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Piemonte

Il governatore Roberto Cota
Non sono ancora trascorsi tre mesi dacché la Lega ha strappato il Piemonte al governatore del centro-sinistra Mercedes Bresso, che già si va profilando la futura scuola federalista così come la immaginano gli uomini di Umberto Bossi. Sul tavolo ci sono 10 milioni di euro destinati all’assunzione di insegnanti, che siano anche - e qui sta la novità - piemontesi. La proposta arriva dall’assessore all’Istruzione della Regione Alberto Cirio, contro il quale è scattata, scontata, l’accusa di antimeridionalismo e nuovo razzismo. Lo abbiamo intervistato. Continua

Il leader dell'Udc Pier Ferdinando Casini (Ansa)
Gli elettori moderati e cattolici non hanno apprezzato la politica dei due forni di Pierferdinando Casini alle regionali di fine marzo: l’Udc è calata del 15 per cento rispetto a quelle del 2005. Continua
- Tags: alleanze, Bonino, Calabria, Campania, elezioni, Lazio, liguria, Piemonte, Pier Ferdinando Casini, Polverini, Puglia, regionali 2010, Vendola
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Pier Ferdinando Casini, leader Udc
“Cerco un centro di gravità permanente” cantava Franco Battiato. Una frase che può adattarsi alla politica nostrana in vista delle prossime importanti elezioni regionali. Quanto vale il “centro”? E da chi è rappresentato? Continua

Chiaverano, paese in provincia di Torino (immagine di clkm da Flickr)
Risolvere i problemi quotidiani dei cittadini, accorciando i tempi della burocrazia, proprio come il ministro Brunetta. Ecco il sogno di Nicola Moscato, assessore alle Piccole cose del comune di Chiaverano, un paese che conta poco più di 2.000 abitanti in provincia di Torino. Leggi l’intervista

Guarda le IMMAGINI sui cercatori d’oro di oggi
Uomini e donne chini. Cappello in testa, guanti alle mani e stivali ai piedi.
Stanno piegati a bordo del fiume. Cercano, armati di setaccio, batea (la “padella” da immergere con entrambe le mani, orizzontalmente, in una zona d’acqua calma) e canaletta. Immergono il setaccio nella sabbia, si bagnano fino alle ginocchia in torrenti ghiacciati. Si spezzano la schiena ma scherzano.
In mezzo alla natura incontaminata, sembrano cowboy di due secoli fa. Ore e ore a scavare, lavare e sperare. Che prima o poi, tra i granelli di sabbia e i sassi intrappolati nel setaccio comapaia qualcosa che luccichi: l’oro.
Come nel Klondike di fine ‘800
Non è una scena tratta da un vecchio film sul Klondike e nemmeno una striscia animata del mitico “Zio Paperone”. Là , allora, si dava la caccia alle pepite. Là si era tra il Canada nord-occidentale e l’Alaska.
Qui si tratta di piccole pagliuzze luccicanti. Qui si sta tra la Lombardia e il Piemonte: a Biella. Dove, da qualche anno in qua, è sempre più facile imbattersi in cercatori d’oro in azione. Un hobby che sta riscuotendo sempre più successo e raccoglie sempre più aficionados: In Italia si stimano 300 gli amanti di questa attività , per la maggior parte uomini. Il periodo più proficuo? Una ventina d’anni fa. Chissà , forse, con la crisi che morde potrebbe anche esserci un boom…
Da hobby a disciplina sportiva
Di fatto, oggi, l’attività è diventata una disciplina sportiva nelle prove di abilità , nazionali e internazionali. La più prestigiosa è senza dubbio il Campionato mondiale dei cercatori, che quest’anno, dal 13 al 23 agosto, sarà ospitato dall’Italia. L’evento, sotto l’egida del World Goldpanning Association è organizzato a Vermogno e Zubiena (la terra promessa è nei dintorni di Biella, come si diceva: qui la mappa per arrivare) dall’Associazione biellese cercatori d’oro (Abcdoro) . Qui l’Abcdoro ha acquistato nel 2000 il terreno dove sorge Victimula, il villaggio dei cercatori d’oro italiani: la capitale della ricerca dell’oro alluvionale della Penisola, con il centro visite della riserva naturale Speciale della Bessa, l’antica miniera d’oro a cielo aperto di epoca romana, ed il Museo dell’Oro e della Bessa.
Campionato mondiale dei cercatori d’oro
Ed è qui che il prossimo agosto cercatori di ben 23 Paesi, dal Canada al Giappone, dalla Finlandia al Sudafrica, si sono dati appuntamento per scoprire chi è il migliore del mondo: chi sarà il re dell’Arena, il sistema di vasche artificiali che riproduce il letto di un fiume. È la terza volta che il mondiale, giunto alla sua 33esima edizione, si svolge in Italia. “Per noi della zona del Biellese” spiega il vicepresidente dell’Abcdoro, Arturo Ramella “ha un’enorme importanza perché abbiamo quello che rimane di una miniera d’oro d’epoca romana di 2.100 anni fa, la Bessa, zona lavorata dal periodo della Repubblica Romana intorno al 140 a. C.. Avere il campionato del mondo qui è un modo di attirare l’attenzione su un’attività che ha 2mila anni di storia. La ricerca dell’oro da noi nella Bessa è partita secoli fa, 2mila anni fa, quindi possiamo affermare con orgoglio che c’eravamo prima noi!”.
I favoriti per la vittoria del titolo sono i Finlandesi, noti specialisti, mentre il campione in carica è un olandese, nella categoria uomini. Gli italiani hanno comunque buone ambizioni.
Otto ore di ricerca per un grammo d’oro circa, pari a 20 euro
Cercare oro, specificano dall’Associazione biellese, non è un lavoro. Le possibilità di guadagno sono pressoché nulle: dopo otto ore di duro lavoro, quello che ci si porta a casa è la schiena rotta, circa un grammo d’oro circa, pari a 20 euro di valore (corrispettivo di 2.5 euro all’ora) e una bella avventura da raccontare ai colleghi. “È piuttosto un’attività di tempo libero all’aera aperta” spiega Ramella.
“Diventa sport solo quando si fanno le gare, le prove di abilità . Per il resto è paragonabile a fare una scampagnata per raccogliere funghi”. È anche per questo che l’attività viene vista di buon occhio anche dalle amministrazioni locali poichè inizia a rappresentare un buon canale turistico.
Dove si “pesca” meglio
Le zone dove maggiormente viene praticata questa attività si trovano nord, con i fiumi legati alla Pianura Padana soprattutto verso ovest, in Piemonte e Lombardia. Osservando una cartina dell’Italia, ci si accorge subito che le miniere d’oro sono per la maggior parte situate nella stessa zona e cioè in quella fascia alpina che, iniziando dalla catena del Monte Rosa, prosegue disegnando un virtuale proseguimento di quest’ultima: si tratta insomma di una sorta di “arricchimento aurifero” geologico.
Il VIDEO su due gemelli cercatori d’oro
- Tags: abusi, assistenti-sociali, casa, comunità , condanna, famiglia, Gian-Luca-Vignale, minori, Piemonte, tribunale, violenza
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Strappati dalle mura domestiche e rinchiusi all’interno di comunità . Sono 3.498 i minori che nel 2006, solo in Piemonte, sono stati allontanati dalle famiglie naturali. Di questi 2.319 sono stati affidati ad altre famiglie e 1.179 vivono all’interno delle comunità .
Storie di sofferenze, abusi, maltrattamenti ma anche di errori giudiziari che segnano indelebilmente la vita di minori costretti a vivere e crescere in comunità o famiglie affidatarie lontane dall’affetto dei genitori. “I dati della Regione piemontese rispecchiano anche quelli a livello nazionale” dichiara Gian Luca Vignale, consigliere regionale Pdl “ed indicano che il 76,8 per cento dei bambini vengono allontanati per motivi che potremmo definire soggettivi come incapacità dei genitori o metodi educativi inidonei oppure per impossibilità di seguire i minori, mentre solo il 18,16 per cento per motivazioni oggettive gravi come abusi, maltrattamenti o abbandono. Inoltre le statistiche dimostrano che su cento denunce per abusi su minori all’interno delle mura domestiche solo il 3,6 per cento si conclude con una condanna”.
Tutte le altre sono storie di falsi abusi e falsi maltrattamenti che però costringono a sofferenze terribili i bambini e anche le loro famiglie. Spesso innocenti. Come è avvenuto per Laura, adolescente torinese che a Panorama.it racconta il periodo di distacco dalla famiglia e la vita in comunità .
“C’era tanta confusione. Un caos. Due donne che non conoscevo sono entrate in casa, si sono sedute in salotto e hanno iniziato a discutere con i miei genitori. Erano da poco trascorse le 11. Era freddo. Ripensandoci, non ho capito se fosse stato il freddo di quella mattina di febbraio o solo il presentimento di quello che sarebbe accaduto quattro ore dopo”. Laura si ferma un attimo, fa un grande respiro e riprende il suo ricordo di quella mattina di tre anni fa. “Mi hanno portato via. Erano le tre del pomeriggio. Non sapevo dove stavo andando, ma mi rassicuravano. Erano due assistenti sociali. Qualche ora di viaggio in auto e mi sono ritrovata a Pavia, in un appartamento. C’erano altre cinque ragazze della mia stessa età e un bambino di otto anni. Ricordo i loro sguardi e il silenzio. Terribile”.
Torino-Pavia. È stato il primo trasferimento per Laura, quindici anni, studentessa di un liceo del centro storico del capoluogo piemontese; I suoi genitori erano stati accusati di incapacità genitoriale e maltrattamenti.
Tutto nasce, nel 2006, da una bugia che Laura, adolescente sensibile e fragile, racconta alla sua insegnante di educazione fisica. Si sente trascurata e dice che la madre non la segue e quando si incrociano in casa nei ritagli di tempo che avanzano tra il lavoro e la scuola, lei la maltratta, la umilia. L’insegnante ascolta lo sfogo, non capisce che si tratta solo di un bisogno d’amore e dà inizio così al calvario di una normale famiglia torinese. L’insegnante coinvolge la direttrice e senza nessun chiarimento con i genitori di Laura, vengono chiamati gli assistenti sociali.
“Sono rimasta in quell’appartamento per un mese e mezzo. Lavavo e pulivo la casa e stiravo. Ci portavano solo da mangiare. Ma la sofferenza più grande era il non poter parlare con nessuno dei miei familiari. Ero costretta solo ad ascoltare le tragedie di chi era con me e le offese degli assistenti sociali nei confronti dei miei familiari. Li screditavano, li descrivevano come dei mostri e alimentavano il distacco e l’allontanamento”. Laura sospira e poi riprende a raccontare: “Quante volte mi hanno detto che i miei genitori non mi volevano bene. Che mia madre non mi voleva. Con me avevo solo una fotografia di una delle mie due sorelle, Patrizia, che mi era rimasta nel diario di scuola preso il giorno in cui mi avevano portato via da casa”. Quello era solo l’inizio di un periodo durato sette mesi. L’inferno arriva con il trasferimento a Casale Monferrato, in provincia di Alessandria; Laura rimane, all’interno di una comunità per cinque mesi e mezzo.
“Era una comunità mista” continua “e assieme a noi adolescenti c’erano tanti bambini di sei, sette e otto anni. E’ stato terribile: i più piccoli non riuscivano a trattenere le emozioni e urlavano, piangevano, cercavano i genitori mentre io cercavo di non sentire, volevo stare sola ma non era possibile”. Laura spiega che a quel clima di dolore, rabbia, confusione e abbandono è riuscita a sopravvivere grazie alla complicità che si era creata con alcune delle ragazze della comunità . “La complicità ti permetteva di continuare a vivere. Non era un’amicizia ma qualcosa di più”.
Poi una mattina, dopo cinque mesi che non vedeva e parlava con nessuno dei suoi parenti, le accordano il permesso di incontrare le due sorelle:”Ero come rimbambita, non riuscivo a parlare e anche se avevo voglia di abbracciarle e di farmi portare via da quell’inferno, non riuscivo a chiederglielo. Le ho riviste un’altra volta e mai da sole. Poi basta”.
Laura è la terza di tre figlie di due imprenditori: madre e padre lavorano nell’azienda di famiglia che hanno ereditato. Insieme da trent’anni, avevano cresciuto le figlie senza nessun problema ed erano diventati nonni di due bambine solo pochi mesi prima che Laura fosse portata via di casa.
“Sono ancora in cura da una psicologa” sussurra Laura “mi sta aiutando ma la mia vita è stata segnata. Non potrò più dimenticare quello che ho provato nella comunità e soprattutto come vengono trattati i bambini. Sono pochi gli assistenti sociali che vivono il loro lavoro come una missione e comprendono la tua sofferenza. Adesso ho diciotto anni ma questa esperienza mi ha tolto la capacità di dare fiducia alle persone e la fiducia è la prima cosa per affacciarsi al mondo e quindi al futuro”. La vicenda di Laura si è conclusa con una sentenza del Tribunale dei minori di Torino che dichiarava l’inesistenza di situazioni gravi tali da giustificare l’allontanamento da casa.
Trenta associazioni in tutta Italia si sono riunite giovedì scorso a Torino, per presentare un manifesto chiamato “Cresco a Casa”. Un documento con il quale chiedono che gli allontanamenti da casa debbano essere eseguiti solo dopo l’acquisizione di prove oggettivi gravi e attendibili;
“Le perizie psichiatriche e psicologiche devono avere solo valore di opinioni” puntualizza Vignale “ci batteremo perché non siano più considerate prove fondamentali per l”accertamento della verità durante i procedimenti giudiziari”. Poi prosegue: “Sui giudizi spesso sbagliati di esperti incapaci di decifrare la realtà , vengono sottratti e costretti a violenze psicologiche all’interno di comunità centinaia di bambini e adolescenti di tutta Italia”.
Proprio com’è accaduto a Laura. Ma quanto si spende per le comunità ? Solo in Piemonte, i 1.179 minori che ci vivono costano annualmente 35 milioni di euro. Cifra che non ricomprende le spese sostenute per gli affidi. “Una somma decisamente superiore a quanto la Regione stanzia sulla legge per il sostegno alle famiglie”, conclude Gian Luca Vignale.
- Tags: alimentazione-artificiale, Beppino, cardinale, clinica, coma, Eluana-Englaro, Mercedes-Bresso, obiezione, Piemonte, Severino-Poletto, struttura-pubblica
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Potrebbe essere arrivata la svolta la vicenda di Eluana Englaro, la donna che da diciassette anni vive in stato vegetativo. L’Azienda Pubblica di Servizi alla Persona “Quiete” di Udine si è detta disposta ad accogliere la ragazza. Ad affermarlo, la presidente della struttura Ines Domenicali: “Il sindaco di Udine è stato contattato nei giorni scorsi dalla famiglia Englaro” ha detto Domenicali “che a sua volta ci ha interpellato per conoscere la nostra disponibilità al ricovero. Al momento” ha aggiunto “stiamo verificando questa ipotesi”.
La clinica si è dunque detta disponibile ad accogliere Eluana dopo la rinuncia della clinica Città di Udine giunta all’indomani dell’atto d’indirizzo del ministro del Welfare, Maurizio Sacconi. Eluana potrebbe essere accompagnata per il suo ultimo viaggio, in un’altra struttura friulana, la terra di papà Beppino.
E così si metterebbe fine alla questione sulla quale da mesi si è concentrata un’attenzione politica e mediatica al massimo livello. Soprattutto dopo l’apertura del Piemonte e del suo presidente Mercedes Bresso ad accogliere Eluana in una struttura pubblica della Regione dove, se richiesto, attuare la sentenza che autorizza la sospensione dell’alimentazione e dell’idratazione artificiale della donna, in stato vegetativo da 17 anni. Il governo ha sottolineato, attraverso il sottosegretario Eugenia Roccella, che per il Piemonte “sarà difficile applicare la sentenza”.
Se toccasse invece al cardinale Severino Poletto, arcivescovo di Torino, dover decidere, non ci sarebbero dubbi: la sentenza non è nemmeno da prendere in considerazione. Perché: “La legge di Dio prevale su quella dell’uomo” e per questo motivo “i medici cattolici che si trovassero a lavorare nell’ospedale dove si intende interrompere l’alimentazione di una persona, dovrebbero obiettare e rifiutarsi di farlo” è l’indicazione fornita dal prelato di origine veneta, intervistato da La Repubblica.
Ma proprio al cardinale risponde il governatore Mercedes Bresso. “Non viviamo” ha detto il presidente del Piemonte “in una repubblica di ayatollah, nella quale il diritto religioso fa premio sul diritto civile”. “Non entro” ha aggiunto la Bresso “nel merito delle dichiarazioni del cardinal Poletto che invita i medici cattolici all’obiezione di coscienza perché sono valutazioni religiose. Ma dico che l’obiezione di coscienza che nel nostro Paese è consentita solo per l’interruzione di gravidanza, evidentemente sarebbe rispettata anche in un caso del genere. Nessuno può essere obbligato a fare qualcosa se ritiene di non poterlo fare. Se fossi un medico e mi fosse chiesto di applicare il decreto” ha detto la Bresso “lo farei, ma con la morte nel cuore. Ma penso che sia altrettanto disumano pretendere che per un tempo infinito una persona che non è più in stato di vita debba essere tenuta artificialmente in vita con lo strazio e della famiglia. La morale propria comunque non deve essere mai applicata agli altri”. Alla domanda se ci fossero stati contatti con la famiglia Englaro la Bresso ha risposto: “C’erano stati in passato. Non posso giurare che non ci siano stati contatti ora. Ma se mai ci fossero non lo dichiareremmo”.
Tra qualche giorno intanto è prevista la sentenza del Tar della Lombardia sulla richiesta di annullamento del provvedimento con cui la Regione Lombardia lo scorso settembre aveva negato al personale delle strutture sanitarie di effettuare l’interruzione dell’alimentazione e idratazione artificiali ad Eluana Englaro, come avevano disposto i giudici della Corte d’Appello di Milano.

Botta e risposta sul delicato caso di Eluana Englaro. In scena il ministro del Welfare Maurizio Sacconi e la regione Piemonte. Il primo, al termine di una audizione alla Commissione Sanità del Senato, risponde ai cronisti che gli chiedono di commentare l’apertura ad accogliere Eluana Englaro in una struttura pubblica piemontese da parte del governatore Mercedes Bresso: “Non metto sotto scacco nessuno, ho fatto solo una ricognizione delle leggi da applicare”, dice il ministro. Replicando in questo modo all’opinione della presidente del Piemonte, che aveva motivato l’offerta alla famiglia Englaro di strutture pubbliche, “perché le cliniche private sono tenute sotto scacco dal ministro Sacconi”.
E la stessa Bresso conferma la sua “Disponibilità ”. Il Piemonte è “pronto a dare attuazione alla sentenza della Cassazione” sul caso Englaro. “Ho ribadito la nostra disponibilità ” ha detto la Bresso “come avevo già fatto qualche mese fa. Altre regioni si sono dette disponibili. Noi comunque siamo pronti a dare attuazione alla sentenza della Cassazione. Non è una gara né un invito, ma il riconoscimento di un diritto”. Per il momento, ha precisato, non ci sono stati contatti diretti tra la Regione Piemonte e il padre di Eluana, Beppino Englaro. “Mi risulta che siano impegnati per ottenere i loro diritti in Lombardia. È probabile che si metteranno in contatto, ma probabilmente sarà con una specifica struttura sanitaria, non direttamente con me. Non mi risulta che ci siano obiezioni di principio da parte di nostre strutture. Poi la famiglia può decidere se rivolgersi direttamente a un ospedale o a medici. La loro scelta comunque sarebbe coperta da riserbo”.
Alla nuova mossa di Mercedes Bresso risponde allora il sottosegretario al Welfare Eugenia Roccella, secondo la quale eseguire la sentenza per condurre alla morte Eluana “non è compito del servizio sanitario nazionale che invece deve curare, rispettando così la sua legge istitutiva”. “Bisogna rispettare tutte le normative” spiega la Roccella “come la convezione sui diritti dei disabili perché sottrarre la nutrizione e idratazione a un disabile significa ledere un suo diritto primario”. Roccella respinge infine le accuse rivolte a Sacconi di “essere stato minaccioso” e di coloro che gli attribuiscono un “provvedimento inefficace”. “Quella sentenza” ha infine ricordato “non è obbligatoria, consente, ma non obbliga nessuno”.
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