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Non cederà il governo. Non farà passi indietro. Anzi, sulla riforma della scuola “Andremo avanti: continuiamo nella direzione lungamente meditata e poi intrapresa dal ministro Gelmini”. A dirlo è il premier Silvio Berlusconi in conferenza stampa a Palazzo Chigi, proprio con il ministro dell’Istruzione Maria Stella Gelmini. Perché: “L’obiettivo non è la riforma strutturale della scuola ma mettere al centro della scuola lo studente. Ci saranno risparmi e quindi avremo più risorse in una scuola dove gli stipendi degli insegnanti assorbono ora oltre il 90% del budget”. Non ci sta il premier alle “bugie” della sinistra: “Dicono che taglieremo il tempo pieno, che licenziamo insegnanti, che togliamo risorse alla scuola. Tutto falso”.
E allora snocciola numeri, dati e cifre. Tutto per difendere le ragioni della riforma della scuola a pochi giorni dalla manifestazione di protesta convocata per il 25 ottobre dal Pd e mentre nelle università italiane dilagano occupazioni e mobilitazione.
Uno ad uno, Berlusconi analizza tutti i punti del decreto Gelmini, che anche questa mattina il leader del Pd Walter Veltroni ha invitato a ritirare. “Siamo decisi ad andare avanti, e diamo un avviso ai naviganti: non permetteremo l’occupazione di luoghi come università e scuole, che è una violenza nei confronti delle famiglie, dello Stato, dei ragazzi che vogliono studiare”. Berlusconi ha reso noto che comunicherà al ministro dell’Interno Maroni indicazioni su “come devono intervenire le forze dell’ordine”.
La manifestazione del 25 ottobre
“La sinistra, vedendo l’aria che tira, dice che in piazza saranno fatte delle proposte: non credo che sia quello il luogo. Le proposte si fanno in Parlamento e, per ora, dalla sinistra non e’ arrivato nulla. Noi invece andammo in piazza per protestare contro il fisco”.
I falsi della sinistra
“Altro falso” ha proseguito Berlusconi “è quello che dice: il governo caccia 87mila insegnanti. È solo prepensionamento e blocco del turnover. Si mette fine alla prassi della sinistra che ha inflazionato precari e trasformato la scuola in un ammortizzatore sociale, dequalificandola. Il 38,8% degli studenti 15enni non raggiunge il livello di competenza minimo in una società avanzata. Bisogna cambiare le cose, ed è quello che si appresta a fare il ministro Gelmini. La scuola ha 1 milione e 300mila insegnanti con il costo per studente più alto d’Europa”.
Tempo pieno
“La sinistra dice che aboliamo il tempo pieno” ha detto ancora Berlusconi “Ma non c’è nessuna abolizione. Anzi ci saranno più insegnanti da impiegare per il tempo pieno. Le classi di tempo pieno potranno aumentare anche del 50%. In 5 anni ci saranno quasi 6mila classi in più con il tempo pieno”.
Lingua straniera
“Le ore dell’inglese nelle elementari sono tagliate: è falso”, ha aggiunto Berlusconi snocciolando dati su dati che provano il mantenimento delle ore di inglese in orario “E le famiglie possono chiedere altre 2 ore di inglese in più sottraendole all’insegnamento della seconda lingua”.
Razzismo
“Andate voi” ha detto Berlusconi “a insegnare l’aritmetica e l’italiano in classi, come al nord, dove si parlano 10 lingue e non l’italiano. Si vuole dare solo l’opportunità di corsi per far parlare l’italiano a questi ragazzi. Il primo passo è l’insegnamento della lingua italiana per l’integrazione. Non per razzismo (come ancora ieri aveva accusato Famiglia Cristiana in un suo editoriale, ndr). In Francia ci sono da decenni le classi ‘d’accueil’ (CLA), in Germania ci sono classi analoghe” per l’insegnamento della lingua e della cultura tedesca.
Scuole chiuse
“Altra menzogna. Per le comunità montane e altro si è solo previsto il risparmio sul personale dirigente. Ci saranno un preside unico in scuole con 50 bambini o meno”.
Meno risorse
“Il taglio di 8 miliardi di euro per la scuola. Non è vero” ribatte Berlusconi “qui ci sono i dati. C’è una manovra sul triennio che porta ad una migliore allocazione delle risorse. Oggi la scuola costa 39 miliardi di euro l’anno e per il 96% sono stipendi del personale. Spendiamo più del 7% del Pil in Istruzione, Germania e Francia spendono più o meno lo stesso. Ogni studente ci costa 5172 euro, un record in Europa: in Italia c’è 1 docente ogni 9 studenti contro 1 ogni 13 studenti in Europa”.
Nessuna meritocrazia
“Gli insegnanti guadagnano allo stesso modo, quelli che meritano e quelli che non meritano” ha detto Berlusconi. “Un insegnante con 15 anni di anzianità guadagna 27.500 euro dopo 15 anni; in Germania guadagna 20mila euro in più”. Per questo, ha aggiunto Berlusconi, la riforma si propone di arrivare entro il 2012 a poter “premiare” con un aumento di stipendio significativo gli insegnanti più meritevoli.
Partecipa al FORUM: “Atenei occupati e disordini di piazza: che c’entra il decreto Gelmini?”
- Tags: classi, decreto, governo, Mariastella-Gelmini, Ocse, Pd, piazza, Pisa, risorse, scuola, Silvio Berlusconi, tagli
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E allora bisogna chiederselo: la riforma Gelmini sulla scuola, è un attentato al diritto costituzionale di un’istruzione libera e garantita a tutti i cittadini italiani, come denuncia il movimento di protesta contro la riforma, o il tentativo di risanare una scuola sotto molti profili in crisi, come sostengono il ministro, il premier e il governo?
Studenti, docenti e opinione pubblica si dividono sul decreto legge 137/2008, entrato in vigore il 1 settembre, già passato al vaglio della fiducia alla Camera e ora in discussione al Senato. Molte le novità previste: dal voto al posto del giudizio, all’adozione dei libri scolastici per un quinquennio.
Queste in estrema sintesi le novità contenute negli 8 articoli del decreto legge.
Competenze su cittadinanza e Costituzione (articolo 1)
Dall’inizio dell’anno scolastico corrente (2008/2009) viene avviata una sperimentazione nazionale ed attività di sensibilizzazione e di formazione del personale finalizzate all’acquisizione nel primo e nel secondo ciclo di istruzione (elementari e medie) delle conoscenze e delle competenze relative a “Cittadinanza e Costituzione”, nell’ambito delle aree storico-geografica e storico-sociale e del monte ore complessivo previsto. Torna, insomma, la vecchia “Educazione civica”, che gradualmente viene anticipata nell’insegnamento della la scuola dell’infanzia (asili). All’attuazione dell’articolo, dice il decreto, si provvede nei limiti delle risorse umane, strumentali e finanziarie disponibili. In concreto, formazione e implementazione delle lezioni di “Cittadinanza e Costituzione” dipenderanno, come il resto dell’attività scolastica, dalla spesa pubblica per l’istruzione stabilita di anno in anno in Finanziaria.
Valutazione del comportamento degli studenti (articolo 2).
Alle elementari e alle medie, in sede di scrutinio alla fine del primo quadrimestre e alla fine dell’anno scolastico, sarà valutato “il comportamento di ogni studente durante tutto il periodo di permanenza nella sede scolastica”, anche “in relazione alla partecipazione alle attività e agli interventi educativi realizzati dalle istituzioni scolastiche anche fuori della propria sede”. Questa valutazione già da quest’anno è espressa in numeri. La votazione sul comportamento degli studenti, attribuita collegialmente dal consiglio di classe, concorre alla valutazione complessiva dello studente e determina, se inferiore al 6, la non ammissione al successivo anno di corso o all’esame conclusivo del ciclo.
Ma come unformare in tutt’Italia i criteri di giudizio sul comportamento degli studenti? Ci penserà un decreto del ministro dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, che preciserà i criteri e modalità applicative per attribuire ad atti di “particolare e oggettiva gravità del comportamento” un voto insufficiente. Insomma, una sorta di piccolo ‘codice del comportamento’ emanato dal ministero, soccoreerà presidi e docenti.
Rendimento scolastico degli studenti (articolo 3)
Dall’anno scolastico corrente alle elementari e alle medie la valutazione periodica e annuale del rendimento degli alunni e la certificazione delle competenze da essi acquisite è espressa in decimi e illustrata con giudizio analitico sul livello globale di maturazione raggiunto dall’alunno. Sono ammessi alla classe successiva, o all’esame di Stato a conclusione del ciclo, gli studenti che hanno ottenuto un voto non inferiore a 6 decimi in ciascuna disciplina o gruppo di discipline. È abrogata ogni altra disposizione incompatibile con la valutazione del rendimento scolastico mediante l’attribuzione di voto numerico espresso in decimi.
Anche in questo caso, per uniformare il più possibile i criteri di giudizio a livello nazionale, un regolamento, su proposta del ministro dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, si occuperà del coordinamento delle norme vigenti per la valutazione degli studenti e individuerà eventuali ulteriori modalità applicative.
Insegnante unico nella scuola primaria (articolo 4)
È l’articolo più contestato, quello che prevede il cosiddetto ‘maestro unico’ alle elementari. Alle primarie le istituzioni scolastiche (cioè i presidi) costituiranno classi affidate a un unico insegnante, funzionanti con orario di 24 ore settimanali. Si terrà conto delle esigenze, correlate alla domanda delle famiglie, di una più ampia articolazione del tempo-scuola. Ovvero, secondo l’opposizione, si elimina il tempo pieno. Secondo la maggioranza, al contrario, si pongono le premesse per un utilizzo più razionale dell’organico degli insegnanti senza toccare le ore di tempo pieno e sarà definito il trattamento economico dovuto per le ore di insegnamento aggiuntive rispetto all’orario d’obbligo di insegnamento stabilito dalle disposizioni contrattuali.
Ma per chi contesta la riforma, il ritorno al maestro unico e all’orario delle 24 ore obbligatorie ’spezza’ la continuità didattica con le rimanenti 16 ore per arrivare alle famose 40. Parte di queste ore verranno sì affidate ad un altro docente o allo stesso maestro unico che accetterà di allungarsi l’orario di lavoro. Ma si tratterà di un tempo scuola aggiuntivo e non più unitario ai fini del programma. Ma senza compresenza degli insegnanti e unitarietà dell’insegnamento e della didattica la qualità sarà ben diversa, dicono i contestatori.
Libri di testo (articolo 5)
Gli organi scolastici adotteranno libri di testo in relazione ai quali l’editore si sia impegnato a mantenere invariato il contenuto nel quinquennio, salvo le appendici di aggiornamento eventualmente necessarie, da rendere separatamente disponibili. Anche l’adozione di libri di testo (salvo specifiche e motivate esigenze) avrà cadenza quinquennale. Il dirigente scolastico dovrà vigilare sulle delibere del collegio dei docenti relative all’adozione dei libri di testo. Ovvero: meno cambiamenti nei libri di testo adottati per ridurre la spesa delle famiglie.
Valore abilitante della laurea in scienze della formazione primaria (articolo 5)
L’esame di laurea sostenuto a conclusione dei corsi in Scienze della formazione primaria, comprensivo della valutazione delle attività di tirocinio previste dal relativo percorso formativo, ha valore di esame di Stato e abilita all’insegnamento, rispettivamente, nella scuola dell’infanzia e nella scuola primaria. Queste disposizioni si applicano anche a coloro che hanno sostenuto l’esame di laurea conclusivo dei corsi in Scienze della formazione primaria nel periodo compreso tra la data di entrata in vigore della legge 24 dicembre 2007 n. 244 e la data di entrata in vigore del decreto legge 137/2008.
Accesso alle scuole di specializzazione medica (articolo 7). Al concorso per l’accesso alle scuole di specializzazione mediche possono partecipare tutti i laureati in medicina e chirurgia. Questi laureati sono ammessi alle scuole di specializzazione a condizione che conseguano l’abilitazione per l’esercizio dell’attività professionale, se non ancora posseduta, entro la data di inizio delle attività didattiche delle scuole immediatamente successiva al concorso espletato.
Entrata in vigore (articolo 8).Il decreto è entrato in vigore il giorno stesso della pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale (il 1 settembre). Le norme finali del provvedimento prevedono che dall’attuazione delle disposizioni contenute nel decreto non devono derivare nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica. Ovvero, lo Stato per la riforma Gelmini non deve spendere un centesimo in più.
A motivare il ministro Gelmini alcuni dati ormai noti da tempo:
negli ultimi 10 anni gli alunni sono diminuiti e la spesa pubblica per l’Istruzione è cresciuta invece di oltre 10 miliardi; il 97% di qusta spesa è assorbito dagli stipendi; la spesa per alunno è più alta del 10% rispetto alla media OCSE.
Il ministro Gelmini assicura che il 30% degli oltre 7 miliardi di euro risparmiati in tre anni saranno investiti in premi ai docenti più bravi, accorpamento delle classi, ammodernamento degli edifici scolastici. La scelta del maestro unico, spiega, assicura margini per potenziare il tempo pieno del 50%. Ma la ratio della riforma, insistono i sindacati, è soprattutto nei tagli: di personale, di risorse, di investimenti. Spendiamo troppo? Il guaio è che, a leggere i dati Ocse, spendiamo male: la spesa per studente è la più alta d’Europa. Il rapporto studenti-docenti è tra i più bassi d’Europa; il numero di ore di insegnamento annuo per docente è nettamente inferiore alla media europea; l’età media del corpo docente è fra le più elevate in Europa, solo l’8,8% degli insegnanti della scuola secondaria, inferiore e superiore, ha meno di quarant’anni, e solo 1 su mille ha meno di 30 anni.
“Bisogna avere il coraggio di ridurre la pressione fiscale” per “sostenere l’economia reale”. Nonostante la crisi delle banche e il debito pubblico destinato a crescere, Silvio Berlusconi non rinuncia a uno dei suoi cavalli di battaglia.
Lo dice durante una conferenza stampa a palazzo Chigi, a margine degli incontri tra Italia e Romania di oggi. E proprio dai romeni prende spunto per il suo esempio “virtuoso”: “Per far ripartire la loro economia hanno portato le tasse sulle imprese al 16% e hanno ottenuto quasi il raddoppio delle entrate”. Toni durissimi, invece, nei confronti dell’evasione fiscale: “Il 22 per cento del Pil italiano” afferma Berlusconi “è sotto il tavolo. Se si pagassero le tasse su questo 22 per cento, l’erario incasserebbe ogni anno 100 miliardi in più”. Ma per il premier il modo migliore per far emergere l’economia sommersa resta sempre il taglio delle tasse.
Berlusconi, affiancato dal ministro della Pubblica Amministrazione Renato Brunetta, ha anche presentato il nuovo “servizio centrale anticorruzione” che dovrebbe contrastare il fenomeno nella pubblica amministrazione.
Il presidente del Consiglio ha ricordato i suoi anni da imprenditore nel settore edile: “Io” ha detto, “smisi di costruire a Milano, perché a Milano non si poteva costruire niente se non ti presentavi con l’assegno in bocca… Questo, per fortuna, avveniva molti anni fa”. E per il governo non sembrano esserci schiarite nel rapporto con l’opposizione: “Per aiutarci a risolvere la crisi c’è chi va in piazza a protestare contro il governo. Da questa opposizione non c’è mai stato un suggerimento”.
“Non bastano le parole, nei fatti non c’è alcuna possibilità concreta di dialogo con questa sinistra”, conclude Berlusconi, che poi estende il discorso al ricorso frequente ai decreti legge da parte dell’esecutivo: “Gli italiani” dice, “avevano voglia di avere uno Stato che facesse lo Stato. Chi vuole occupare un’università, un aeroporto non lo potrà fare più. Basta con l’anarchia. Continuiamo in questa direzione”.
Parole che allarmano il Pd: ”Non stupiscono più le bordate che Berlusconi continua a lanciare contro l’opposizione. In una giornata in cui il Parlamento si è confrontato sulla grave crisi che sta sconvolgendo l’economia internazionale, il premier pensa ancora una volta ad offendere e attaccare l’opposizione”. Anna Finocchiaro, presidente del gruppo del Pd al Senato replica agli attacchi del premier dopo che in mattinata in Aula aveva offerto al ministro dell’ Economia la collaborazione del Pd nell’ affrontare la crisi finanziaria.
”Perché noi non possiamo andare in piazza mentre l’allora Polo delle Libertà, tre mesi dopo la nascita del governo Prodi, manifestava contro quell’ esecutivo?” chiede Anna Finocchiaro.
”La concezione della democrazia del premier evidentemente continua ad essere, ahinoi, molto lacunosa. Al di là delle battute, ci aspettavamo in questi giorni dal premier maggiore responsabilità nei confronti dell’opposizione e meno propaganda. Ma non c’è niente da fare, lui cerca la rissa”.
Il VIDEO servizio:
Non basta attaccare il Cavaliere, non basta il referendum contro il lodo Alfano. Antonio Di Pietro, icona politica dei girotondi, è molto più concreto dei suoi colleghi “professionisti dell’anti-Cav”. Seppur in vacanza, il leader dell’Idv lavora all’accordo elettorale con Prc, Sd e Verdi per le regionali abruzzesi di novembre.
“Walter dovrà scegliere se lasciarci il candidato governatore o perdere”: così l’ex pm ha messo ancor più in difficoltà Veltroni, già alle prese con ribellioni interne al Pd, da Torino alla Sardegna. Di più. In Molise Di Pietro ha “salvato” il presidente della Provincia di Campobasso, Nicola D’Ascanio, che rischiava di perdere poltrona e faccia a causa di una fronda interna al “suo” Pd.
Il presidente del consiglio provinciale, l’ex Udc Remo Grande, ha garantito la sopravvivenza della giunta dopo una calorosa telefonata di Di Pietro. Il quale deve anche a D’Ascanio il boom di voti incassato in Molise. Risultato? Il Pd locale è a pezzi, azzerato in Parlamento, diviso tra i fan di D’Ascanio e i fedeli di Augusto Massa e Roberto Ruta. Divisioni che stanno aprendo la strada al “leader unico” del centrosinistra: lui, Tonino da Montenero.
Che del Molise, aprendo anche un cuneo contro il governatore Michele Iorio (Pdl), e seguendo il modello Mastella, vuole fare la sua Ceppaloni. Ma Ceppaloni è una borgata, il Molise è una regione.
(E.C.)
“Di antidemocratico c’è Berlusconi che in stile mafioso impone ai propri ‘picciotti’ in Parlamento cosa fare”. E ancora: “Berlusconi sequestra il Parlamento a scopo di estorsione. Lui dice se volete fare le leggi che servono al Paese, prima approvate la mia legge altrimenti non potete farle. Il riscatto a questo sequestro si chiamo Lodo Alfano che prevede che davanti alla legge tutti sono uguali, tranne Berlusconi”. Scalda così, dai microfoni aperti di Viva voce su Radio 24, gli animi della piazza il leader dell’Italia dei valori, Antonio Di Pietro, a poche ore dalla manifestazione indetta dai girotondini nel pomeriggi a Piazza Navona.
Nel mirino dell’Idv l’atteggiamento del Governo sul fronte della giustizia. L’ex pm parla di manifestazione contro le “leggi vergogna”. “Credo sia un bell’esempio di democrazia perché la promessa di Berlusconi era ‘votate me e starete tutti meglio’” spiega Di Pietro “invece la gente l’ha votato e ora sta meglio lui e qualche amico suo”.
A parole tutti, da Antonio Di Pietro a Pancho Pardi, assicurano che sarà una manifestazione contro il “Caimano” e le sue “leggi canaglia” e non un processo al Partito Democratico. Ma, ancora ieri sera, non sono mancati gli scontri interni all’opposizione: da una parte il Pd impegnato a ottenere lo stralcio della blocca processi per dimostrare l’efficacia della sua opposizione, dall’altra il leader dell’Idv pronto a gridare contro “una compravendita oscena da stato di dittatura” mentre Arturo Parisi (ex ministro della Difesa e prodiano doc), che sarà a piazza Navona insieme a ulivisti come Mario Barbi e Giovanni Bachelet, spiega così la sua presenza: “Sarò in piazza tra i cittadini a condividere il loro disagio. Se Di Pietro non fosse stato sul palco sarei stato più a mio agio perché inizialmente la manifestazione era alleggerita dalla mancanza di partiti che l’hanno appesantita”.
Il ritorno dei girotondi riporta sul palco esponenti della società civile, artisti impegnati e non poche preoccupazioni. Il timore degli organizzatori è che, magari sull’onda di un intervento particolarmente “caldo” di Beppe Grillo (che ci sarà ma solo in video), i toni dell’evento possano accendersi troppo e sconfinare in qualche forma di contestazione a Walter Veltroni, il “grande assente”, e a Giorgio Napolitano. D’altra parte il comico genovese, ha già fatto sapere che tra i bersagli dei suoi “vaffa” ci sarà anche il presidente della Repubblica. E a tal proposito commenta Anna Finocchiaro, capogruppo Pd a Palazzo Madama: “Ho letto alcune affermazioni di Grillo davvero imbarazzanti. Attaccare il Presidente della Repubblica non mi sembra una scelta particolarmente efficace e mi auguro che gli organizzatori della manifestazione di oggi a piazza Navona prendano le distanze da queste posizioni. Manifestare contro i provvedimenti del governo è legittimo” prosegue Anna Finocchiaro “attaccare il presidente della Repubblica è inaccettabile”. “Non è con i vaffa e gli attacchi al Quirinale che si costruisce una alternativa a Berlusconi”.
Un distinguo quello della capogruppo democratica che non imbarazza l’ex pm: “Veltroni è il leader della coalizione in cui mi riconosco e quindi lui parla anche per me”, spiega Di Pietro, precisando che tra l’Idv ed il Pd non c’è nessuna rottura. Certo, aggiunge l’ex pm: “Ognuno fa opposizione come vuole, questa manifestazione non è di rottura ma è un modo per informare i cittadini su cosa sta facendo il governo. L’appuntamento di oggi” aggiunge ancora “non è antipolitica ma politica partecipata proprio con la gente. È una novità nel Paese” conclude “perché è una manifestazione organizzata proprio in modo spontaneo”.
Immediata la replica del presidente del Consiglio, impegnato in Giappone al G8. “Non credo che una manifestazione possa formare l’immagine di un paese. L’immagine di un paese si fa con i fatti”, ha affermato Berlusconi. Il premier, durante una pausa dei lavori del summit, ha rivelato che non ci sarà nessuna contro manifestazione in risposta a quella denominata No Cav. day: “La priorità è risolvere il problema della spazzatura che ha causato un danno d’immagine all’Italia”, ha inoltre detto il presidente del Consiglio. Una situazione, ha proseguito, “che tra l’altro incide sul turismo che è parte importante della nostra economia e quindi anche dell’immagine che ci deve stare a cuore. Poi, per il resto, sono i fatti che parlano e sarà con il progresso dell’economia, delle esportazioni e del paese che noi potremo illustrarci al mondo”.
Non contento di farsi inseguire sulla strada dell’opposizione dura e pura, ora Antonio Di Pietro chiama Walter Veltroni in piazza: l’8 luglio per la manifestazione di piazza Navona. Lo fa pubblicamente, con un intervento su L’Unità. Da dove, l’ex pm scrive una lettera aperta al segretario del Pd. Più che un invito quello di Di Pietro è una sfida. Come se dicesse ai democratici: e ora vediamo fino a che livello spingerete la vostra opposizione.
Sfida però non raccolta da Veltroni che non vuole portare il Pd sulle posizioni estreme sposate dall’Idv: “Non partecipiamo a manifestazioni che non abbiamo contribuito a promuovere e i cui contenuti non condividiamo. Non ci invitiamo a quelle degli altri. Se partecipiamo, visto che siamo un partito di una certa dimensione, discutiamo della piattaforma. Non manifestiamo a gratis” ha detto l’ex sindaco, specificando, a proposito dei toni usati “da Di Pietro nella sua opposizione” che “sono un regalo coi fiocchi a Berlusconi” e che “aiutano la destra”.
E comunque: “Carissimo Walter, è un momento cruciale per il nostro Paese, sono a rischio la democrazia e il futuro economico e sociale degli italiani”, scrive il leader Idv. Che insiste: “Tutta l’opposizione deve essere unita e bloccare la deriva di chi abusa del proprio ruolo al fine di tutelare solo gli interessi personali” e che “è il momento di chiamare a raccolta i cittadini, di scendere in piazza, perchè domani sarà sempre troppo tardi”. Agire senza indugiare, è lo slogan dell’ex pm. “Questo non è il momento” manda a dire Di Pietro a Veltroni “di soffermarsi a riflettere, nè di rimandare a tempi che verranno”.
Appuntamento all’8 luglio quando l’Idv sarà in piazza. Quel giorno, scrive l’ex pm, anche al Pd dovrà di esserci: “La difesa della libertà e della democrazia non ha colore, nè bandiere, ha solo la forza delle idee e il coraggio di non tirarsi indietro. Il Paese ha bisogno di un’opposizione unita, coesa e senza nessuno che rivendichi una sterile primogenitura”. Ed è proprio questo diverso modo di intendere l’opposizione che agita i rapporti tra l’Idv e il Pd. Con il partito di Veltroni che non ci sta a farsi dettare da Di Pietro l’agenda e i modi di fare opposizione a Berlusconi.
“Anche per questo l’Italia dei valori sarà con il Pd in piazza in autunno, per denunciare l’emergenza sociale, democratica ed economica, affiancandolo in quella azione di protesta e di proposta al Paese. Il progetto del Pd” conclude Di Pietro “di un’alternativa forte e credibile a un governo che sta portando l’Italia al collasso ha avuto già la nostra adesione”.
Ma dal Pd le reazioni sono caute. Lunedì appunto, Walter Veltroni ha chiuso la porta all’alleato Di Pietro, e, pur lasciando libertà di coscienza ai singoli parlamentari, ha detto no anche a chi si è rimesso a suonare le sirene dei girotondi. “Non dateci la sensazione di essere un circolo ufficiali” alza i toni Furio Colombo, prendendo la parola nell’assemblea di Montecitorio “dove voi decidete le cose e le truppe stanno a guardare. Questa di Berlusconi è una brutta Italia”. Veltroni condivide la preoccupazione di Colombo, parla di un paese con “uno stato d’animo stanco ed impaurito che non si era visto neanche negli anni del terrorismo” ma non ci sta ad inseguire né l’opposizione “urlata” di Di Pietro né il presidente del consiglio concentrato “a difendere i propri interessi”. La preoccupazione vera del segretario, ora, sono le tensioni interne. E mettere, tra le mille anime, anche quella movimentista non porta ad altro che al logoramento del partito. E del leader.
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Walter Veltroni qualche anno fa tracciò la strada, Gianni Alemanno oggi la difende. Parliamo delle strade, anzi delle vie, della Città Eterna.
Quella in cui l’attuale segretario del Pd, solo fino a pochi mesi or sono spopolava con iniziative di toponomastica buonista: ovvero intitolando vie, giardini e/o busti a villa Borghese a caduti del terrorismo di destra e di sinistra. A morti rossi e neri della terribile stagione degli anni di piombo. E all’inizio della settimana scorsa il neo sindaco di Roma si era detto favorevole alla proposta di una “via Almirante a Roma”, spiegando che se ne sarebbe discusso in Consiglio comunale.
Dunque era stato l’ex sindaco di Roma Veltroni ad inaugurare la stagione dell’intitolazione delle vie bipartisan, un po’ per non dimenticare i cruenti anni Settanta, un po’ perché “il pericolo è sempre annidato nella società. E allora rivendico” aveva detto Veltroni proprio qualche sera fa durante la presentazione del libro sul rogo di Primavalle a cui partecipava con Gianfranco Fini “quel percorso di ricostruzione del circuito della memoria avviato quando ero sindaco di Roma con l’intitolazione delle vie ai morti di destra e di sinistra”.
E in queste settimane in cui il clima di dialogo tra centrodestra e centrosinistra la fa da padrone, arrivano le dichiarazioni di oggi del primo cittadino di Roma, Gianni Alemanno, che nel corso del suo discorso per l’apertura della consiliatura, oltre ad aver invitato il papa Benedetto XVI in Campidoglio, è tornato sull’intitolazione di una via all’ex segretario dell’Msi, Giorgio Almirante: “Ha suscitato scalpore la mia volontà di intitolare una strada ad Almirante. È fuorviante seguire schemi da prima repubblica. Ricordo che alla Magliana nuova c’è una via Lenin, così come una via Palmiro Togliatti”. Anzi il sindaco della Capitale rilancia: “Occorre superare questi schemi, per questo credo sia giusto intitolare una strada anche a Enrico Berlinguer, Amintore Fanfani e Bettino Craxi, persone che hanno evitato di far esplodere la guerra civile in fasi difficili della nostra vita politica”.
Parole che fanno il paio proprio con quelle del presidente della Camera che” sempre durante la presentazione del libro di Giampaolo Mattei, La notte brucia ancora “aveva parlato del leader storico della destra italiana così: “se fosse mancato un punto di riferimento come Giorgio Almirante, che ci insegnava a non odiare, oggi saremmo qui non a parlare di guerra civile strisciante, ma di una vera e propria guerra civile”.
Durante la seduta del Consiglio comunale in cui stamattina Alemanno ha ribadito la sua idea toponomastica, la proposta è stata applaudita, ma il Consiglio si è chiuso malamente con i rappresentanti di opposizione che urlavano “Buffoni, Buffoni” all’indirizzo della presidenza. Motivo: l’aver chiuso la seduta senza aver dato la parola all’opposizione.
Veltroni ancora non si è pronunciato, ma difficilmente si opporrà ad una pratica inventata sostanzialmente da lui.
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“Chi l’é stæto brûxòu da l’ægua cäda, à puia da freida ascî” dicono gli anziani a Genova.
Cioè: Chi è stato bruciato dall’acqua calda, ha paura anche della fredda.
E così, 1580 giorni dopo il G8 del 2001, fa paura anche la manifestazione “Tornare a Genova” organizzata per protestare contro le condanne esemplari inflitte dai giudici per 25 manifestanti (oltre che per la mancata costituzione di una commissione parlamentare ad hoc sui fatti di quei giorni). Spaventa anche se gli organizzatori e i partecipanti sono soprattutto realtà istituzionali da Rifondazione comunista alla Fiom-Cgil, dall’Arci alle associazioni di volontariato, come la comunità di San Bendetto al porto di don Andrea Gallo. Ci saranno anche i Disobbedienti di Luca Casarini, la realtà più “morbida” dei centri sociali, presenti in forze con i loro “treni ribelli” (uno da Mestre e l’altro da Napoli).
Ma se queste sono le premesse perché i vertici dell’ordine pubblico cittadino sono preoccupati? La manifestazione casca a sei giorni dalla morte di Gabrile Sandri e Luca Casarini, leader dei Disobbedienti ha, nemmeno troppo velatamente, invitato gli ultrà a unirsi alla protesta contro le violenze delle forze dell’ordine. Se l’invito sarà accolto è da vedere. Ma in molti ricordano che alla vigilia del G8 Casarini convocò una conferenza stampa per leggere una “dichiarazione di guerra” virtuale che nei giorni successivi diventò una cruda realtà.
In questura informano che ufficialmente le tifoserie organizzate non hanno risposto alla chiamata e che probabilmente si presenteranno a Genova solo quei supporter che frequentano abitualmente i centri sociali oppure singoli gruppetti autonomi. La parte preponderante del corteo sarà rappresentata da Rifondazione che ha organizzato un centinaio di pullman (circa cinquemila militanti) ed Enrico Vesco, segretario regionale del Partito dei comunisti italiani, ha già fatto sapere che gli organizzatori assicureranno un proprio servizio d’ordine. La cosa funzionò al Social Forum di Firenze (il cordone era composto da iscritti alla Cgil), meno a Genova il 21 luglio 2001, quando il corteo si spezzò in due e iniziarono cinque ore di battaglia.
Secondo alcune fonti dei nostri servizi di sicurezza le aree più dure dell’anarcoinsurrezionalismo e dell’autonomia dovrebbero disertare l’appuntamento per non mescolarsi con Casarini & c. I siti di questi centri sociali, per esempio il Gramigna di Padova o il Csoa Cox di Milano, sembrano più preoccupati di organizzare le manifestazioni di solidarietà per i presunti brigatisti arrestati a febbraio.

C’è, però, un’altra scuola di pensiero secondo la quale l’occasione di domani è troppo ghiotta per mancare: la polizia, dopo l’omicidio di domenica, sarà costretta a contare sino a cento prima di accennare qualsiasi reazione ad eventuali provocazioni o in caso di devastazioni. Ecco allora che spezzoni dei centri sociali più duri, soprattutto del Nord (molti dei condannati al processo vengono da lì) potrebbero cercare lo scontro, confondendosi in mezzo a sindacalisti e rifondaroli.
E gli ultrà? La polizia teme che a rispondere all’appello siano falangi di estrema destra (l’area politica degli amici del tifoso ucciso) che creerebbero tensione sia all’interno del corteo, sia nei confronti delle forze dell’ordine.
Per non correre rischi, nei pochi chilometri del percorso (il concentramento sarà alle 14 alla Stazione Marittima, vicino alla stazione Principe, con partenza prevista per Piazza De Ferrari alle 15,30) alcuni negozianti abbasseranno le saracinesche, altri parteciperanno allo sciopero di categoria, altri ancora hanno ingaggiato vigilantes privati.
“Tornare a Genova” purtroppo può significare anche questo.