoci: Pavarotti resterà grande perché ha cantato per Herbert von Karajan, non perché ha duettato con Bono. Ma questo straordinario emigrante del do di petto aveva il senso istintivo di ciò che vuole la gente. Ha saputo prendere il modello nazional-popolare di Beniamino Gigli, idolo della lirica durante il Ventennio, e adattarlo ai nostri tempi, mescolando Mamma e Miss Sarajevo”: Alberto Mattioli, giornalista della Stampa e melomane, è netto nell’analisi. Non c’è da meravigliarsi: conosce Pavarotti come le sue tasche e detiene il record delle interviste con il Maestro, una cinquantina, compresa l’ultima, rilasciata il 23 luglio 2006. Con tempestività, Mattioli sta per pubblicare da Mondadori Big Luciano, biografia critica del tenore più famoso del mondo, allegata in anteprima a questo numero di Panorama, che sarà in libreria il 18 settembre.
L’eredità che lascia Pavarotti, il libro lo conferma, non è solo quella d’una voce indimenticabile; tantomeno quella d’una esorbitante macchina da soldi che continuerà a macinare royalty nella posterità. Big Luciano è stato un maestro generoso alla Scuola di canto legata al conservatorio della sua città. Ma soprattutto un personaggio che non ha mai smesso di essere persona. “Un vero amico, timido e riservato malgrado le apparenze” lo ricorda Giulio Bonacini detto Bóla, uno dei Quattro della briscola (titolo del libro di foto e memorie che uscirà a Natale da Artestampa, a cura di Beppe Zagaglia). Gli altri tre erano Pavarotti, Giorgio Maletti e Luciano Ghelfi detto il Colonnello. Quattro moschettieri più usi alla forchetta che alla spada. S’erano conosciuti ragazzini, alla metà degli anni Quaranta, sul campo di calcio dell’Invicta San Faustino, la squadra della parrocchia.
“Negli ultimi quattro anni Luciano aveva incluso la nostra presenza come clausola contrattuale nelle tournée. L’abbiamo seguito in Cina e alle Barbados, in Russia e Nuova Zelanda. Negli intervalli delle sue recite giocavamo a briscola. E finché la partita non era finita non si rialzava il sipario” ricorda Bóla. Hanno giocato in coppia fin quasi alla fine, con Luciano già costretto alla carrozzella: “Eravamo ancora in vantaggio di 18 partite su Maletti e il Colonnello”. Ma la briscola decisiva Lucianone era destinato a perderla.
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Adesso anche Enrico Letta sa che sugli elenchi delle primarie aleggia il segreto. Non di Stato, ma quasi: le liste sono top secret, chiuse “in un armadio. E nessuno, neanche Veltroni, può consultarle senza il via libera di tutte le forze della coalizione”, dice il tesoriere diessino Ugo Sposetti, rispondendo alla provocatoria ma ufficiale richiesta di Enrico Letta e Mario Adinolfi di tirare fuori le liste dei cittadini che parteciparono alle primarie dell’Ulivo, il 16 ottobre 2005.
Nell’armadio dovrebbero dunque esserci quei dischetti. Fine del mistero? E dei sospetti? Sì, ma la polemica sugli indirizzari è solo uno degli ingredienti della battaglia per le primarie. Mancano circa 65 giorni al via della corsa per la leadership del futuro partito democratico e messo così il Pd non sembra possa contare su un futuro sereno. E non solo per la corsa per la leadership ma anche per il malumore per come sta maturando il progetto che ha ormai contagiato tutti e tutte le questioni.
La contesa infatti infuria sul peso degli apparati di partito. Ieri il diessino Goffredo Bettini, grande elettore del sindaco, ha difeso Walter Veltroni: “La sua candidatura nasce proprio contro il pericolo del verticismo”. Ma perché Bettini si è sentito in dovere di intervenire? Non solo perché Walter e famiglia sono in vacanza per due settimane alla Maldive. Più probabile perché, nonostante i proclami della vigilia, il Partito Democratico si sta sempre di più caratterizzando come una sommatoria tra Ds e Margherita. A denunciarlo sono proprio i principali protagonisti di questa avventura. Sabato 4 agosto è stato il ministro dello Sviluppo Economico Pierluigi Bersani (che ha dovuto rinunciare a correre a fianco di Enrico Letta) a mettere in guardia dal rischio di un “eccessivo verticismo”. Rischio che preoccupa un altro ministro Ds, Vannino Chiti: “Un partito che ha l’ambizione di essere nuovo - ha detto in un’intervista all’Unità di domenica 5- non può essere vittima di meccanismi verticistici fatti a tavolino e calati dall’alto”. Se più o meno tutto viene deciso nelle stanze chiuse dei due partiti di maggioranza, naturale che a rimanere tagliata fuori sia la società civile, la vera sconfitta di questo avvio. Dei tre candidati alla leadership, per potenza mediatica e rilevanza politica, tre sono considerati pesi massimi (Veltroni, Bindi e Letta) e tre sono pesi piuma: Jacopo Gavazzoli Schettini (finanziere), Piergiorgio Gawronski, economista che si presenta contro la casta partitica e il giovane Mario Adinolfi, (il blogger che ha lanciato la “generazione U: “La U di Ulivo, di Unione, di U2 e di Ue”): nomi e volti, questi ultimi, che dicono poco al popolo che andrà a votare il 14 ottobre. Anche per questo Enrico Letta, un big, si è lamentato, durante la sua campagna “Sette temi per sette spiagge” (al sottosegretario sembra piacciano più gli improvvisati incontri al mare che le kermesse in stile Lingotto): “Sto facendo una campagna sui contenuti, ma è bene dire qualcosa anche sulle regole che potevano essere migliori. Sono state costruite non intorno alla società civile ma intorno all’idea del Candidato Unico” (leggi Walter Veltroni). Le primarie per lui devono essere “un’operazione che parte dalla base, dagli elettori e non dal vertice”.
Altro terreno di scontro in vista del 14 ottobre: le liste. Tutti ne vorrebbero una e gli accordi sottobanco sarebbero già in stadio avanzato. A parte il listone Ds-Margherita che appoggerà il sindaco di Roma e che dovrebbe rispecchiare l’accordo tra la Quercia e i Popolari di Fioroni e Marini, ci sono i teodem della Margherita, i “coraggiosi” di Francesco Rutelli, c’è Ciriaco De Mita, ci sono gli under 30, le donne e chi più ne ha più ne metta. Inoltre Quercia e Dl si sarebbero già equamente divisi le segreterie regionali del Pd (in particolare in Lombardia, Emilia, Toscana, Lazio), come più volte denunciato da Rosy Bindi e su cui ha ironizzato anche il prodiano Franco Monaco: il territorio, a suo dire, “è esattamente il terminale delle logiche spartitorie romane” che hanno stabilito “12 segretari regionali ai Ds e 8 ai Dl”. Ultimo caso scoppiato, quello della Lombardia, con i rutelliani irritati per l’applicazione del ticket anche in Regione (il ventinovenne segretario regionale dei Ds Maurizio Martina e la margheritina Patrizia Toia, sostenuti da Letta). Come se non bastasse le liste sono rigorosamente bloccate e senza preferenza. Esattamente quello che prevede l’attuale legge elettorale nazionale. Una “porcata” che l’Unione vorrebbe cambiare a tutti i costi.
L’ultima ferita aperta, il confronto tv. Rosy Bindi ha lanciato il guanto di sfida a Walter Veltroni mandando su tutte le furie gli altri candidati per il suo “singolare concetto di democrazia”. Marcia indietro e tutti d’accordo: bene il confronto tv. Ma Enrico Letta avanza dubbi: “Chissà se Veltroni ci starà”.
Nel tentativo di arginare il “gallinaio”, non hanno invece avuto dubbi quelli del Collegio dei Garanti del Pd che hanno pubblicato sul sito ulivo.it il “Regolamento di autodisciplina” per la campagna elettorale delle primarie, che dovrà essere “sobria, contenuta nei costi” e non ammettere “propaganda a pagamento su radio, tv e giornali” ma solo manifesti o mezzi informativi regionali e locali, dibattiti, tavole rotonde conferenze eccetera, con un tetto di spesa fino a 250mila euro per i candidati segretari nazionali, 50mila per gli aspiranti segretari regionali, 5mila per i componenti dell’Assemblea. Ci sarà un’ulteriore guerra su come e dove i candidati andranno a battere cassa?