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Due facce normali, da giovani senza problemi. La prima è quella di un ragazzino di 17 anni, che ha smesso di studiare e si è messo a fare il muratore. L’altra è quella di un neo maggiorenne, ancora studente. A legarli, il destino di un’assurda tragedia; a dividerli 120 chilometri: quelli che corrono tra il carcere di Sondrio e il Beccaria di Milano.
Perché lì sono stati portati i due ragazzi, dopo aver ammesso di essere i responsabili della morte del piccolo Renzo Giacomella, il bimbo di 3 anni e 10 mesi che con mamma Nicoletta Martinelli e la sorellina Mery di 6 anni, sabato sera stava rincasando lungo la pista ciclabile di Bormio, dopo una scampagnata in bicicletta.
Hanno dunque il volto dell’innocenza, eppure non si sono costituiti spontaneamente. Anzi, hanno cercato di mentire ai carabinieri di Sondrio che li hanno sentiti prima come persone informate sui fatti, poi come indagati.
Nel tardo pomeriggio di mercoledì 10 ottobre, la svolta. E le prime ammissioni, tra i singhiozzi di un pianto liberatorio. Poi l’abbraccio con i loro genitori che si sono mostrati inflessibili davanti al loro arresto. “È giusto così”, ha commentato il papà di uno dei giovani.
Il più giovane, che abita a Bormio, è ora sotto la custodia del tribunale dei minori di Milano. Il più grande, di Santa Lucia, è stato portato nel carcere di via Caimi a Sondrio. La posizione più delicata è quella del minorenne, che aveva dato un passaggio all’amico. Gli viene contestato l’omicidio volontario: guidava al buio e si assunto perciò, secondo l’accusa, il rischio di causare la morte di qualcuno. Deve anche rispondere di omissione di soccorso e fuga. Per il neo maggiorenne, invece, omicidio colposo. Erano tutti e due in sella a un’Husqvarna 125 da enduro, quella sera. Il minorenne alla guida con in testa un casco (ma nulla a che vedere con quello descritto dalla giovane madre) il maggiorenne seduto dietro, a capo scoperto. Anche per questo, e soprattutto perché su quella stradina proprio non potevano viaggiare (men che meno in due e senza protezione) avevano deciso di spegnere il fanalino anteriore. L’idea era di percorrere a fari spenti e nel minor tempo possibile la pista ciclabile dell’Alute, la piana che collega Bormio con Valdisotto. Del resto era già buio. Ormai erano le 20 e nessuno li avrebbe visti dalla vicina statale. Nemmeno le pattuglie che spesso si incrociano sulla 38.
Li ha visti solo all’ultimo, invece, mamma Nicoletta, che insieme a Renzo e Mary, stava tornando a casa dopo una scampagnata in bicicletta.
Il VIDEO servizio:

Questo è un momento importante per la mobilità sostenibile in generale, ciclabile in particolare, di Roma. Ogni Municipio deve progettare la sua rete ciclabile locale ed entro dicembre tutta la rete cittadina dovrà essere approvata dal Consiglio Comunale, per essere realizzata nel triennio 2008/2010. Ma quello che si vede finora non lascia ben sperare.
L’investimento complessivo per la realizzazione di percorsi ciclo-pedonali si aggira sui 10 milioni di euro, di cui oltre 5 stanziati dall’assessorato all’ambiente per 43,5 km in corso di realizzazione, mentre altri 50 km sarebbero stati già progettati e finanziati con 3,3 milioni di euro. Inoltre l’assessorato alla mobilità ha stanziato 2 milioni di euro per la realizzazione della pista lungo Viale Palmiro Togliatti. Questi i numeri ufficiali snocciolati dall’Assessore all’ambiente e politiche agricole Dario Esposito, cui si aggiungono, come sottolinea il portavoce del Coordinamento Roma Ciclabile Maurizio Santoni, altri 2 milioni e 450 mila euro per collegare Roma al mare.
Nelle promesse dell’assessore Esposito “lo sviluppo di una rete urbana di piste ciclabili è una delle strategie strutturali su cui il Comune di Roma sta puntando per dare corpo, insieme al potenziamento del trasporto pubblico a basso impatto e alla realizzazione delle linee C e D della metropolitana, ad una mobilità alternativa e sostenibile. Utilizzare la bicicletta al posto dell’automobile, soprattutto nei tragitti brevi, consiste infatti nel mettere in pratica una concreta azione di contrasto a traffico e smog in città. Per questo motivo, negli ultimi anni è nata a Roma una rete ciclabile di oltre 150 km”.
Abbiamo provato sul campo due piste ciclabili romane: quella di Caracalla, nel primo Municipio, fa parte della “terza dorsale” della Cristoforo Colombo ed è appena stata inaugurata. Il “corridoio della mobilità” di Via Palmiro Togliatti (V Municipio), invece, è “in corso di realizzazione” dal 2005. Ecco che cosa abbiamo trovato.
LE PROVE SU PISTA: la Periferia: via PalmiroTogliatti e il Centro, tra Circo Massimo e Caracalla - La GALLERY
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Il 19 settembre è stata inaugurata la terza dorsale romana per le biciclette, che dal Tevere costeggia il Circo Massimo e prende Via delle Terme di Caracalla fino a Viale Porta Ardeatina, dove si interrompe perché il pezzo successivo è in costruzione, ma proseguirà poi per Via Cristoforo Colombo fino a ricongiungersi con un altro tratto già costruito, per terminare sulla Laurentina.
È costata 2 milioni 600 mila euro.
Il percorso è gradevole e interessante dal punto di vista culturale, a parte il tratto sulla Cristoforo Colombo, mega-strada a sei corsie che porta fino al mare. Inforco la bicicletta decisa ad arrivare fino in fondo.
La percorro con Giulio, che pedala tutti i giorni per andare al lavoro o a fare la spesa. Cominciamo da Viale del Circo Massimo e rimaniamo perplessi di fronte alla segnaletica: guardiamo in alto e il cartello indica che la pista riprenderà tra 400 metri. Guardiamo in basso e la striscia che limita la ciclabile (cancellata?) coincide esattamente con il camminamento per non vedenti.

Dopodichè la pista sembra svanire nel nulla, le strisce bianche che la indicavano sono state coperte con altre di vernice nera. Si arriva così al semaforo, non capendo se è il caso di rimanere in sella o è meglio scendere per evitare di essere multati. L’edicolante aggiunge perplessità a perplessità, dicendoci che il marciapiede , nel punto in cui si interrompe per l’attraversamento, quando piove si allaga sempre.
Comunque attraversiamo al semaforo e ci troviamo davanti al palazzo della Fao. Qui comincia il tratto ciclo-pedonale. Nel giro di quattro minuti del nostro sabato pomeriggio la “pista” è continuamente attraversata da persone a piedi o su due ruote: le due categorie condividono, finora con grande rispetto, lo stretto marciapiede.

All’entrata della Fao le biciclette dovrebbero scendere una rampa, attraversare l’ingresso e risalire il marciapiede dalla rampa opposta. Non c’è nessun dissuasore, però, che faciliti l’operazione impedendo alle automobili di bloccare il cammino, che è poi anche quello per disabili.

Proseguiamo lungo un altro tratto ciclopedonale e ci accorgiamo che il pedone viene accompagnato con le frecce (nella foto si vede bene il disegno del pedone sotto un motorino parcheggiato in piena ciclabile) fino ad un corridoio che taglia il prato e permette di proseguire oltre su via delle terme di Caracalla. Solo che il corridoio è soltanto ciclabile, con il limite per le biciclette fissato a 20 km orari. Ma il pedone che fosse arrivato fino qui e non fosse dotato di ali si troverebbe costretto a tornare indietro oppure, a suo rischio e pericolo, ad attraversare la “scorciatoia”, rischiando di essere falciato da chi sbuca su due ruote dalla curva, laddove il percorso ricomincia ad essere condiviso.

Finalmente pedaliamo e percorriamo un tratto di Via delle Terme di Caracalla che è tutto per noi, ritagliato nel verde di un prato.
Il mio amico non sembra soddisfatto neanche di questo. Ma non si accontentano proprio mai, questi ciclisti? “Vedi”, mi spiega paziente, “la distanza più breve tra due punti è una retta. Sembra che per i ciclisti questa regola conosca una eccezione: ci mettono sempre davanti curve su curve, ci fanno arrivare al semaforo più lontano per attraversare, come qui, a Piazzale Numa Pompilio. E se prendiamo la via più breve, cioè la strada invece della ciclabile, ci fanno la multa. Insomma se parliamo di piste-giocattolo, di svago per bambini o per turisti, questa pista va benissimo. Ma non stavamo parlando di mobilità sostenibile? Di incentivo all’uso della bici per provare a lasciare a casa l’automobile, ridurre le emissioni, decongestionare il traffico?”
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Mi accingo alla prova sul campo, o meglio su pista, con Vivianne, coautrice del blog dei ciclisti romani romapedala, con la sua bici da corsa rossa. Ci vediamo alla fermata della metro Ponte Mammolo (all’incrocio tra la via Tiburtina e la via Palmiro Togliatti).
Un cartello introduce il Corridoio della mobilità “Viale Palmiro Togliatti”. Come progettista figura l’Atac, Agenzia per i trasporti autoferrotranviari. Dal disegno si capisce che l’idea iniziale era quella di una ristrutturazione totale dell’aiuola spartitraffico, che doveva dar respiro al traffico locale. Importo complessivo dei lavori: euro 8.257.653.73, c’è scritto. “Infatti”, mi dice Vivianne che conosce bene la zona, “nell’aiuola accanto alla pista ciclabile doveva esserci posto anche per la corsia preferenziale degli autobus. Invece c’erano delle centraline, non si è potuto scavare per fare i lavori e così alla fine la corsia preferenziale è stata fatta togliendo spazio alla carreggiata e il traffico è congestionato. I residenti e i commercianti stanno protestando”. E i ciclisti? “Ora vedrai”, è la sua risposta sibillina. Cominciamo, allora. Dal nulla di un’aiuola spartitraffico partono due righe tirate per terra. 
Chi se la sente di definirla una pista? Non c’è nulla che differenzi il terreno “ciclabile” dal resto, è tutta sterrata, piena di aghi di pino. Non tutta, ci sono anche dei pezzi asfaltati, e sono già rovinatissimi. Il rosso tipico della ciclabilità si è sfaldato tristemente, non ne resta quasi più nulla. 
Ma la cosa che colpisce in realtà non è il terreno. È l’impossibilità di pedalare per più di due minuti consecutivi. Non c’è un rettilineo. Ci sono blocchi di cemento? Si gira attorno ai blocchi di cemento. Ci sono cartelloni pubblicitari? Si gira attorno ai cartelloni pubblicitari. Ci sono le inversioni di marcia per le automobili e si deve attraversare la strada per tre volte, aspettando di fronte a tre semafori, prima di poter riprendere la pista.
All’interno del tratto asfaltato ci sono anche attraversamenti pedonali e per non vedenti.
E se si fosse stanchi di tante interruzioni, più che di tanto pedalare, arrivano le rastrelliere.

Ben lontane da qualunque attività, zona abitata, passaggio umano. Insomma, impossibile gettarci un occhio, sono cattedrali vuote costruite nel deserto che è questa pista. Per la forma che hanno non ci si può legare tutto il corpo della bicicletta, quindi se dovesse passare di lì un malintenzionato avrebbe gioco facile a farci ritrovare solo la ruota.
Andiamo avanti. Anzi no. Il mio entusiasmo da ciclista per un giorno riceve il colpo di grazia. Una specie di rotonda semplicemente ti riporta da dove sei venuto. 
L’alternativa è solo quella di lanciarsi, stile kamikaze, nel traffico sfrecciante della Palmiro Togliatti per proseguire verso la Collatina o prendere la Roma-L’Aquila.
Vivianne mi sorride. Non voleva deludermi, altrimenti me lo avrebbe detto per telefono che, per come è la pista, si poteva anche andare a piedi.
Guarda la GALLERY - La documentazione raccolta dal blog Romapedala sulla ciclabile di Via Palmiro Togliatti