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pizzo

Don Panizza, prete antimafia
Alle 23.35 la prima esplosione. Pochi istanti dopo, la seconda. Ancora più forte. La notte di Natale in via dei Bizantini davanti al portone del Centro per i minori realizzato dalla comunità Progetto Sud nel centro di Lamezia Terme sembrava fosse scoppiata la guerra. I due ordigni sono esplosi in sequenza: il primo davanti alla vetrina di un negozio, il secondo davanti al portone della villa confiscata alla cosca Torcasio e dal 31 agosto scorso, sede di una delle tante associazioni fondate da don Giacomo Panizza. Continua


di Maria Pirro
Pacata, meditata, ma anche netta e persino spregiudicata: è la rivolta antiracket, inattesa, che sferza i clan di Gomorra. Accade a Castel Volturno (Caserta): otto commercianti hanno denunciato i loro vessatori e, dopo un anno di riunioni, hanno appena costituito la prima, storica associazione contro il pizzo. Spiegano Tano Grasso e Silvana Fucito, i due promotori: «L’iniziativa è un segnale concreto di riscatto e speranza. In questa terra tanto martoriata non c’era mai stata una ribellione collettiva contro la camorra». Continua
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Imponente operazione antimafia questa mattina contro i presunti fiancheggiatori del boss mafioso latitante dal 1993 Matteo Messina Denaro, ritenuto il nuovo capo di Cosa Nostra (qui il VIDEO da Medianews del 12 novembre 2007). Gli agenti del Servizio centrale operativo (Sco) e delle Squadre mobili di Trapani e Palermo hanno eseguito 13 arresti nei confronti di altrettanti indagati ritenuti responsabili, a vario titolo, di associazione mafiosa, estorsione, traffico di sostanze stupefacenti, trasferimento fraudolento di società e valori. I provvedimenti sono stati emessi dal gip di Palermo che ha accolto le richieste del procuratore aggiunto Teresa Principato e dei pm Roberto Scarpinato, Paolo Guido, Sara Micucci e Roberto Piscitello.
In manette anche Mario Messina Denaro, cugino del boss. Secondo gli inquirenti l’uomo, imprenditore caseario, avrebbe imposto il “pizzo” a imprenditori locali sostenendo di raccogliere i soldi delle estorsioni a nome del cugino. Avrebbe anche gestito un traffico di stupefacenti tra Roma e il territorio trapanese, sempre finalizzato a finanziare l’organizzazione criminale.
È stata, inoltre, sequestrata un’intera impresa olearia con beni immobili annessi, per un valore di circa 2 milioni di euro, fittiziamente intestata a terze persone, al fine di sottrarre il patrimonio mafioso ad eventuali aggressioni di carattere patrimoniale da parte degli inquirenti Secondo quanto ricostruito dagli investigatori, gli arrestati hanno svolto, “primariamente, un fondamentale ruolo nel sostegno alla latitanza di Messina Denaro, assicurandogli, tra le altre cose, il mantenimento di riservati canali di comunicazione con i componenti di vertice di Cosa nostra palermitana”. L’azione di copertura si è anche sostanziata attraverso la fornitura di documenti d’identità falsi al ricercato, per consentirgli di eludere le indagini.
Nel corso dell’operazione ‘Golem’ gli inquirenti hanno contestualmente eseguito delle perquisizioni in quindici istituti penitenziari nei confronti di trentasette detenuti. I detenuti, secondo quanto accertato dagli inquirenti, avrebbero comunicato con gli indagati. Tra questi figurano ‘boss’ di primissimo piano nel panorama di Cosa Nostra, tra cui Mariano Agate, capo indiscusso del ‘mandamento’ mafioso di Mazara del Vallo, detenuto ininterrottamente da oltre 15 anni e condannato a più ergastoli per associazione mafiosa, omicidi e traffico di sostanze stupefacenti. Storicamente legato all’ala corleonese di Cosa Nostra, è da sempre considerato vicinissimo alla famiglia Messina Denaro. Ma anche Filippo Guttadauro, cognato del latitante Messina Denaro Matteo, per averne sposato la sorella. “Le perquisizioni hanno, finora, consentito” si apprende da ambienti giudiziari “di acquisire numerosa documentazione, già al vaglio degli inquirenti che stanno valutando la possibilità di disporre l’immediato trasferimento di alcuni dei soggetti perquisiti in Istituti Penitenziari diversi”.
Secondo quanto emerge dalle indagini, inoltre, nonostante sia uno dei boss latitanti più ricercati d’Italia dal 1993, il capomafia di Castelvetrano avrebbe fatto dei viaggi anche all’estero in Austria, Svizzera, Grecia, Spagna e Tunisia per mostrare “ancora una volta, la particolare ‘mobilità ’ che lo caratterizza da sempre. Per questa ragione, in collaborazione con l’Interpol, sono stati svolti diversi approfondimenti investigativi in diversi Paesi europei ed extraeuropei, “dove risultano essere presenti diversi soggetti in rapporti con Messina Denaro”. In questo stesso contesto, tra le altre cose, le indagini hanno consentito di localizzare e catturare in Venezuela, nonché di estradare in Italia, alcuni esponenti di spicco di Cosa nostra, fortemente legati a Messina Denaro: come Vincenzo Spezia, killer ed elemento di vertice della “famiglia” mafiosa di Campobello di Mazara.
Infine, agli atti dell’operazione anche il ‘pizzino’ ritrovato tempo fa nel quale Denaro rassicurava i suoi amici detenuti: “… io non andrò mai via di mia volontà , ho un codice d’onore da rispettare. Lo devo a Papà e lo devo ai miei principi, lo devo a tanti amici che sono rinchiusi e che hanno ancora bisogno, lo devo a me stesso per tutto quello in cui ho creduto e per tutto quello che sono stato”. “Ad onore del vero” scrive ancora Messina Denaro “se avessi voluto già me ne sarei andato da tempo, ne avevo la possibilità , solo che non ho mai tenuto in considerazione quest’ipotesi perché non fa parte di me ciò; io starò nella mia terra fino a quando il destino lo vorrà e sarò sempre disponibile per i miei amici, è il mio modo tacito di dire a loro che non hanno sbagliato a credere in me. …”.
Chi è Matteo Messina Denaro: il ritratto nel VIDEO di Carlo Lucarelli:
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A Milano come a Gela: se vuoi lavorare devi pagare il pizzo a Cosa nostra.
I boss Maurizio La Rosa e Maurizio Trupia, legati al clan Emanuello, arrestati venerdì scorso dalla Squadra mobile di Caltanissetta, imponevano il pagamento del pizzo agli imprenditori siciliani che si aggiudicavano appalti pubblici nelle città del Nord Italia. Ed in particolare nel capoluogo lombardo.
“A niente serviva lasciare la terra d’origine e cercare lavoro altrove perché a Cosa Nostra le ditte siciliane erano costrette a pagare comunque il 2 o il 3 per cento di ogni appalto pubblico vinto’fuori’ dall’isola”, puntualizza il questore di Caltanissetta, Guido Marino.
Cesare (nome di fantasia), originario di Gela, due anni fa si è aggiudicato un appalto da 3 milioni e 300 mila euro per la manutenzione dell’acquedotto di Milano e di alcuni comuni confinanti. Lui come altre decine di imprenditori, per mesi, ha dovuto subire i ricatti e le intimidazioni dei boss gelesi La Rosa e Trupia. Ma ha avuto il coraggio di reagire, di denunciare i suoi estorsori e di collaborare con gli investigatori.
A Panorama.it ha parlato delle richieste dei boss e ha spiegato come è riuscito a farli arrestare “lavorando” fianco a fianco con la Polizia di Stato.
Quando sono iniziate le prime richieste di pizzo?
Dopo pochi mesi che avevo vinto l’appalto. Mi sono aggiudicato la gara a fine luglio 2007 e a gennaio del 2008 per la prima volta è venuto a trovarmi Trupia. Mi ha chiesto un “regalo”. Non ha parlato di cifre ma era chiaro che voleva un anticipo sulla percentuale che Cosa nostra pretende dagli imprenditori come me. Ha saputo del mio nuovo lavoro a Milano e voleva il tre per cento dei tre milioni e 300 mila euro, il valore dell’intero appalto.
Lo ha denunciato subito?
No, ho aspettato alcuni mesi. Poi, ho parlato con i miei familiari e abbiamo deciso che dovevamo mettere la parola fine a questi ricatti. Ogni volta che io tornavo a casa, a Gela, lui o l’altro (Trupia, ndr) suonavano alla porta di casa. Sono venuti circa cinque o sei volte e in ogni occasione mi ripetevano che mi avrebbero aiutato nel mio lavoro, mi avrebbero agevolato con le ditte per i subappalti e mi avrebbero ‘protetto’ i mezzi . Sono vent’anni che faccio questo lavoro e per vent’anni sono stato costretto a pagare percentuali a questo o quel clan se volevo lavorare tranquillo.
Quando si è rivolto alla polizia?
A marzo 2008. Adesso è più di un anno che collaboro con le Forze dell’ordine. Mi sono presentato in Questura a Caltanissetta e al dirigente della Squadra mobile ho raccontato tutto: nomi, fatti, luoghi.
È stato minacciato con una pistola?
No, mai. Loro non vengono mai con le pistole. Tutti gli imprenditori siciliani lo sanno che i boss, quelli veri, non vengono mai armati. Se tu non paghi con i soldi, paghi con la casa, con le proprietà , con gli affetti o con la vita.
Quando sono venuti l’ultima volta a chiederle i soldi?
A Pasqua. Questa volta è venuto Trupia. “Vedi di metterti a posto per le festività pasquali” mi ha detto, visto che per Natale non ero venuto a Gela e lui non aveva avuto modo di chiedermi la tangente. Ero rimasto volutamente a Milano.
Quanti soldi le ha chiesto?
Mi ha chiesto quindici mila euro. Io ho preso tempo. Riesco a far trascorrere alcuni giorni. Intanto parlo con la polizia e il magistrato. Poi lui ritorna all’attacco: alle 4 di un venerdì pomeriggio, ci incontriamo con La Rosa e mi dice di portare i soldi, in contanti, in un bar del centro di Gela per le ore 20.
E lei?
Ho detto che non potevo trovare tutti quei soldi a quell’ora del pomeriggio: le banche sono chiuse. La Rosa, di risposta, mi ha anticipato l’orario alle 19. E poi è scattata l’operazione della polizia. Ho registrato tutti gli incontri che ho avuto con La Rosa e Trupia, e poi li ho consegnati agli investigatori.
Lei ha appalti milionari anche a Torino e Gorizia. Adesso non ha paura?
Tranquillo non sono ma ho piena fiducia negli investigatori e nello Stato. Mi seguono in ogni mio spostamento e mi proteggono. Certo, non escludo, che qualcun altro suoni alla mia porta a chiedermi nuovamente il pizzo.

Nel mirino delle cosche c’era già . E da tempo. Tanto che da mesi è costretto a vivere con sei uomini di scorta che non lo lasciano un solo minuto. Lui è Rosario Crocetta, simbolo della lotta alla mafia, famoso anche per essere stato il primo sindaco (a Gela in provincia di Caltanissetta) dichiaratamente omosessuale nella storia d’Italia e della Regione Siciliana.
Contro di lui (dal 1 ottobre iscritto al Pd, partito per il quale è candidato alle Europee: per lui solo è valsa la deroga alla decisione di non candidare sindaci che devono concludere il mandato), i boss stavano preparando un attentato. Il clan mafioso degli Emmanuello lo voleva uccidere, grazie anche all’aiuto di mafiosi residenti fra Milano e Varese.
Il gruppo mafioso, che fa capo a Cosa nostra, è strutturato in organismi territoriali che operano unitariamente, o in stretta collaborazione, in varie zone del territorio nazionale e all’estero.
Le manette sono scattate per Maurizio Saverio La Rosa, di 40 anni e Maurizio Trubia, di 41, arrestati proprio a Gela, con l’accusa di associazione mafiosa e di estorsione: hanno imposto il pagamento del pizzo a imprese di Gela che effettuavano lavori pubblici anche a Milano. Decisive, oltre alle intercettazioni, anche le dichiarazioni del pentito Carmelo Barbieri, ex reggente della cosca nissena, che da qualche tempo ha iniziato a collaborare con i pm.
Gli investigatori sono riusciti così a scoprire anche i piani dei boss, intenzionati a giustiziare il sindaco, da tempo nel mirino della mafia per le sue campagne di stampa e le iniziative amministrative per riaffermare la legalità nella sua città (da cui è nato anche un testo Io ci credo. Gela città della legalità ). Ma la condanna a morte era stata decretata anche per un imprenditore, che aveva denunciato le richieste di pizzo per alcuni lavori che doveva compiere a Milano, per la manutenzione dell’acquedotto.
Per gli inquirenti il pericolo di attentati era “attuale e imminente”. Per questo la Procura distrettuale antimafia ha chiesto con estrema urgenza il provvedimento cautelare al gip. Il piano era stato preparato e concordato da La Rosa insieme ad altri mafiosi residenti nel Nord. Negli ultimi mesi il boss aveva fatto diversi viaggi tra la Sicilia e la Lombardia, dove ha incontrato esponenti delle cosche mafiose di Gela che da tempo si sono trasferiti fra Milano e Varese.
Con le armi che sono state sequestrate dai carabinieri durante il blitz che ha portato all’arresto di tre presunti killer della camorra “sono stati compiuti altri undici omicidi, oltre alla strage di Castel Volturno, e diversi atti intimidatori”. Lo ha detto il comandante della regione Campania dell’Arma, generale Franco Mottola, parlando con il ministro della Difesa, Ignazio La Russa, che si trova al comando provinciale dei carabinieri per congratularsi personalmente per “l’importantissima operazione”.
“Gli stessi magistrati” ha affermato il generale Mottola “hanno parlato di una operazione magistrale e di altissima professionalità : sono stati arrestati senza sparare un colpo mentre si temeva uno scontro a fuoco con conseguenze cruente. Abbiamo tolto dei terroristi dal territorio. Lo Stato a volte è lento ma arriva sempre a conseguire i suoi risultati, raggiunge sempre i suoi obiettivi. Ieri siamo riusciti ad arrestare Oreste Spagnuolo, Alesandro Cirillo e Giovanni Letizia. Siamo già a lavoro, anche con perquisizioni e speciali servizi di controllo del territorio per una nuova fase dell’operazione che dovrà portarci a mettere le mani tutti gli altri latitanti”. Così spiegano il generale Mottola e il colonnello Carmelo Burgio, comandante provinciale di Caserta, parlando con i giornalisti.
Gli sforzi degli investigatori sono concentrati ora, in particolare, sulle ricerche di Giuseppe Setola, ritenuto a capo del gruppo di scissionisti della fazione dei Casalesi guidata da Francesco Bidognetti, detto “Cicciotte e mezzanotte”; un gruppo, ha spiegato il generale Mottola, costituito proprio da Setola, dopo la sua evasione dagli arresti domiciliari.
Sul fronte della lotta ai clan, da oggi sono allestiti i due check point a Castel Volturno (alle estremità della cittadina, sulla via Domiziana).
I posti di blocco sono composti da un’avanguardia dei 500 militari che l’esercito invierà nel Casertano in funzione anticamorra. Il grosso del contingente sarà schierato a partire da sabato. Il ministro La Russa ha inoltre annunciato una direttiva attraverso la quale regola la presenza massima dei militari nelle pattuglie e nei posti di blocco pari al 50% dell’organico.
Il titolare della Difesa ha ricordato che l’impiego delle Forze Armate per i controllo del territorio è stato ampiamente accettato dall’opinione pubblica e i militari vengono richiesti da varie parti, ma che “rimane il mio convincimento” ha detto “che fuori dall’attuale situazione di emergenza ognuno deve fare il proprio lavoro”.
La guerra dunque, ha dichiarato il ministro dell’Interno Maroni, “continuerà nel tempo finché non sarà vinta”. L’obiettivo, spiega il titolare del Viminale dopo il blitz contro il clan dei Casalesi, è “il controllo e il presidio del territorio che hanno l’obiettivo di togliere l’acqua ai pescecani, togliere l’erba sotto i piedi dei latitanti, eliminare i loro nascondigli per farli uscire allo scoperto e catturarli”.
Cosa Nostra? In crisi. La camorra? Un’organizzazione simile a quelle dei gangster che infestavano Chicago negli anni Trenta. La ‘ndrangheta è invece ormai al vertice del traffico mondiale di droga tanto che gli Usa l’hanno inserita nell’elenco delle più pericolose organizzazioni mondiali dedite al narcotraffico, da combattere e distruggere.
Il quadro, sconvolgente, emerge dalla relazione semestrale che la Direzione investigativa antimafia ha consegnato al Parlamento. Un dossier in cui si sottolinea che la scelta di Confindustria di espellere gli imprenditori che non denunciano il pizzo può rappresentare una svolta nella battaglia per la legalità .
A mettere un freno all’attività mafiosa di Cosa Nostra è stato, scrive la Dia, l’arresto di Salvatore Lo Piccolo, che “ha provocato fibrillazioni e disorientamenti non trascurabili, non solo per l’indubbia valenza oggettiva ma anche perché ha consentito l’acquisizione di preziosissimi documenti circa gli ‘interna corporis‘ del sistema mafioso e ha favorito atteggiamenti di collaborazione”. Ma “è ipotizzabile che Cosa Nostra si farà carico di una profonda riflessione strategica per definire più sicuri moduli strutturali e operativi per assicurare maggiore impermeabilità e consenso”. Quanto agli industriali, la Dia sottolinea che “con atti concreti si sono schierati contro l’organizzazione mafiosa, assumendosi precise responsabilità e rischi personali, testimoniando così l’inizio di un percorso virtuoso nell’ambito di una graduale estensione della cultura della legalità ”. Parole apprezzate dal leader di Confindustria Sicilia Lo Bello: “Continueremo a lavorare su questo fronte in modo normale, cercando di sfruttare la complementarietà con altre organizzazioni, come le associazioni antiracket e offrendo la massima collaborazione a forze ordine e magistratura”.
Spostandosi un po’ più a Nord, in alcune aree della Campania e a Napoli è la camorra ad avere il controllo, esercitato ultimamente attraverso un “aggressivo modello gangsteristico”. I clan confermano l’attenzione verso l’estero, sfruttando la forte presenza criminale straniera in Campania. Gli interessi illegali si estendono dunque sempre più oltre i confini, sia nel traffico di droga che nella prostituzione.
Ma, sempre secondo la relazione degli investigatori antimafia, a tenere in pugno il commercio degli stupefacenti, attualmente, è la ‘ndrangheta. Un’attività tanto criminosa quanto fiorente e ramificata che ha costretto gli Usa a inserire l’organizzazione calabrese nel “Narcotics Kingpin Organizations”, ossia l’elenco delle principali organizzazioni mondiali dedite al narcotraffico.
Le ‘ndrine sono capaci di ”coniugare i tradizionali comportamenti violenti con l’abilità di intravedere progetti criminali più qualificati e ad elevato profilo mimetico, specie per quanto riguarda l’infiltrazione nel comparto imprenditoriale”.
Il quadro viene completato dall’analisi dell’ “agguerrita” attività della criminalità straniera in Italia. Parallelamente all’aumento del flusso migratorio dei romeni verso l’Italia è cresciuto infatti il numero dei delitti attribuibili a questa etnia. I furti e le rapine dei romeni, soprattutto a danno di persone anziane, mantengono un trend elevato e, sottolinea la relazione, “continuano ad essere contrassegnati dall’uso di inusitata violenza, dalla quale, talvolta, scaturiscono esiti efferati, quali omicidi e violenze sessuali”. Quanto ai cinesi, diffuso è lo sfruttamento della prostituzione, che si manifesta non in strada - come avviene per altre etnie - ma in casa. E sono spesso gli italiani a fornire gli appartamenti.
Il VIDEO servizio:
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Un team composto da trenta persone, tra ispettori e agenti veterani della lotta alla criminalità organizzata, guidati da un dirigente, profondo conoscitore del territorio. Eccola la una task force anticamorra; una squadra operativa della Polizia di Stato istituita per contrastare la Camorra a Casal di Principe in risposta alla recente offensiva del clan dei casalesi, con l’uccisione dell’imprenditore e collaboratore di giustiziaMichele Orsi, freddato domenica scorsa in strada.
La squadra lavorerà in uno stabile confiscato al clan dei casalesi, come sede della Sezione distaccata della Squadra Mobile di Caserta. Così il vice capo della polizia, Nicola Cavaliere ha reso immediatamente operativo il piano predisposto dal Capo della Polizia, Antonio Manganelli, per l’istituzione di un nuovo polo investigativo. Cavaliere, in continuo contatto con il Capo della Polizia, ha predisposto già da sabato l’invio di personale altamente qualificato per aumentare il controllo del territorio nel comune di Casal di Principe: “Arriverà a Casale un pool di 007 antimafia selezionati per quel territorio, presidieremo le strade 24 ore su 24″.
Inoltre, con il direttore della Direzione Anticrimine Centrale, Franco Gratteri e con il Direttore del Servizio Centrale Operativo, Gilberto Caldarozzi, il prefetto Cavaliere sta organizzando le attività del gruppo operativo anche sotto l’aspetto logistico.
Manganelli ha parlato anche della “strategia dei Casalesi”, che ha nel mirino pentiti e testimoni di giustizia. “Sono stato tra i cittadini onesti di Casale” ha detto “lì c’è tanta gente che attende il riscatto. Lo Stato sta assediando da tempo i loro sacrari, ora deve andare fino in fondo, con la massima determinazione”.
Ma al Viminale si apre anche un fronte di indagine sulla mancata protezione per Michele Orsi, circostanza che avrebbe facilitato il lavoro dei killer. Il sottosegretario Alfredo Mantovano si è affrettato a precisare: “È vero che manca il decreto per la ricostituzione per la Commissione per i programmi di protezione, ma questo non può aver inciso sulla vicenda perché il prefetto, su richiesta della magistratura può comunque avviare misure urgenti di protezione, anticipando l’ingresso nel programma vero e proprio. In ogni caso accerteremo scrupolosamente se per Orsi era stata avanzata richiesta”.