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Pisa

Un petto di pollo tra la biancheria. Quelle tonnellate di cibo proibito che viaggiano in valigia

Bagagli dei passeggeri in aeroporto

Bagagli dei passeggeri in aeroporto

Gli alimenti pericolosi viaggiano anche in valigia? Sì, eccome.
Le verdure contaminate o le carni tossiche non arrivano sul nostro territorio solamente all’interno dei container che sbarcano nei porti italiani, come ha dimostrato il viaggio di Panorama.it, ma anche negli scali aeroportuali. Continua

Scuola, quei professori con la valigia

Maestra elementare in aula

Ogni anno nelle nostre scuole il 27 per cento degli insegnanti è “nuovo” rispetto all’anno precedente. Ciò significa che ogni anno un docente su quattro cambia istituto. Fenomeno imponente che, facendo due conti, come li ha fatti Ciccio Scrima, segretario nazionale della Cisl scuola, significa: “Alla fine dell’anno scolastico 2008-09 la mobilità è stata di 92.737 docenti. Su 701.305 insegnanti di ruolo significa il 12 per cento”. E sono state presentate 150 mila domande di trasferimento.
Insegnanti con la valigia, pendolari del sapere che vantano nella loro carriera una media di almeno tre scuole cambiate. Racconta Valeria Poggi, 36 anni nella scuola, da insegnante a vicepreside in un istituto alle porte di Milano: “Fra nomine tardive, precari, graduatorie incrociate, alla fine ci si capiva ben poco. La mobilità dagli anni Ottanta è aumentata in modo vertiginoso e, di conseguenza, sono aumentate le spese. Nella mia scuola avevamo una persona che lavorava solo fra telefono e telegrammi per comunicare gli spostamenti”.
Per circa il 14 per cento non si tratta di una scelta: sono obbligati dal meccanismo delle graduatorie. “La nostra scuola è come l’esercito, il sistema assegna gli insegnanti alle diverse scuole per anzianità, non c’è l’elemento scelta. In più c’è l’aggravante che nella scuola non esistono gradi. Tutti generali, o meglio tutti caporali” ironizza Andrea Gavosto, direttore della Fondazione Giovanni Agnelli che ha appena pubblicato lo studio recente più completo sulla scuola (Rapporto sulla scuola in Italia 2009, Editori Laterza).
Un capitolo è dedicato agli insegnanti, perché, come ricordava uno studio Ocse di qualche anno fa, “teachers matter”, gli insegnanti contano. O almeno dovrebbero, certo è che macinano chilometri. Ai globetrotter di ruolo vanno aggiunti precari e neoassunti, tutti costretti a una girandola, come racconta Giovanni Turra, 36 anni, insegnante di lettere in un liceo alle porte di Venezia: “Da supplente, da 24 a 26 anni, ho cambiato sette scuole. Allora mi sembrava anche divertente. Oggi ho colleghi che dopo 15 anni continuano a spostarsi, in una sorta di schizofrenia che impedisce di instaurare rapporti con gli allievi e i colleghi”. Turra oggi si sente un privilegiato: insegna sotto casa, ma ha già la valigia pronta: “Con la nuova riforma e la contrazione delle cattedre mi aspetto il trasferimento”.

Gli spostamenti, secondo lo studio della Fondazione Agnelli, sono per il 77,4 nell’ambito della stessa provincia, per il 14,4 nell’ambito dello stesso comune e solo il 4,4 per cento fra regioni diverse. Ciò significa, come spiega Scrima, che per dieci anni ha insegnato a Quarto Oggiaro (”Il cosiddetto Bronx milanese”) e poi è tornato a casa in Sicilia, “un perverso gioco dell’oca al contrario. L’insegnante che dal Nord vuole tornare a casa al Sud può impiegare anche trent’anni”.
“Un turnover vorticoso, più è forte la mobilità, più è bassa la qualità di apprendimento dei ragazzi” continua Gavosto. Dagli studi Pisa (Programma per la valutazione internazionale dell’allievo) emerge, sottolinea Stefano Molina, dirigente di ricerca della fondazione torinese, “che uno dei fattori che spiegano il risultato deludente degli alunni è il grado di mobilità che si è avuto in quella scuola”
Ma perché questa giostra? “La carriera degli insegnanti è piatta, con un solo passaggio decisivo: l’immissione a ruolo. Dopo, non potendo aspirare all’aumento di merito, o alla promozione, si sogna almeno di cambiare sede di lavoro. Magari per avvicinarsi a casa” continua Molina. Non si stupisce Alessandro Cavalli, sociologo della scuola (Gli insegnanti nella scuola che cambia, Il Mulino 2000; la sua prossima ricerca sarà pronta in autunno): “È così dal dopoguerra, è uno degli aspetti della questione meridionale, della disoccupazione dei laureati nel Sud. E la scuola resta la valvola di sicurezza contro la disoccupazione intellettuale. Non credo esista un solo insegnante in Italia che non abbia mai cambiato istituto”. I giovani insegnanti meridionali lavorano in media a una distanza di oltre 400 chilometri dal luogo di nascita, distanza che negli anni riescono ad accorciare fino a 150 chilometri. E nelle scuole del Nord oltre metà dei docenti di 25-30 anni proviene dal Sud.

I traferimenti dei professori italiani

“Vanno via ma poi fanno di tutto per tornare a casa. Avuto il posto, mettono in moto i meccanismi del sistema per potersi spostare. Con effetti tutt’altro che positivi sull’insegnamento. Il senso di appartenenza si indebolisce, si insegna a spezzoni, senza investire nel rapporto con gli studenti, che diventa sempre più simile a una prestazione. Come quando si va dal medico per una ricetta”. Racconta Turra: “Ho una collega che insegna nove ore latino e greco al classico, le altre nove invece in una scuola media in un altro comune. Ha trent’anni e una strada in salita davanti”.

Il rischio è il “burn-out”, la caduta dell’identità, la liquefazione del ruolo, ha spiegato Giuseppe Favretto, docente di organizzazione del lavoro all’Università di Verona nel suo Lo stress degli insegnanti, ricerca su oltre 2 mila docenti del Veneto (in uscita per la Franco Angeli): “Alcuni resistono e combattono, altri si fanno trascinare dalla corrente. E sembra paradossale, ma sono i migliori: quelli che hanno accettato di diventare dei perfetti funzionari asburgici”.
La Fondazione Agnelli lancia l’allarme e per la prima volta registra da parte degli insegnanti la volontà di uscire dallo stritolamento delle graduatorie e dai meccanismi da gosplan. “Non è un fenomeno solo italiano” continua Gavosto “però mentre in altri paesi si cerca di attenuare la pianificazione sovietica delle graduatorie, da noi lo stesso sistema è accentuato”.
Deve cambiare il reclutamento e i primi a chiederlo sono gli insegnanti, perché, come aggiunge Valeria Poggi, “oggi sembra di assistere a una partita a scacchi dove le pedine vengono spostate a caso e alla fine si perde sempre”.
Purtroppo di valigie il prossimo anno se ne faranno ancora molte.

Dove insegnano i maestri

Il dilemma “Bocca di rosa” tra multe e accordi

Se a Pisa arrivano le prime multe per prostituzione, a Genova iniziano le trattative con le “Bocca di rosa” dei carrugi. Ammonta a cinquecento euro la multa per una lucciola e due clienti sorpresi nelle strade della città toscana. Si tratta delle prime sanzioni legate all’ordinanza antiprostituzione, firmata tre settimane fa dai sindaci di tre Comuni confinanti: Pisa, San Guliano Terme e Vecchiano. Ai clienti, un albanese e un italiano, sono state contestate rispettivamente la “contrattazione” e ”l’intrattenersi” con una prostituta. La ragazza non avrebbe, invece, rispettato il divieto ad “assumere atteggiamenti, ovvero per l’abbigliamento, ovvero per le modalità comportamentali, che manifestano comunque l’intenzione di esercitare l’attività consistente in prestazioni sessuali”.

A Genova, invece, sono aperte le trattative con le squillo ‘’storiche” dei carrugi: un accordo che prevede, tra l’altro, la fine delle attività per le 20, dopo i Tg della sera. “Affrontiamo il tema senza ipocrisia - ha spiegato al Secolo XIX l’assessore comunale alle Pari opportunità, Roberta Papi - la prostituzione non è reato in Italia e non la si debella.
Tanto vale costruire un percorso”. Le discussione tra il Comune e il comitato presieduto da Pia Covre (che nel dicembre scorso presentò con Don Gallo il calendario delle Bocca di Rosa genovesi) sono cominciate dopo una colorita manifestazione di protesta contro l’ordinanza del sindaco sulla destinazione d’uso dei bassi. Le lucciole si impegnerebbero a non stare nei vicoli seminude, a collaborare con le forze dell’ordine nella lotta allo sfruttamento della prostituzione, segnalando le colleghe vittima della tratta delle schiave del sesso.

Riforma della scuola: punto per punto, cosa prevede la cura Gelmini

Preparativi

E allora bisogna chiederselo: la riforma Gelmini sulla scuola, è un attentato al diritto costituzionale di un’istruzione libera e garantita a tutti i cittadini italiani, come denuncia il movimento di protesta contro la riforma, o il tentativo di risanare una scuola sotto molti profili in crisi, come sostengono il ministro, il premier e il governo?
Studenti, docenti e opinione pubblica si dividono sul decreto legge 137/2008, entrato in vigore il 1 settembre, già passato al vaglio della fiducia alla Camera e ora in discussione al Senato. Molte le novità previste: dal voto al posto del giudizio, all’adozione dei libri scolastici per un quinquennio.
Queste in estrema sintesi le novità contenute negli 8 articoli del decreto legge.

Competenze su cittadinanza e Costituzione (articolo 1)
Dall’inizio dell’anno scolastico corrente (2008/2009) viene avviata una sperimentazione nazionale ed attività di sensibilizzazione e di formazione del personale finalizzate all’acquisizione nel primo e nel secondo ciclo di istruzione (elementari e medie) delle conoscenze e delle competenze relative a “Cittadinanza e Costituzione”, nell’ambito delle aree storico-geografica e storico-sociale e del monte ore complessivo previsto. Torna, insomma, la vecchia “Educazione civica”, che gradualmente viene anticipata nell’insegnamento della la scuola dell’infanzia (asili). All’attuazione dell’articolo, dice il decreto, si provvede nei limiti delle risorse umane, strumentali e finanziarie disponibili. In concreto, formazione e implementazione delle lezioni di “Cittadinanza e Costituzione” dipenderanno, come il resto dell’attività scolastica, dalla spesa pubblica per l’istruzione stabilita di anno in anno in Finanziaria.

Valutazione del comportamento degli studenti (articolo 2).
Alle elementari e alle medie, in sede di scrutinio alla fine del primo quadrimestre e alla fine dell’anno scolastico, sarà valutato “il comportamento di ogni studente durante tutto il periodo di permanenza nella sede scolastica”, anche “in relazione alla partecipazione alle attività e agli interventi educativi realizzati dalle istituzioni scolastiche anche fuori della propria sede”. Questa valutazione già da quest’anno è espressa in numeri. La votazione sul comportamento degli studenti, attribuita collegialmente dal consiglio di classe, concorre alla valutazione complessiva dello studente e determina, se inferiore al 6, la non ammissione al successivo anno di corso o all’esame conclusivo del ciclo.
Ma come unformare in tutt’Italia i criteri di giudizio sul comportamento degli studenti? Ci penserà un decreto del ministro dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, che preciserà i criteri e modalità applicative per attribuire ad atti di “particolare e oggettiva gravità del comportamento” un voto insufficiente. Insomma, una sorta di piccolo ‘codice del comportamento’ emanato dal ministero, soccoreerà presidi e docenti.

Rendimento scolastico degli studenti (articolo 3)
Dall’anno scolastico corrente alle elementari e alle medie la valutazione periodica e annuale del rendimento degli alunni e la certificazione delle competenze da essi acquisite è espressa in decimi e illustrata con giudizio analitico sul livello globale di maturazione raggiunto dall’alunno. Sono ammessi alla classe successiva, o all’esame di Stato a conclusione del ciclo, gli studenti che hanno ottenuto un voto non inferiore a 6 decimi in ciascuna disciplina o gruppo di discipline. È abrogata ogni altra disposizione incompatibile con la valutazione del rendimento scolastico mediante l’attribuzione di voto numerico espresso in decimi.
Anche in questo caso, per uniformare il più possibile i criteri di giudizio a livello nazionale, un regolamento, su proposta del ministro dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, si occuperà del coordinamento delle norme vigenti per la valutazione degli studenti e individuerà eventuali ulteriori modalità applicative.

Insegnante unico nella scuola primaria (articolo 4)
È l’articolo più contestato, quello che prevede il cosiddetto ‘maestro unico’ alle elementari. Alle primarie le istituzioni scolastiche (cioè i presidi) costituiranno classi affidate a un unico insegnante, funzionanti con orario di 24 ore settimanali. Si terrà conto delle esigenze, correlate alla domanda delle famiglie, di una più ampia articolazione del tempo-scuola. Ovvero, secondo l’opposizione, si elimina il tempo pieno. Secondo la maggioranza, al contrario, si pongono le premesse per un utilizzo più razionale dell’organico degli insegnanti senza toccare le ore di tempo pieno e sarà definito il trattamento economico dovuto per le ore di insegnamento aggiuntive rispetto all’orario d’obbligo di insegnamento stabilito dalle disposizioni contrattuali.
Ma per chi contesta la riforma, il ritorno al maestro unico e all’orario delle 24 ore obbligatorie ’spezza’ la continuità didattica con le rimanenti 16 ore per arrivare alle famose 40. Parte di queste ore verranno sì affidate ad un altro docente o allo stesso maestro unico che accetterà di allungarsi l’orario di lavoro. Ma si tratterà di un tempo scuola aggiuntivo e non più unitario ai fini del programma. Ma senza compresenza degli insegnanti e unitarietà dell’insegnamento e della didattica la qualità sarà ben diversa, dicono i contestatori.

Libri di testo (articolo 5)
Gli organi scolastici adotteranno libri di testo in relazione ai quali l’editore si sia impegnato a mantenere invariato il contenuto nel quinquennio, salvo le appendici di aggiornamento eventualmente necessarie, da rendere separatamente disponibili. Anche l’adozione di libri di testo (salvo specifiche e motivate esigenze) avrà cadenza quinquennale. Il dirigente scolastico dovrà vigilare sulle delibere del collegio dei docenti relative all’adozione dei libri di testo. Ovvero: meno cambiamenti nei libri di testo adottati per ridurre la spesa delle famiglie.

Valore abilitante della laurea in scienze della formazione primaria (articolo 5)
L’esame di laurea sostenuto a conclusione dei corsi in Scienze della formazione primaria, comprensivo della valutazione delle attività di tirocinio previste dal relativo percorso formativo, ha valore di esame di Stato e abilita all’insegnamento, rispettivamente, nella scuola dell’infanzia e nella scuola primaria. Queste disposizioni si applicano anche a coloro che hanno sostenuto l’esame di laurea conclusivo dei corsi in Scienze della formazione primaria nel periodo compreso tra la data di entrata in vigore della legge 24 dicembre 2007 n. 244 e la data di entrata in vigore del decreto legge 137/2008.

Accesso alle scuole di specializzazione medica (articolo 7). Al concorso per l’accesso alle scuole di specializzazione mediche possono partecipare tutti i laureati in medicina e chirurgia. Questi laureati sono ammessi alle scuole di specializzazione a condizione che conseguano l’abilitazione per l’esercizio dell’attività professionale, se non ancora posseduta, entro la data di inizio delle attività didattiche delle scuole immediatamente successiva al concorso espletato.

Entrata in vigore (articolo 8).Il decreto è entrato in vigore il giorno stesso della pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale (il 1 settembre). Le norme finali del provvedimento prevedono che dall’attuazione delle disposizioni contenute nel decreto non devono derivare nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica. Ovvero, lo Stato per la riforma Gelmini non deve spendere un centesimo in più.

A motivare il ministro Gelmini alcuni dati ormai noti da tempo:
negli ultimi 10 anni gli alunni sono diminuiti e la spesa pubblica per l’Istruzione è cresciuta invece di oltre 10 miliardi; il 97% di qusta spesa è assorbito dagli stipendi; la spesa per alunno è più alta del 10% rispetto alla media OCSE.
Il ministro Gelmini assicura che il 30% degli oltre 7 miliardi di euro risparmiati in tre anni saranno investiti in premi ai docenti più bravi, accorpamento delle classi, ammodernamento degli edifici scolastici. La scelta del maestro unico, spiega, assicura margini per potenziare il tempo pieno del 50%. Ma la ratio della riforma, insistono i sindacati, è soprattutto nei tagli: di personale, di risorse, di investimenti. Spendiamo troppo? Il guaio è che, a leggere i dati Ocse, spendiamo male: la spesa per studente è la più alta d’Europa. Il rapporto studenti-docenti è tra i più bassi d’Europa; il numero di ore di insegnamento annuo per docente è nettamente inferiore alla media europea; l’età media del corpo docente è fra le più elevate in Europa, solo l’8,8% degli insegnanti della scuola secondaria, inferiore e superiore, ha meno di quarant’anni, e solo 1 su mille ha meno di 30 anni.

Un ex fantino si dà fuoco con i figli piccoli

Prima avrebbe ucciso i due figli piccoli, poi si sarebbe dato fuoco con loro: in un quartiere periferico di Pisa sono stati trovati carbonizzati i cadaveri di Simone Parola, un ex fantino di 39 anni, e dei suoi bambini, Rachele di 7 anni e Tommaso di 5 anni. Gl investigatori stanno indagando per comprendere le motivazioni dell’omicidio. L’uomo lavorava come maniscalco: aveva un’altra figlia, oggi dodicenne, nata dal matrimonio fallito. Poi con la nuova compagna aveva avuto Rachele e Tommaso: un’unione che negli ultimi tempi, secondo quanto emerso al momento, era in difficoltà. Si attende l’autopsia per chiarire con certezza le cause della morte dei due bambini, e se questi fossero già morti quando Parola ha appiccato il fuoco con la benzina. La prima ipotesi fatta è che possano essere stati colpiti con un martello, ritrovato non lontano dai corpi: sull’auto con cui è arrivato lungo l’argine dell’Arno sono state anche trovate macchie che potrebbero essere di sangue, ma non c’è certezza che il martello appartenesse a Parola. Potrebbe essere stato abbandonato da altri: nell’area dove sono stati trovati i corpi carbonizzati c’è una sorta di discarica.

Pisa, presa la banda dell’olio d’oliva

“È andato tutto liscio come l’olio” questa volta non lo hanno potuto dire. I ventidue componenti di un’organizzazione che da circa due anni rubava e rivendeva olio extravergine d’oliva in tutta Italia per un giro d’affari stimato in oltre 5 milioni di euro, sono stati scoperti e arrestati questa notte in una maxi operazione dei carabinieri del Comando Provinciale di Pisa. Il gruppo, con la base operativa nel capoluogo pugliese ma con ramificazioni in Toscana, Lombardia, Liguria, Campania e Emilia Romagna, individuava le aziende agricole, spesso di piccole-medie dimensioni, dove poter portare a segno il colpo. Poi con autocisterne, ripulivano i depositi di quintali d’olio extravergine d’oliva.

Con questo metodo dal 2006 ad oggi, sono state saccheggiate decine di aziende in tutto il territorio italiano ma in particolare, l’organizzazione aveva preso di mira i produttori toscani, pugliesi e emiliani. Per riuscire a “riciclare” il prodotto che non veniva in alcun modo alterato e quindi di ottima qualità, gli imprenditori pugliesi al vertice della banda, erano riusciti ad escogitare con complesso meccanismo di regolarizzazione fiscale e amministrativa. In questo modo riuscivano a rivenderlo ad altri produttori e distributori italiani collegati direttamente con il circuito commerciale della grande distribuzione. La Procura della Repubblica di Pisa che ha coordinato le indagini ha disposto l’arresto per i ventidue componenti dell’organizzazione e ha iscritto nel registro degli indagati altre quarantuno persone tra autotrasportatori, rivenditori e piccoli commercianti residenti nelle sei regioni coinvolte.

Almeno all’università l’Italia scientifica eccelle in Europa

[i](Foto da Flickr di [url=http://www.flickr.com/photos/maebmij/123180774/]maebmij[/url])[/i]

Non solo bocciature per la scuola italiana. Dopo i risultati imbarazzanti dell’Ocse sulla scarsa prontezza dei nostri quindicenni in scienze e matematica, arriva una boccata d’ossigeno dal fronte università. L’Italia può vantare ben sei eccellenze nella sua offerta universitaria in ambito scientifico. Una in Matematica, una in Chimica e ben quattro in Fisica. Nessuna in Biologia.
A rivelarlo è l’indagine commissionata dal settimanale tedesco Die Zeit, elaborata dal Center for Higher Education Development (Che) di Gütersloh (qui la ricerca in pdf, in inglese).
Nella classifica dei programmi europei di eccellenza per laureati in Scienze naturali e Matematica 2007 (Ranking of excellent european graduate programmes in the Natural sciences and Mathematics 2007) compaiono sei atenei tricolori. Che permettono all’Italia di essere terza in Europa, preceduta da Germania e Gran Bretagna, rispettivamente con tredici e dodici eccellenze. Dopo di noi, con cinque università di punta, Francia e Svezia.
Per la Matematica, a distinguersi tra le nostre è stata l’università “Tor Vergata” di Roma, in compagnia di istituti prestigiosi come Oxford e Cambridge. Per Chimica lode all’università di Bologna. In Fisica sono in più ad eccellere: le università di Firenze, Padova, Pisa e “La Sapienza” di Roma.
Tanti altri atenei italiani, anche se non hanno toccato l’eccellenza, sono rientrati nel “top group”.
Per la Biologia quelli di Milano, “Federico II” di Napoli, Padova, “La Sapienza”, Verona e Bologna. Per la Chimica: Firenze, Milano, “Federico II”, Padova, Parma, “La Sapienza”, Salerno, Trieste, Udine e Pisa. Per la Matematica il Politecnico di Milano e il Politecnico di Torino, le università di Firenze, Milano, “Federico II”, Padova, Pavia, “La Sapienza”, Trieste, Bologna e Pisa. Per la Fisica: Cagliari, Genova, Milano, “Federico II”, Perugia, Torino, Trieste, Bologna, Ferrara, “Tor Vergata”.
Il metro di giudizio nella classificazione si è basato su pubblicazioni, citazioni, infrastrutture e partecipazione ai programmi europei Marie Curie delle oltre quattromila strutture europee valutate.
LEGGI ANCHE: Che fatica essere universitari - SPECIALE SCUOLA - FORUM: Che scuola è mai questa?

Iannelli, il nuovo pg da Pisa alla procura catanzarese dei veleni

Enzo Iannelli, in una foto d'archivio, è il nuovo procuratore generale di Catanzaro, ha 63 anni ed è calabrese. Da poco meno di undici anni era alla guida della procura della Repubblica di Pisa, dopo essere stato a lungo sostituito procuratore generale presso la Corte di Cassazione a Roma e magistrato di Cassazione.
“Sono soddisfatto per la mia nomina ma lo sono ancora di più per come è avvenuta, ovvero all’unanimità”. Così ha commentato Enzo Iannelli attualmente procuratore capo a Pisa la sua nomina con procedura d’urgenza a procuratore generale di Catanzaro, dove il procuratore generale facente funzioni Dolcino Favi ha deciso l’avocazione del fascicolo di De Magistris dopo l’iscrizione nel registro degi indagati del Guardasigilli Mastella . “Essere stato nominato da tutto il Consiglio superiore della magistratura mi rende orgoglioso e soprattutto è per me un supporto importantissimo per iniziare a lavorare in una procura che in questo momento è al centro del mirino”, precisa Iannelli che lascia una procura pisana dopo dieci anni.
Iannelli, come confessa lui stesso a Panorama.it, non ha mai lavorato in Calabria ma ha affrontato importanti procedimenti sulla criminalità organizzata nei venti anni in cui è stato alla procura generale della Cassazione.
Visibilmente emozionato, ricorda i casi più importanti di cui si è occupato dal 1969, anno in cui è entrato in procura. Si è occupato del maxi processo alla sacra Corona Unita e del sequestro Celadon ma anche in Cassazione del terzo troncone del processo a Enzo Tortora e del processo a carico del cardinale Marcinkus.
Nel ripercorrere il suo impegno che, ci tiene a sottolineare, “è di servitore dello Stato”, ha parlato dello scandalo Lockheed e anche degli omicidi Occorsio e Amato. Un ricordo particolare anche ad importantissimi processi come quelli per le stragi di Ustica e Bologna, l’attentato a Giovanni Paolo II. Porta la sua firma anche il sequestro delle liste degli iscritti alla P2. “Riconosco che si tratta di un incarico delicato” conclude il quasi procuratore generale di Catanzaro “ma andrò con animo sereno e con il sicuro appoggio del Csm”.

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