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Pdci

La prima del Pd è senza Campanile. La bella stagione delle feste di partito

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Tante prime volte e alcuni grandi assenti: Clemente Mastella e il suo Campanile, in primis. Si annuncia così la stagione delle feste di partito, per la quale fervono i preparativi mentre il Parlamento sta per andare in vacanza. Le prime volte più importanti sono la “Festa democratica” di settembre a Firenze e la festa nazionale del Pdl, in preparazione per ottobre a Milano. Si fa notare, invece, l’assenza di Gianfranco Fini al tradizionale appuntamento di An: non ci sarà per rispettare il ruolo istituzionale di presidente della Camera. Non sarà al Meeting di Cl, perché non invitato, il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi. Mentre Umberto Bossi non andrà sul Monviso e si farà sostituire dal figlio Renzo per il rito dell’ampolla. Dopo la debacle elettorale, infine, si annunciano eventi in tono minore per i partiti rimasti fuori dal Parlamento. Telese, ad esempio, resta orfana della festa dell’Udeur, alla quale l’anno scorso Clemente Mastella aveva chiamato anche Roberto Benigni.

Pdl, prima festa nazionale. È in preparazione per ottobre a Milano. Ma non mancheranno, sul finire dell’estate, i tradizionali appuntamenti di Fi e An, sulla via della fusione.
Fi, Gubbio aperta a esponenti An. Sarà la settima edizione del corso di formazione politica destinata ai giovani di Forza Italia. Appuntamento dall’11 al 13 settembre. Ancora non definito il programma, ma l’intenzione è quella di estendere per la prima volta gli inviti anche agli alleati di An.
A proposito di An: sarà la prima festa senza Fini, quella di Mirabello (Ferrara), dal 28 agosto al 7 settembre. In apertura, un convegno dedicato a Giorgio Almirante, a vent’anni dalla morte. Alla fine, gli appuntamenti politici, con i ministri Maurizio Sacconi, Sandro Bondi e Altero Matteoli. Chiuderà l’evento il reggente di An, Ignazio La Russa. A metà settembre, poi, la tradizionale festa dei giovani di An, “Atreiu”, a Roma.
Pd, prima festa democratica. A Firenze, dal 23 agosto al 7 settembre. Festa dell’Unità e festa della Margherita confluiscono in un unico evento. Presenti i principali esponenti del partito, invitati anche i ministri Giulio Tremonti, Umberto Bossi e Roberto Calderoli, per parlare di federalismo. Chiude la manifestazione un concerto di Pino Daniele.
Dall’11 al 14 settembre, si terrà a Cortona la prima edizione della Summer school del Pd, con al centro il tema: “Globale-locale, le sfide della democrazia nell’era della globalizzazione”. Tra gli ospiti, Jeremy Rifkins e Andrea Riccardi. Francesco Rutelli ha messo in programma per metà settembre un seminario sul rapporto tra religione e politica, per lanciare un nuovo modello di laicità che superi il liberalismo classico. Appuntamento ad Assisi (10-12 ottobre), con un seminario su democrazia istituzionale e sociale, partendo da un’intuizione di Aldo Moro.
Lega, sul Monviso il figlio di Bossi. Le feste in numerose città del Nord, riempiono il programma dell’estate leghista. La più importante è la tradizionale tre giorni che a metà settembre si apre sul Monviso e termina a Venezia. Quest’anno a raccogliere l’acqua del Po nel rito dell’ampolla non sarà Umberto Bossi, ma suo figlio Renzo.
Udc, quattro giorni a Chianciano. “Noi più voi, energia inesauribile” è lo slogan della festa dell’Udc, a Chianciano dall’11 al 14 settembre. Il programma è in via di definizione. Tra i temi trattati, riforma della legge elettorale e nucleare.
Idv, tre giorni a Vasto. Dal 12 al 14 settembre a Vasto, in Abruzzo, la festa nazionale dell’Idv. Tema: “L’alternativa possibile”. Aprirà e chiuderà i lavori Antonio Di Pietro. Si parlerà di donne, giovani e riforme. Domenica 14, un incontro dal titolo “La legge e l’informazione sono uguali per tutti”.
Meeting di Rimini. “O protagonisti, o nessuno”. Sarà all’insegna di questo tema il ventinovesimo Meeting per l’amicizia tra i popoli di Comunione e liberazione. Dal 24 al 30 agosto, come tradizione, negli stand di Rimini si alterneranno esponenti religiosi e imprenditori, politici e giornalisti. Stavolta non invitato il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi. Tra gli ospiti, invece, i ministri Bondi e Sacconi, l’amministratore delegato di Unicredit Profumo e quello di Intesa Sanpaolo Passera, il ministro ombra del Pd Enrico Letta, il sindaco di Roma Gianni Alemanno e il presidente della Lombardia, Roberto Formigoni.
Prc, quattro giorni di dibattiti. Dopo il terremoto elettorale e il congresso, il Prc riparte a settembre con una quattro giorni romana di dibattiti sulla ricostruzione della sinistra.
Sd in provincia di napoli. Ha scelto una città del Mezzogiorno Sinistra democratica, per “sottolineare la centralità di questa parte d’Italia”. La seconda festa del partito è in corso a Bacoli, in provincia di Napoli, fino al 3 agosto. Momento clou, sabato 2, con il confronto tra Claudio Fava, Nichi Vendola e Grazia Francescato.
Pdci, iniziano i giovani. Non è stato ancora definito un appuntamento estivo, ma dal 26 luglio al 2 agosto, i giovani della Fgci sono a Pineto, in Abruzzo, per un campeggio. Tra gli ospiti, Vladimir Luxuria (il 29) e il segretario Oliviero Diliberto (il 30) per l’intervista collettiva “Diliberto contro tutti”.
Udeur, Telese salta un giro. Dopo l’uscita dell’Udeur dal Parlamento, mancherà quest’anno la festa del Campanile a Telese, che apriva in genere la serie delle kermesse estive. Clemente Mastella, ha però in programma un evento più piccolo, verso fine settembre.

Terremoto a sinistra: nessun uomo in Parlamento. E Fausto lascia

Il candidato premier della Sinistra Arcobaleno Fausto Bertinotti | Ansa
Un vero e proprio terremoto. E un addio: quello di Fausto Bertinotti, già presidente della Camera e candidato premier della Sinistra Arcobaleno. Di fronte alla prospettiva, sempre più reale e concreta, di non avere rappresentanti in Parlamento, il Subcomandante Fausto lascia: “La mia vicenda di direzione politica termina qui, purtroppo con una sconfitta. Proseguirò da militante, ma la mia stagione da dirigente politico è finita”. Quella della sinistra radicale è, stando ai dati, una “sconfitta netta”, dalle proporzioni “impreviste”, che rende necessaria una “riflessione approfondita” ma che comunque non deve mettere in dubbio la necessità di proseguire con il progetto politico della Sinistra Arcobaleno, anzi: “il risultato negativo rende più urgente l’avvio di una fase costituente già da domani”. Secondo Bertinotti, anche il Pd sarà chiamato ad una riflessione, perché le scelte di Walter Veltroni “hanno contribuito allo svuotamento della sinistra senza riuscire a vincere, ma andando incontro ad una sconfitta visto che Pdl e Lega si apprestano a Governare il Paese”. Fausto Bertinotti chiama direttamente in causa la strategia dei Democratici per il suo primo commento dei risultati elettorali.
Il cartello elettorale composto da Rifondazione, Sinistra Democratica, Comunisti italiani e Verdi, insomma frana davanti all’evidenza dei numeri. E i numeri dicono che nella prossima legislatura a Palazzo Madama e a Montecitorio non ci sia alcun rappresentante della sinistra. Un evento storico. E non certo nel senso buono della parola.
Dati particolarmente negativi giungono dalle regioni “rosse”, quelle dove era atteso il raggiungimento della soglia di sbarramento del 4% per la Camera e dell’8% per il Senato. Per esempio, in una città come Pistoia la Sinistra Arcobaleno raccoglie soltanto un terzo dei voti rispetto a quelli che nelle elezioni passate ebbe la sola Rifondazione Comunista. Discorso analogo anche per altre realtà da cui ci si attendeva un buon risultato, come la Liguria. Naturalmente ogni valutazione definitiva è ancora prematura, ma la tendenza mette in ansia i quattro leader della Sinistra Arcobaleno. Tanto basta per fare dire a caldo a Giovanni Russo Spena - che del Prc è capogruppo uscente al Senato - che si è trattato di una pesante “sconfitta”: si è votato in una fase di “torsione bipartitica violenta imposta anche dai mass media. Sembrava che vi fossero solo due contendenti e tutti gli altri di contorno e questo ha fatto percerpire all’opinone pubblica che si trattasse di una questione tra Berlusconi e Veltroni”. Per Paolo Cento si tratta invece di “anno zero della sinistra: è prevalso il voto utile e forse la costruzione della sinistra arcobaleno è arrivata tardi. Dovevamo farla già nel 2006. Ora dobbiamo fare i conti con i nostri insediamenti sociali in cui c’è crisi di fiducia”. Secondo il verde Angelo Bonelli, si apre “una riflessione”: “Non si può far finta di niente, bisogna avviare una discussione tra di noi e con gli amici della Sinistra arcobaleno”.
Per Franco Turigliatto, senatore di Sinistra critica, uno dei “ribelli” che per primi si sono sfilati dalla coalizione che sosteneva Romano Prodi, la sconfitta di SA ha un responsabile: “Si chiama Fausto Bertinotti”. Per Turigliatto “la Sinistra Arcobaleno si è dissanguata per Prodi a tutto vantaggio di Veltroni”. E adesso? “Vedo uno spazio ancora a sinistra” risponde Turigliatto “c’è un grandissimo lavoro da fare per ricostruire una sinistra davvero anticapitalistica”. Anche
Salvatore Cannavò esulta: “Siamo noi la vera sorpresa”. Il deputato uscente di Sinistra critica, non riesce a trattenere l’entusiasmo per il dato delle proiezioni del Senato, che danno a Sc l’1,2 per cento, un risultato più che confortante in vista del vero obiettivo: le elezioni europee del prossimo anno. Cannavò è caustico sul risultato della Sinistra arcobaleno: “Dove ieri non era riuscito a distruggere Occhetto, ci riesce oggi Bertinotti”.

Spese elettorali ai raggi x, oltre 120 i milioni di euro sborsati. Nel 2006

Il piazzale antistante palazzo Montecitorio | Ansa
Per le elezioni del 2006, partiti, movimenti, liste e gruppi di candidati hanno sborsato oltre 122 milioni di euro. Ma dal totale sono escluse le spese affrontate dai singoli candidati. Non solo. I contributi da parte dello Stato in base ai voti ottenuti ammontano a poco più di 91 milioni di euro e saranno erogati fino al 2010. Così la Corte dei Conti passa ai raggi x gli esborsi della passata tornata elettorale e pubblica oggi il documento trasmesso ai presidenti delle Camere sui consuntivi delle spese e dei relativi finanziamenti. Sotto le lente della magistratura contabile sono finite in tutto 71 formazioni politiche che si sono presentate alle elezioni del 2006.

Con i suoi 50 milioni di euro è stata sicuramente Forza Italia la formazione che ha speso di più. Praticamente oltre un terzo del totale. Lo schieramento guidato da Silvio Berlusconi, evidenzia la Corte, ha ricevuto come contributo statale 12.343.500,77 di euro per la Camera e 13.413.965,84 per il Senato. Al secondo posto si piazza l’Udc di Pier Ferdinando Casini. Nel 2006 il suo partito ha speso per le elezioni 12.389.160, 58 euro. In cambio ha ricevuto rimborsi pari a 7,3 milioni di euro. Seguono, quasi a pari merito, la Margherita del vicepremier Francesco Rutelli che per le elezioni del 2006 ha speso 10,6 milioni di euro e i Democratici di Sinistra con 10,4 milioni di euro. Quasi 8 milioni ha sborsato Alleanza Nazionale, poco più di 7 l’Ulivo. La Lega Nord di Umberto Bossi ha speso invece circa 5 milioni di euro mentre i Verdi di Alfonso Pecoraro Scanio 4,3 milioni, un po’ meno la Rosa nel Pugno. Si attestano sui due milioni di euro gli esborsi dell’Italia dei Valori, del Partito dei comunisti italiani, di Rifondazione Comunista e dell’Udeur di Clemente Mastella.

Tra le liste che dichiarano di non aver speso un euro ma che hanno beneficiato dei rimborsi elettorali ci sono Forza Italia-An che si sono presentate insieme in Valle d’Aosta (poco più di 33mila euro) e la Lista dei consumatori (113.676,43 euro). Tra i rendiconti delle formazioni in cui si sono riscontrate irregolarità il più noto dei simboli è quello di Rifondazione Comunista. In particolare, osserva la Corte, “non è stata data la dimostrazione documentale delle spese sostenute dalle circoscrizioni regionali per la Direzione nazionale, per un importo di euro 502.072,15″. Per il resto, concludono i magistrati contabili, “l’analisi non ha riscontrato rilevanti profili di difformità né irregolarità”. E fra dieci giorni si ricomincia.

Il ministro Bianchi chiude con Diliberto e sale sul pullman di Veltroni

16 dicembre 2007. Il presidente del consiglio Romano Prodi e il ministro dei trasporti Alessandro Bianchi danno il via al countdown per la linea ferroviaria ad alta velocità Bologna-Milano, che sarà pronta tra un anno<br /> [i](Foto: Ansa)[/i]
E ora sono tutti curiosi di sapere se cambierà idea su Alitalia, per allinearsi a quella del ministro dell’Economia Tommaso Padoa Schioppa. Si vedrà.
Quel che è certo è che il ministro dei Trasporti Alessandro Bianchi resta al centro della bufera. In Calabria, soprattutto. E non per le sue dichiarazioni sulla sopravvivenza della compagnia di bandiera. A far discutere è la notizia dell’adesione di Bianchi al Partito democratico. Prima erano solo voci. Ora è una decisione ufficiale. Ha aspettato che il candidato premier democratico arrivasse in Calabria per salire sul pullman elettorale del Pd.
Già rettore dell’Università Mediterranea di Reggio Calabria, Bianchi è stato “immesso” nell’esecutivo guidato da Romano Prodi su indicazione del segretario del Pdci, Oliviero Diliberto. Che lo aveva scelto tra le personalità illustri, non iscritte ai Comunisti italiani, che avrebbero potuto rappresentare nella compagine governativa il mondo della sinistra, come il giornalista Gianni Minà, lo storico Alberto Asor Rosa, Gianpaolo Patta, che ha assunto la carica di sottosegretario alla Sanità, e il rettore dell’università di Viterbo Marco Mancini. Divorzio?
Più o meno: qualcuno sostiene che Bianchi non ha divorziato dal partito di Diliberto, non essendone parte ma solo in posizione di vicinanza. Per lo stesso ministro, capolista al Senato nel 2006, è invece stata una “separazione consensuale” dal Pdci e dalla Sinistra Arcobaleno: “Sono stato franco, corretto e leale”, ha detto oggi. Con la fine della legislatura, spiega, è maturata la scelta di una nuova avventura politica: “Scelgo personaggi come Luigi De Sena – il prefetto capolista del Pd in Calabria - come Anna Finocchiaro, come Giuseppe Lumia e come Walter Veltroni”.
Da dove nascono allora tante critiche? Dal fatto che il feeling tra il “tecnico” Bianchi e il Pdci calabrese non è mai sbocciato. Anzi, a fiorire sono state quasi sempre le polemiche, con strascichi assai velenosi e ripercussioni nelle assise congressuali e con l’approvazione di mozioni di sfiducia nei suoi confronti. La prova? “Oggi, finalmente” afferma il segretario provinciale del Pdci di Reggio Calabria, Enzo Infantino “si chiude una vicenda che ha provocato un colossale equivoco la cui lezione purtroppo è sotto gli occhi di tutti: la coerenza per qualcuno è una finzione per altri, come noi, è un valore insopprimibile”. “Il ministro dei record negativi, sempre ultimo nella classifica degli indici di gradimento degli italiani” prosegue Infantino con una nota dettata all’Ansa “saluta il Pdci e la Sinistra l’Arcobaleno, la cui nascita era stata osannata dallo stesso fino a quando ha capito che nessuno lo avrebbe candidato, ed è passato armi (poche) e bagagli (tanti) alla corte di Veltroni”. E ancora: “Non si capisce in cosa consisterebbe questa adesione al Pd, visto che Bianchi non figura, né può più figurare tra i candidati”.
Parole dure, commenti acidi: come quelli che si usano tra “ex coniugi”…

Diliberto rinuncia, lancia un operaio Thyssen e fa la gara col Pd

Il segretario del Pdci, Oliviero Diliberto | Ansa
È ormai una gara, a sinistra, a candidare i “simboli”. E chi, meglio degli operai della Thyssen di Torino per far vedere che si portano avanti gli interessi dei lavoratori?
Il Pd ci ha pensato per primo e subito ha rinfacciato alla Sinistra Arcobaleno di non aver fatto altrettanto. Non poteva esserci ferita più grande per la neonata formazione che candida l’ex presidente della Camera, ma soprattutto ex sindacalista Fausto Bertinotti a Palazzo Chigi. E così oggi è arrivata la contromossa, direttamente da uno dei quattro leader della Cosa, Oliviero Diliberto. Che ha pensato di “rispondere con i fatti e non con le chiacchiere” alle “polemiche sulla casta”, dimostrando che “non tutti i politici sono uguali”. Insomma, il segretario del Pdci ha detto che non si candiderà alle elezioni politiche per “lasciare il posto a un delegato operaio della Thyssen”.
Quindi, dopo il no di Mastella, ecco un altro pezzo da novanta dell’ex Unione che rinuncia. Certo, per il segretario dei Comunisti italiani (lo stesso che con rammarico ha rinunciato alla falce e martello nel simbolo elettorale della Cosa Rossa; lo stesso che buttò lì l’idea di portare a Roma la mummia di Lenin; lo stesso che affermava di voler partecipare ai talk show televisivi “perché plasticamente bisogna far vedere che Berlusconi ci fa schifo”), la situazione è diversa, rispetto a quella dell’ex ministro della Giustizia.
“Io” ha detto Diliberto “rinuncio al mio posto in Parlamento perché la politica si può fare anche bene dalle istituzioni. Vuol dire che al posto mio ci sarà un operaio in più” e sarà il dirigente del Pdci Ciro Argentino, già consigliere provinciale e ora candidato capolista in Piemonte, un posto che Diliberto giudica “strasicuro”. “Noi” ha detto ancora Diliberto (in corsa per la sua quinta legislatura) “avevamo deciso di eleggere l’operaio e nella trattativa non c’era posto, perciò mi chiamo fuori io e la cosa non mi pesa. Continuerò a fare il segretario di questo partito con raddoppiata lena e impegno”.
Nel primo pomeriggio era stato lo stesso Argentino a intervenire sul tema, dopo le polemiche legate all’ipotesi di una sua esclusione dalle liste proprio per fare posto al leader del Pdci: “Ho scelto volontariamente di non candidarmi alle elezioni politiche” riportava l’Ansa, alle 14,33, un’ora e mezza prima della conferenza stampa di Diliberto “per evitare qualunque strumentalizzazione della vicenda della Thyssen a fini elettorali. Sono orgoglioso della candidatura a capolista a Torino del mio segretario Oliviero Diliberto che rappresenta un riconoscimento pieno del lavoro e dei successi politici della Federazione del Pdci della quale io sono un dirigente. Trovo miserabile la polemica da parte del Partito Democratico che specula su una contrapposizione che non esiste offendendo così anche la memoria dei miei compagni di lavoro morti nel rogo della Thyssen Krupp”.

Sinistra Arcobaleno: griglie pronte. Per riempirle, il Prc rilancia Caruso

Il candidato premier della Sinistra Arcobaleno, Fausto Bertinotti | Ansa
Anche la Sinistra Arcobaleno sta per definire le candidature per le liste comuni. Gli strateghi dei quattro partiti, dopo un’ennesima riunione fiume a Montecitorio, hanno tratteggiato la griglia dei posti, e cioè, la collocazione dei candidati nei diversi collegi. Ora spetta a Verdi, Pdci, Prc e Sd inserire i nomi all’interno delle caselle. Lavoro non semplice, visto che gli sherpa del tavolo tecnico devono sciogliere ancora qualche nodo, in vista dell’incontro fissato per giovedì, tra i leader dei quattro partiti che dovranno porre la parola fine al capitolo candidature.
Eppure, diversi sono ancora i malumori sul mancato rispetto della parità di genere, e sulla questione dei posti a rischio. Stabilite infatti le teste di lista, per i quattro partiti resta ancora aperta la discussione sulle candidature da inserire nei posti a rischio. Già assegnati, invece, i posti dei leader: il candidato premier Fausto Bertinotti (Prc) sarà candidato a Roma, Fabio Mussi (Sinistra Democratica) a Milano, Oliviero Diliberto (Pdci) in Piemonte, Franco Giordano (Prc) in Toscana e Alfonso Pecoraro Scanio (Verdi) in Puglia.
In attesa dell’incontro risolutivo, il Prc, che questa mattina ha riunito la segreteria nazionale insieme con l’esecutivo, ha già deciso la collocazione dei suoi big. Il ministro della Solidarietà sociale Paolo Ferrero, capolista in Veneto 1, sfiderà il presidente di Federmeccanica Massimo Calearo del Pd.

Gennaro Migliore, capogruppo del Prc alla Camera correrà in Campania, mentre Rita Borsellino, che è in corsa per le elezioni regionali in Sicilia (in ticket con la democratic a Anna Finocchiaro) come capolista della Sinistra Arcobaleno, sarà candidata per il Prc in Emilia Romagna. Anche se non si esclude per ora l’ipotesi che possa essere spostata in Lombardia. Sempre in Veneto, ma nella seconda circoscrizione e al secondo posto - in una posizione difficile, in cui l’elezione non è affatto scontata - ci sarà il deputato no global Francesco Caruso. Per il giovane disobbediente la corsa nella stessa regione in cui vive (e milita) Luca Casarini, leader degli attivisti del Nord est (che non ha mai nascosto critiche a Francesco Caruso sulla decisione di entrare in Parlamento) non sarà facile. In Veneto 2 (Belluno, Treviso e Venezia) nel 2006, Rifondazione prese un solo deputato, Verdi e Comunisti italiani nessuno.

Una delle novità rispetto alla scorsa legislatura è la candidatura di Pietro Folena, deputato indipendente che dalla Camera traslocherà al Senato, e che sarà candidato in Puglia. Sempre per Palazzo Madama correrà il presidente della commissione Antimafia Francesco Forgione, capolista in Calabria.
Tra le new entry del Prc ci sarà il segretario regionale della Puglia Nicola Fratoianni, candidato alla Camera insieme nella stessa lista con Cristina Tajani, la giovane ricercatrice precaria. Non sarà in lista invece Nicolò Pecorini, segretario regionale della Toscana, altra new entry prevista dal Prc, ma che alla fine ha deciso di rinunciare.
Alla Camera arriverà Claudio Grassi, leader della minoranza di Essere comunisti che sarà il numero due nella lista dell’Emilia Romagna. Al Senato correrà invece Alberto Burgio, capolista per il Friuli Venezia Giulia.
Risolto anche il caso di Marilde Provera, altra rappresentante della minoranza che fa capo a Claudio Grassi, che correrà in Piemonte per palazzo Madama. In Sicilia per Montecitorio correrà invece Vladimir Luxuria.

Cosa rossa e rissosa: Diliberto, Mantovani e le Cento critiche a Fausto

Il presidente della Camera e leader della ' Sinistra Arcobaleno ', Fausto Bertinotti | Ansa<br />
“Fausto è moscio. Con quello che sta combinando Veltroni avremmo un’autostrada davanti a noi. Ma lui non brandisce la sciabola e neppure il fioretto”: così, secondo Panorama in edicola da venerdì 29, il segretario dei comunisti italiani Oliviero Diliberto parla in privato di Fausto Bertinotti, candidato premier della Sinistra arcobaleno.
Non meno duri i commenti dentro Rifondazione, con il deputato Ramon Mantovani che dice: “Sono in disaccordo sulla scelta di Bertinotti come candidato premier. La sua popolarità è in caduta ed è segnata da due anni di esperienza di governo che nel popolo della sinistra è vista come negativa”.
Paolo Cento, dei Verdi, interpellato da Panorama, dice: “Bertinotti noi l’abbiamo scelto a scatola chiusa, nonostante venisse da due anni di presidenza della Camera. È l’ora che si liberi del vestito istituzionale”.

Il Subcomandante Bertinotti: Noi, gli Zapatero d’Italia

Il presidente della Camera, Fausto Bertinotti | Ansa
Tre domande che impongono una “scelta di parte”, un’alternativa secca, un “aut-aut”. Segnando la differenza, manco a dirlo, con gli “et-et” (il ma anche) di Veltroni.
Sono queste le parole d’ordine di Fausto Bertinotti, che compariranno sui manifesti elettorali della Sinistra l’Arcobaleno presentati alla Città del Gusto a Roma. Ambiente, salari e diritti sono i tre temi scelti. E sono proposti così: “Energia pulita o affari sporchi?”, “Aumentare i salari o aumentare i precari?”, “Libera scelta o diritti all’inferno?”, oltre all’ormai consolidato slogan “il 13 e il 14 aprile fai una scelta di parte”.

Illustrando la campagna elettorale, il candidato premier della Sinistra l’Arcobaleno sottolinea che si tratta di un’idea “alternativa alla destra e significativamente diversa da quella del Pd”. Sulla stessa linea, il segretario del Prc, Franco Giordano, avverte chiaramente che “la Sinistra Arcobaleno non farà accordi di desistenza al Senato. Quello che diciamo a parole noi lo traduciamo nei fatti. Noi, a sinistra. Quindi non faremo alcun accordo”. “Su diritti civili, stabilizzazione dei precari e ambiente il nostro programma è come quello di Zapatero, quindi forse è troppo di sinistra per il Pd”, ha spiegato il Verde Pecoraro Scanio, “in Italia l’unica sinistra moderna e innovatrice siamo noi”. Meno esterofila, ma ugualmente anti-Pd l’impostazione di Oliviero Diliberto: “Noi votiamo in Italia, e qui a destra c’è la Pdl e a sinistra noi. Il Pd è una bizzarra aggregazione che va da Binetti a Bonino e dall’operaio Thyssen a Colaninno, un partito che sui temi di crescita e competitività non ha una sola ricetta ma oscilla. Noi pensiamo che la competitività non passa sulla pelle dei lavoratori e non si misura solo con il Pil”.
Il programma (14 punti) rappresenta il ventaglio di tematiche, che da anni costituiscono i diversi cavalli di battaglia su cui le quattro forze politiche hanno concentrato i loro sforzi in questi anni: diritti civili, laicità, ambiente, istruzione e ricerca. Tradotto: salario sociale e casa per chi è iscritto alla lista di collocamento, insieme ad un assegno annuale di 2.500 euro per i servizi. Insomma, a dominare sono ovviamente i temi che si richiamano al lavoro. Ed è proprio partendo dalle proposte avanzate dalla sinistra in questo settore che Fausto Bertinotti elabora la “ricetta” per costruire una “nuova politica dei redditi”. Il presidente della Camera torna a ribadire l’esigenza dell’introduzione “nella prossima legislatura dell’indicizzazione dei salari anno per anno”, una specie di ’scala mobile’ con cui correggere “le dinamiche sociali”. La proposta non prevede alternative perchè è, nelle intenzioni del presidente della Camera “un’ ipotesi senza alternative. Il resto - dice tranchant - sono solo chiacchiere”.
Bertinotti però non si “accontenta” dei punti inseriti nel programma arcobaleno e prova ad alzare la posta: di fronte al Pdl che propone la detassazione degli straordinari, il candidato premier della ‘Cosa rossa’ risponde con l’ipotesi di “detassare tutta la retribuzione” dei lavoratori dipendenti in modo che “i salari recuperino potere d’acquisto”. Sabato e domenica infatti si terranno in tutta Italia una sorta di ‘primarie’ programmatiche in cui ad esprimersi sulle proposte sarà il popolo arcobaleno. Programma alla mano, il primo obiettivo è mettere in evidenza le differenze con il Pd.
Differenze che, tuttavia, non hanno impedito alla Cosa Rossa di tenere in vita tutte le alleanze con i veltroniani nelle amministrazioni locali, a partire dal Campidoglio.

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