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Pescara

Roberto Straccia, il ragazzo sparito nel nulla due settimane fa (Credits: ANSA / MASSIMILIANO SCHIAZZA)
Sono ormai passate due settimane dalla scomparsa di Roberto Straccia, il 24enne, che non è più rientrato a casa dopo essere uscito per andare a fare una corsa sul lungomare di Pescara. Le indagini non escludono laucna pista. Quella del sequestro viene però ritenuta poco probabile dagli investigatori. La famiglia di Roberto non ha grosse disponibilità economiche. Amici e familiari poi escludono il suicidio. Roberto era un ragazzo allegro apparentemente senza grossi problemi. Di sicuro però viene da chiedersi come mai abbia cancellato tutti gli sms in uscita dal suo cellulare proprio poco prima di sparire nel nulla, come se avesse qualcosa da nascondere.
Ieri, per ricordarlo nel giorno del suo compleanno, gli amici di Roberto hanno scritto un appello a chiunque possa aver visto quel giorno o in queste due settimane qualcosa che possa essere utile a far luce su questa vicenda. Ecco la lettera
“Innanzitutto ringraziamo tutti coloro che stanno contribuendo alla ricerca del nostro amico Roberto. Continua
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Sui muri di Roma tempo fa è comparso un manifesto. La faccia austera di Enrico Berlinguer e un’epigrafe: “La questione morale è il centro del problema italiano”. Colta al volo, sembrava propaganda del Partito democratico, ma in basso a destra compariva il logo di Rifondazione comunista, il memento di un “ennemi a gauche”, il nemico a sinistra del partito di Walter Veltroni. Il Pd è in bilico sulla bilancia della giustizia e si avvia alla resa dei conti del 2009.
Incudine, toga e martello
Stretto tra l’incudine dell’Italia dei valori e il martello della sinistra antagonista che si sta rianimando in vista delle elezioni europee di giugno, il Pd si ritrova sul vulcano della questione morale e del suo ormai sbrindellato rapporto con la magistratura, che ha decimato la giunta comunale di Napoli, azzoppato quelle di Firenze e Genova, decapitato quella di Pescara e stretto d’assedio la Regione Campania. In un primo momento Veltroni aveva pensato di approfittarne per puntellare le sue posizioni nel partito, usare le inchieste come una scopa per spazzare via i nemici interni, ma dopo la pallida direzione di fine 2008 l’obiettivo è apparso temerario.
Pericoloso cavalcare una seconda Mani pulite con una magistratura imprevedibile, difficile sorvolare sui buchi neri delle inchieste, ingenuo far finta che una riforma della giustizia non sia urgente, eppure impossibile ignorare le critiche pesanti che piovono sul Pd dai fori della magistratura associata. Sul numero 4 di Questione giustizia, la rivista di Magistratura democratica, non ci si lambicca sui giri di parole: “La sinistra (…) sul tema dei diritti e della giustizia è assente e, in ogni caso, silente. Nella migliore delle ipotesi gioca di rimessa contestando, debolmente, questa o quella iniziativa del governo e della maggioranza senza mai uscire da una situazione di subalternità apparentemente irrimediabile anche in settori classici della sua riflessione e del suo impegno: la centralità della Costituzione e dei suoi principi, la “questione morale” (scomparsa dalla sua prassi e dal suo vocabolario), la sicurezza dei cittadini (appiattita sulla “emergenza criminalità” senza coglierne la connessione con condizioni di vita sempre più precarie e incerte) e via elencando”. Un giudizio durissimo che viene dalla corrente delle toghe che per decenni, dai tempi del Pci fino a ieri, è stata un punto di riferimento.
Rotto l’incantesimo, il partito di Veltroni è di fronte a un triplo problema: gestire le crisi determinate dalle inchieste giudiziarie, riannodare i rapporti con la magistratura, provare a sedersi al tavolo della riforma della giustizia. Tre palle, un soldo e un segretario che appare indeciso a tutto.
Rosetta e Luciano
A Napoli Rosa Russo Iervolino ha rattoppato gli strappi provocati dalle manette con una nuova giunta che ha innescato le dimissioni del segretario provinciale del Pd Luigi Nicolais. Brutta storia che, come ciliegina sulla torta, ha visto la pasionaria Rosetta armarsi di registratore per carpire un colloquio privato con lo stesso Nicolais. Cose da Bisanzio che hanno messo Veltroni in grave imbarazzo e difficoltà.
A Pescara il sindaco Luciano D’Alfonso dopo essere uscito dalla prigione ci pensa un po’ su, ritira le dimissioni (motivo fra l’altro della sua scarcerazione) e presenta un certificato medico per non recarsi al lavoro in comune e arrivare alle elezioni di giugno senza il commissario e con la giunta in carica. Se il segretario del Pd il giorno della scarcerazione parlava di “fatto gravissimo” e coglieva la palla al balzo per criticare gli arresti facili, dopo la mossa di D’Alfonso i musi lunghi in largo del Nazareno si sono di nuovo moltiplicati.
Massimo Brutti, commissario del Pd in Abruzzo, non nasconde che quella di D’Alfonso “è una scelta personale, non concordata con il partito” e cerca di leggere la vicenda in chiave positiva. “Lui fa un passo indietro sull’amministrazione e manifesta la volontà di difendersi nel processo. Essere ricorso allo strumento dell’impedimento fa sì che l’ordinaria amministrazione venga svolta dalla giunta uscente. Questo non è un fatto negativo” aggiunge Brutti a Panorama “visto che si vota a giugno. Dati i tempi stretti, è una soluzione migliore rispetto a quella del commissario. Le critiche da parte della destra in questo caso non hanno grande fondamento. L’effetto è identico a quello delle dimissioni. Ripeto, è una sua scelta e la rispettiamo”.
Però l’altro commissario in Abruzzo, il senatore e vicecapogruppo del Pdl Gaetano Quagliariello, dà fuoco alle polveri: “D’Alfonso si è trovato di fronte alla scelta di lasciare, ovvero di contraddire un elemento sul quale il gip aveva fondato la scarcerazione: il fatto che si fosse dimesso da sindaco. Non entriamo nel merito del processo, ma quello che non è possibile considerare come un fatto ordinario è che si ricorra a un certificato medico per evitare il commissariamento di un comune. Non è in discussione se la scelta sia migliore o peggiore, ma il fatto che istituzionalmente si configura una forzatura finora mai vista e su questo il nostro è un giudizio politico: si tratta di una vergogna”. Scintille.
Cambiare la Carta
Nel frattempo il guardasigilli Angelino Alfano è seduto al tavolo da poker della riforma e si appresta a chiedere al croupier parlamentare di cambiare la Costituzione. Alfano ribadisce che sulla giustizia il governo vuole modificare la Carta e riformare il Consiglio superiore della magistratura: “C’è una grande sintonia sulle questioni di fondo, anche di rango costituzionale, e non vedo vicende collaterali capaci di intralciare il cammino sulla giustizia” ha spiegato più volte Alfano.
Un assist arriva dal vicepresidente del Csm Nicola Mancino, che sul Corriere della sera ha aperto alle modifiche: “Al Csm serve una riforma: solo un terzo dei membri sia nominato dalle toghe. Il Parlamento indichi i reati da perseguire”.
Una rivoluzione copernicana per Palazzo de’ Marescialli. Gioco nel quale la Lega Nord potrebbe inserire il suo pallino: l’elezione dei giudici popolari e l’applicazione dell’articolo 102 della Costituzione che prevede la partecipazione diretta del popolo nell’amministrazione della giustizia. Il Carroccio è in movimento, Roberto Cota, capogruppo della Lega alla Camera, lo conferma a Panorama: “Stiamo lavorando al tavolo della riforma con Alfano con spirito costruttivo. Ci sono tutte le condizioni per dare il via subito all’elezione popolare dei giudici di pace e dei viceprocuratori onorari. Pensiamo anche a un ampliamento delle competenze dei giudici di pace. Per fare questo non è necessario modificare la Costituzione bensì semplicemente attuarla”. E le proposte di Mancino? “Ha ragione, dice quello che diciamo noi da sempre. È incredibile che il Csm, che deve garantire l’indipendenza della magistratura, funzioni peggio di un organismo politico con logiche di corrente”.
Democratici all’angolo
La maggioranza e il governo andranno avanti e il Pd, se non scioglie i dubbi, si ritroverà all’angolo e con le difficili elezioni europee alle porte. Ascoltare Arturo Parisi, il primo (e oggi non più isolato) critico del “partito liquido” teorizzato da Veltroni: “Di fronte all’esplosione di casi locali, dall’Abruzzo alla Sardegna e ora a Napoli, non possiamo che ripetere quello che andiamo inutilmente dicendo da tempo. Non si può costruire un partito forte attorno a una somma di debolezze, di linea, di organizzazione di leadership”.
Parisi lancia l’attacco diretto a Veltroni: “Debolezza di linea: perché dire ‘avrei dovuto fare piazza pulita prima’? Non dimentichiamo che l’origine è proprio la scelta di mettere tutti assieme intorno a una persona in nome della continuità invece che attorno a una linea politica, non a una supposta linea morale. Debolezza di organizzazione: come denunciare l’inesistenza del partito se si è proposta la sua costruzione alla conquista del governo? Debolezza di leadership: come potrebbe mai Veltroni essere forte dopo le ripetute sconfitte elettorali, sulle quali si continua a rifiutare ogni confronto? Come potrebbe mai un partito reggersi su una leadership circondata da organi nominati dall’alto e sempre più affidata a commissari, dopo aver annullato di imperio l’assemblea costituente e gli organi locali democraticamente eletti? Se di fronte a questo disastro crescono a Trento e a Roma i nostalgici del passato, ci sono altri che hanno nostalgia del futuro e di questo continuano a chiedere conto a Veltroni”.
Il Pd per Parisi non scricchiola a livello locale, ma nazionale: “Persino Massimo D’Alema ora comincia a dirlo: prima che in Abruzzo, in Sardegna, o a Napoli, il problema è nel partito che non riesce a decollare a livello nazionale”.
Scorre rapida la sabbia nella clessidra del 2009 e se il Pd non decolla, decollano il segretario.

Colpo di scena a Pescara. Il sindaco Luciano D’Alfonso ha ritirato stamani, ultimo giorno utile, le dimissioni da primo cittadino. Contestualmente all’ufficio protocollo è stato depositato un certificato medico che attesta il suo impedimento al lavoro per motivi di salute.
In base al Testo Unico sugli Enti Locali le funzioni di primo cittadino saranno svolte dal vice sindaco Camillo D’Angelo. Scongiurato, dunque, almeno per il momento il ritorno anticipato alle urne. D’Alfonso era stato rieletto alla tornata amministrativa dell’aprile scorso.
Le dimissioni di D’Alfonso avrebbero aperto la strada al commissariamento prefettizio con le nuove elezioni che si sarebbero tenute il 6 e 7 giugno prossimi, in concomitanza con le provinciali e le europee. Nella lettera inviata al presidente del Consiglio comunale, alla Giunta e al segretario generale del Comune di Pescara, D’Alfonso spiega di aver avuto, il 24 dicembre scorso (giorno in cui gli sono stati revocati gli arresti domiciliari), “piena consapevolezza di essere affetto da una patologia che non mi consentirebbe non so per quanto tempo, di svolgere, con continuità e serenità, le attività articolate e complesse relative alla funzione”.
Alla Giunta, in particolare, chiede di prendere atto del suo impedimento a svolgere con pienezza le funzioni di sindaco; un impedimento che “allo stato” aggiunge “devo ritenere di natura ingravescente e permanente, quantomeno nel senso della imprevedibilità della data della completa guarigione”.
Tre le inchieste che vedono coinvolto l’ormai ex primo cittadino. La più eclatante è quella che lo portò ai domiciliari il 15 dicembre scorso, poi revocati alla vigilia di Natale, con accuse pesanti relative, in particolare, ad appalti pubblici milionari in cambio di favori. Un’altra inchiesta è relativa all’urbanistica e fu avviata nel novembre 2006 da quando 22 accordi di programma e programmi complessi finirono sotto l’attenzione della magistratura. All’epoca ci furono approfondite indagini patrimoniali su D’Alfonso e gli investigatori setacciarono i suoi conti bancari e quelli dei suoi familiari fino al terzo grado di parentela senza tuttavia scoprire “tesori” di sorta. Da questo filone di indagini sarebbe emerso solo il prestito di un fondaco da parte di un costruttore. L’ultima inchiesta è relativa all’assunzione in Comune del suo ex braccio destro, Guido Dezio. L’inchiesta è chiusa dal 16 novembre 2007 e ora si attendono le decisioni dei magistrati. In questo caso l’ex primo cittadino è indagato per abuso patrimoniale poichè avrebbe favorito l’assunzione, ad un livello superiore, del suo uomo di fiducia. Nell’inchiesta sulle presunte tangenti sono indagate, in tutto, quaranta persone.
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È tornato in libertà. L’ex sindaco di Pescara, già coordinatore regionale del Pd, Luciano D’Alfonso, passerà un Natale da uomo libero. Il gip del Tribunale di Pescara, Luca De Ninis, ha disposto la revoca degli arresti domiciliari a suo carico. D’Alfonso era finito ai domiciliari il 15 dicembre scorso, nell’ambito dell’inchiesta su presunte tangenti negli appalti pubblici al Comune di Pescara. Ieri il pm titolare dell’inchiesta, Gennaro Varone, aveva espresso parere negativo all’istanza presentata dai legali dell’ex sindaco. Il sindaco ha ora tempo fino al 5 gennaio 2009 per ritirare le dimissioni, evitando quindi il commissariamento del Comune e le elezioni anticipate.
Nel documento depositato, il pm sosteneva che l’impianto accusatorio non è stato scalfito dalle affermazioni rilasciate dall’ex sindaco nel corso dell’interrogatorio di garanzia e che quindi non c’erano elementi nuovi nell’indagine. In realtà però, stando a quanto anticipato da alcuni quotidiani, per il gip non esisterebbe a Pescara la “cupola” di cui parla l’accusa. Nella notifica di 3 pagine De Ninis smonterebbe quindi l’impianto accusatorio che ha portato D’Alfonso ai domiciliari, degradando l’accusa di “corruzione” al “finanziamento illecito al partito”.
Inoltre, stando all’anticipazione dei verbali pubblicate da un quotidiano locale, Il Centro, e riportata da il Riformista, per suffragare la colpevolezza dell’ex sindaco di Pescara, secondo il gip (che parla di “scarsità investigativa”) sarebbero state utilizzate “non prove”, ma “semplici deduzioni”.
E mentre, già dalla mattinata alcune decine di persone si erano radunate sotto l’abitazione di D’Alfonso per esprimergli solidarietà e chiedergli il ritiro delle dimissioni si fa sentire anche la “rabbia” del Pd. “Quello che è avvenuto a Pescara è gravissimo. Esprimo a D’Alfonso che torna pienamente libero la mia soddisfazione. Ma la vicenda ha dentro di sé gravi implicazioni che meritano una riflessione più compiuta che ci riserviamo di fare fin dalle prossime ore”. ha commentato il segretario Walter Veltroni. “Sconcertante che il giudice abbia appena nove giorni fa firmato una ordinanza di arresti domiciliari nei confronti di D’Alfonso, sconfessate ora dallo stesso giudice, con una nuova ordinanza che capovolge la precedente” attacca Massimo Brutti, il commissario che il leader del Pd aveva mandato in Abruzzo subito dopo gli arresti di D’Alfonso, segretario regionale di democratici.
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Pescara il prossimo 5 gennaio. Per Napoli invece non è previsto nessuno scioglimento.
A fissare la data per lo sciogliemnto del Consiglio Comunale di Pescara, in seguito all’arresto del sindaco D’Alfonso, è il titolare del Viminale, Roberto Maroni, facendo poi sapere che il consiglio di Napoli non potrà, invece, essere sciolto per legge.
“Il sindaco D’Alfonso” spiega il titolare del Viminale “si è dimesso il 16 dicembre (dopo l’arresto nell’ambito di una inchiesta giudiziaria, ndr), trascorsi i venti giorni di legge il Comune sarà sciolto, nominerò il commissario e si andrà a votare con la prossima tornata di amministrative”.
La giunta partenopea invece non sarà sciolta: “Le misure restrittive per due assessori non sono sufficienti per lo scioglimento del comune di Napoli, non essendo prevista l’imputazione di associazione per delinquere di stampo mafioso, ma solo l’associazione per delinquere”, ha detto il ministro dell’Interno al termine del Consiglio dei ministri spiegando che il Viminale sta seguendo “con grande attenzione” la vicenda. “Siamo preoccupati” ha continuato il ministro leghista “per il corretto adempimento degli obblighi, ma non possiamo intervenire perchè la legge non ce lo consente”.
In consiglio dei Ministri alcuni esponenti di governo hanno paragonato quello che è successo ad nuova Tangentopoli. Il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, avrebbe concordato sul fatto che non ci sono le condizioni per sciogliere il Consiglio partenopeo. “Noi” ha detto il premier in Cdm “siamo da sempre garantisti, sia per quanto riguarda noi che gli altri. Io spero” ha continuato Berlusconi “che i fatti vengano ridimensionati”. Il Cavaliere comunque ha fatto notare, nella riunione ad alcuni ministri, come anche il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ritenga che sia “urgente” la riforma della giustizia.
Sempre il Consiglio dei Ministri ha fissato la data delle prossime elezioni europee e amministrative. Che saranno accorpate: si voterà sabato 6 giugno nel pomeriggio e tutta la giornata di domenica 7 giugno. “Il Consiglio dei ministri” ha illustrato Maroni “ha approvato la mia proposta di un election day: si voterà insieme per le europee, per oltre 4mila Comuni e per 73 Province. Per fare questo abbiamo anticipato al sabato la mezza giornata di votazioni che di solito è di lunedì, sia per le amministrative sia per le europee”.

L’arresto del segretario regionale del Pd abruzzese e sindaco di Pescara, Luciano D’Alfonso, (ex presidente della provincia) lascia il partito di Veltroni ancora più a terra dopo il ko (meno 10% rispetto alle politiche) nelle elezioni regionali.
D’Alfonso è accusato di associazione per delinquere finalizzata alla corruzione e alla concussione, truffa, falso e peculato. L’inchiesta della procura di Pescara parte dall’affidamento della gestione dei cimiteri ad alcune ditte private. Insieme al sindaco è stato arrestato ieri sera il suo segretario personale Guido Dezio e l’imprenditore Massimo De Cesaris. Il provvedimento cautelare era pronto da tempo, ma la procura ha voluto attendere l’esito delle elezioni in Abruzzo. Tra gli indagati nell’ambito dell’inchiesta anche il patron di Air One Carlo Toto, e il fratello Alfonso, cui viene contestato il reato di corruzione. Secondo l’accusa, il corrotto sarebbe proprio D’Alfonso, per un appalto per la gestione di un’area vicina alla stazione ferroviaria. Appalto che sarebbe poi stato bloccato dalla stessa maggioranza in consiglio comunale.
Secondo il procuratore capo Nicola Trifuoggi, il sindaco sarebbe stato ricompensato con la disponibilità di un aereo personale e il pagamento di numerose cene elettorali. D’Alfonso era in lizza per una candidatura a presidente della regione dopo le dimissioni di Ottaviano del Turco, ma poi l’Idv aveva fatto accettare al Pd la candidatura di Carlo Costantini. Una settimana fa circa il sindaco di Pescara si era presentato in procura dopo che si erano fatte ricorrenti le voci su un suo coinvolgimento in inchieste giudiziarie.
Nel colloquio con il pm Varone, D’Alfonso si sarebbe difeso dicendo di non sapere nulla degli affari del suo segretario personale, e avrebbe anche confermato al giudice le sue dimissioni da sindaco e da segretario regionale del Pd, ma l’atto non è stato sufficiente ad impedire al Gip De Ninis di emettere il provvedimento restrittivo. Ora D’Alfonso è agli arresti domiciliari, assistito dallo stesso avvocato che difende Ottaviano Del Turco, Giuliano Milia. Il Gip deve ancora stilare il calendario degli interrogatori ma si è appreso che sono probabili delle misure interdittive con la sospensione dai pubblici uffici.
La Procura di Pescara avrebbe accertato movimenti di denaro tra l’imprenditore De Cesaris e l’ex collaboratore del sindaco D’Alfonso, Guido Dezio. Quest’ultimo sarebbe stato trovato in possesso di elenchi di passaggio di denaro da parte della ditta di De Cesaris nel corso di una ulteriore perquisizione nella sua abitazione. Secondo la Procura sarebbero stati poi riscontrati movimenti di denaro, con tanto di prove.
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Doveva essere un fine settimana da bollino rosso quello appena trascorso e così è stato. Il rientro dalle vacanze è stato fatale per 42 persone, che hanno perso la vita sulle strade italiane. Di queste 18 avevano meno di 30 anni.
E la settimana è iniziata con un altro incidente mortale: due bambini di 4 e 7 anni sono morti nell’incidente stradale avvenuto questa mattina sull’autostrada A14, nel tratto compreso tra Ortona e Pescara sud, in direzione di Ancona.
I genitori sono gravemente feriti in ospedale. Di loro si conosce solo la nazionalità, erano albanesi. Lo scontro è stato provocato da un tamponamento al km 399 tra un mezzo pesante e due autovetture: da una prima ricostruzione sembra che il tir abbia tamponato un’autovettura schiacciandola contro l’altra. Le cause sarebbero da ricondurre alla guida distratta - spiega una nota di Autostrade - e al mancato rispetto della distanza di sicurezza.
In tutto il week end sono stati 507 gli incidenti che hanno richiesto l’intervento della ambulanze per assistere 825 persone ferite; 454 invece gli incidenti che hanno registrato solo danni a cose. Gli scontri mortali con il coinvolgimento di veicoli a due ruote sono stati 17, pari a circa il 48,6% del totale. E tra gli incidenti mortali, quelli verificatisi nella fascia oraria 22-06 sono stati 11 con 18 deceduti.
Sull’elevato numero di vittime registratesi nell’ultimo week end ha influito, sottolineano le forze di polizia, il verificarsi di tre incidenti pluri-mortali. Il più grave è quello avvenuto in Puglia, nel barese, con ben cinque vittime. Questa volta però non è stato l’alcool la causa della tragedia. È stato infatti verificato che non aveva bevuto né assunto stupefacenti Ramaj Elvis, il ragazzo albanese di 20 anni, alla guida della Volvo, che si è scontrata con la Mercedes, provocando la morte dei cinque giovani. Lo rilevano gli esami tossicologici compiuti su di lui all’ospedale Bonomo di Andria, dove è ricoverato in condizioni critiche. Il giovane è l’unico superstite dell’incidente. Sono morti il suo connazionale che era con lui sulla Volvo, il 23enne Dritam Hoxhla, e i quattro giovani di Molfetta: Lazzaro Rizzi, di 27 anni, la sua fidanzata, Annalisa De Ceglie, di 24, e l’altra coppia di fidanzati, Sergio De Gennaro, di 23 anni, ed Elisabetta Cagnetta, di 21.
Guidava invece ubriaco chi tra sabato e domenica ha ucciso una 17enne a Bresso, nel milanese. Si tratta di un giovane milanese di 24 anni, Stefano P., che dopo il test è risultato avere un tasso alcolico di 1,6 g/l, tre volte superiore al consentito, ed è stato arrestato. “Chi causa incidenti mortali in stato di ebbrezza, di alterazione psicofisica per l’uso di sostanze stupefacenti o senza patente commette un omicidio volontario e non solo colposo. Dunque va punito molto più severamente, con almeno dieci anni di reclusione”, è questa la proposta del deputato del Pdl, Riccardo De Corato, che è anche vice sindaco e assessore alla Sicurezza del Comune di Milano.
“Anche se il decreto sicurezza è intervenuto con un giro di vite contro gli ubriachi al volante, prevedendo anche il sequestro dei veicoli e innalzando le pene per chi causa incidenti mortali”, racconta De Corato, “bisogna andare fino in fondo. A Milano i dati sul consumo di alcol alla guida continuano a essere allarmanti. Su 370 accertamenti della Polizia Municipale eseguiti lo scorso luglio nell’arco della settimana e con intensificazione nei weekend, 79 sono risultati positivi ai test etilometrici, praticamente uno su cinque”.
Non bastano quindi gli intensi controlli su strade e autostrade: in previsione dell’incremento degli spostamenti derivanti dai rientri dei vacanzieri, Polizia stradale e Carabinieri avevano potenziato infatti dispositivi di prevenzione e di vigilanza stradale impiegando, in totale, 35.002 pattuglie. Sono state contestate 26.817 violazioni al Codice della strada, con 43.296 punti decurtati, 1.146 patenti di guida e 1.288 carte di circolazione ritirate.