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Piero-Fassino
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Che la tempesta fosse nell’aria si era capito. La tensione nel Pd è alta da qualche mese a questa parte e un po’ in tutta Italia. Ma a far salire la temperatura ci ha pensato l’onorevole Pierluigi Mantini. L’interventismo di questi ultimi giorni del deputato di estrazione margheritina ha letteralmente fatto perdere le staffe, e il proverbiale aplomb, a Piero Fassino. Che infatti gli ha gridato: “Sei un irresponsabile, un cretino…”. In due riprese.
Prima, l’ex segretario Ds avvicina il collega mentre lo sta intervistando Radio Radicale sulla questione giustizia, poi torna alla carica, in pieno Transatlantico, all’uscita dell’aula dopo il voto sul dl Gelmini. Una doppia “scenata” davanti a deputati e giornalisti.
Come accade spesso nelle liti domestiche, la bagarre è stata scatenata da una questione di soldi. Ad accendere la miccia è stata l’intervista dell’ex dielle a Libero in cui Mantini denuncia che solo la Margherita versa tutti i soldi sul conto comune del nuovo partito. “Hai detto un sacco di cazzate” ha aggredito Fassino “non basta dichiarare per andare sui giornali. Io mi sono rotto i coglioni” (ascolta qui l’AUDIO).
E a niente sono serviti i tentativi di difesa di Mantini “sono nel comitato tesorieri” ha detto l’ex Margherita, “ho detto cose di cui si discute pubblicamente”. Fassino è inarrestabile: “Mi sono rotto i coglioni di leggere tutti i giorni queste cazzate. Ci vediamo in tribunale” infierisce.
Nel colloquio con Libero, Mantini spiega, ad esempio, che siccome molti circoli del Pd sono nelle “ex sezioni dei Ds, che ora sono diventate proprietà delle fondazioni della Quercia, siamo al paradosso per cui il Pd paga i Ds, li finanzia, fa in modo che continuino ad esistere”. Non solo: Mantini sottolinea anche che questo è uno dei problemi per cui il Pd stenta a nascere. Di più: se la prende direttamente con Fassino e con la sua scelta di firmare il manifesto del Pse come segretario dei Ds. “Questo più gli elementi patrimoniali dimostrano che i Ds continuano ad agire”.
Della sfuriata si è detto sorpreso lo stesso Mantini: “Era fuori di sè” commenta “mi dispiace perché da sempre stimo Fassino e forse è ora di rivedere il mio giudizio perché non è possibile dare del ‘cretino’ a una persona solo perché esprime il suo pensiero. Comunque, cercherò Fassino privatamente per farlo ragionare. Quanto alla minaccia di andare in tribunale, in questa fase forse è meglio lasciare stare i tribunali…”
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Fassino dentro, Veltroni fuori. L’ultimo segretario dei Ds dice sì, il primo segretario del Pd, da ospite, dice no. E mentre a Madrid i democratici si dividono sull’adesione al manifesto del partito socialista europeo (qui il documento in .pdf), Francesco Rutelli, da Barcellona, dove è intervenuto alla presentazione del libro dell’ex sindaco Pasqual Maragall, (socialista ma critico con Zapatero), parla di un “partito democratico europeo”.
Va in onda in terra spagnola il dibattito interno al maggior partito della sinistra italiana. Il segretario partecipa all’assise del Partito socialista europeo “solo in qualità di ospite” e non sottoscrive il manifesto politico comune in vista delle prossime elezioni europee in quanto il Pd non aderisce. Firmano invece l’ex ministro Piero Fassino in qualità di rappresentante dei Ds e la governatrice del Piemonte Mercedes Bresso in qualità di presidente del comitato degli amministratori regionali socialisti in Europa. Massimo D’Alema rimane più defilato, ma la sua posizione la esprime chiaramente in televisione: “Penso che in Europa dobbiamo andare insieme ai socialisti, allo scopo di fare insieme ai socialisti un raggruppamento riformista al Parlamento europeo”.
La collocazione europea del Pd, insomma, rimane una questione irrisolta, frutto di malumori e tensioni che covano sotto traccia. E potrebbero esplodere quando e se si arrivasse a un vero congresso. I socialisti europei, dal canto loro, sono interessati a non perdere il “pacchetto” di parlamentari italiani in Europa. Nell’attuale parlamento europeo il Ppe da 288 deputati su 785, contro 213 al Pse. Gli eurosocialisti sono inoltre al potere in 8 paesi Ue su 27. Per questo a Madrid si lavora a una formula che possa mettere insieme tutti, nello spirito “ma anchista” del Veltroni versione Crozza. “Noi” si legge nel documento People First. Una nuova direzione per l’Europa discusso e votato oggi, “partiti socialisti, socialdemocratici e democratici progressisti condividiamo valori comuni e una comune visione e lavoreremo insieme per un’Europa piú giusta, piú sicura e piú verde e siamo insieme la forza per il cambiamento”.
Aperture che non sono bastate a Veltroni per firmare il documento: “Io sono il segretario” ha detto durante il suo intervento “di un partito che unisce piú culture e sono qui non solo perché la mia storia personale mi fa essere fratello di molti di voi ma perché questa famiglia politica é di grande importanza e ha dentro di se le idee di libertá, promozione sociale e lotta alle disuguaglianze”.
Al Pd (e al suo dibattito interno) apre il presidente del Pse Martin Schultz: “Veltroni è venuto qui per dare un segnale, per spiegare le caratteristiche del Pd e per dire che hanno bisogno di tempo. Noi abbiamo del tempo e siamo pronti a garantire che coloro che nel Pd non vengono dal socialismo tradizionale possono trovare un posto nel nostro gruppo”. Secondo Fassino, che invece ha firmato il documento in qualitá di leader dei Ds, la soluzione può essere quella di “creare un gruppo di socialisti e dei democratici per unire tutte le forze progressiste in Europa” e questa, precisa, “non è un’omologazione del Pd al Pse ma un lavorare insieme con chi in Europa sostiene posizioni riformiste”.
Cautele necessarie per rassicurare l’altra metà dell’anima Pd: gli ex della Margherita. Anche Francesco Rutelli ieri era in Spagna, però a Barcellona, dove è intervenuto alla presentazione del libro dell’amico ed ex sindaco della capitale catalana Pasqual Maragall, con il quale condivideva il progetto di un “partito democratico europeo”. Nello stesso atto pubblico, tra i messaggi d’affetto per il politico catalano ormai ritirato e malato di Alzheimer (ha intitolato la sua autobiografia Oda inacabada, Un’ode incompleta), è stato proiettato un video messaggio del “padre” del Pd, Romano Prodi.
È un ex che le basse frequenze di Radio Transatlantico danno in corsa (con Massimo D’Alema) per il rientro sul ponte di comando. Solo rumori di fondo ai quali bisogna dare un peso relativo, ma è certo che al Piero Fassino intervistato da Panorama l’energia e la tenacia non mancano. Quello con l’ultimo leader della Quercia è un colloquio molto franco, senza reticenze. Visti i tempi, Fassino ha una sorprendente visione del futuro del Pd e uno straordinario orgoglio nel ricordare il suo lavoro al Botteghino: “Sono stato segretario dei Ds per sette anni. E ho sempre vinto”. Un memento per chi è arrivato dopo di lui, Walter Veltroni.
Onorevole Fassino, il Pd è in crisi?
No. Anzi, contesto la rappresentazione di un partito allo sbando e senza bussola. Le chiedo: in quale Paese democratico, sei mesi dopo le elezioni, chi ha vinto è già in crisi e chi ha perso è già pronto a sostituire il governo? In nessuno. Capisco che da un punto di vista emotivo i nostri elettori vorrebbero il centrodestra sostituito domani mattina, ma razionalmente non può essere così. La costruzione di un’alternativa credibile ha bisogno di tempo. L’importante è mettersi in cammino e darsi il passo giusto.
Il Pd festeggia il suo primo compleanno e non appare in grande salute.
Se guardiamo a questi primi 12 mesi, beh, abbiamo fatto un enorme tratto di strada: 3,5 milioni di persone alle primarie, 8 mila circoli, il voto di un terzo degli elettori. Segnalo che sull’intero arco delle forze progressiste dei 27 paesi Ue, i partiti con più del 33 per cento sono cinque. Nel prossimo Parlamento europeo molto probabilmente gli eletti nel Pd saranno una delle prime tre delegazioni dell’intero campo progressista.
Come sono andate le feste del Pd?
Benissimo. Ne abbiamo fatte più che negli anni precedenti.
Così sembra il Pd delle meraviglie. Progetto concluso, dunque?
No, abbiamo ancora tanto lavoro da fare e il cantiere è ancora aperto. Abbiamo costruito gli elementi portanti dell’edificio: le fondamenta, i muri maestri, il tetto. È una casa solida per tutti i riformisti italiani. Adesso si tratta di completarla.
Casa chiusa? Casa aperta?
Casa aperta.
E allora perché i socialisti sono rimasti fuori?
Le elezioni europee e amministrative dovranno essere l’occasione per aprire il Pd ai socialisti, così come a quel riformismo ambientalista che con la crisi dei Verdi rischia di non avere più un riferimento. Poi c’è da dare al partito un’architettura politico-organizzativa solida. Antonio Gramsci nelle note sul Machiavelli scrive che un partito non è fatto solo da generali e soldati. Sono decisivi i quadri intermedi, quelli che guidano e organizzano il partito nei tanti territori del Paese. E lì dobbiamo investire su una nuova leva di quadri locali. Non partiamo da zero: all’appuntamento del Pd, i Ds sono arrivati portando la dote di una nuova generazione di dirigenti regionali e provinciali.
La dialettica al vertice del partito funziona o ha dei limiti?
Dobbiamo migliorare la nostra vita democratica. È naturale che in un partito grande ci sia una pluralità di culture che si organizzano per correnti, parola che non mi spaventa.
Non è preoccupato dalla balcanizzazione del Pd?
Le correnti sono utili se ciascuno ha chiare due cose: che non sostituiscono il partito, ma ne sono parte; che obiettivo di ciascuno è concorrere alla costruzione di una sintesi comune.
E se il leader non ha correnti?
Io ho fatto il segretario dei Ds per sette anni e non avevo correnti.
Il Pd è cosa ben diversa dai Ds.
Il segretario nazionale ha una funzione di sintesi che lo porta naturalmente a essere sopra le parti. Scegliendo Veltroni non abbiamo scelto il direttore di una campagna elettorale, ma un leader capace di fare sintesi e di guidarci per diventare maggioranza.
Progetto lento, si direbbe.
Non stiamo con le mani in mano. Lo stiamo costruendo. Sei mesi dopo le vittorie di Margaret Thatcher, Helmut Kohl e Nicolas Sarkozy nessuna opposizione in quei paesi era in piena salute. Ma le cose possono cambiare in fretta. Nel 2001 abbiamo perso le elezioni. Poi dal 2002 al 2006 ogni anno abbiamo vinto.
Lei cita politici che sono stati degli shock culturali per la controparte. Per voi il Cavaliere è stato lo stesso?
Silvio Berlusconi ha vinto le elezioni con un messaggio semplice, fondato su due affermazioni. La prima: “Con me ognuno sarà più libero di fare ciò che vuole”, intercettando così coloro che vivono la politica, lo Stato, la pubblica amministrazione come un peso e un vincolo. La seconda: “Nel momento del bisogno vi proteggerò io”, raccogliendo così il consenso di una società percorsa da mille paure. La destra ha vinto più che per un progetto, per la sua capacità di rassicurare le inquietudini di chi guadagna mille euro al mese, del pensionato che ne riceve 500, del piccolo imprenditore che ha paura della concorrenza cinese, di chi pensa che la sua sicurezza sia a rischio. Inquietudini di segno diverso, che con un messaggio efficace si possono tenere insieme.
Solo un messaggio efficace?
Non dico questo, ma ai messaggi non corrisponde ancora un’altrettanto efficace politica di governo. Berlusconi ha l’onere della prova. Noi dobbiamo partire dalle stesse inquietudini dei cittadini e dimostrare di avere risposte più credibili.
Lei riduce il discorso a questione di pura comunicazione. Ma Berlusconi governa.
No, affatto. Berlusconi ha fatto una scelta efficace partendo dall’emergenza rifiuti. Dopo che per mesi Napoli è stata soffocata dall’immondizia, è chiaro che toglierla è un fatto che la gente riconosce. Partendo da questo successo, Berlusconi ha messo in campo una strategia che ogni giorno dice agli italiani: “Adesso c’è un governo che governa e che decide”. Se però si va a vedere su cosa è fondato questo messaggio, in realtà spesso si scopre una strategia della doppia verità.
Ne è davvero sicuro?
Le faccio esempi concreti. In questi giorni di crisi finanziaria Berlusconi ha detto che ridurrà le tasse, ma il suo ministro dell’Economia ribadisce che non si ridurranno prima di cinque anni. Si accredita che con un governo che fa la faccia feroce, gli immigrati clandestini non arrivino più, ma secondo il Viminale ad agosto ne sono sbarcati un numero superiore all’anno scorso. Si rassicura la gente che teme per la propria sicurezza schierando l’esercito nelle città, però in Finanziaria hanno ridotto i soldi per forze dell’ordine e magistratura. Si è abolita l’Ici e poi si sta per rintrodurla con un altro nome.
Il governo cresce nei sondaggi.
Il centrodestra appare credibile perché tocca temi che sono sofferenti da così lungo periodo che basta evocarli per raccogliere consenso. Non c’è dubbio, per esempio, che quello che dice Renato Brunetta sui dipendenti pubblici incontra, soprattutto al Nord, il consenso di una larga opinione pubblica. Scontiamo il fatto di non aver affrontato per un lungo periodo il tema della qualità della pubblica amministrazione, la sua efficienza e produttività. Non mi sfugge insomma che ci sono problemi veri su cui il centrodestra si muove.
Cosa manca al Pd?
Noi abbiamo il dovere di denunciare ciò che riteniamo dannoso per il Paese. Ma questo non basta. Dobbiamo dare risposte più convincenti. Penso, ad esempio, che il ministro Gelmini sulla scuola sbagli, ma non possiamo fingere che nella scuola italiana non ci siano un sacco di problemi. È giustissimo dire che occorre mettere in campo delle riduzioni fiscali per dare fiato ai redditi bassi e medi, ma dobbiamo anche dire su quali voci di spesa pubblica recuperiamo risorse. Insomma, possiamo battere Berlusconi se alziamo la qualità del nostro progetto. Anche per questo ci siamo dati la forma del governo ombra.
La sua rivendicazione del governo-ombra stride con il fatto che non volete istituzionalizzarlo cambiando i regolamenti di Camera e Senato.
Il governo ombra è espressione del Pd e in Parlamento ci sono altre due forze di opposizione, istituzionalizzarlo vorrebbe dire imporre questa forma agli altri. A me ora interessa che il Governo-ombra abbia proposte credibili e sia accreditato nella società. Se diventa questo, troveremo una soluzione anche per la sua istituzionalizzazione.
Siete comunque pronti a riscrivere, con la maggioranza, i regolamenti parlamentari?
Siamo pronti a discutere tutto ciò che accelera la capacità di decidere della politica: riforma dei regolamenti, riduzione delle materie su cui intervenire per legge, il superamento del bicameralismo perfetto. Ma la maggioranza deve essere pronta a riconoscere all’opposizione gli strumenti di garanzia e controllo che sono necessari
Ma se lei ha una visione così chiara, perché Veltroni appare ondivago, e non solo su questo? E perché calate vistosamente nei sondaggi?
Liberiamoci dalla ossessione dei sondaggi. Contano i voti che si prendono alle elezioni. E bisogna liberarsi delle caricature. Sarebbe fin troppo facile ricordare gli anatemi che si lanciavano Berlusconi e Gianfranco Fini 60 giorni prima delle elezioni.
Come no? Litigavano…
… e poi si sono messi insieme e hanno vinto le elezioni. Dunque, non impicchiamo un leader politico alla frase di un giorno.
Al momento voi, la sinistra moderata e riformista, vi preparate ad andare in piazza.
Guardi che la piazza non è qualcosa di eversivo. Nell’agorà, la piazza, è nata la democrazia. Nel dicembre del 2006 Berlusconi organizzò contro il governo Prodi una manifestazione nazionale a piazza del Popolo. Libero scrisse “10, 100, 1000 spallate”. Berlusconi urlava dal palco: “Chi non salta comunista è”.
Eravate per il dialogo e ora fate le barricate.
Toccò a me intervenire per primo in Parlamento per manifestare la nostra disponibilità al dialogo. Ma ci siamo trovati di fronte a una maggioranza che non ci ha dato margini di discussione. Procedono a colpi di fiducia su ogni materia rilevante.
Lo faceva anche il governo Prodi.
Ma Berlusconi ha cento seggi in più! Che bisogno ha di blindare una maggioranza così larga?
Lei è pronto a discutere, ma il suo segretario lo è?
Certo, Veltroni è pronto a discutere.
Lei sostiene alleanze variabili sul territorio. Governerebbe con la Lega?
Con la politica leghista di oggi, mi pare complicato. Tuttavia non mi sfugge che la Lega non è assimilabile tout court a Berlusconi e men che meno ad An. In molti territori del Nord ha radici popolari ed esprime domande, tensioni e esigenze con cui noi dobbiamo fare i conti.
Il Pd avrà il suo vero test nelle elezioni del 2009.
Non per mettere le mani avanti, ma per avere il quadro: il 65 per cento dei quasi 5 mila comuni e 70 provincie che andranno al voto sono governati dal Pd. È chiaro che è un test molto impegnativo, che parte da un dato molto alto e il centrodestra rischia molto meno.
Qual è la soglia di sopravvivenza del segretario Veltroni?
È un gioco al quale non partecipo (sorride). È un voto amministrativo e più articolato rispetto a quello politico. E conteranno molto i fattori locali. È inutile fare previsioni. Noi comunque puntiamo a vincere nel maggior numero dei comuni.
Il ministro Giulio Tremonti vi ha scavalcato a sinistra?
Tremonti è certamente intelligente, ma in questi anni ha detto tutto e il contrario di tutto. Anche con una buona dose di spregiudicatezza e cinismo.
Può darsi, ma piace anche ai suoi elettori. E poi siamo il paese di Machiavelli…
Io distinguo tra Machiavelli e il machiavellismo. Nel colbertismo di Tremonti c’è un fumus protezionistico che non è convincente. E anche il suo recente europeismo contraddice quanto ha detto per anni. Comunque, meglio tardi che mai.
Lei preferisce Bersani?
Non c’è dubbio.
Anche come prossimo segretario del Pd?
Noi il Segretario lo abbiamo.
A Panorama Bersani ha detto di puntare a un ruolo più grande per il domani.
Fa parte delle umane ambizioni.

“Veltroni leader anche sotto il 35 per cento; Visco competente ma con un cattivo carattere; non stiamo oscurando Prodi e non ci saranno intese tra Pd e Pdl in caso di pareggio al Senato”.
Così Piero Fassino ha risposto ad alcune delle domande del direttore di Panorama Maurizio Belpietro durante una video intervista (prodotta da Dolmedia) realizzata per il blog dell’ultimo segretario dei Ds, oggi capolista del Pd in Piemonte per la Camera.
È stato lo stesso Fassino a chiedere di essere intervistato dal direttore di Panorama per un faccia a faccia a 360 gradi, durato circa un’ora.
Il VIDEO dell’intervista:
![[i]Roma, 29 febbraio 2008[/i] - Conferenza stampa di Silvio Berlusconi per presentare il programma elettorale del Pdl.<br /> [i](©Photo by Massimo Di Vita)[/i]](http://gallery.panorama.it/albums/upload/febbraio08/simboli/normal_berlu-conf1.jpg)
Vince Silvio Berlusconi. Sul fronte del reddito imponibile, in Parlamento è il Cavaliere il politico più ricco. Il leader del Pdl, e candidato premier alle elezioni politiche del 13 e 14 aprile, ha dichiarato per il 2006 ben 139.245.570 euro: quasi cinque volte in più rispetto al reddito del 2005 che era stato di 28.033.122. I più poveri alla Camera, invece: l’attuale segretario del Prc, Franco Giordano (124.802 e dichiarati) e l’ex segretario dei Ds, Piero Fassino (124.292 euro)
Nella classifica dei leader di Montecitorio, Berlusconi è seguito, ma a lunghissima distanza, da Daniela Santanché de La Destra (237.665), e dal presidente della Camera, Fausto Bertinotti (233.195). Il leader de La Sinistra-L’Arcobaleno batte di poche migliaia di euro il presidente del Senato, Franco Marini. Bertinotti, infatti, dichiara 233.195 euro, mentre Marini si ferma a 229.659. Quest’ultimo, inoltre, dichiara di aver venduto la sua automobile, una Volvo, e di aver acquistato il 50 per cento della sua abitazione a Roma. Tra i leader ci sono poi Francesco Nucara (Pri) (223.412), il presidente del Consiglio Romano Prodi (217.221), Pier Ferdinando Casini (176.009), Antonio Di Pietro (175.137) e il Verde, Alfonso Pecoraro (173.999). A seguire, in classifica figurano Francesco Rutelli (159.527), Roberto Maroni della Lega (150.158), Gianfranco Fini (147.814), Lorenzo Cesa (132.540), Oliviero Diliberto (Pdci) (128.464) e il socialista Enrico Boselli (126.254).
Tra i ministri del governo Prodi, il più ricco è Tommaso Padoa-Schioppa; la più povera, invece risulta Livia Turco. Il ministro dell’Economia ha dichiarato 552.211 Euro; il ministro della Sanità invece chiude la top list dei redditi tra i ministri con soli 119.150 euro di imponibile. Padoa Schioppa soffia il primo posto in classifica fra i ministri a Giuliano Amato, che lo deteneva per i redditi del 2005. Nel 2006 il ministro dell’Interno ha dichiarato 414.220 euro. Romano Prodi è solo ottavo con 217.221 euro. Il presidente del Consiglio, comunque, ha fatto meglio dell’anno precedente: nel 2005 aveva dichiarato solo 89.514 euro. L’ex Guardasigilli Clemente Mastella è il terzo in classifica con 312.378 euro. Ben piazzati anche i ministri Lanzillotta (306.408), Parisi (229.876), De Castro (255.191) e il neo ministro della giustizia Luigi Scotti con 274.257 euro annui. Più “modesti” i redditi di Cesare Damiano e Paolo Ferrero, rispettivamente 25mo e 26mo in classifica: per il ministro del Lavoro 147mila 134 euro, mentre il titolare della Solidarietà sociale dichiara 127.001 euro. Il portavoce del governo Silvio Sircana dichiara 126.395 euro.
Ecco, di seguito, la classifica dei redditi per il 2006 dei leader di partito eletti alla Camera dei Deputati, secondo quanto si evince dalle dichiarazioni dei redditi per il 2006 (valori in Euro):
Berlusconi 139.245.570
Santanché 237.665
Bertinotti 233.195
Nucara 223.412
Prodi 217.221
Casini 176.009
Di Pietro 175.137
Pecoraro 173.999
D’Alema 166.989
Rutelli 159.527
Maroni 150.158
Fini 147.814
Cesa 132.540
Diliberto 128.464
Boselli 126.254
Giordano 124.802
Fassino 124.292.
Ed ecco la top ten del Senato:
Ghedini (FI): 1.223.463
Fruscio (Lega): 1.102.799
Barba (FI): 824.166
Scarabosio (FI): 812.227
Calvi (Pd): 751.863
Ciampi: 720.851
Casoli (Fi): 711.405
Costa (Fi): 640.277
Pininfarina: 582.209
Dini: 554.925
Il VIDEO servizio:

Alleanze chiuse per il Pd di Walter Veltroni? Dopo l’apparentamento con l’Idv di Di Pietro e lo scioglimento dei Radicali liberi nelle liste Pd, mancano o mancherebbero solo i Socialisti. Un problema dal doppio risvolto per i leader democratico.
Primo perché i compagni del Pse (Partito del Socialismo Europeo) insistono e si lamentano chiedendo come mai il partito di Boselli e Angius, che è dentro l’Internazionale Socialista, non fa parte dell’alleanza. Domanda sempre rimasta inevasa dai diessini del Pd. Che non riescono a dare una risposta, in maniera coerente e unitaria, al pressing del presidente del Pse Poul Rasmussen.
C’è poi una dinamica relativa alla vittoria delle elezioni: alcuni (maligni) parlamentari, proprio del Pd, si chiedevano alcuni giorni or sono a Montecitorio se: “Veltroni si stesse attrezzando per una buona sconfitta o per vincere davvero?”. Per una buona sconfitta, Veltroni non avrebbe bisogno dei socialisti; mentre per vincere davvero – cioè per andare a cercare la maggioranza relativa dei voti alla Camera che gli darebbe 340 seggi – il partitino di Boselli gli sarebbe molto utile, soprattutto in regioni di frontiera come la Calabria o la Puglia, dove i Socialisti contano numeri vicini al 5%.
Certo le ultime polemiche con la parte cattolica dello schieramento non aiutano i tentativi di alleanza tra Socialisti e Pd: “Chi glielo va a spiegare alla Binetti che dopo i Radicali, dopo Veronesi ora entrano pure quei laici dei Socialisti?” esclama un deputato diessino del Pd, rigorosamente anonimo.
Infine, nonostante Pd e socialisti non lo vogliano ammettere ufficialmente, a pesare nella loro difficile trattativa ci sono altri due problemi. Uno: il Pd pone il veto ai diessini che sono andati nel Psi (e in modo particolare su Gavino Angius, fuoriuscito dai Ds nell’ulltimo congresso che sancì la fusione con la Margherita e che per questo verrebbe bollato come “infedele”). Due: i Socialisti sono disposti a ricalcare il modello radicale di entrata nelle liste del Pd, ma a patto di sciogliere il loro partito in quello di Veltroni. Fondere il Ps nel Pd sarebbe per Boselli la sconfessione del lavoro degli ultimi due anni.
In realtà, è la “questione Angius” quella più intricata e: il vice presidente del Senato è in ottimi rapporti ottimi sia con Goffredo Bettini sia con Massimo D’Alema. E, stando ai bene informati, proprio grazie a questi contatti, l’ex diessino starebbe trattando per una soluzione in grado di salvare capra e cavoli: ovvero un drappello di eletti socialisti nelle fila Pd, ma senza dire addio al Partito Socialista. Le telefonate tra Boselli e Piero Fassino (che è stato incaricato da Veltroni della trattativa) sono quotidiane. Ma i risultati finora scarsi.

I contatti sono insomma molto fitti e non sono mai stati interrotti, al di là delle dichiarazioni di facciata (l’immagine riportata sopra è una delle iniziative socialiste destinate al web e dall’inequivocabile nome www.siamoincazzati.com e fa parte della campagna elettorale che Boselli ha voluto molto aggressivi, ndr).
Lo testimonierebbe un avvenimento dell’ultim’ora: nei giorni scorsi era stato convocato un appuntamento per mercoledì 27, alle ore 17. Boselli all’ora del tè avrebbe dovuto compiere un gesto simbolico, ma dalle implicazioni politiche importanti: avrebbe dovuto aprire la campagna elettorale (dichiarando la propria corsa solitaria) a Genova nella Sala Sivori. Cioè dove il 14 agosto del 1892, venne convocato il primo congresso del Partito dei lavoratori italiani, che successivamente mutò nome in Partito Socialista Italiano.
Condizionale più che mai d’obbligo, visto che l’appuntamento è stato ufficialmente spostato per “ragioni organizzative”. Traduzione? Stiamo ancora trattando con Veltroni e non sappiamo ancora se alle urne di aprile andremo soli, apparentati o sciolti tra i Democratici.
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di Romana Liuzzo
Dagli scranni del Parlamento o dalle poltrone dei talk-show esaltano la scuola pubblica, la celebrano come unica fonte del sapere democratico e chiedono di tagliare (e tagliano) i finanziamenti statali alla scuola privata. Poi, però dove mandano i loro figli? Nelle più prestigiose scuole a pagamento, con rette non certo accessibili a tutti. Sono i politici del centrosinistra e vip di area, girotondini e imprenditori radical chic, che non si fermano di fronte alle file per poter accedere in questi istituti a cinque stelle.
Raccontano alcune madri del San Giuseppe De Merode, scuola privata, rigorosa, cattolica, che il ministro per i Beni culturali, Francesco Rutelli, ha fatto di tutto per inserire ad anno iniziato una delle figlie nelle splendide aule con vista su piazza di Spagna. Raccontano pure che una delle signore in questione, la cui erede non era stata accolta per numero chiuso (30 al massimo), non abbia affatto gradito di sentirsi scavalcata. E pare sia successo il putiferio.
Intanto, mentre l’ex sindaco di Roma insediava la giovane rampolla (il primogenito Giorgio ha studiato dai gesuiti), Antonio Tajani, la cui famiglia al San Giuseppe va da generazioni, dopo le scuole medie ha deciso di spostare il figlio per mandarlo in un liceo statale ai Parioli («Si trova benissimo» spiega l’europarlamentare di Forza Italia).
Rutelli non è il solo: Nanni Moretti, l’ultimo leader dei girotondini, dopo aver invitato Massimo D’Alema e gli altri compagni a dire «qualcosa di sinistra», ha iscritto il proprio bimbo in un’esclusiva scuola anglo-americana, l’Ambritt, frequentata solo da ricchi rampolli dell’alta borghesia. Idem per Claudio Velardi, ex golden boy del governo D’Alema: il figlio ha frequentato la scuola americana.
Marco Follini, neoresponsabile della comunicazione del Partito democratico, ha iscritto il proprio discendente, seguendo le procedure, nella scuola dei fratelli salesiani in pieno centro, a Roma. E al richiamo radical chic non ha saputo resistere nemmeno l’ex ds, ministro allo Sport, Giovanna Melandri. Per la sua progenie è stato ritenuto adeguato l’istituto San Giuseppe di via del Casaletto. Anche questo ambitissimo. Gestito da amorevoli suore.
Istruzione a pagamento anche per Anna Finocchiaro, ex ministro per le Pari opportunità, uno dei 45 membri del comitato nazionale per il Partito democratico: le due figlie vanno in un istituto a Catania.
Mettersi in fila, prego. L’attrazione della sinistra per la scuola privata non è roba di oggi: anche Piero Fassino ha studiato dai gesuiti. E chi avrebbe mai detto che un nonno di cognome Bertinotti andasse a prelevare i propri nipoti in uno degli istituti più chic di Roma, a gomito a gomito con la fondatrice del Manifesto, ex deputata e scrittrice di sinistra, Luciana Castellina?
Politici ma anche giornalisti, tutti attirati come calamite dagli istituti a cinque stelle. Qualche esempio? Michele Santoro ha optato per il francese Chateaubriand. Il giornalista di Anno zero è in ottima compagnia. È francese e privata la scuola scelta dalla giornalista del Tg3, Bianca Berlinguer, per la bambina avuta dal sociologo Luigi Manconi. Lo stesso vale per molti altri fanciulli con genitori dalle spiccate tendenze a sinistra: da quelli dell’imprenditore Alfio Marchini a quelli dell’ex direttore della Stampa Marcello Sorgi, fino a quelli dell’ex senatore ulivista Vittorio Cecchi Gori. Noblesse oblige.

di Bianca Stancanelli
I Democratici di sinistra finiscono in archivio. Letteralmente. Fondato il Partito democratico, grazie alle nozze tra i Ds e la Margherita, carte, documenti, email, perfino la memoria dei semplici militanti del vecchio partito si avviano a trovare posto in “scatole di misura agevole per la movimentazione e collocazione”, opportunamente etichettate con “tabella adesiva”. Il tutto sotto l’autorevole direzione di Linda Giuva, docente di archivistica e consorte del ministro degli Esteri Massimo D’Alema, che ha già provveduto a tenere un corso di formazione a Roma per i futuri archivisti del partito. Era stato proprio D’Alema, nel 1998, a tenere a battesimo, a Firenze, la neonata formazione dei Democratici di sinistra, creata sulle ceneri del Pds con l’ambizione di riunire tutte le anime della sinistra italiana.
Ora che i Ds spariscono nella nuova formazione, i dirigenti si preparano a conservarne le carte. Istruzioni per la raccolta del materiale, regole e procedure sono state illustrate, alla vigilia di Natale, in tre paginette fitte fitte spedite dalla direzione nazionale a segretari e tesorieri delle strutture regionali e provinciali del partito. L’interesse della direzione riguarda in modo particolare la “storia dell’organizzazione: creazione/chiusura di strutture, ampliamento/depauperamento di competenze, passaggi di dirigenti; eventuali traslochi di sedi, dislocazione di materiali, casi di distruzione volontari o accidentali delle carte”. Per dare ordine all’opera di costruzione dell’archivio, a Roma è già stato insediato un gruppo di lavoro, che potrà contare sui “referenti di progetto” indicati dalle singole federazioni.
Il tesoriere ds Ugo Sposetti e il coordinatore della segreteria Maurizio Migliavacca fanno affidamento sulla memoria di “compagne e compagni” che “hanno lavorato nel Partito e per il Partito”. Ai ricordi dei militanti la direzione Ds affida il compito di integrare le notizie sulla storia dell’organizzazione: toccherà a loro mettere per iscritto ciò che ricordano “per ricostruire le vicende delle carte, per dare una risposta alla presenza e, molto di più, alla mancanza e ai vuoti di documentazione, per spiegarsi come mai vi è la firma di un dirigente e non di un altro che pensavamo di trovare” a ricostruire, insomma, tutto ciò che serve per “una conoscenza non formalizzata né riprodotta in documenti ufficiali o di lavoro”.
Ne verrà fuori, alla fine, una storia segreta dei Ds?