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Chiara Poggi, trovata uccisa a Garlasco il 13 agosto 2007, a 26 anni, in una foto inedita, ritratta dal suo fidanzato Alberto Stasi
Una porta a soffietto. Poi l’arma del delitto, che non è mai stata trovata. E perfino il movente. Sono questi i primi tre di dieci enigmi irrisolti, i dieci misteri del giallo di Garlasco: l’omicidio di Chiara Poggi, uccisa nel piccolo centro del Pavese il 13 agosto 2007, ad appena 26 anni.
Giovedì 17 dicembre sarà il giorno di San Lazzaro. Quel giorno il tribunale di Vigevano pronuncerà la sentenza: Alberto Stasi, il fidanzato di Chiara che è anche l’unico imputato, sarà dichiarato innocente o colpevole. Continua

I processi li vincono gli avvocati, si diceva un tempo. Oggi non è più così.
Oggi la figura chiave è il consulente. La cosiddetta “guerra delle perizie” ha preso piede, gli esperti forensi imperversano in tv, ascoltati come oracoli. A volte però non fanno che aumentare la confusione. Come a Garlasco (delitto di Chiara Poggi), dove gli studiosi ingaggiati da accusa e difesa interpretano le prove in modi opposti tra loro. O come a Perugia (omicidio di Meredith Kercher), dove i legali degli imputati accusano gli inquirenti di aver “inquinato” la scena del delitto. O come nel caso dello stupro della Caffarella dove Dna “misti” e riscontri non univoci potrebbero far crollare le tesi della procura.
Ma che ruolo hanno esattamente periti e consulenti? Quanto conta concretamente in un dibattimento avere dalla propria parte uno scienziato o un tecnico autorevole, affidabile, celebre? Francesco Bruno, criminologo e docente di Psicopatologia forense all’università La Sapienza di Roma, chiarisce i punti fondamentali su un tema di cui tutti parlano, ma che pochi conoscono.
Professor Bruno, che ruolo hanno nel processo periti e consulenti?
L’esperto ha il compito di concorrere alla ricerca della verità processuale e si occupa in questo senso degli aspetti tecnici e scientifici. Se è il giudice del processo penale a nominarlo, per avere aiuto in materie su cui non ha competenza diretta, si chiama “perito”. Tutti gli altri invece, cioè quelli scelti dalle parti (il pm o gli avvocati difensori), anche in sede civile, si chiamano “consulenti”. Queste figure hanno accesso alle prove esattamente come gli avvocati.
Ci sono dei limiti alla scelta del consulente?
Tutte le parti possono nominare un consulente e tutte le persone esperte di un certo settore possono ricoprire questo ruolo, non ci sono limiti. Solo, il perito non deve essere un parente dell’imputato né averci avuto a che fare in precedenza. Inoltre non deve avere subito condanne.
Che peso hanno gli esperti nel processo?
Gli scienziati e i tecnici forniscono expert opinion, cioè mentre i testimoni riferiscono fatti, i consulenti esprimono opinioni professionali. Il valore di questi pareri è importante, ma il giudice può anche non tenerne conto, anche se deve motivare questa decisione. Le versioni differenti date dai diversi esperti non è tanto una questione di discrezionalità quanto di disaccordo sui metodi usati. Sarebbe auspicabile una omogeneizzazione delle discipline.
E quanto conta avere un bravo consulente per vincere in aula?
Un tempo la figura chiave del processo era l’avvocato, che con la sua abilità dialettica riusciva a “convincere” il giudice. Oggi invece un documento o un campione di Dna contano più di mille arringhe. Per questo è importante che i difensori capiscano il ruolo del consulente e che collaborino con lui appieno.
Il consulente o il perito sono sempre autonomi e infallibili?
Certo che no, occorre distinguere. Non sempre la preparazione dello scienziato è accertata, capita che vengano nominate delle persone che non hanno la giusta esperienza. Il giudice può scegliere il perito che crede e il perito dovrebbe essere neutrale quanto lui. Ma se sono certo del fatto che un giudice non ha pregiudizi, visto che questa è la sua prerogativa, non ho la stessa sicurezza per i consulenti. Capita che per essere richiamato l’esperto si esprima nella direzione voluta da chi lo ha nominato. Non è un caso se spesso nascono delle polemiche perché i consulenti incaricati sono sempre gli stessi. Oppure perché appartengono alle forze dell’ordine e sono di certo preparati ma “sbilanciati” dalla parte dell’accusa.
Che qualità deve avere il consulente ideale? E quali sono i limiti che non deve oltrepassare?
Il consulente ideale deve innanzitutto conoscere la sua materia, ma deve anche conoscere le categorie giuridiche. Scienza e diritto sono due ambiti molto diversi e conciliarli è difficile, il consulente però deve ricordare che in un processo il diritto è predominante. Deve quindi saper adeguare la propria materia e il proprio linguaggio a chi non parla la sua lingua. Altrimenti crea confusione e il suo lavoro diventa inutile ai fini giuridici.
In concreto?
Per il diritto, un campione biologico deve corrispondere oppure no al Dna dell’imputato, mentre per la scienza la risposta può non essere univoca. A volte uno scienziato si trova a dire cose corrette, ma che non hanno consistenza giuridica. Il consulente inoltre è al servizio di una parte, non deve giudicare, deve solo consigliare. Riferire la realtà che ha osservato, fare ciò che è utile a chi lo ha nominato, pur senza sposarne la causa in modo pregiudiziale.

A volte succedono dei pasticci nella gestione della scena del crimine.
Nella raccolta delle prove vanno rispettate alcune regole che tutelino anche la difesa. A volte ad esempio si perde del tempo per permettere ai difensori di assistere alle operazioni, questo è inevitabile. Ma per evitare i pasticci, bisognerebbe riconoscere un ruolo ancora più importante a chi fa i rilievi. In Italia spesso sono le stesse forze dell’ordine a inquinare le prove. Negli Stati Uniti c’è una cultura diversa: non vedremo mai il tenente Colombo che viola la scena del crimine prima dell’arrivo della Scientifica.
I risultati a cui sono giunti i consulenti del giudice delle indagini preliminari non sono identici ma portano a sostenere che l’ammaraggio sia avvenuto oltre le 12 miglia dalla costa palermitana (a circa 13) e quindi in acque internazionali.
Nell’appendice 9 della consulenza tecnica (firmata dal dottor Marretta) si legge che alle ore 15.52 la torre di controllo di Palermo individuava quale punto di impatto con il mare dell’Atr72 Tuniter TS-LBB le coordinate 38°24′110 Nord e 013°29′4 Est di Capogallo.
Nella consulenza tecnica dell’altro perito, il comandante De Masi, si sostiene che è possibile individuare con certezza il punto di impatto del velivolo ammarato con le coordinate 38°24′28 Nord e 013°29′31 Est di Capogallo. In ogni caso fuori dalle nostre acque nazionali.