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pizzo
Cosa Nostra? In crisi. La camorra? Un’organizzazione simile a quelle dei gangster che infestavano Chicago negli anni Trenta. La ‘ndrangheta è invece ormai al vertice del traffico mondiale di droga tanto che gli Usa l’hanno inserita nell’elenco delle più pericolose organizzazioni mondiali dedite al narcotraffico, da combattere e distruggere.
Il quadro, sconvolgente, emerge dalla relazione semestrale che la Direzione investigativa antimafia ha consegnato al Parlamento. Un dossier in cui si sottolinea che la scelta di Confindustria di espellere gli imprenditori che non denunciano il pizzo può rappresentare una svolta nella battaglia per la legalità.
A mettere un freno all’attività mafiosa di Cosa Nostra è stato, scrive la Dia, l’arresto di Salvatore Lo Piccolo, che “ha provocato fibrillazioni e disorientamenti non trascurabili, non solo per l’indubbia valenza oggettiva ma anche perché ha consentito l’acquisizione di preziosissimi documenti circa gli ‘interna corporis‘ del sistema mafioso e ha favorito atteggiamenti di collaborazione”. Ma “è ipotizzabile che Cosa Nostra si farà carico di una profonda riflessione strategica per definire più sicuri moduli strutturali e operativi per assicurare maggiore impermeabilità e consenso”. Quanto agli industriali, la Dia sottolinea che “con atti concreti si sono schierati contro l’organizzazione mafiosa, assumendosi precise responsabilità e rischi personali, testimoniando così l’inizio di un percorso virtuoso nell’ambito di una graduale estensione della cultura della legalità”. Parole apprezzate dal leader di Confindustria Sicilia Lo Bello: “Continueremo a lavorare su questo fronte in modo normale, cercando di sfruttare la complementarietà con altre organizzazioni, come le associazioni antiracket e offrendo la massima collaborazione a forze ordine e magistratura”.
Spostandosi un po’ più a Nord, in alcune aree della Campania e a Napoli è la camorra ad avere il controllo, esercitato ultimamente attraverso un “aggressivo modello gangsteristico”. I clan confermano l’attenzione verso l’estero, sfruttando la forte presenza criminale straniera in Campania. Gli interessi illegali si estendono dunque sempre più oltre i confini, sia nel traffico di droga che nella prostituzione.
Ma, sempre secondo la relazione degli investigatori antimafia, a tenere in pugno il commercio degli stupefacenti, attualmente, è la ‘ndrangheta. Un’attività tanto criminosa quanto fiorente e ramificata che ha costretto gli Usa a inserire l’organizzazione calabrese nel “Narcotics Kingpin Organizations”, ossia l’elenco delle principali organizzazioni mondiali dedite al narcotraffico.
Le ‘ndrine sono capaci di ”coniugare i tradizionali comportamenti violenti con l’abilità di intravedere progetti criminali più qualificati e ad elevato profilo mimetico, specie per quanto riguarda l’infiltrazione nel comparto imprenditoriale”.
Il quadro viene completato dall’analisi dell’ “agguerrita” attività della criminalità straniera in Italia. Parallelamente all’aumento del flusso migratorio dei romeni verso l’Italia è cresciuto infatti il numero dei delitti attribuibili a questa etnia. I furti e le rapine dei romeni, soprattutto a danno di persone anziane, mantengono un trend elevato e, sottolinea la relazione, “continuano ad essere contrassegnati dall’uso di inusitata violenza, dalla quale, talvolta, scaturiscono esiti efferati, quali omicidi e violenze sessuali”. Quanto ai cinesi, diffuso è lo sfruttamento della prostituzione, che si manifesta non in strada - come avviene per altre etnie - ma in casa. E sono spesso gli italiani a fornire gli appartamenti.
Il VIDEO servizio:
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Un team composto da trenta persone, tra ispettori e agenti veterani della lotta alla criminalità organizzata, guidati da un dirigente, profondo conoscitore del territorio. Eccola la una task force anticamorra; una squadra operativa della Polizia di Stato istituita per contrastare la Camorra a Casal di Principe in risposta alla recente offensiva del clan dei casalesi, con l’uccisione dell’imprenditore e collaboratore di giustiziaMichele Orsi, freddato domenica scorsa in strada.
La squadra lavorerà in uno stabile confiscato al clan dei casalesi, come sede della Sezione distaccata della Squadra Mobile di Caserta. Così il vice capo della polizia, Nicola Cavaliere ha reso immediatamente operativo il piano predisposto dal Capo della Polizia, Antonio Manganelli, per l’istituzione di un nuovo polo investigativo. Cavaliere, in continuo contatto con il Capo della Polizia, ha predisposto già da sabato l’invio di personale altamente qualificato per aumentare il controllo del territorio nel comune di Casal di Principe: “Arriverà a Casale un pool di 007 antimafia selezionati per quel territorio, presidieremo le strade 24 ore su 24″.
Inoltre, con il direttore della Direzione Anticrimine Centrale, Franco Gratteri e con il Direttore del Servizio Centrale Operativo, Gilberto Caldarozzi, il prefetto Cavaliere sta organizzando le attività del gruppo operativo anche sotto l’aspetto logistico.
Manganelli ha parlato anche della “strategia dei Casalesi”, che ha nel mirino pentiti e testimoni di giustizia. “Sono stato tra i cittadini onesti di Casale” ha detto “lì c’è tanta gente che attende il riscatto. Lo Stato sta assediando da tempo i loro sacrari, ora deve andare fino in fondo, con la massima determinazione”.
Ma al Viminale si apre anche un fronte di indagine sulla mancata protezione per Michele Orsi, circostanza che avrebbe facilitato il lavoro dei killer. Il sottosegretario Alfredo Mantovano si è affrettato a precisare: “È vero che manca il decreto per la ricostituzione per la Commissione per i programmi di protezione, ma questo non può aver inciso sulla vicenda perché il prefetto, su richiesta della magistratura può comunque avviare misure urgenti di protezione, anticipando l’ingresso nel programma vero e proprio. In ogni caso accerteremo scrupolosamente se per Orsi era stata avanzata richiesta”.
Gli appelli della Confindustria a denunciare le estorsioni. Le vittorie dello Stato con la cattura dei “most wanted”. La voglia di rivalsa di gente piegata al pizzo. Per la prima volta dopo 7 anni di calma piatta aumenta il numero dei testimoni di giustizia. Di persone incensurate che per aver subito un reato (dall’estorsione agli abusi sessuali) o esser testi oculari di un delitto, magari l’omicidio del padre, cambiano identità, residenza e lavoro. In pratica, vita. Trasferiti in località segrete, stipendiati e sorvegliati dal Servizio centrale di protezione. Il balzo in avanti non è netto, ma inverte una tendenza in atto dal 2001, quando ci fu un’impennata dopo l’introduzione della legge che dava finalmente figura giuridica ai testimoni.
Oggi sono 75 i testimoni che vivono sotto copertura dopo che, negli ultimi giorni, alcuni sono usciti dal programma e sono tornati alla normalità: un mese fa, infatti, erano 81, con un incremento del 15 per cento rispetto al primo semestre 2007. Controllati 24 ore al giorno dagli uomini del Servizio centrale di protezione, sotto la direzione del generale dell’Arma Antonio Sessa e di un primo dirigente della Polizia, Giuseppe Garramone, che si dedica solo a queste vite sospese.
Certo, il loro numero rimane molto limitato rispetto all’ampiezza dei fenomeni criminali. E forse, dopo gli appelli della Confindustria, si sperava in qualcosa di più. Eppure, un nuovo fenomeno sta emergendo: imprenditori che collaborano in silenzio senza andare sotto protezione. “In Sicilia sta crescendo negli ultimi mesi” si legge nell’ultima relazione della commissione Antimafia “la denuncia di estorsioni da parte di imprenditori i quali tuttavia non necessariamente acquisiscono lo status di testimoni di giustizia”.
Chi sono questi 81 eroi senza volto? Imprenditori che subivano il pizzo, parenti di mafiosi, ma anche bambini. Come Christian, che ha subito abusi sessuali a 7 anni: a 14 ha lasciato Torre Annunziata, sotto protezione con padre e sorella dopo avere incrociato sulle scale di casa il killer della madre, uccisa per aver denunciato le violenze patite dal piccolo. Perso il padre d’infarto l’anno dopo, oggi a 18 anni vive con 1.500 euro al mese cercando di concludere un corso da operaio specializzato.
Invece Elio, a 8 anni, ha assistito a Catania all’omicidio del padre, pregiudicato assassinato per avere rubato a persone pericolose: commercianti protetti dalla mafia a cui pagano il pizzo. E poi le due ragazzine romene di 16 anni, sotto protezione da poche settimane dopo aver denunciato i loro aguzzini che le mandavano a prostituirsi. Vivono in una comunità con un assegno da 1.200 euro al mese che ricevono dallo Stato. Oppure Anna, che a 13 anni subiva violenze dal padre: ha lasciato la Campania perché i parenti le davano la caccia. Oggi lo Stato le ha dato 400 mila euro per aprire un negozio.
Panorama ha incontrato quattro testimoni per farsi raccontare le loro storie e la loro vita in clandestinità.
Antonio: in fuga dai pedofili
“A 7 anni mio figlio Diego faceva ancora la pipì a letto” racconta Antonio, manovale, 40 anni. “Era aggressivo. Andava in bagno solo se accompagnato da mamma o papà. Ma prima dei bisogni portava in corridoio tutti i soprammobili e persino lo spazzolone del wc. Abbiamo capito il perché solo mesi dopo: ci ha confessato che era vittima dei bidelli delle elementari al quartiere Poverelli di Torre Annunziata. In 19 hanno abusato dei piccoli in cantina, nei garage, nei bagni. Scoperti nel 1997, dopo che mia moglie e altre tre madri a testa alta li hanno denunciati, sono stati condannati fino a 14 anni di carcere.
“Ma l’incubo era appena iniziato. Sette anni dopo, nel 2004, una delle madri coraggio, Matilde Sorrentino, viene assassinata con sei colpi di pistola sulla porta di casa. Suo figlio, Christian, salendo le scale incrocia il killer che scappa con il revolver infilato nella cintura. Christian gira le ultime due rampe e trova il corpo della madre senza vita sul pianerottolo. Da quel giorno lui con la sorella, noi con Diego e un’altra famiglia che aveva denunciato la banda di pedofili viviamo sotto protezione. Certo, in un paese normale dovrebbero essere i criminali a essere allontanati, non noi vittime. Qui invece funziona tutto al contrario. I delinquenti continuano i loro affari, vanno in giro per il paese. Lo Stato li tutela con permessi, premi extracarcerari e scappatoie. Noi insultati per strada, minacciati per convincerci a ritirare le denunce. Con mia moglie persino inseguita dai parenti dei pedofili. E il paese faceva finta di niente.
“Prima siamo stati trasferiti in una residenza, quindi in un’odissea di casa in casa. All’inizio, i primi mesi, abbiamo vissuto come in vacanza: era estate, eravamo spensierati. Poi l’equilibrio della mia famiglia ha iniziato a traballare. Litigavamo per piccole cose. Gli psicologi ci seguivano e curavano: mia moglie per quasi 2 anni, mia figlia tuttora. Diego invece da quando ha compiuto 11 anni non parla più degli abusi. Ha come cancellato, messo in freezer quelle violenze: “Ho fatto il processo?” mi ha urlato una volta. “Ho incontrato gli psicologi? Adesso non ne parliamo più”.
“Durante il processo avevamo gli esperti in coda fuori la porta per sentirlo. Offrivano assistenza solo per accertare gli abusi, mica per guarire il piccolo. Lui oggi a 18 anni è chiuso, poco riflessivo, incapace di portare a termine un progetto, un lavoro, fra scatti d’ira e frequente perdita della concentrazione. Vive con il suo doppio trauma: prima la pedofilia poi il cambio di vita con perdita di amici, parenti, compagni. È solo”.
Innocenzo Losicco: “Ora brindo in barba alla mafia”
“A un certo punto la vita si ferma: entri in clandestinità, un salto nel vuoto senza paracadute. Dalla villetta con piscina a Palermo sono finito in un bilocale topaia, mia figlia si è presa la scabbia. Trasferito come un pacco, le guardie del corpo pensavano fossi un pentito, quando io non ho mai commesso un reato. Dei soldi che giravano prima, dei miliardi di lire che guadagnavo costruendo negli anni 90 palazzi, nemmeno l’ombra. Un assegno di sostegno: 1.500 euro al mese. Ma è meglio così”.
Innocenzo Losicco, costruttore palermitano di 59 anni, inizia a collaborare nel 1997. Fa mandare in carcere 28 mafiosi di Brancaccio, tra cui Filippo Graviano, Gaspare Spatuzza e Antonino Lucchese. Oggi vive in una località segreta e, grazie alle garanzie del Servizio centrale di protezione alle banche, è tornato ad acquistare terreni, costruire ville e palazzine. Con nuove generalità.
“Era vita quella? Mi illudevo di essere un imprenditore edile per scoprirmi dipendente. Della mafia, delle sue pretese. Ero solo padrone di amministrare il cantiere. Il resto era cosa loro: dallo scavo alle forniture, chini la testa e deleghi la scelta. Inoltrando puntuale richiesta di autorizzazione per ogni decisione: ‘Faccio sapere che l’impresa di imbianchini’ dicevo al loro emissario ‘non va bene’. Lui annuiva, riferiva e tornava: ‘Fanno sapere che è bene cambiarla. Contatta la tale impresa’. Sempre così, un laconico ping pong: ‘Faccio sapere che…’, ‘Fanno sapere che…’: ordini come litanie d’umiliazione e sudditanza. Che si ripeteva centinaia di volte. Se poi sbagli, il cantiere chiude.
“Un giorno l’azienda dei Graviano era sprovvista di pomicemento, mi permisi di rivolgermi a un’altra impresa sempre loro referente. Che si rifiutò di rifornirmi: ‘Hai sbagliato. Chiudi il cantiere sino a quando ai Graviano non arriva la merce’. Oppure ti sequestrano il figlio all’alba e lo riportano a sera perché, schiavo graziato, ’stavolta, sappi, è andata bene’.
“I fratelli Graviano si mangiavano fino al 50 per cento degli utili, altri boss forfetizzavano il pizzo, altri si accaparravano case intere: ‘Costruisci 20 appartamenti? A noi ne spettano due’. In tutto ho ceduto una decina di case e somme incalcolabili. A Palermo, anche oggi, non serve la concessione edilizia ma l’approvazione del padrone del quartiere: prima dice sì o no, quindi indica le condizioni.
“Mi sono affrancato da 9 anni. Una nuova vita, che inizia con addii. Cambio casa, regione, amici. Mia figlia piange il fidanzato. Un paio d’anni senza lavorare. Poi nel 2000 accedo ai fondi antiracket ricevendo 400 milioni per acquistare un terreno sulla litoranea. Il Servizio centrale di protezione firma le garanzie per accedere ai mutui, come un padre che assicura i finanziamenti al figlio. Oggi sono tornato in possesso di sette dei dieci appartamenti ceduti ai prestanome dei Graviano, dopo che il tribunale ne aveva annullato gli atti di vendita. Proprio ieri ne ho venduti due brindando (lo posso dire?) in barba alla mafia. Perché la mafia è paura. Paura che ti blocca, che ti impedisce di fare il salto. Ma se credi in te stesso, se non insegui l’alibi dello ‘Stato non fa’, ti accorgi che denunci e non ti succede niente. Perdi battaglie, vinci la guerra. Con un unico rimpianto: se altri imprenditori mi avessero seguito sarei rimasto a Palermo. Libero. Non più schiavo”.
Gaetano Safiotti
Gaetano Safiotti: “Non mi sono piegato e ho salvato il mio onore”
È l’unico testimone che non abbandona la sua terra, non cambia nome e non ha mai chiesto un euro di mantenimento allo Stato. Gaetano Safiotti, re del calcestruzzo, s’arrocca ancora nella piana di Gioia Tauro, cuore di ’ndrangheta, collusioni e silenzio. Sotto scorta con moglie e figlio.
“Qui la gente non capisce. Ti fissa e ti silliba ‘i-n-f-a-m-e’. Parlo ai giudici, mando la gente in carcere, non pago il pizzo: infame io e chi ha il mio sangue. Mio figlio non trova fidanzata, avendo sangue d’infame. Sulla Reggio Calabria-Salerno non apro un cantiere, nemmeno offrendomi gratis: è roba loro. Siamo in pieno feudalesimo: l’estorsione non è pizzo, ma contributo ai feudatari. Gli imprenditori chini versano l’Ivam, l’imposta valore aggiunto mafioso, su ogni affare, su ogni buco in terra, senza batter ciglio, come fosse un qualsiasi altro balzello. E poi, privilegio assoluto, diventi un eletto se il signorotto coinvolge la tua azienda sana nei suoi affari.
“Io nel 2000 dovevo decidere. Diventare monopolista in Calabria nei calcestruzzi, pagando però il dazio senza prezzo dell’onore, assecondando ogni scelta. La mafia si appropria il tuo cervello. Comanda. Ti indica quali camion usare. Quali operai far lavorare. Quali appalti vincerai. Persino quali materiali inerti acquistare pur avendo io una cava mia. O le matite in quale cartoleria acquistarle. Burattino tra i burattini.
“Con 60 dipendenti nel 2000 fatturavo solo in Calabria 15 miliardi tra calcestruzzi e movimento terra. Negli anni ne ho girati un paio alle cosche. Più i favori in natura: le parcelle agli avvocati dei pregiudicati. Le villette al mare dei padrini? Ecco pronti camion di mattoni, bitume, e perfino gli arredi interi e la carta da parati.
“Oggi mi mimetizzo, mi aggiudico commesse nei paesi dell’ex Unione Sovietica e in Africa. Il prezzo più alto che pago? La rinuncia ai loghi delle mie aziende per non farmi individuare dalla ’ndrangheta. Scusate se sono generico, ma cosa devo dire? Ogni volta che scendo la scaletta di un aereo le cosche già sanno. E ti avvertono. “Posso venire a lavorare anch’io a Parigi?” mi sibilò dalla gabbia in tribunale uno di loro: avevo appena vinto un appalto per la pista all’aeroporto Charles de Gaulle e non l’avevo detto nemmeno a mia moglie. Meglio i comuni in bancarotta dell’Angola che i municipi della piana di Gioia Tauro, commissariati dalla ’ndrangheta. Meglio mimetizzarsi nel deserto che vivere da preda delle cosche.
“Losicco sbaglia quando afferma che la giustizia ti protegge: se accusi, se attacchi i mafiosi, prima o poi la paghi. Ti ammazzano. La mia esecuzione è solo rinviata quando si allenterà la scorta, quando uccidermi non sarà letto come un attacco allo Stato. A differenza dello Stato le cosche vogliono sempre dare l’esempio e hanno ottima memoria. Lo so, l’ho messo in conto e sono sereno. Uccidermi oggi che vivo sotto scorta sarebbe controproducente, e la ’ndrangheta ragiona solo in termini di opportunità, di momenti più adatti.
“E poi in questi feudi la morte arriva solo dopo lenta tortura: prima ti distruggono economicamente, ti emarginano, ti levano gli appalti, nessuno viene più a comprare la tua merce. Il fatturato sparisce, i dipendenti se ne vanno. Uno prima si licenziò poi tornò, a chiedere il pizzo: “Mi alzo quando voglio” mi disse. “Vado al bar e non pago, la gente si inchina, ho soldi e le auto che desidero: ma scusi, perché devo lavorare massacrandomi quando la vita è breve?”.
“Ecco, ti soffocano. Ti prestano soldi che si riprendono con il pizzo. Poi ti colpiscono negli affetti: io non vedo più i miei cognati, molti ex amici perché qui, nella piana di Gioia Tauro, sono l’infame. Vogliono portarti alla pazzia, con i figli che non capiscono e ti spiazzano. “Papà perché dobbiamo andarcene via noi? Ma se hai una cassetta con delle mele marce che fai? Butti le sane?””.
Rita: “Meglio raccontare tutto”
La vita di Rita (nome di fantasia, per motivi di sicurezza) è un almanacco siciliano di scelte non sue. Di occasioni mancate. “Finita la quinta elementare mi sono fidanzata a 11 anni e a 13 anni ho avuto la prima figlia: volevo fare la poliziotta. Poi, a 19 anni, mi chiamano i carabinieri in caserma. Mi leggono delle intercettazioni con mia cugina; parlo di suo marito, killer delle cosche. “O ci racconti tutto o ti mettiamo dentro come complice della mafia”. Avevo già tre figli e ho deciso di collaborare. Ho raccontato di lui, di quanto fosse ignorante a far fuori la gente e a vantarsene con tutte. Si faceva bello in paese: ‘Ho ammazzato tizio, ho ucciso in auto caio…’. Firmo il verbale. La mattina dopo scatta la retata: finiscono in carcere 13 persone. Arriva la polizia a casa e ci dice ‘dovete partire d’urgenza’. Da ragazzina quale ero muoio di paura. Mio marito cade dalle nuvole: ancora non sapeva, ancora non gli avevo detto nulla. Ci portano in procura dove il giudice Paolo Borsellino mette una mano sulla spalla a mio marito: ‘Andatevene, è meglio’.
“Lui, bianco in volto, scende le scale di corsa. Siamo partiti verso una vita nuova senza niente, nemmeno un ricambio. Tre piccoli che piangevano: la più grande aveva 6 anni, la più piccola 1 anno e mezzo. Cambiamo una decina di case. Mio marito per un periodo ha smesso di lavorare, ma i vicini si sono fatti sospettosi e lui per giustificare la disoccupazione racconta di essere in pensione dopo un incidente sul lavoro. Altrimenti qualcuno insinua pure che siamo mafiosi. Noi, capite? Noi, con il rischio in agguato.
“Al mio paese si dice: ‘Le cose si fanno alla scordata”: a Pesaro un giorno mio marito ha riconosciuto un mafioso fuori dall’asilo dei miei figli. La notte stessa abbiamo cambiato casa con i piccoli che mi interrogavano: ‘Mamma, perché ce ne andiamo?’. E io che nemmeno sapevo dove saremmo finiti. Con la più piccola abbiamo sbagliato. Le hanno detto: ‘Se torni in Sicilia, ti ammazzano’. È ancora turbata, in classe vuol stare vicino alla maestra. I suoi disegni sono tutti neri. A volte mi sento in colpa per i miei figli. Ma è un prezzo che pago consapevolmente.
“Lo Stato e il Servizio centrale di protezione mi hanno sempre aiutato: 3 milioni 300 mila lire al mese di assegno, affitto e bollette pagate, 5 milioni per acquistare un’auto, 70 mila euro ora per aiutarmi a comprare la casa e un altro aiuto per chiudere un negozio. Contro la delinquenza meglio raccontare le cose. Perché la mafia fa schifo: io disprezzo i mafiosi per quello che fanno”.
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Un fatturato di oltre due milioni di euro al mese, stipendi altissimi, vitalizi e assegni ai parenti degli affiliati. Se la mafia è la prima azienda italiana, con un utile di novanta miliardi, il clan di Salvatore Lo Piccolo era una vera e propria holding, con tanto di compensi e libri paga.
Il boss palermitano teneva per sé un “salario” di quaranta mila euro al mese, al figlio Sandro, catturato con lui ieri, ne spettavano venticinque mila, mentre alla moglie del capo era destinato un vitalizio poco superiore ai venti milioni di lire al mese. Ogni affiliato alla cosca aveva un fisso di mille euro, cifra variabile a seconda dell’importanza della mansione che svolgeva, Francesco Paolo Onorario, sicario poi pentito, riceveva invece un fisso di poco più di quattro milioni di lire.
Per oliare una simile macchina, erano necessari introiti altissimi, quasi tutti provenienti da tangenti ed estorsioni. Chi aveva un negozio in centro era costretto a pagare poco meno di mille euro al mese, per un supermercato ne erano richiesti cinquemila, cifra che poteva anche raddoppiare per i lavori di un grande cantiere cittadino. E poi tangenti su lottizzazioni, appalti e costruzioni.
I soldi finivano quasi tutti riciclati in attività produttive di vario tipo, supermercati, tabaccai, ristoratori e negozi di abbigliamento, ma una parte era anche destinata ad alcune misure patrimoniali.
Dopo l’arresto e la decapitazione della piovra palermitana, la sfida più difficile degli inquirenti sarà proprio questa: identificare e strozzare un giro di affari ingente e difficilissimo da calcolare.
Il vero humus, senza il quale l’onorata società, a dispetto dell’immagine rurale che le è stata affibiata, non può più sopravvivere.
Il VIDEO servizio:

Se l’”Onorata società” avesse un bilancio, le sue entrate sarebbero racket, usura, contraffazione, abusivismo, appalti, droga, furti, scommesse. Totale: 90 miliardi di euro, quasi due volte il fatturato della Fiat. È la stima del rapporto “Sos impresa” di Confesercenti che fotografa la “Mafia spa”: nel suo ipotetico consiglio di amministrazione siedono i rappresentati di camorra, ndrangheta, sacra corona unita e mafia. Un sistema economico e sociale capace di generare il 7% del valore della produzione nazionale.
Quanto si paga di pizzo? Al centro di Palermo le tariffe in media più alte: da 750 a mille euro mensili. A Napoli invece si parte da 500 euro fino a mille ogni mese. Un’estorsione che colpisce venti commercianti su cento in Italia e assicura alla malavita il controllo capillare delle attività economiche nel territorio. Spiega Tano Grasso, presidente della Federazione delle associazioni antiracket e antiusura italiane (Fai): “Quando parliamo di questi numeri dobbiamo pensare al fatto che in Sicilia, Calabria, Campania, un pezzo di Puglia e un pezzo di Basilicata, chiunque vuole fare impresa deve confrontarsi con il fenomeno del pizzo e con il condizionamento mafioso”.
Anche le grandi imprese sono costrette a piegarsi: secondo il rapporto Confesercenti la criminalità organizzata sarebbe in grado di estorcere denaro a leader di mercato come Italcementi, Impregilo e Condotte spa. Le società interessate, però, hanno smentito categoricamente le informazioni nel rapporto.
Il rapporto integrale Sos impresa 2007 in formato pdf

- Tags: carabinieri, commercianti, Confindustria, criminalità, estorsioni, imprenditori, Milano, pizzo, Prefettura, racket, Vigili-del-Fuoco
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È l’ora dell’aperitivo. Lo struscio dei ragazzini alla moda è appena cominciato. Seduti al tavolino di un bar all’aperto ci sono un uomo sui quarant’anni, grande e grosso, e il proprietario di un paio di locali della strada più fashion della città, che ha partecipazioni in una trentina di altre ben avviate attività commerciali. Non vuole problemi. E paga. Mette sul tavolo una busta bianca, dentro ci sono 10 mila euro in banconote da 500. Non siamo a Catania, ma in corso Como a Milano, il cuore della movida meneghina. Non è la mafia a riscuotere il racket. Il taglieggiatore stavolta è tunisino.
I 10 mila euro sono la prima tranche di un pagamento più consistente. Jalel Titouhi ne pretende 90 mila. Ha preso di mira il commerciante, vuole che gli ceda gratuitamente uno dei suoi locali. Poi decide di accontentarsi del denaro e cominciano le telefonate minatorie al titolare, ai suoi soci e ai suoi familiari. Inizialmente la vittima cerca di uscirne pagando, ma quando capisce di essere finito nelle mani di un criminale davvero pericoloso ha paura e chiede aiuto ai carabinieri. Questa storia dello scorso novembre è a lieto fine: dopo pedinamenti e intercettazioni gli investigatori del nucleo operativo di Milano arrestano il tunisino con ancora la busta bianca nella tasca della giacca. Ma non va sempre così bene.
Confindustria minaccia di espellere gli imprenditori che cedono al racket in Sicilia e sembra quasi che il pizzo sia una questione soltanto meridionale. Invece anche a Milano sono moltissimi i commercianti e i titolari di aziende vittime di estorsione. Secondo una ricerca di Confcommercio ed Eurisko, nel Nord-est il 15,6 per cento dei titolari di pubblici esercizi ritiene che le estorsioni siano aumentate negli ultimi tre anni, l’11,1 per cento la pensa così nel Nord-ovest. Le percentuali dei commercianti che conoscono un collega che ha ricevuto minacce o intimidazioni è superiore all’8 per cento, mentre quella degli esercenti che ammettono di averle ricevute personalmente è del 5 per cento.
Alcuni denunciano, la maggior parte paga e tace. Al Nord gli aguzzini raramente fanno parte di organizzazioni che controllano il territorio e le richieste di pizzo sono meno capillari che al Sud. Ma spesso i metodi sono altrettanto violenti.
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Il settore più colpito, in città e nell’hinterland, è quello dell’edilizia. I taglieggiatori usano una strategia ormai collaudata: collaborano con un piccolo imprenditore, da cui prendono in subappalto alcuni lavori. Lavori che non hanno nessuna intenzione di portare a termine, ma per cui pretendono di essere pagati ugualmente e con cifre altissime. La prima ritorsione è l’occupazione del cantiere e il blocco delle attività. La ditta di costruzioni si trova così con l’acqua alla gola. Ma il peggio deve ancora arrivare.
Lo sa bene il titolare di un’impresa di viale Certosa, periferia est del capoluogo, con cantieri sparsi in Brianza. L’incubo comincia con una gru che gli aguzzini si rifiutano di smontare e che blocca i lavori per un anno e mezzo. La richiesta è di 150 mila euro “e ogni giorno che passa, sono 1.000 in più”, incalzano. L’imprenditore arriva a pagarne 46 mila, ma le minacce, al telefono e via sms, non cessano. E dalle intimidazioni presto si passa ai fatti. Gli estorsori di origine calabrese si presentano sempre più spesso al cantiere, uno di loro grida: “Qui è tutto nostro, lo facciamo saltare in aria”, e ancora “ti sparo”. Il cantiere viene incendiato due volte in due giorni.
L’imprenditore edile subisce aggressioni, pestaggi, minacce con un martello e con un coltello puntato alla gola. Una mattina due dei suoi taglieggiatori tentano di caricarlo in macchina e di sequestrarlo. Lui si barrica dentro un bar e questa volta, ormai in preda del terrore, chiama i carabinieri. Alla fine delle indagini vengono arrestate cinque persone di origine calabrese ma residenti a Milano e dintorni, tutti con diversi precedenti penali.
E se il business al Nord scopre nuove frontiere, il racket delle estorsioni si adegua: tra le vittime è finito anche un imprenditore che commerciava integratori alimentari online. A pretendere il pizzo proprio l’uomo cui aveva affidato la gestione del sito di e-commerce. Che però, per minacciarlo, aveva a disposizione sicari tutt’altro che virtuali. Risultato: una jeep incendiata e un pizzo di 10 mila euro consegnato in una stazione di servizio sull’autostrada.
Per inquadrare il fenomeno basterebbero i dati dei vigili del fuoco del Comando provinciale di Milano. Nel 2006 gli incendi dolosi sono stati 254. Di questi, 128 appiccati ad auto, camion, moto o mezzi da cantiere, 67 ad attività commerciali e 37 ad abitazioni (il resto riguarda attività agricole e rifiuti accatastati). Al Comando spiegano che non tutti gli episodi sono ritorsioni o avvertimenti degli estorsori, ma di certo una buona parte. La Prefettura infine nel 2006 ha registrato 300 casi denunciati di estorsione.
LEGGI ANCHE: Confcommercio: aumentano le estorsioni ma denunciano solo 5 su cento
Il primo dato rilevante è la non-risposta. Lo scorso aprile Confcommercio, in collaborazione con Eurisko, ha chiesto a 60 mila titolari di impresa (venditori ambulanti, benzinai, tabaccai, baristi e ristoratori, orafi, proprietari di negozi di abbigliamento e alimentari) la loro percezione sull’andamento dei crimini negli ultimi tre anni. La percentuale di quelli che hanno preferito non esprimersi oscilla, a seconda del reato (estorsioni, usura, furti, rapine) tra il 15 e il 40 per cento.
Per quanto riguarda le estorsioni, gli esercenti che non hanno risposto sono il 38 per cento e il silenzio è stato più frequente nel Nord-Est e al Centro. Tra quelli che hanno risposto il 15 per cento ritiene che il fenomeno sia aumentato, il 42 per cento che sia rimasto stabile. L’11 per cento ha dichiarato di conoscere un collega che ha ricevuto minacce da taglieggiatori e l’8 per cento ha ammesso di averle ricevute direttamente.
Nella maggior parte dei casi (il 73%) le pressioni sono state psicologiche, ma spesso gli estorsori sono passati a danni alle cose (nel 35% dei casi) e alla violenza personale (14%). I commercianti hanno per lo più dichiarato di aver respinto le richieste, c’è però un 19 per cento che confessa di aver ceduto. E a questo dato va probabilmente aggiunto l’8 per cento che non ha voluto rispondere a questa domanda.
Le denunce sono ancora poche: solo il 5 per cento degli imprenditori taglieggiati reagisce al racket in questo modo (sono più numerosi al Sud). In tutti gli altri casi si preferisce fare da sé. Il 40 per cento degli intervistati ha preso qualche provvedimento per cautelarsi. Il metodo più diffuso è l’assicurazione, seguita dalla vigilanza privata e da telecamere e vetrine blindate.
Ma chi ha pagato, come lo ha fatto? E quali sono le tariffe del pizzo? Le vittime pagano o in merce (il 55%) o in denaro (il 52%). Tra le imprese che hanno ammesso di aver ceduto alle minacce, il 60 per cento lo ha fatto nel 2006, il 22 per cento in particolare ha consegnato più di 10 mila euro.