
Fortunata Bruzzise, arrestata nel 2010 (Ansa)
Sono donne ma non sono uguali alle altre neanche a quelle della loro terra: la Calabria. Loro sono le donne d’onore, le mogli dei boss latitanti. “ Sono l’alter ego dei mariti, ovvero dei capi e ne assumono di fatto il loro posto” afferma il pm Giuseppe Lombardo. Che precisa: “Oggi non si possono più fare indagini trascurando l’altra metà del cielo”. Continua


di Andrea Marcenaro
Sono disposto ad arrivare fino in fondo» scriveva dal carcere il pentito Giovanni Brusca alla moglie di Santo Sottile, suo prestanome in non si sa quali antichi affari. E aggiungeva: «Costi quel che costi, e non mi riferisco alle vie legali, tanto per essere chiari. Non pensavo di essere ripagato in questo modo da voi, e la cosa mi fa molto male e mi fa diventare una bestia, più di quanto non lo sia stato nel mio passato». Continua


di Riccardo Arena
«Ho visto che Roberto Maroni Ha espresso solidarietà al generale Giampaolo Ganzer, condannato a 14 anni. E a me, a me che sono stato assolto definitivamente, dopo un calvario durato proprio 14 anni, a me perché non mi ha chiamato nessuno? E Ignazio La Russa, come mai non ha chiesto di me, non ha cercato di sapere ma chi c… è questo capitano dei carabinieri Carmelo Canale, processato per mafia, estorsione, corruzione, rivelazione di segreti delle indagini e sempre immancabilmente assolto, anche in Cassazione?». Continua
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Massimo Ciancimino, figlio dell'ex sindaco di Palermo Vito
Si sorridono, si capiscono al volo, si studiano, sembrano quasi fare gioco di sponda, ma uno resta il magistrato e l’altro il testimone, uno fa il cacciatore e l’altro il cane da caccia che deve aprire la strada per trovare la preda. O le prede. Antonio Ingroia, 51 anni, e Massimo Ciancimino, 47, si conoscono da ormai quasi 20 anni, da quando uno era un giovane magistrato antimafia e l’altro il figlio di un politico-mafioso dc solo apparentemente caduto in disgrazia. Continua
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Il senatore Marcello Dell'Utri
“Non ne voglio parlare”. Soltanto un’opinione. “Non ne voglio parlare!”. Anche questo silenzio si doveva sentire. Il pentito Gaspare Spatuzza stava accusando Silvio Berlusconi come un torrente in piena, lo incolpava di intrecci infami con la mafia, di montagne di denaro sporco destinate a segnare l’origine della sua Fininvest; e non solo, lo stava addirittura tacciando di stragista, tanto che i titoli di molti giornali già parlavano di un premier ridotto all’angolo, e Michele Santoro respingeva ogni commento. Continua

foto Lapresse
I pentiti costano allo Stato Italiano circa 65 milioni di euro l’anno. E domani uno di loro, l’ex killer di Cosa Nostra Gaspare Spatuzza, sarà ascoltato dalla Corte d’Appello di Palermo in un’udienza (a Torino per ragioni di sicurezza) che sarà seguita da centinaia di giornalisti anche dall’estero, nell’ambito del processo di secondo grado a Marcello Dell’Utri per concorso esterno in associazione mafiosa. Continua
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Il premier Silvio Berlusconi | (Marco Merlini/LaPresse)
“Se c’è un governo che più di tutti ha fatto della lotta alla mafia uno dei suoi obiettivi più netti e coerenti, questo è il mio governo“. Silvio Berlusconi passa al contrattacco. È così, dopo aver trascorso un giornata di riposo a villa la Certosa, alla vigilia della sua visita ufficiale in Bielorussia, il presidente del Consiglio sferra un nuovo affondo contro il tam-tam dei giornali su un suo presunto coinvolgimento nelle indagini di mafia sugli avvenimenti del 1992-93. Continua
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Un fatturato di oltre due milioni di euro al mese, stipendi altissimi, vitalizi e assegni ai parenti degli affiliati. Se la mafia è la prima azienda italiana, con un utile di novanta miliardi, il clan di Salvatore Lo Piccolo era una vera e propria holding, con tanto di compensi e libri paga.
Il boss palermitano teneva per sé un “salario” di quaranta mila euro al mese, al figlio Sandro, catturato con lui ieri, ne spettavano venticinque mila, mentre alla moglie del capo era destinato un vitalizio poco superiore ai venti milioni di lire al mese. Ogni affiliato alla cosca aveva un fisso di mille euro, cifra variabile a seconda dell’importanza della mansione che svolgeva, Francesco Paolo Onorario, sicario poi pentito, riceveva invece un fisso di poco più di quattro milioni di lire.
Per oliare una simile macchina, erano necessari introiti altissimi, quasi tutti provenienti da tangenti ed estorsioni. Chi aveva un negozio in centro era costretto a pagare poco meno di mille euro al mese, per un supermercato ne erano richiesti cinquemila, cifra che poteva anche raddoppiare per i lavori di un grande cantiere cittadino. E poi tangenti su lottizzazioni, appalti e costruzioni.
I soldi finivano quasi tutti riciclati in attività produttive di vario tipo, supermercati, tabaccai, ristoratori e negozi di abbigliamento, ma una parte era anche destinata ad alcune misure patrimoniali.
Dopo l’arresto e la decapitazione della piovra palermitana, la sfida più difficile degli inquirenti sarà proprio questa: identificare e strozzare un giro di affari ingente e difficilissimo da calcolare.
Il vero humus, senza il quale l’onorata società, a dispetto dell’immagine rurale che le è stata affibiata, non può più sopravvivere.
Il VIDEO servizio: